Category: Memories


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E’ uno di quei locali in cui si arriva un po’ per caso e un po’ per destino.
Sembra quasi che il bistrot stesso sottoponga i suoi avventori ad una sorta di prova d’ingresso, come nelle più gettonate università.
Non è uno di quei posti in cui si arriva per sentito dire, e nemmeno uno di quelli dove si entra perché l’insegna o il dehor ha catturato l’attenzione.
Più che altro ci si ritrova dentro senza nemmeno essersene del tutto accorti e allora, solo allora, ci si guarda in giro e ci si rende conto di essere in effetti entrati in un microcosmo colorato di velluti rosso bruciato e legno color senape, vinili neri un po’ scoloriti e porte verdi dalle maniglie a pomolo dorate.
Non c’è tanta luce, ma le lanterne disseminate qua e là valgono a dare a tutto una sfumatura così adorabilmente fumosa da far pensare che i pochi e offuscati punti d’illuminazione siano stati disposti ad arte come i riflettori verrebbero posizionati su un set fotografico.
Ad ogni modo, si debba all’arte o al caso la disposizione strategica di tavoli e sedie, ora nascosti ora centrali, delle luci e dell’arredamento, la clientela stessa diventa, forse grazie alla selezione in entrata, parte integrante del piccolo affresco che il baretto offre.

La coppia a centro sala

Lui avrà superato i quarantacinque da non troppo, ma il tempo è forse stato un po’ troppo impietoso. Indossa una giacca da lavoro e un cardigan blu, in tinta con il pantalone semi elegante e un po’ meno in tinta con le stringate di pelle lucida. Quelle scarpe danno l’impressione di essere scomodissime, triste contrappasso per un personaggio che forse a causa di impegni di lavoro non fa più di cento metri al giorno.
Ha degli occhiali rettangolari dalla montatura sottile sul naso, obbiettivo di messa a fuoco necessaria ai suoi occhi verdiun po’ appannati per dare nitidezza a formule che spieghino il funzionamento del mondo.
E’ uno scienziato, un ingegnere meccanico. Passa la giornata a cercare inutilmente di spiegare a un branco di clienti che conoscono solo l’utile monetario che no, anche se loro vogliono un’asse di rototraslazione che si occupi anche dell’aggiornamento dati non si può fare. Certo, ha capito che risparmierebbero ben tre preziosi minuti e che il tempo è denaro ma no, se gli assi di rototraslazione non hanno ancora imparato a farti pure il caffè lui non può farci nulla. Sorride, si ripete come un mantra che il cliente ha sempre ragione e che tutto sommato la busta paga a fine mese lui l’ha bisogno, non foss’altro per potersi concedere una cena fuori con la sua bella senza doversi fare i conti in tasca durante la scelta del vino, ma certe volte non può fare a meno di pensare che nel suo immaginario di bambino il Deus Ex Machina che le machinae le assembla con competenza e arguzia non ha di questi problemi, problemi a cui troppo spesso si riduce la sua intera giornata.
La guarda, la sua bella, e pensa che per poterla coccolare un po’ ogni tanto alla fin fine vale la pena di star dietro alle folli richieste di uomini d’affari che non hanno mai calcolato un integrale in tutta la loro vita anche se pretendono di insegnargli il suo mestiere.

Lei è bionda, biondissima. I suoi capelli color platino incorniciano un viso ovale piuttosto paffuto scendendo quasi fino alle spalle leggermente scalati, lisci come la seta. Sono capelli sottili, che ad un osservatore poco attento potrebbero sembrare sporchi. In realtà, non più tardi di tre ore prima li ha lavati e acconciati, cercando il ogni modo di gonfiarli, evitando quell’odioso effetto scopino che di certo non sfina i suo volto, ma non c’è verso. In trent’anni forse dovrebbe essersene fatta una ragione, ma ancora oggi, tre giorni dopo i suo trentunesimo compleanno combatte strenuamente una battaglia senza via d’uscita.
Il colore invece le piace. Dall’adolescenza in poi si sente chiedere regolarmente quale nuance di tinta chiede al parrucchiere, e ogni volta non può fare a meno di nascondere una punta di compiacimento nel rispondere sinceramente che non chiede alcuna nuance: sonno naturali.
Le piacciono i vestiti ricercati e le scarpe col tacco, anche se non ne avrebbe bisogno essendo già alta.
Quella sera ha delle calze coprenti marroni ricamate con un vestito in maglina che segue i contorni del suo corpo formoso, indossa un giubbotto di pelle troppo pesante per stare al chiuso e troppo leggero per stare all’aperto, ma quel verde smeraldo è proprio bello, e sta divinamente che la sua tavolozza nordica.
Lo guarda, il suo professore. Non è mai stata sua allieva, perché l’anno in cui lui ha perso la cattedra di meccanica lei cominciava la prima, però sa che per dieci anni ha insegnato nella suola dove ha frequentato i primi due anni. Quando si sono conosciuti, ad una molto poetica cassa di un molto poetico supermercato, lei lo ha riconosciuto, ma lui forse ancora adesso non associa al suo viso quello di quella ragazzetta cicciotta che in prima liceo gli è andata addosso sulle scale facendogli cadere tutti i libri.

Hanno ordinato una pasta al pesce con un calice di vino rosso. Abbinata ardita e non classica, certo, ma quello è il vino che è stato loro consigliato dalla ragazza he ha preso l’ordine e loro non si sono sentiti di contestare.
Lei sa che quando vanno a cena fuori lui insiste per pagare… avrebbe avuto qualche remora ad ordinare il piatto più costoso dell’intero menù in altre circostanze, ma sa che a lui piace vedere che lei ordina cose sfiziose senza farsi problemi. E dire che quella sera avrebbe voluto solo un’insalatina scondita: la tensione dei bottoni dei suoi jeans dell’autunno passato la sta avvisando che sarebbe i caso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Lui la osserva, un po’ di sottecchi, mentre finge di leggere per la ventesima volta un menù che ormai ha quasi imparato a memoria. E’ proprio bella, con il suo rossetto bordeaux messo ad arte, che lui non ha mai capito come riesca a non sbavare nemmeno mangiando. La guarda non si spiega cosa un bella ragazza come lei ci trovi in uno come lui…uno che sulla sedia del bistrot trova che il tavolo sia di una taglia sbagliata e assume una inevitabile posa ingobbita per evitare l’ancor peggiore per performance di sbrodolare il sugo sulla cravatta.
Sono ormai anni che si frequentano, e dopo essersi più volte tormentato con il tarlo del dubbi che lei non provi nulla per lui e si accompagni a lui per chissà quale sbagliatissimo motivo ha deciso di rompere gli indugi e di ammettere con sé stesso di esserne perdutamente innamorato. Ha deciso, in modo così poco scientifico ed empirico, che se è tutto finto non sarà certo lui a cercare la prova della verità, non questa volta.
Arriva il vino, e a stretto giro la portata.
Lui la guarda, le augura il buon appetito e propone un brindisi.
Lei guarda quel gigantesco piatto di linguine ai frutti di mari pronte a depositarsi per anni sui suoi fianchi e annusa il loro profumo invitante, solleva il suo calice e gli sorride.
Non si chiede nemmeno più cosa lui pensi in quegli attimi di silenzio: lo sa anche se nessuno glielo ha mai detto.
Brindano e si accingono a mangiare.
Lui lotta con una vongola verace, vuole aprirla con le posate, ma è evidente che la lotta è impari. Durante la tenzone parte uno schizzo di sugo di pomodoro, galeotto compie una parabola perfetta e si deposita sul polsino della camicia azzurra chiara.
Lei trattiene un risolino: sperabilmente, il professore non si accorgerà di nulla e non si rovinerà la serata.
“Permetti?”
Gli pesca la vongola dal piatto, con abile mossa la apre con un colpo di unghia color melanzana e poi gliela restituisce aperta leccandosi l’indice. Mamma mia che buono quel sugo: forse potrebbe valutare attentamente l’idea di comprare un paio di jeans una taglia più grandi e chiedere al cuoco l’intera teglia da finire.
Lui si riscuote a fatica, infilza la vongola indifesa insieme ad una linguina e non può fare a meno di pensare che se quella è solo una sospensione della realtà regalatagli da qualche dio degli atei…bhe, a caval donato non si guarda in bocca.

 

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Suona il gong, scocca la mezzanotte, e come le maschere del Carnaval che ricoverano nel salone delle feste ho un anno in più.

Anno che, ben inteso, ho compiuto giorno dopo giorno, non certo di colpo in un secondo, quello che dalle 23.59.59 porta alle 00.00.00.

Mi piace la locuzione “compiere un anno”: implica che non si tratti di un istante di distrazione in cui ti ritrovi di colpo un po’ più vecchio ma di una lunga serie di attimi che, per convenzione, ti portano al riconoscimento del fatto che non solo hai attraversato 365 giorni e qualche ora, volendo pedantemente tener conto del significato reale dell’anno bisestile, ma anche che a quei 365 giorni e qualcosa sei sopravvissuto.

Mi ricordo che, con una certa preveggenza, alla tenera età di tre anni e mezzo, specchiandomi nello specchio nel corridoi della casa vecchia candidamente domandavo a mio padre “Cosa mi regali perché ho compiuto il mezzo?” elevando a successo degno di un regalo non solo il compimento di un anno ma anche della sua metà. La mia era, bei tempi, innocenza infantile, ma ora capisco che anche per sei merdosi mesi può valer la pena di congratularsi per una riuscita sopravvivenza.

Sì, perché se io dovessi trovarmi a fare un bilancio dell’ultimo anno la prima cosa che direi è “sono sopravvissuta”. Per l’esattezza, e mi si perdoni il francesismo, mi metterei in piedi su un bella boccia sparti traffico, come tante volte ho fatto per fare la scema e poi, a gran voce, tirando fuori le mie doti liriche, proclamerei che “vaffanculo, in barba a tutto e tutti io sono ancora qui!”.

Non che sia un merito particolare, ne sono consapevole. Tutti i ventiseienni di questo mondo ce l’hanno fatta. Eppure, così è, e non è così scontato.

Non è così scontato per me che, nel mio piccolo, ho dovuto guardare dentro al vaso di Pandora e provare orrore, per le mie stesse miserie e per le miserie di altri.

Mi sono dovuta rendere conto che quando Tolkien scriveva “Non tutto è oro quel che luccica” porco cane se aveva ragione.

Mi sono dovuta rendere conto che ho fatto tante di quelle cazzate che andrei volentieri a nascondermi in un ripostiglio e butterei la chiave, se solo non fosse che senza la mia presenza atta a supercazzolare nel tentativo di sbrogliare i miei stessi medesimi casini la mia immagine residua se la passerebbe molto, ma molto assai peggio.

Mi sono dovuta rendere conto che alla fine queste tanto discusse, tormentate e analizzate cazzate che ho fatto, se non proprio a fin di bene le ho fatte in buona fede, ma non potrò mai sostenere questa tesi con nessuno, e dovrò sempre scontare la condanna di bere dal mio amaro calice di vederle come spade di Damocle pronte e trafiggermi.

Mi sono resa conto che alla fin fine ognuno ha le sue, e chi sono io per giudicare.

Mi trovo attualmente a pensare che quando si dice “Il mondo è bello perché è AVARIATO” in fondo in fondo un po’ è vero: se così non fosse non esisterei io, e nemmeno i miei migliori amici. Siamo un po’ avariati, ma anche il gorgonzola è ammuffito, eppure è stra buono.

Ci sono giornate grige in cui vedo solo le miserie, principalmente quelle in cui sono carnefice e non vittima, e vorrei solo tagliarmi le vene e smettere di esistere e di pensare. Poi penso che tutto sommato mi piace prendere il caffè con mia mamma, farmi una birra con i miei amici, bermi il mio San Simone serale corredato di sigaretta di coda, sentire la pelle nuda che si scalda sotto il sole e respirare l’odore della pece sotto la luce, e allora lascio perdere, in attesa che mi passi il momento di consapevolezza depressiva mistica.

Mi piaceva la passeggiata dalla stazione di Milano Lambrate al M.A.S.

Non la farò mai più, non con questa testa…ma se ci ripenso mi ricordo che i primi tempi che andavo a lezione da sola avevo una paura tremenda, odiavo quei 2,9 km ma non osavo prendere il bus per paura di non scendere alla fermata giusta e quell’ora e mezza prima della classe mi sembrava interminabile. Poi è diventata un rito, e l’ultimo giorno che sono tornata persino la stazione mi sembrava l’Eden a cui mi accingevo a dar l’addio.

C’è del bello in tutto. Basta saperlo vedere. Io attualmente non lo vedo. Ma mi piace ripetermi che lo vedrò. Magari non domani, ma prima o poi lo vedrò, perché so che c’è. Chiamatemi sognatrice, scema o illusa, ma io ci voglio credere che prima o poi riuscirò a cogliere non un barlume fugace di questo bello ma una vera e appagante immagine.

E’ allora ci ripenso, e decido che di finirla non ne vale la pena, perché anche ci fosse solo la speranza e qualche attimo di graziosa routine sarebbe pur sempre meglio che niente.

Ed è faticoso, perché desidero e sogno, e sono consapevole di quel che non ho…ne sono  consapevole in modo doloroso e capriccioso. Eppure, come dicevo qualche parola fa, “Sono ancora qui”.

Tanti, io credo, mi vedono come un esserino in difficoltà, debole e bisognoso di cure. Forse è così, almeno sotto certi aspetti, ma sotto altri no, perché la mia consapevolezza dell’anno compiuto è che no, non mi arrenderò alla tempesta.

Un mio caro amico recentemente mise come immagine di WhatsApp questa frase “Un giorno il diavolo mi sussurrò all’orecchio -Tu non sei forte abbastanza per affrontare la tempesta.- Oggi io ho sussurrato al diavolo-Io sono la tempesta-“.

Ecco, io non potrei mai sussurrare al Diavolo che sono la tempesta, perché non lo sono, e mentire al Diavolo non è mai un buon affare: è uno che se ne intende lui. Però quello che posso dirgli è che farò il possibile per sopportarla, la tempesta, e anche se dovrò vomitare l’anima per i cavalloni inferociti quando sarà finita, perché ogni tempesta prima o poi deve finire, io mi sciacquerò la faccia per riprendermi un po’ e, ancora pallida e sconvolta, cercherò di fare una bella risatina ad effetto e gli dirò che tutto sommato l’ultima sbronza che ho preso mi ha fatta stare peggio.

SUPERMERCATO

Sasha alzò lo sguardo.

Il reparto sottaceti di quel supermercato non era niente male. Era gigantesco, il corridoio sembrava non finire mai, e gli scaffali, così alti che c’era da chiedersi come facesse una donna di statura media a raggiungere la merce esposta sull’ultimo ripiano, ricordavano dei binari stracolmi di cibo.

C’erano esposte almeno cinque marche diverse di cetrioli in salamoia, varie tipologie di pomodorini secchi, da quelli alla siciliana prodotti in serie in chissà quale industria a quelli confezionati come se fossero marmellate della nonna homemade, e un numero impressionante di vari misti di funghi, carciofini, melanzane, carote, cipolline e chi più ne ha più ne metta.

Sasha registrò mentalmente prezzi e calorie dello scatolame esposto. Nutriva per i funghi porcini una passione piuttosto prepotente, eppure continuava a sembrarle assurdo pagare tipo 18 euro per un barattolo che sarebbe durato probabilmente non più di un giorno e mezzo e avrebbe, come legge biologica impone, fatto una fine decisamente poco incoraggiante.

Fu mentre osservava interessata una lattina di trippa e fagioli che si rese conto che a ben pensarci, anche se quel supermercato le piaceva e il reparto sottaceti regalava soddisfazioni, non sapeva in quale supermercato si trovasse nè dove avesse abbandonato la macchina.

Ci sono momenti in cui diventa necessario per la propria sopravvivenza non prendersi troppo sul serio, e lei negli ultimi mesi era diventata ormai maestra in quest’arte. Pensò che la sua condizione, se per qualche motivo qualcuno dall’esterno avesse potuto indovinarla, sarebbe risultata piuttosto comica. Comica come una storia di ordinaria follia, comica come un corsivo diabolico per una tragedia evitabile. Comica di quella comicità amara che sa sempre strappare un sorriso ai volutamente disillusi.

Certo, la gente che passava, indaffarata a seguire un preciso elenco della spesa incastrando quel rituale moderno in una vita produttiva e quadrata, tra un lavoro ed una famiglia, non poteva certo immaginarsi che quella ragazza che vagava con sguardo assente tra una scatoletta e uno yogurt si trovasse in un supermercato a caso senza avere memoria precisa di esserci andata, con il nemmeno tanto nascosto scopo di far quadrare dei rigidi calcoli di calorie, sigarette, ore di sonno e minimo sindacale di accettabilità sociale che imponeva di non potersi sempre accollare a qualche anima pia passate le 18.30 di ogni giorno.

Come in trance, si rese conto di colpo che non ne poteva più di analizzare lattine di tonno e di fagioli cannellini, pornografica sostituzione di un pasto che desiderava e al tempo stesso rifuggiva. Ora sentiva l’esigenza di una boccata d’aria, meglio ancora se per una fortunata ragione fosse stata profumata di fiori…quei bei fiori rosa che nei giardini in questo periodo dell’anno si stagliano contro il cielo azzurro e fanno sembrare che la realtà sia davvero come una foto ben riuscita in cui una mano capace, con l’aiuto di un obbiettivo professionale e di un buon programma di editing fotografico, cattura un attimo che, sfiorando la realtà per un istante emergendo dal suo mondo di sogno, sembra ammiccare direttamente a quello che gli occhi vorrebbero vedere per appagare un desiderio estetico del momento.

Fuori dal supermercato però non c’erano fiori rosa, e nemmeno il vento tiepido in cui Sasha aveva sperato. C’erano invece nuvole scure che coprivano il cielo, foriere di un temporale primaverile come solo Aprile sa portare. L’aria era più fredda di quando era entrata ed era greve di umidità. L’odore di umidità quel giorno non le dispiaceva. A volte, il temporale imminente non le dava fastidio, e quello era uno di quei giorni.

Sasha pensò che forse avrebbe potuto aspettare la pioggia per non piangere da sola. Di colpo, le persone che vedeva passare le facevano paura. Le facevano paura e la facevano arrabbiare. Guardava con sdegno le signore con le scarpe basse, schifata dalla lentezza e dalla debolezza con cui si muovevano. Avrebbe voluto avvicinarle e urlare loro nelle orecchie di muovere quegli orrendi culi molli che si ritrovavano. Osservava un capanello di ragazzini e ragazzine che ridacchiando uscivano dal supermercato con le braccia cariche di patatine fritte e si aprivano in un tripudio di schizzi una bottiglia di coca cola. Anche loro avrebbe voluto prenderli a sberle, perché le loro risate sguaiate e la loro ingiustificata volgarità la infastidivano.

Avrebbe voluto andare da qualche parte e urlare fino a non avere più fiato in corpo, sfogando quella rabbia ingiustificata che le puzzava tanto di una specie di xenofobia atipica, dove ogni persona che, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, si trovasse ad essere diversa da lei e a non condividere, per sua grande fortuna, quelle anche lei riconosceva essere tare mentali, la irritava.

Le girava leggermente la testa, come sempre quando permetteva alla sua accusa e alla sua difesa interiore di iniziare una querelle.

Una bolla di sapone. Si sentiva una bolla di sapone. Fragile e non compresa. Ingiustamente accusata e giudicata, ma fondamentalmente effimera e non giustificata nelle sue sensazioni e nei suoi desideri.

Una bolla di sapone che, sapendo che il suo destino è quello di scoppiare, è combattuta tra il desiderio di farlo il prima possibile e la rabbia per essere stata condannata senza un peccato originale da espiare ad un’esistenza di sfumature di colori irreali, perché tutti sanno che in realtà le bolle di sapone sono perfettamente trasparenti, e devono il loro bell’aspetto alla rifrazione della luce.

Ode al Mare

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Ho sempre avuto un debole per il mare.

Non sono nata sulla costa, ma probabilmente ho ereditato da mia madre, genovese, il cromosoma marino.

Non è semplice descrivere cosa del mare mi piaccia, perché  gli aspetti singoli non bastano a descrivere il tutto.

Mi piace fare il bagno, ma se l’acqua e torbida non ci rimango volentieri in infusione. Se è troppo fredda, io che metto la felpa anche d’estate devo nuotare avanti e indietro mille volte per evitare l’assideramento. Il sale negli occhi e sulle labbra brucia, e sui miei capelli mossi gli effetti della salsedine sono prevedibili e non eccezionali. Nuoto, ma per il mare aperto nutro un ambivalente sentimento di attrazione e inquietudine. Ho l’impressione che si tratti di un mondo alieno, specialmente quando il fondale è roccioso e abitato da alghe e pesci. Spesso vado alla boa, da sola, ma per qualche irrazionale motivo sono tesa e guardinga, come se stessi invadendo un santuario marziano.

Amo follemente la sabbia, quella chiara e farinosa, ma quando comincio a trovarmi ovunque fini granelli del delizioso, chiaro e farinoso arenile, proprio quello che piace a me così tanto fino a che se ne sta in riva al mare, questo mio smisurato amore per essi decresce con velocità esponenziale.

Mi piace starmene appollaiata sugli scogli, ma se potessi evitare di trovarmi ogni superficie corporea che è rimasta a contatto con lo scoglio più di un minuto traforata sarebbe anche meglio.

Il sole, meravigliosa divinità foriera di luce che rende l’acqua turchese e viva, scotta in fretta la mia pelle eburnea, costringendomi a rintanarmi in ombre naturali e artificiali come un vampiro troppo mattiniero, o a cospargermi di protezione solare spessa come vernice con cadenza oraria onde evitare ustioni ed eritemi.

Fino a questo punto mi si potrebbe consigliare di andare a fare una bella escursione in montagna insomma.

Eppure, il mare io me lo sento dentro. Ne ho bisogno, non posso farne a meno.

Amo stare ad osservare le onde infrangersi sugli scogli fino a perdere la cognizione del tempo, respirando quell’aria carica di sale che sa di una vita ancestrale e selvaggia. Assistere alla mareggiata, il cielo plumbeo e i contorni dell’orizzonte stranamente nitidi e irreali, colorati come su una tela romantica, con il viso sferzato dal Maestrale e la pelle bagnata dagli schizzi dell’onda che si gonfia è un’esperienza magica. Non mi sono mai sentita così in comunione con il mondo e la Natura come quando mi sono fermata sugli scogli della pineta ad osservare ipnotizzata la tempesta sul mare.

Sincronizzare il proprio cuore ed il proprio respiro sulla ninna nanna cantata dalla risacca è un toccasana per lo spirito, una delle poche cose che veramente mi tranquillizzano al punto da farmi sentire “qui e ora” anziché come sempre è per me, in movimento affannato verso una meta che muta ogni secondo e che ho l’impressione di non dover raggiungere mai.

Il riflesso del sole sull’acqua al tramonto disegna colori che non esistono in altra circostanza, ed è impossibile rendere giustizia allo spettacolo con una fotografia.

Nella calura estiva è meraviglioso l’odore di roccia, sale, pini marittimi e sole che si respira in prossimità della costa, e nel freddo invernale il grigio del cielo che si mescola con il verde petrolio del mare e l’ocra carico della sabbia bagnata ha una sua poeticità estetica.

Se è vero che ogni individuo ha un suo elemento io, da buon Cancro qual sono, trovo il mio nell’acqua degli oceani.

…waiting…

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L’ultimo giorno di scuola.

Potrebbe a buon diritto entrare tra gli Arcani Maggiori dei tarocchi da tanti significati che guadagna agli occhi dello studente liceale.

L’ultimo giorno di scuola non è solo non avere più verifiche e interrogazioni: è il preludio ad un’estate adolescente di divertimenti e ricordi indelebili che rimarranno per sempre nel cuore, è l’incipit di tre mesi e più senza pensieri, nonché il contratto che scioglie lo studente da ogni obbligo e dovere fino a nuovo ordine.

Per me tutto ciò non è mai stato: lo dico più che altro perché ho visto un sacco di film in cui a questo fantomatico “ultimo giorno” vengono date tutte queste valenze quasi mistiche.

Personalmente quando smettevo di andare a scuola cominciavo a dover studiare pianoforte, quindi tutto questo brivido della libertà imminente non l’ho mai provato. Che poi, “cominciavo a dover studiare il pianoforte” non significa che necessariamente ubbidissi a questo imperativo categorico…sono sempre stata una brava allieva, ma non mi sono mai ammazzata di studio con la costanza dei veri studenti diligenti, e a meno di scadenze imminenti ho sempre tentato di tergiversare elegantemente.

Comunque, che mi recludessi o meno per suonare quando potevo smettere di dovermi recludere per studiare, la predisposizione mentale da “devo fare qualcosa che non ho tutta questa voglia di fare, ma come una spada di Damocle pende sul mio capo” c’è sempre stata. In piscina, in vacanza, al parco eccetera ci andavo come tutti, ma con il diffuso senso di colpa di non star studiando.

Ad ogni modo, l’ultimo giorno lo aspettavo con trepidazione anche io: anzi, direi addirittura che aspettavo con trepidazione l’ultima settimana intera, nell’attesa dell’apoteosi data da quell’ultimo trillo di campana che ci avrebbe salutati fino a settembre. Espletato questo rito di uscita gioiosa poi scappavo come una lippa, prima di beccare qualche gavettone vagante tra capo e collo. Non sono mai stata tanto in rapporti con i miei compagni di classe, anzi, diciamo che non sono mai stata in rapporti, né tanto né poco, quindi il rischio di essere proprio io il bersaglio della doccia era minimo, però mi è capitato più di una volta di essere centrata solo perché passavo tra il lanciatore scelto e la sua vittima.

Una volta, mi sembra che fosse al termine della terza media, il gavettone che mi ha lavata era ricolmo di coca cola. Io ero andata dal parrucchiere il giorno prima, quando ancora tentavo di farmi stirare i capelli e lottavo perché durassero lisci il più a lungo possibile, e indossavo una canottiera beige di mia mamma, la quale me l’aveva ceduta solo dopo ripetute raccomandazioni di non rovinargliela né sporcargliela né altro.

Tra la messa in piega irrimediabilmente rovinata e la maglietta in prognosi riservata, mi ricordo di aver fatto fatica a contrastare l’istinto omicida nei confronti di quel simpaticone che mi aveva lavata, anche perché all’epoca è verosimile che il gavettone zuccheroso e marroncino fosse proprio indirizzato a me: se al liceo i “non-troppo-simpatici” vengono dignitosamente ignorati alle medie sono oggetto di ogni genere di scherzo e fastidiamento.

Comunque, è bello aspettare con ansia qualcosa di bello, pieni di aspettative e speranze. Si tratti della mattina di Natale, del proprio compleanno, della partenza per il mare, del giorno in cui si rivedrà qualcuno che ci è mancato tanto o dell’ultimo giorno di scuola. E’ una sensazione che, se uno fa l’errore di razionalizzare, è fondamentalmente insensata: contare i secondi non farà passare prima il tempo che ci separa dal momento magico, e caricare un istante di tutta questa aspettativa alza immensamente il rischio di scottante delusione. Eppure, contemporaneamente, il momento più bello è proprio l’attesa, come ne “Il sabato del villaggio”…l’aspettare, magicamente, può rendere per un attimo probabili, se non addirittura vere, le nostre più strambe e inconfessate speranze. Nella quiete del nostro contare i secondi possiamo goderci quello che vorremmo un po’ come se fosse accaduto, la realtà dei fatti ancora nascosta da un velo offuscato che non ce ne fa distinguere i contorni.

E’ questa una sensazione che mi manca molto. Ho smesso di aspettare, non tanto perché abbia smesso di avere cose belle da attendere, quanto perché giorno dopo giorno ho perso questa condizione privilegiata di audace irrazionalità fanciullesca che porta a sognare ignorando il rischio di vedere il proprio sogno infranto. Stando dall’altra parte della barricata, posso dire che non sono così sicura che ripararsi un pochino da una piccola percentuale delle delusioni che il destino ci offre per sua natura valga lo scambio. Per rimanere su Leopardi, stessa opera:                                               “Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave. “

#2

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Correva il Settembre del 2009 o del 2008. Penso fosse il 2009 perché era l’anno in cui è poi mancata mia nonna.

Ad ogni modo, era Settembre, e io ero nel mio periodo magico in cui ad ogni uscita corrispondeva qualcosa da dimenticare.

Erano i primi tempi che stavo con Tommaso, ma già era evidente che lui non aveva nessun desiderio di sbattersi fino a Milano per un concerto degli Haggard.

Io invece ci volevo andare, e con sforzo enorme ero riuscita a convincere lui a venire e i miei a lasciarmi andare.

Convincere mamma e papà è sempre stato un lavoraccio per tutto, ma per i concerti in particolar modo.

Mio padre è rimasto agli anni ’70, e immagina ancora il pogo selvaggio degli Slayer nel quale la sua esile figlioletta potrebbe finire ammazzata. Io nel pogo selvaggio in effetti mi ci lancerei anche, solo che i gruppi che mi piacciono raramente fanno pogo. Ovviamente questo a lui non lo potevo dire, e anche se glielo avessi detto non ci avrebbe creduto. Inoltre, va considerato che lui è un tipo estremamente salutista, e per uno così legato all’idea del corpo come tempio deve essere veramente una faccenda beduina avere a che fare con me, specie se sono sua figlia.

Ad ogni modo, avevo convinto tutti: mamma, che era già partita ansieggiata all’idea dalla settimana prima, papà, che aveva accettato con disapprovazione pesante e sbattuta sul mio muso ad ogni piè sospinto, e fidanzato, che minacciava da settimane di essere intrattabile se anche la minima cosa fosse andata storta.

Ma io al concerto ci volevo andare, avevo in mente che chissà che figata atomica sarebbe stata. Non ero mai andata a nessun concerto metal (nè rock, nè pop: il massimo erano state le musiche irlandesi nel parcheggio della Micarella l’estate precedente, con mamma e nonna al seguito, e non mi sento di dire che tanto potesse contare come soddisfacente), ed erano giorni per non dire settimane che aspettavo il gran giorno.

Siamo partiti in quattro: io, Tommaso, Elisa e Sara. Là, all’allora esistente Rolling Stones di Milano, avremmo incontrato Alessandro e Nicolò, il ragazzo di Sara di quel tempo, e probabilmente un amico loro, tal Truffo, il cui vero nome non sapevo allora e continuo a non sapere ora.

Guidava Sara, perché Tommaso all’epoca aveva una paura bestiale della macchina e noi altre due non avevamo ancora la patente.

Siamo arrivati in loco alle 18 e qualcosa, parcheggiando miracolosamente praticamente davanti al locale, e abbiamo subito trovato i ragazzi.

Mi sono cambiata in macchina, agghindandomi da brava piccola metallara: avevo una minuscola gonna di quel tessuto lucido tipo uniforme star treckiana, un top cortissimo e gli immancabili anfibi punk da 1.7 kg l’uno (davvero: un giorno li ho pesati e quello è il peso. Pazzesco).

Prima del concerto ci siamo fermati in un locale lì accanto, aveva un nome tipo “Inferno”, “Divina Commedia”, o comunque qualcosa di dantesco. Gli altri hanno mangiato. Io ovviamente no, però mi sono scolata una birra rossa. Non ne faccio un vanto: è un semplice dato di fatto che mi sembrasse estremamente figo essere quella trasgressiva della compagnia.

Fatto sta che quando siamo entrati al Rolling Stones già non ero del tutto sobria, anzi, ero piuttosto stonata.

Del concerto non ho molti ricordi, solo flash confusi.

Ricordo di essermi fatta offrire un buon numero di cose da bere da sconosciuti al bancone (perché Tommaso, mica scemo, si rifiutava di pagarmene, e io i soldi naturalmente li avevo dati a lui non avendo un posto in cui tenerli.), ricordo di essere stata presa in braccio da qualcuno durante “Awaking the Centuries”, di essermi girata verso di lui e di avergli chiesto un po’ stupita chi fosse. Si trattava in effetti di niente popò di meno che Truffo, che io ovviamente non avevo più riconosciuto. Ricordo di aver urlato alla cantante, tal Suzanne, che me la sarei portata a letto ben volentieri. Ricordo di avere abbracciato e sbaciucchiato Elisa per il gaudio e ludibrio generale, e ricordo di essere andata col sedere per terra qualche volta.

Poi credo di ricordare qualcuno che mi portava in giro quasi di peso dicendomi di contare, o almeno di parlare, e ricordo me che tentavo di dire che non mi sentivo molto bene.

Ricordo gente che mi guardava e mi toccava, ma io non riuscivo più nemmeno a dire “bah”, perché mi sentivo proprio male. Avrei voluto svenire, e in effetti probabilmente è quello che ho fatto, perché nella time line ho un bel buco di un’ora.

Poi ricordo, e questo lo ricordo proprio bene, un’ambulanza che è arrivata e mi ha caricata, e io di colpo ho recuperato una lucidità perfetta.

Il pensiero, uno sopra tutti, che mi ha trapassato il cranio urlando a squarciagola: MAMMA.

Ovviamente, Tommaso aveva chiamato a casa mia dicendo che mi stavano portando al Policlinico perché stavo male. Aveva avuto la creanza di non dire che ero ubriaca come una merda, ma che ero un po’ svestita, e quindi probabilmente avevo avuto una congestione.

Mi ricordo bene che dall’alto della mia lucidità ho messaggiato con mia madre per tutto il tragitto verso l’ospedale, tentando di convincerla che, appunto, ero perfettamente lucida.

Poi, ovviamente, siccome in effetti non ero così lucida, mi sono addormentata.

Al risveglio mi sono trovata su una barella, con una fisiologica nel braccio, nel corridoio del Pronto Soccorso del Policlinico, con addosso dei vestiti non miei (e tutt’ora non so cosa sia stato dei vestiti che avevo addosso prima) e mamma e papà seduti in attesa a non più di tre metri.

Non è descrivibile il colpo che mi è venuto. Comunque, dall’alto della mia presunta lucidità ricordo di aver rassicurato mia madre circa la mia condizione: “Non sono nè ubriaca né fatta: ho solo bevuto una coca cola ghiacciata!”.

Solo che anziché questo pare io abbia detto “Ho messo addosso una coca cola azzurra e ho preso freddo”. Risultato: mi hanno fatto il tossicologico, aspettandosi di trovarmi chissà cosa in circolo. E invece no, perfettamente negativo, ad di là delle più rosee speranze.

Sulla mia cartella clinica è ancora scritto “Congestione”, e per quel che ne so, anche se con qualche ragionevole dubbio mamma potrebbe anche averci creduto. Papà forse no, perché per portarmi a casa ha dovuto portarmi in braccio fino alla macchina (essendo le mie scarpe smarrite insieme al resto dei vestiti), e non può non aver sentito quanto dovevo puzzare di alcool. Sta di fatto che nessuno mi ha mai detto più nulla di questa faccenda.

Che poi, se ho dei genitori iper apprensivi e il mio moroso non voleva mai andare a fare niente, forse tra tutti avevano capito giusto.

Ora, a distanza di sei anni, la racconto e rido, ma per anni ha tormentato le mie notti sotto forma di incubo.

Chi dice, con fine ed elegante eufemismo, che sono “un po’ scemina” non ha proprio tutti i torti.

#1

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Pioviggina. E’ una serata di novembre inoltrato, o forse è già Dicembre o Gennaio, non ricordo.

Ho teatro alle nove, ma non voglio tornare a casa a cena, un po’ perché non ho voglia di fare un viaggio di mezz’ora tra andare e tornare per un totale di un’ora e qualcosa da passare, un po’ perché non voglio mangiare, e l’unico modo per non mangiare è non tornare a casa.

Ho speso circa 40 minuti snobbando il mio ragazzo in camera sua dedicando le mie energie alla ricerca di qualcuno con cui passare quell’ora e mezza. So ben io chi avrei voluto, ma in mancanza della prima scelta diventava quasi un obbligo morale per me trovare qualcun altro, per potermi illudere che uno valesse l’altro.

Fatto sta che all’alba delle otto la situazione è rimasta stagnante: nessuno che abbia risposto ai miei messaggi.

E quindi la decisione è obbligata: birra solitaria.

Cammino verso l’Irish Pub in centro, cappuccio della felpa alzato, iPod nelle orecchie.

Mi sento un personaggio delle mie storie underground.

Mani affondate nelle tasche della tuta, sguardo cupo di chi si sente solo come un cane, già mi vedo stravaccata contro alla parete di legno del pub con la mia grassa mezza pinta di rossa davanti, sola, depressa, ma determinata a non elemosinare più la compagnia di nessuno, con un allure bohemienne che manco Boudeleire nei suoi momenti migliori.

Con Bruce Springsteen che canta “Thunder road” in sottofondo, e ricordi di un’amicizia che è bruciata come una stella cadente mi avvio verso la mia birra.

Una macchina frena di colpo per non centrarmi, dato che ho attraversato senza guardare. Un po’ il rumore dell’inchiodata, un po’ lo spostamento d’aria mi fanno perdere l’equilibrio.

Rischio di cadere, barcollo. Il conducente mette fuori la testa dal finestrino e mi dice qualcosa che io non capisco, non avendo fatto nemmeno la grazia di levare le cuffie dalle orecchie. Supponendo che mi abbia chiesto se è tutto ok gli faccio un cenno e, leggermente imbarazzata dalla performance, continuo il mio cammino senza girarmi.

Camminando fantastico: cosa sarebbe successo se il tizio non avesse frenato in tempo? Chi si sarebbe preoccupato per me? A qualcuno sarebbe dispiaciuto? Soprattutto, sarebbe dispiaciuto alle persone giuste? Chissà mia mamma e mio papà come ci sarebbero rimasti male. Tutto sommato, è andata bene così. Preferisco che il tizio abbia frenato in tempo.

Nel frattempo arrivo davanti al pub che, mannaggia a lui, è chiuso.

Inverto la rotta, sentendomi ancora più underground. La pioggia si intensifica leggermente, naturalmente quando mi trovo nel punto più lontano dal posto dove facciamo teatro, figurarsi.

Cambio colonna sonora: non ricordo esattamente chi ho ascoltato, ma penso fossero i Gothminister.

Penso che ora dovrei essere veramente di cattivo umore: non solo chi volevo non si è degnato di accompagnarmi, non solo nessun altro si è degnato di accompagnarmi, ma ho pure trovato chiuso il locale dove avevo deciso di andare a fare la depressa bohemienne.

Invece, assurdamente, l’idea di essere in questo momento simile ai miei personaggi mi piace, e non sono affatto di cattivo umore.

Meravigliose assurdità di della psiche umana.