La marmellata non è così male. Seriamente, io ero scettica fino a poco tempo fa ( tranne che per la marmellata di marroni vanigliata: per quella il mio voto è sempre stato indiscutibilmente e totalmente positivo), ma in montagna mi sono dovuta ricredere. Sarà che alle 6 di mattina qualunque cosa che mi fosse capitata a tiro sarebbe stata meccanicamente ingurgitata con l’unico fine di non collassare prima di arrivare alla prima tappa dell’escursione giornaliera, ma devo ammettere che la triade fetta biscottata integrale, burro, marmellata di pesca è parecchio gradevole.
C’è però una cosa che di detto alimento non posso assolutamente tollerare: la consistenza viscosa e appicicaticcia. Già non mi piace dover fare delle mirabili evoluzioni con il cucchiaino per spalmarla sulla fetta imburrata senza fare un’ecatombe di schizzi arancioni sul tavolo e addosso a me, figurarsi sguazzarci dentro.
Sì, perchè se il gentile lettore si aspettava un posto gastronomico, povero illuso, dovrà venire a patti con la realtà: la marmellata è solo un deterrente per parlare della mia triste condizione. E sono sarcastica, mi sto prendendo in giro da sola: beato e benedetto da noi tutti colui che inventerà una app che trasmetta oltre al font e al colore l’intonazione della parola. Non vocalemte, si intende: per tanto così potrei tenere un comizio in piazza. Dovrebbe essere più che altro una consapevolezza cybernetica che viaggia codificata in 0 e 1, in modo che quando si legge si sappia perfettamente che “toh!, quella era una battuta!”, anzichè, “‘mazza, che paroloni per nulla, questa sa nulla dei problemi veri e si lamenta un sacco!”, oppure, “ma…cosa diamine intendeva qui?”.
Sarebbe forte. Potrei scrivere un programma che lo fa e diventare ricca. La mia vita sarebbe tutta in discesa poi!
Ah già. Io non so programmare, come ho fatto a non ricordarmene?
Sarà che è così tanto che non ci provo nemmeno che la mia mente sta infine riuscendo a preservarmi dalla atroce consapevolezza facendomi dimenticare? C’è chi è bravo a rimuovere eventi traumatici dalla prapria testa, fino a dimenticarli completamente e seppellirli nel proprio inconscio sotto strati e strati di inespugnabili difese neuronali (ho sempre trovato affascinante la psiche umana sotto questo aspetto), io faccio in modo di non accorgermi nemmeno che ci sarebbe qualcosa da rimuovere…Ragazzi, come sono avanti: questo è almeno il livello 2.0!! Potrei mettere su un buisness…già mi vedo i cartelloni:
“Da 4 anni a questa parte vi offriamo, a meno di brevi intervalli misteriosi e comunque non invalidanti per l’attività, il nostro meglio in fatto di galleggiamento vitale, in omaggio un frappè di paturnie e giustificazioni conseguenti!”
Come omaggio potrei distribuire, tanto per rendere più i vogliante il tutto, gadget a tema: gusci noce da sbatacchiare a destra e sinistra per simulare il disagio interiore ma attenzione, solo dopo averli immersi nella cera bollente e averla fatta rapprendere, ed ecco la metafora perfetta dell’immobilità, e al contempo, dell’illusione che invece sia tutto ok: i gusci, senzienti, ptoranno decidere di immaginare di essere in un letto comodo e calduccio e si fotta tutto il resto.
Non so cosa potrei vendere, ma con un messaggio promozionale così forse potrei buttarmi nell’alimentare, e vendere davvero marmellata, di noci magari…

In fondo non è questo il punto? Non basta fare finta che le cose non esistano per non soffrirne?
Basta rimuovere meccanicamente e con precisione matematica ogni rimando a ciò che non si vuole vedere et voilà!, il gioco è fatto!
Però è follia…è follia perchè il benessere che ne deriva sul breve termine è illusorio, e sul lungo termine non porterà di certo a nulla di buono.
Per non parlare del fatto che quotidianamente qualcosa non vada: è una sensazione, la percezione della coscienza che, per quanto messa a dormire, dà segni d’esistenza, in guizzi di disapprovazione.
L’ignoranza è un bene, non accorgersi di nulla e sbattersene completamente sarebbe una benedizione (e conosco molto che, fortunelli, ce la fanno), ma di sicuro sarebbe un’idiozia. La benedizione vera sarebbe, in un impeto di ricordo di ciò che fino a qualche anno fa sono stata, e non so nemmeno perché ora non lo sono più, tirarsi fuori da questa melassa schifosa. E tutte le lamentele sono vane, insensate, perché l’unica colpevole sono io, non il sistema, non il destino baro e coglione (lui sì, un pochino sì…), non mamma, papà, Tommaso, i professori, il Conservatorio, il ragazzo dell’università…l’ingrediente segreto sono io, e più ci penso ( e ci penso molto poco a dir la verità, fine ultimo l’autopreservarsi, che novità. Segue che per produrre un ragionamento compiuto ci vadano giorni se non addirittura settimane) più mi rendo conto che l’ingrediente segreto di questa pozione demoniaca sono solo io. Togliere quello equivarrà a sistemare le cose.

E intanto ho scritto un post anzichè la tesi.