Archive for June, 2013


Sangue, Amore e Retorica! In scena stasera, dopo poco più di tre mesi di propedeutica teatrale e preparazione spettacolo.
Sono alcuni giorni che facciamo le prove in teatro: un teatro piccolissimo, con il palco in discesa, un retro quinte quasi inesistente da tanto che è piccolo…un teatro nel quale è rimasta quell’atmosfera casalinga, complice a cui mi ero affezionata durante le prove in sede.
In una delle prime lezioni, durante la prima parte di “riscaldamento teatrale”, è stato detto che in quella sala non bisogna avere paura, è un luogo sicuro e protetto in cui ci si può sentire liberi di fare tutto quello che si vuole, lasciarsi andare completamente, fare cose che nel “mondo là fuori” non sarebbero nemmeno lontanamente ammissibili, ci si può sentire chi e cosa si desidera…le regole sono pochissime: crederci fermamente, e non danneggiare nè sè stessi nè altri nè l’arredamento (a meno che non faccia parte della consegna, e mi dicono che sia già capitato…)
Non cosa banale per un persona cervellotica come me, che giudica sè stessa ad ogni piè sospinto, che si incastra da sola nelle proprie elucubrazioni, che non è mai soddisfatta, che ha i complessi di persecuzione e non sa rapportarsi con chi non si comporta nell’unico modo con cui riesce a sgelarsi…
Eppure, sto imparando. Ci sono voluti mesi, e l’opera non è ancora compiuta, ma sto imparando davvero, a crederci, a sospendere il giudizio, a divertirmi senza sentirmi imbarazzata e imbarazzante.
Per me sta diventando una necessità il momento delle prove, della lezione, della scena. E farlo su un palco ha il suo maledetto appeal.
Dicevo, lo spettacolo conclusivo del corso andrà in scena stasera, dopo 3 mesi o poco più di prove e lezioni. Un corso al quale mai più avrei pensato di essere presa, che mi ha incasinato la tabella oraria della settimana, che mi sta causando un’astinenza da danza che la metà basterebbe…un corso che ora che giunge al termine non so come farò senza, e tanti saluti alla grammatica.
Però sono esaltatissima all’idea di farlo, finalmente, questo spettacolo. Il palco, ripeto, è molto attraente, e io sono sempre stata eccezionalmente sensibile alle sue lusinghe.
Non è l’idea di un po’ di occhi a guardarmi però…quello, sempre che ci sia, viene molto dopo.
E’ l’ambiente e quello che comporta…come direbbe la nostra maestra di questi mesi, “é l’energia” del luogo. Io non saprei nemmeno come definirlo, però, per me, animo esaltevole e con netta tendenza al partire per la tangente, c’é davvero un qualcosa di magico là sopra.
Mi ricordo le emozioni dei saggi di danza. Il giorno delle filate, 8 ore di prova e nessuna pietà, pranzo leggero e senza nemmeno togliersi il costume di scena, male ai piedi ben prima del momento dello spettacolo, meglio non bere per non dover fare tappa al bagno, è sempre stato il migliore. Sarà l’odore delle luci sul linoleum, sarà l’elettricità nell’aria, un misto di agitazione ed eccitazione nella speranza di fare tutto bene, sempre accompagnata dal terrore di volare giù dal palco a metà variazione o sbagliare posizione, dimenticare un pezzo di coreografia/battuta o semplicemente non comunicare assolutamente nulla, i “merda” prima urlati in camerino, tra una forcina che, maledetta lei, non tiene, e una scarpa dispersa, sussurrati poi dietro la quinta, appena prima di entrare. Non lo so, è tutto questo e molto più…
Per il teatro, per me le cose un po’ si sovrappongono, ricordo come mi sentivo, e riconosco quelle sensazioni: spero di non dimenticarmi le battute, temo di “non esserci” come gergo attoriale vuole per dire che nel proprio personaggio non ci si sta credendo…temo che il vestito nella scena di Macbeth, troppo lungo e provato ieri per la prima volta mi dia dei problemi, mi chiedo se i miei compagni di scena mi aiuteranno, quelli che hanno più esperienza di me, mettendoci del loro senza fare gli splendidi ai quali non importa nulla di niente, spero di ricordarmi io per prima tutti i movimenti corali, spero che vada tutto liscio e che la cosa venga bene, senza intoppi.
Penso che stasera, prima di entrare in scena, avrò ben più paura di quanta ne ho quando mi spetta un’ora di concerto, con solo me stessa sul palco. L’idea di sbagliare e mandare a farsi friggere il lavoro di altri mi terrorizza, letteralmente. Eppure, al contempo, non vedo l’ora, e ritrovo quella sensazione che mi ha accompagnata per anni e anni della mia vita, e di cui, mi rendo conto ora, non ho mai imparato a fare a meno, e spero di non essere mai obbliagata ad imparare.
Quindi, delle mille confuse parole che ancora potrei scrivere sull’argomento, ne dico due: grazie infinitamente grazie a chi mi ha permesso tutto questo, e tanta merda alla compagnia di Sangue, Amore e Retorica!

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Psicologia da bar

Buffo come spesso nel momento in cui si accetta che le cose non funzionino, queste ricomincino a funzionare, o comunque sembrino almeno momentaneamente meno bloccate di prima.
La verità è che, pur rimanendo dell’idea che pensare e porsi domande anche scomode sia una delle cose più giuste e belle che una persona possa fare, ammazzarsi di seghe mentali non è bohemienne, è solo paralizzante e dannoso.
Credo che le cose in realtà non siano tanto complicate, non ci siano tutte ste difficoltà nello stare al mondo: siamo noi stessi che ce le creiamo, e nemmeno ci rendiamo conto che i veri autori del processo bloccante siamo proprio noi.
L’autoerotismo mentale poi finisce per alimentarsi da sè, godere di vita propria e allocare forzatamente a sè stesso buona parte delle risorse mentali ed emotive della persona che anche se ha dato il primo calcio alla palla, ora non è più in grado di condurre il gioco. A meno di non fare qualcosa che a paranoia in atto è terrificantemente difficile: non pretendere di negare nè di affermare, ma limitarsi ad accettare quello che è stato il sassolino che ha formato l’intera frana.
Solo allora il problema si ridimensiona a quello che realmente è, tornando ad un piano sul quale la persona è in grado di fare qualcosa, sia pure limitarsi a scontrarcisi tutti i giorni mandando la faccenda intera a stendere.
Psicologia da bar, ovvio. Però a me sta capitando (almeno lo spero) qualcosa del genere, e posso dire che quando qualcuno si prese la briga di dirmi che nel momento in cui si accetta qualcosa quel qualcosa smette di essere una bestia mitologica, un guerriero inesistente da “Deserto dei Tartari”, e il problema si risolve o quasi magicamente da sè e senza abnormi sforzi teoretici, io non ci ho creduto: ho preso la frase come, appunto, psicologia semplicistica atta a darsi un tono. E invece no, mi sto ricredendo.
Penso anche, però, che il passaggio non possa essere deciso razionalmente: c’è un momento in cui capita e basta, e può essere dopo un giorno come dopo un anno…nulla può essere fatto per anticiparlo o forzarlo. Però, e io stessa fino a pochi giorni fa non ci credevo, questo momento esiste. Il che, se non altro, è leggermente incoraggiante, per quelle persone che proprio non possono fare a meno di ammazzarsi di cogitazioni involute che compensano la scarsa concretezza con l’altissimo colpo emotivo che portano.

Empatia portami via

Pensavo l’altro giorno a una cosa di cui spesso sono stata accusata, cosa di cui spesso io stessa mi sono dichiarata colpevole. “Empatia zero!- mi dicono- Delle persone che non siano a te non te ne frega nulla, vero?”
Spesso io per prima mi sono domandata come mai la mia reazione di fronte alle emozioni degli altri sia più che di condivisione quella di un non meglio identificato e piuttosto inspiegabile fastidio. E’ una cosa che non si accorda molto con quella che a rigor di logica dovrebbe essere la mia natura, quel modo di essere che mostravo da bambina, con il carattere ancora non formato, certo, ma il seme di quello che sarei diventata e forse ancora devo diventare. Tuttora mi spavento con i film horror e piango con più o meno tutti i generi di storia tragica o anche così felice da essere commovente. Non so perché piango, e la maggior parte delle volte riesco a trattenermi, ma lo sento quel pizzicore in fondo alla gola e dietro agli occhi che ho imparato a conoscere come pericolosa avvisaglia di lacrime. Ma se la mia emotività è tale da legare a doppia mandata occhi e sentimento, e di sentimenti ne provo un’infinità, e nemmeno di ridotta intensità, perché di fronte a persone vere divento un freddo involucro di ghiaccio?
Ieri ho avuto quella che mi sembra una risposta plausibile: il fatto è che delle persone non mi importa troppo poco ma troppo, al contrario.
Vedere qualcuno che rappresenta qualcosa per me, a cui sono legata per questo o quel motivo, che per qualche ragione soffre, o semplicemente è deluso, ci rimane male per qualcosa mi provoca una bordata di emozioni negative a cui io reagisco con quel fastidio incomprensibile. Fastidio che è causato non dal mio menefreghismo ma dal mio rimanere scossa dalla sofferenza o dalla delusione altrui. E’ una sorta di autodifesa, tutta rigorosamente a livello inconscio. Dovrò pur compare anche io, no? Dover star male quotidianamente per qualcosa che magari nemmeno mi riguarda, magari continuando a elucubrarci sopra e amplificandola, non è salubre per nessuno, men che meno per me che mi sconvolgo con un nonnulla.
Le bestie ferite ringhiano, come saggezza popolare vuole, e io ringhio nel momento in cui qualcosa mi ferisce, anche se non dovrebbe affatto ferirmi, limite mio. Non è una difesa del mio comportamento: questo è un limite mio davvero, limitante se non invalidante.
Imparare a sbattermente un po’ aiuterebbe veramente, anche a non dare l’impressione di sbattermene davvero…
La conferma pochi minuti fa: tizio che per me è poco più che nessuno mi insulta (senza andare al turpiloquio, chiaramente, ma con lingua acuminata come uno spillo) in maniera quasi gratuita, o, volendomi assumere tuttissime le mie responsabilità, se non altro poco giustificata. Il mio primo pensiero è quello di mandarlo a stendere, ma la motivazione per cui lo manderei a stendere non è quella immaginabile. A me dispiace aver ferito/deluso/offeso qualcuno. Davvero. Ma davvero che più di così non si può.
Mi rendo conto che il mio modo di reagire non è adatto, è sbagliato e pure un po’ indisponente, ma non mi sono nemmeno chiare le meccaniche con cui la cosa accade e di conseguenza non saprei come fare per non comportarmi così.
Non so nemmeno perché scrivo queste cose: forse voglio che qualcuno le legga…non so per quale ragione, ma quando scopro qualcosa, sia anche personalissima, sono presa dal tremendo desiderio di rendere il fatto noto a chiunque abbia voglia di sentirmi parlare. Lato del mio carattere, l’ennesimo, che non mi piace per niente, ma che non posso nemmeno fare finta che non esista.

Da questo amaro calice

C’è un momento nel quale le persone secondo me perdono il loro diritto all’autoconservazione.
Un momento nel quale non ha più senso cercare di scappare, di non soffrire, non provare un dolore che ci fa paura.
C’è un momento in cui non ha più senso evitare l’inevitabile, non ci si riesce nemmeno tentandoci, e sarebbe comunque sbagliato non accettare di star male.
Fa parte della vita. La vita va avanti, è vero. Però, dall’amaro calice bisogna bere, non si può voltargli le spalle e basta. Non ha senso fare finta di niente, distrarsi, fingere che sia tutto ok. Negare qualcosa che fa male non lo cancella. Alcune cose non possono essere cancellate nemmeno volendo, e anche se fosse possibile eliminarle prima che possano nuocere, non sarebe giusto farlo.
Il dolore, di qualunque natura, ci fa paura, ed è legittimo. Quello che non è legittimo però è pretendere di negarne l’esistenza. Che ognuno rivendichi il suo sacrosanto diritto a soffrire, che ognuno abbia il coraggio del suo dolore. Non ha senso dire che va tutto bene se tutto bene non va. Perché salvare le apparenze, fingere qualcosa che non è? E’ quasi un’affronto nei confronti della realtà.
E’ giusto, terapeutico, accogliere la propria sofferenza, tenersela dentro fino a che non si addolcisce. Sarebbe un insulto non farlo. Ma per farlo bisogna andare contro alla naturale tendenza a preservarsi. Non è facile, per niente, ma credo che sia l’unica cosa sensata da farsi.

Il tempo ha la fastidiosa abitudine di andare sempre e solo avanti. E’ la sua caratteristica principale, nonchè quella che lo rende degno di giacere sempre sull’asse delle ascisse nelle rappresentazioni cartesiane in fisica. Gli esseri umani in genere sono abituati a questa cosa: non ci pensano nemmeno più, limitandosi a prenderla come un dato di fatto. Che, in effetti, è un modo piuttosto sensato di vivere questa faccenda: siccome il fatto che la vita scorra in una sola direzione (e cioè avanti!) è forse una delle poche certezze che si possono avere, non c’è motivo di pensarci e strapensarci, no?
Però, io, che come dico spesso sono piuttosto sprovvista di quel senso di quieta accettazione che mi renderebbe probabilmente una persona migliore e più felice, in questo particolare periodo di vita non riesco assolutamente a darmi pace su quest’argomento. Il che, a voler essere autocritici, è un tantino stupido. Non posso accettare di non poter aggiustare i rotti che ho fatto. E non è questione di non sapersi assumere le proprie resposabilità: non credo sia corretto muovermi un’accusa di questo genere. Quando faccio una scemenza, e la faccio per mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, me ne dispiaccio, certo, ma mai e poi mai mi lamenterò delle conseguenze. A meno che non siano più o meno oggettivamente eccessive. Tutt’al più, mi piango un po’ addosso per non essere stata più furba per tempo, per non essermi goduta quello che avevo o potevo avere prima di perderlo…cose così, come è perfettamente nella norma fare.
Il problema attuale però è un tantino più spinoso: supponiamo che io abbia reiteratamente, per squilibri miei emotivo/mentali (per i quali non si può dare la colpa a me, e il Codice Penale italiano mi leggittima in questa mia affermazione….) inanellato una serie di scelte sbagliate. Serie di scelte poi relative sempre al medesimo ambito, anzi, al mix dei due ambiti che al momento concorrono per mandarmi ai matti definitivamente: scelta una facoltà universitaria che soddisfava le mie seghe mentali ma non era indicata a me (primo errore) e mantenutala anche quando l’errore è diventato a me evidente per non dare preoccupazioni a mamma e papà, e anche per non dover ammettere un fallimento del genere. In analisi l’università e il rapporto con i miei, passando per il mio rapporto con me stessa (persino nel farmi le paranoie un po’ egocentrica riesco ad esserlo…farebbe quasi ridere se non fosse vero.). Un disastro praticamente.
All’epoca della rivelazione primigenia, correva la metà del secondo anno, e mai più pensavo che la cosa sarebbe diventata così grave. Ora sono in un limbo dal quale non riesco a uscire…e dire che per uscirne dovrei solo prendere una risoluzione e mantenerla, dovrei solo recuperare un po’ di volontà e abbatere questo muro di sabbie mobili al quale temo ormai anche solo di avvicinarmi. Ma, per qualche ragione, che deve essere tutta psicologica, anche se non riesco a trovarne il bandolo, al di là delle più ovvie conclusioni che anche un caprone senza studi di psicologia alle spalle quale sono io potrebbe trarre, non ci riesco. Non so cosa mi blocchi, ma non ci riesco. E questa immobilità mi sta uccidendo. Mi guardo allo specchio e sono nauseata, vorrei strapparmi via la pelle da addosso. Come può questa situazione portarmi così vicina al crollo ma non darmi la spinta necessaria per uscirne? Io non lo so, ma non so più che pesci pigliare. La cosa mi destabilizza al punto da raccontare cose così personali a chiunque mi capiti a tiro, riempiendo le orecchie di poveri innocenti con le mie sventure, cosa che probabilmente fregherà ad una ristrettissima cerchia di persone, come è normale che sia, e che io stessa, se fossi in me, non mi sognerei mai di raccontare a chicchessia. Perso ogni amor proprio, o almeno buona parte di quello che ho avuto in dotazione alla nascita, al momento cerco continui sfoghi e appigli, nonchè, se fosse possibile, il provvidenziale “consiglio giusto”, quello che non vedevo l’ora di sentirmi dare, perché è in fondo quello che voglio io stessa, anche se per il momento non lo so. Che schifo.
Prima di perdere il filo del discorso e lanciarmi in questo panegirico, stavo parlando di tempo e di unicità della sua direzione nonchè di mia mancata capacità di accettare questo fatto. La correlazione tra il panegirico precedente e questi semplici fatti sono piuttosto evidenti: io non riesco ad accettare di essermi condannata in questo modo. Non posso tornare indietro di 4 anni e scegliere meglio la facoltà, non posso nemmeno tornare a due anni fa e cambiare quando aveva un senso che lo facessi…diamine, ora mancano due esami, ma se io non ce la faccio nemmeno a portare il culo in università cosa posso pare? Come posso smuovermi da questo blocco se non ho idea di come farlo? E intanto il tempo passa. Sto perdendo un sacco di tempo. Quest’anno ho perso davvero tanto tempo. Mi sento già un po’ troppo vecchia per i miei gusti. Non ho nemmeno 23 anni, e cascasse il mondo non li dichiarerò fino al 12 luglio ma mi sento già sul viale del tramonto.
Ora, forse un’ingannevole ombra di una soluzione la intravedo, ma avrò il coraggio di fare qualcosa di totalmente assurdo per smuovermi da una situazione altrettanto assurda, alla quale la soluzione sensata ci sarebbe se non fosse che non riesco a percorrerla? Perché, ripeto, sono assolutamente dell’idea che la cosa più logica da fare sarebbe stringere i denti per questi due esami, finire e basta…ma se non ci riesco, in quelche modo dovrò cavarne le gambe…meglio una mossa pazzesca che un’immobilità distruttiva…sì o no?
Se ora credessi fermamente in qualcosa di più spirituale del fatto che stasera mi farò una birra chiederei al mio Dio (o al facente funzione) un segno. E’ un casino non avere fede in questi casi, perché non mi fido nemmeno dei arocchi, dei ching, della lettura della mano e dulcis in fundo, di me stessa e delle persone.