Archive for November, 2014


Money, money, money…must be funny…

C’è un locale dove vado abitualmente che ha dato come nome ad ogni piatto una frase fatta.

E’ discretamente comico ordinare un “Non c’è più rispetto per i vecchi” (dicasi toast classicissimo) o, meglio ancora un “Se non la dai non vai da nessuna parte” (panino con dentro non so più cosa)…per i più estrosi, possibilmente di sesso femminile, c’è anche il “Sean Connery è più bello ora che da giovane”.

Ora, a parte l’indignazione per aver ordinato un “Non c’è più rispetto per i vecchi” avendo letto negli ingredienti cotto e fontina e averci trovato dentro del banalissimo scadente formaggio Edamer da risparmio, il che mi porterebbe a suggerire la modifica del nome del panino in “Non c’è più rispetto per i clienti”, quello che intendo fare è aggiungere a questa nutrito elenco di frasi un mio apporto. Strano ma vero, il panino “Al giorno d’oggi si deve pagare per qualunque cosa” non c’è, ed è una mancanza gravissima, perché è proprio una bella frase fatta da pensionato in coppola in tweed, ed è malauguratamente scandalosamente vera.

Forse mi sto “pensionatizzando” in largo anticipo (sarà per consolarmi del fatto che presumibilmente la mia generazione ed io in particolare, visto che non lavoro e a breve non lavorerò, andrà quasi prima nella tomba che in pensione?) ma ci pensavo con ribollimento proprio ieri.

Dopo la bellezza di 10 mesi ho deciso che era tempo di ritirare la mia inutile (e chi lo sa, in fondo…forse, se continuo su questa strada rischierò di doverla usare) laurea in Informatica.

Giunta in università, spavalda mi presento in segreteria richiedendo il bel papiro, e mi sento rispondere che senza marca da bollo da euro sedici non mi possono consegnare proprio niente.

Ora, facciamo due conti….quattro anni di università a retta piena (a onor del vero, potevo non andare fuori corso, togliamo un anno, quindi tre anni di università) perché per avere delle riduzioni bisogna praticamente vivere sotto ad un ponte, più varie penali per ritardi nei pagamenti, a volte mea maxima culpa, certo, ma a volte riuscita insidia burocratica per non far sapere agli studenti entro quanto devono pagare, libri di testo, non obbligatori, ma senza i quali gli esami non si passano, la benzina per arrivare in loco tutti i giorni da fuori città (abito poco fuori città, ma il servizio corriera è talmente scadente da non essere nemmeno considerato), i pranzi fuori…

“L’istruzione superiore è un lusso!”. Va bene. “Se non hai soldi da spendere non vai a fare l’università ma vai a lavorare!” Va bene. Vero. Ammettiamo che fino a qui sia tutto normale. Arriviamo ora al momento, anelato, in cui si va a discutere le tesi. Primo: stampare le copie per la commissione a spese proprie, non certo in copertina normale, nossignore, ma in copertina idonea decisa dall’ateneo. Venticinque euro a copertina, più la stampa in pagina lucida e a colori. Tesi da settanta e spingi pagine, e viene già una discreta cifretta.

Poi, varie marche da bollo per la domanda di laurea.

Eventuale, da me non pagata, marca da bollo da sedici euro per riavere il libretto universitario a cose concluse. Riavere. Follia pura. Pagare sedici euro per riavere il mio cazzo di libretto. Se lo sono tenuti, non so se lo abbiano dato alle fiamme o incorniciato, anche se la cosa più probabile è che sia finito in qualche scatolone a marcire con i mille altri libretti di gente che si è rifiutata di pagare per portarselo a casa.

Abiti per la discussione, perché presentarsi in jeans e camicia non è idoneo (per i professori che formano la commissione, a parte pochi, invece sì, è più che idoneo). Eliminiamo questa voce dalla nota spese per la sottoscritta che, facendo abitualmente concerti, era già dotata di abiti eleganti.

E ora, alla fine di tutto, sedici euro per ritirare la mia pergamena.

Ripeto, forse mi sto pensionatizzando in largo anticipo, ma mi sembra, non bastassero tutte le cose prima della laurea, ma per lo meno quest’ultima, un discreto atto di cagare fuori dal vaso, mi si perdoni il francesismo.

Capisco che per avere/fare cose sia necessario pagare; non so molto di politica ed economia, ma quel poco che so basta ad informarmi del fatto che non ci si può aspettare che lo Stato, nonostante le ragguardevoli tasse, ci fornisca tutto quanto vogliamo e facciamo. Però diamine, dover proprio tirare fuori dei soldi per ogni dannata cosa, comprese quelle che sono già state ampiamente pagate nel momento dell’azione, mi sconforta notevolmente.

Sconforto di principio acuito dal concreto fatto che, per citare una frase che scrisse una volta un mio amico e che mi piacque molto “Ho l’animo del poeta…e il conto in banca abbinato.”

Ai magnifici qualcosa.

Le persone che si sentono superiori al resto del mondo grazie alla carica che rivestono, il mestiere che fanno e la vita che hanno vissuto meriterebbero, a mio modesto parere, di essere abbandonate sanguinanti per strada a morire perché i passanti, pur vedendole, temono di avvicinare quello che si è sempre proposto come Dio in terra. O anche perché alle persone che passano e vanno a farsi le loro misere e banali vite non potrebbe importarne di meno di una divinità morente. Sono millenni che il mondo gira così: prima di ascendere al rango di “Dio” bisogna morire, quindi che problema c’è, fa parte dei giochi dell’ordine divino.

Ma, per me che non sono credente e quindi non penso che sarà l’epoca nella quale vivo a vedere assurgere ai cieli qualche nuova potenza cosmica, costoro sono solo dei cialtroni arroganti che con la loro presenza ammorbano il mondo e ci rendono tutti persone peggiori. Anche quelli che sarebbero gentili, disponibili ed educati dopo un po’ si stufano di prenderla ripetutamente in quel posto e attuano strategie di autoconservazione che scadono nella vendetta. Solo che, errore imperdonabile, a beneficiare di tali strategie non sono generalmente coloro i quali hanno causato l’ira funesta del povero ex-passivo. Nossignore, costoro di norma hanno anche il coltello dalla parte del manico, quindi si ha tutto da perdere a fare lo sgambetto a loro: chi ci va di mezzo sono quei poveretti che stanno addirittura sotto l’ex passivo, che ora diventa uno stronzo attivo, i quali, porelli, non c’entrano assolutamente nulla. E il circolo vizioso procede fino ad arrivare ad un vero passivo il quale, o grazie allo yoga che pratica assiduamente, o perché ha il nerbo di un nasello, lascia stare, la prende nel culo e poi ringrazia anche. Oppure, caso raro, qualche eroe metropolitano estrae una carriolata di attributi, rischia lo stipendio e tutto quanto, e legge la vita allo stronzo primigenio guadagnando il plauso di tutti i passivi della zona, e pagando con dignità le conseguenze della lamentela potenzialmente per tutti.

Ecco, io odio quelli che pensano di potermi pestare perché per qualche caso fortuito, o anche per meriti personali, sono in una posizione privilegiata. E odio anche non poterci fare niente, ma tant’è.

Tutto il pippone al momento viene dal fatto che, per la quarta volta, io mi sia trovata a scrivere eleganti mail  a giornali vari chiedendo un consiglio giornalistico (specifico, perché se avessi chiesto al “Corriere della Sera” come farmi le unghie, o ad “Amadues” se quest’anno va di moda il rosa con il verde piuttosto del viola con l’arancio sarei io la povera pirla e tutto il discorso non avrebbe senso), e a non ricevere risposta.

Ora, domandare è lecito, rispondere è cortesia e non obbligo. Ma, porco di un cane, anche se questi bei redattori critici dotti e sapienti non hanno alcun interesse per la mia persona (e perché mai dovrebbero, cielo, non mi conoscono nemmeno!) non vedo per quale dannato motivo non debbano nemmeno prendersi la briga di scrivere una merdosa risposta ad una persona che chiede un consiglio. Euro spesi zero, tempo impiegato cinque minuti forse. E’ ovvio che non mi debbano nulla, ma se io che sono come loro un essere umano con una vita che scorre indipendentemente dalle necessità altrui risponderei, non vedo perché loro non lo debbano fare, anche se loro sono grandi redattori etcetcetc e io no.

Un’amore così grande….

Ho una composizione d’arte moderna di cerotti colorati che parte dal piede e va fino al ginocchio. Cerotti che per l’esattezza sono verdi rosa e tinta carne. Perché ci sarebbero stati anche tutti color carne, ma evidentemente c’è un momento in cui si passa dalla funzione medica a quella del complemento di moda.

Se penso alle mie amiche e ai miei amici ballerini mi viene un po’ da ridere. Tra tutti siamo da rottamare.

All’inizio dell’anno accademico ho messo una foto su facebook:

                                           e niente, mi fa ridere che ora, dopo 3 mesi nemmeno potremmo quasi rifarla noi.

All’appello mi pare manchino tre caviglie, tre ginocchia, un muscolo adduttore e non so cos’altro.

L’inizio della lezione è un tripudio di scrocchi, specialmente nella sbarra anziani, i quali naturalmente fanno gli indifferenti perché non sia mai che non si mimetizzino con le giovinette.

Però, sarò scema io, ha un che di appagante avere male (non troppo da non riuscire più a muoversi ovviamente) per il “super-lavoro”: significa che ci si sta mettendo impegno, che non ci si è fermati alla prima avvisaglia di fatica… mi piace pensare che quando dico che ci metterei veramente tutta me stessa nella danza non sia una frase vuota. Se ne avessi la possibilità darei davvero la mia sanità fisica e mentale. E ne varrebbe la pena, fino all’ultima fibra muscolare, tendine, legamento, brandello di autostima e di tranquillità emotiva. Ne varrebbe la pena e sarebbe bello: non chiederei di meglio che essere vessata da prove ad orari improponibili, continue correzioni e mille ore di lezioni a settimana. Vorrebbe dire che lo sto facendo davvero.

Io, che mi sono sempre scocciata quando mi chiedevano una briciolina più del monte ore previsto, che sono sempre stata abituata ad essere brava senza sforzo e passare davanti agli altri che magari non tardavano nella consegna del piano di studi e controllavano regolarmente la bacheca senza lasciarsi scappare un concerto; io, che quando mi sento riprendere perché non ho studiato abbastanza il pezzo o non ho di nuovo letto l’offerta formativa mi offendo, ci rimango male, e poi per un po’ di tempo non ne voglio più sapere della cosa che mi ha causato la sgridata…non è più valido niente ora. Vorrei tutto questo, fortemente. Solo che lo vorrei nella danza anziché in Conservatorio.

Ora capisco cosa davvero mi manca nelle altre cose: è questa la spinta che permette di fare tutto senza stufarsi nel frattempo e impegnandosi come si deve.

Probabilmente è questo che i miei compagni “giusti” provavano per il Conservatorio, perché non è sbagliato quello che questo chiede, non c’è da sbuffare per le ore di lezione. E’ il prezzo da pagare per fare il musicista, e se non lo si vuole pagare ci si deve fare un esame di coscienza, non lamentarsi dell’istituzione.

Solo che, semplicemente, non si può pagare con buona predisposizione d’animo un prezzo del genere quando le ore della giornata sono limitate e si desidererebbe ardentemente pagare la stessa somma per qualcos’altro. Come capiterebbe con un assegno reale, se lo si usa per l’acquisto a non lo si può usare per l’acquisto b. Oltretutto il tempo non si può guadagnare di nuovo a differenza dei soldi.

Sarebbe bello se a dire questo fosse una giovane futura etoile che ha ancora davanti tutto il tempo necessario per ricevere l’impostazione al momento giusto e tentare la carriera al momento giusto. Magari anche un po’ di talento, non guasta mai. Detto da me ho paura che risulti più che altro patetico, parola che odio particolarmente…eppure, sarebbe ancora più patetico vergognarsene e non tentare l’impossibile…l’impossibile per il quale, come dice uno dei miei aforismi, ho sempre avuto un debole.

E poi, come dice un detto di saggezza popolare tramandato di nonna in nipote da millenni (lo so, parlo per luoghi comuni, ma se sono diventati tali ci sarà anche un motivo!) “Chi non risica non rosica.”

E anche “Suae quisque fortunae faber est.” che non è un detto popolare ma viene tramandato da millenni lo stesso sulle copertine delle agende stilose.

Il mio mantra quotidiano di automotivazione per “Il grande salto” sta guadagnando taglie….

Aforismi, riflessioni e acciacchi

“If something burns your soul with purpose and desire it’s your moral duty to be reduced in ashes by it. Any other form of existence will be just another dull book in the library of life.”

“Ogni volta che decidi perdi qualcosa. La questione è sempre decidere cos’è che non sei disposto a perdere.”

“Ho sempre avuto un debole per le cose impossibili”

Sono aforismi, citazioni fatte a memoria di autori che non ricordo. E sono il mio mantra quotidiano. Pur trattandosi di fatto di frasi fatte nelle quali si può leggere una cosa e il suo esatto opposto, non riesco a non pensare che sia in qualche modo un segno che il cosmo mi vuole dare facendomele leggere per caso nella sterminata rete. Di tutte le citazioni che potevo trovare per caso, trovare proprio queste deve voler dire qualcosa.

Devo fare il salto allora? E’ una bella scogliera alta quella da cui mi sto affacciando tremebonda…tremebonda ma, come diceva quel grande di Jack Sparrow nell’ultimo Pirati dei Caraibi “Hai presente quella vocina che mentre guardi giù da un posto alto ti consiglia di saltare? “…lui la vocina non la sentiva, io invece sì. Più che una vocina, direi che si tratta di uno strepito insistente e lamentevole. Vocina o non vocina, resta il fatto che non so come sia il fondale,  e, mannagia a lui, c’è una buona probabilità che non sia accogliente, o per lo meno che ci sia un bel medusone pronto ad urticarmi…

Ne avrei proprio bisogno di scegliere, per la prima volta della mia vita, quello che desidero, solo ed unicamente per me stessa, e chi se ne frega di tutto il resto. Non è un caso che io proprio ora mi trovi di nuovo in questa situazione. Se io fossi le Parche mi sputerei in faccia se di nuovo faccio la scelta pavida….

Immagino che la settimana che segue mi sarà chiarificatrice…ho un concerto il 21, e una tendinite alla caviglia. Ciò significa, pianoforte sì, danza….con giudizio, insomma. Ma il fastidio che mi dà sentire male ad ogni passo, sapendo che se fossi furba me ne starei a casa e possibilmente non sforzerei nemmeno per andare fino al frigorifero, mentre invece andrò a fare stretching in palestra lo stesso…vorrà dire qualcosa anche questo…no? Oltre al fatto che come è ormai risaputo sono grulla e tendente al masochismo, naturalmente.

Aiuto.