Archive for October, 2016


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Avevo tempo fa scritto una pagina di diario sul mio difficile rapporto con il cibo. Nel tempo intercorso la vicenda non è migliorata. E nemmeno peggiorata.

Rimango schiava della mia piccola ossessione, piccola perché non trascende livelli umanamente accettabili portandomi  a ridurmi ad uno scheletrino che cammina, e ossessione perché dal mio pasto e dal mio ottemperare o meno ai dictat dietetici autoimposti dipende il mio umore della giornata e buona parte delle mie energie mentali sono allocate a rimuginare su cosa mangiare, come, quando, perché, perché no, calorie, volume, gusto, macronutrienti, tempo necessario a terminare il pasto, gente che mi vede e gente che non mi vede.

Mi masturbo le sinapsi leggendo miliardi di ricette, provando quel dolce dolore che è il desiderio verso qualcosa di così proibito e inavvicinabile che nemmeno rischia di tentarmi da tanto che è fuori dalla mia portata.

Se di fronte a una piccola ciotola di arachidi posso avere seri cedimenti, che per una che sarà mai- penso con pia illusione- e poi me le mangio tutte,( perché ragazzi, breve storia triste, ho una fame d’accidente, se non sempre quasi sempre) con un danno calorico peggiore che se mi fossi mangiata una bistecca e dei sensi di colpa che levati, di fronte ad una fetta gigantesca di saint honore non c’è storia, è decisamente troppo per un crollo di volontà, semplicemente non prendo nemmeno in considerazione l’idea di mangiarla, nemmeno se ne assaggio una cucchiata, gesto che di solito è un rischio gigantesco.

Girovago in rete leggendo articoli su articoli su diete varie e me la rido tragicomicamente: dimagrire mangiando….e giù un elenco di pasti a base di verdurine scondite che grazie tanto, così lo sapevo anche da sola; dimagrire accelerando il metabolismo, e via la frasona che vince tutto: bisogna mangiare non meno calorie del prooprio metabolismo basale, altrimenti si sputtana tutto e dopo un po’ ti ritrovi con le funzioni vitali di un bradipo ( meglio, di un organismo costretto a vivere con 800 kcal quando va di lusso, di cui circa 200 di birretta sociale); dimagrire camminando, e vado a comprare un contapassi elettronico, tanto per avere un’ossessione in più, che ora se non mi sparo anche 25000 passi al giorno non son contenta; dimagrire con la palestra, etc etc etc

Non so nemmeno io perché leggo pagine su pagine di diete e trucchetti dimagranti…forse per soddisfare la mia metafisica brama di magrezza, forse perché sotto sotto spero nella rivelazione provvidenziale che mi suggerirà uno stile alimentare che si confaccia ai miei desideri  nel calderone primordiale di idee, banalità e assurdità che vengono proposte coe soluzioni definitive contro l’incalzante pinguetudine.

Unico comune denominatore: per dimagrire così, e per così intendo dalla dieta del finocchio scondito a quella della passeggiata postprandiana, bisognerebbe essere in sovrappeso, o perlomeno tendenti ad esserlo:  io ho un indice di massa corporea  di nemmeno 17, e a questo punto il metabolismo basale di una sardina sotto sale…nemmeno la più intelligente dieta da giornale potrà mai dare risultati su di me.

Madre e amici che additandomi sussurrano: è evidente che la bestia nera, l’anoressia, mi tende la mano ammiccante. Sono preoccupante. Torno a casa nel week end e la prima cosa che mi viene chiesta è quanto peso, e se quei jeans sono sempre stati così larghi sul culo che non ho.

Fossi dimagrita veramente tutte le volte che mi è stata mossa l’accusa, ora trasparente lo sarei veramente.

E poi, ovviamente, leggo pagine su pagine sui disturbi alimentari (rimando chi legge ad un blog che mi piace particolarmente: eccolo) un po’ perché alla fin fine il dubbio viene, un po’ perché se io stessa parlo di ossessione un motivo ci sarà, e di fatto le cose he riguardano l’alimentazione sono uno dei miei argomenti preferiti…e un po’, ahimè,  ho l’inconscio desiderio di fare la finta anoressica meglio di così, scongiurando definitivamente il rischio di ingrassare. Cazzata, lo so. Ma nell’inconscio mio medesimo non so metter mano.

Sta di fatto, che girovagando nel blog di cui dicevo, ho trovato un articolo su un gruppo di ragazze (e penso anche ragazzi, ma non ne ho ancora individuati) che chiamano sè stesse #edwarriors e pubblicano sostanzialmente foto su foto di cibi carini e corpi un po’ meno scheletrici giorno dopo giorno, incoraggiandosi l’un l’altra nel loro percorso di #recovery.

Sono andata su instagram e ho cercato l’hashtag. Mi sono masturbata con foto di torte, insalate, pollo in crosta e pastasciutte. Ho visto un sacco di coppie di foto di leiprima e leidopo.  Ossa che di martedì in martedì vengono riassorbite dalla carne e jeans che vengono riempiti mano a mano un po’ di più. E ho avuto una rivelazione.

Una di queste #edwarrior ha pubblicato una foto di lei prima e lei dopo….ora, diciamo che lei non è una di quelle magreimpressionantiassurde e non lo era nemmeno al momento della foto prima e cui mi riferisco…confermiamo il fatto che oltre un certo limite il troppo magro non piace nemmeno a me, e generalmente le foto da anoressia sono eramente impressionanti anche per me. Ora, io vedendo quella foto, quella del prima, ho pensato “Che carina”. Ho pensato che stava bene anche così, e che non trovo sembrasse particolarmente malata.

Sono indegna nel dire questo, mi sembra anche di mancare di rispetto alla fanciulla in questione dicendolo, eppure non saprei che altro dire. Ho visto una foto di una che pubblica detta foto per dire “ora mi sto riprendendo!” e della foto del prima penso che sia carina. Mi rendo conto di ripetermi, ma sono rimasta basita io stessa.  Alla luce di ciò si spiegano molte cose.

Io non sono anoressica, e nemmeno a rischio: ho solo dei gusti estetici di merda secondo i più, e malauguratamente ben poco salubri anche secondo me (che ammetto che non avere il ciclo da secoli non sia proprio il massimo).

Come sono ora mi piace. Non mi vedo grassa. solo che non voglio nemmeno per sbaglio ingrassare, ragion per cui se mi scappa di perdere ancora un kg o due non mi lamento, trattandosi di una sorta di assicurazione sulla vita…

Poi, lungi da me sostenere che ciò sia esattamente normale…però, se non altro, rende l’analisi della cosa un tantino più lineare.

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Errata Corrige (?)

C’era un tal Manzoni che, non certo senza una non così trascurabile dose di compiacimento, si rivolgeva ai suoi “venticinque lettori” sapendo che in realtà il numero sarebbe stato di gran lunga più significativo.

Contrariamente a detto personaggio, io mi rivolgo a ragion veduta ai miei nove lettori, come le stat mi confermano.

A loro ci tengo a dire, deliberatamente giustificandomi, che gli errori di battitura del post precedente, ahimè copiosi, come uno dei nove lettori mi ha fatto notare, non sono dovuti ad una mia repentina dimenticanza della lingua italiana quanto ad un concorso di colpa: da parte mia ammetto di non aver riletto e nemmeno riguardato quanto scritto, cosa che, se avessi fatto, mi avrebbe evitato la miserabile figura che non facendolo ho invece fatto, da parte del computer dal quale scrivo  c’è invece stata una non trascurabile colpa identificabile nell’avere la tastiera meno amichevole della storia dei tempi, essa avendo la sconveniente abitudine di non percepire necessariamente tutte le lettere battute e di percepirne, a mo’ di compensazione, alcune doppie o triple. Si tratta di un dato che i colleghi che dispongono come me di questo odioso macchinario potrebbero confermare senza batter ciglio, tengo a precisarlo.

Ora, essendomi stata fatta una correzione piuttosto puntuale dell’ortografia del post, avrei potuto fare finta di niente e andare a correggere ove necessario, ma questo non avrebbe certo giustificato le mie colpe a coloro che avendo già letto la prima stesura non rileggeranno certo la bozza corretta.

Concludo dicendo che per un attimo ho pensato per lo meno di andare a contare il numero di strafalcioni scritti: fosse emerso che di errori casuali ce ne sono 42 avrei potuto supporre che fosse u1c4f5ca8-02b5-11e5-8720-20cf300687d7_347_233n segno del cosmo che comunica con me tramite mezzi tecnologici poco funzionanti e che desidera dirmi che attraverso i non pochi errori dei quali mi sto macchiando sto avvicinandomi ad avere la risposta universale…una sorta di “Per Aspera ad Astra” per autostoppisti galattici  insomma, un incoraggiamento comico e astrale.

Piacendomi molto l’idea, ho deciso di confermare l’ipotesi senza conferme empiriche.

Don’t panic. I have a towel.

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E’ uno di quei locali in cui si arriva un po’ per caso e un po’ per destino.
Sembra quasi che il bistrot stesso sottoponga i suoi avventori ad una sorta di prova d’ingresso, come nelle più gettonate università.
Non è uno di quei posti in cui si arriva per sentito dire, e nemmeno uno di quelli dove si entra perché l’insegna o il dehor ha catturato l’attenzione.
Più che altro ci si ritrova dentro senza nemmeno essersene del tutto accorti e allora, solo allora, ci si guarda in giro e ci si rende conto di essere in effetti entrati in un microcosmo colorato di velluti rosso bruciato e legno color senape, vinili neri un po’ scoloriti e porte verdi dalle maniglie a pomolo dorate.
Non c’è tanta luce, ma le lanterne disseminate qua e là valgono a dare a tutto una sfumatura così adorabilmente fumosa da far pensare che i pochi e offuscati punti d’illuminazione siano stati disposti ad arte come i riflettori verrebbero posizionati su un set fotografico.
Ad ogni modo, si debba all’arte o al caso la disposizione strategica di tavoli e sedie, ora nascosti ora centrali, delle luci e dell’arredamento, la clientela stessa diventa, forse grazie alla selezione in entrata, parte integrante del piccolo affresco che il baretto offre.

La coppia a centro sala

Lui avrà superato i quarantacinque da non troppo, ma il tempo è forse stato un po’ troppo impietoso. Indossa una giacca da lavoro e un cardigan blu, in tinta con il pantalone semi elegante e un po’ meno in tinta con le stringate di pelle lucida. Quelle scarpe danno l’impressione di essere scomodissime, triste contrappasso per un personaggio che forse a causa di impegni di lavoro non fa più di cento metri al giorno.
Ha degli occhiali rettangolari dalla montatura sottile sul naso, obbiettivo di messa a fuoco necessaria ai suoi occhi verdiun po’ appannati per dare nitidezza a formule che spieghino il funzionamento del mondo.
E’ uno scienziato, un ingegnere meccanico. Passa la giornata a cercare inutilmente di spiegare a un branco di clienti che conoscono solo l’utile monetario che no, anche se loro vogliono un’asse di rototraslazione che si occupi anche dell’aggiornamento dati non si può fare. Certo, ha capito che risparmierebbero ben tre preziosi minuti e che il tempo è denaro ma no, se gli assi di rototraslazione non hanno ancora imparato a farti pure il caffè lui non può farci nulla. Sorride, si ripete come un mantra che il cliente ha sempre ragione e che tutto sommato la busta paga a fine mese lui l’ha bisogno, non foss’altro per potersi concedere una cena fuori con la sua bella senza doversi fare i conti in tasca durante la scelta del vino, ma certe volte non può fare a meno di pensare che nel suo immaginario di bambino il Deus Ex Machina che le machinae le assembla con competenza e arguzia non ha di questi problemi, problemi a cui troppo spesso si riduce la sua intera giornata.
La guarda, la sua bella, e pensa che per poterla coccolare un po’ ogni tanto alla fin fine vale la pena di star dietro alle folli richieste di uomini d’affari che non hanno mai calcolato un integrale in tutta la loro vita anche se pretendono di insegnargli il suo mestiere.

Lei è bionda, biondissima. I suoi capelli color platino incorniciano un viso ovale piuttosto paffuto scendendo quasi fino alle spalle leggermente scalati, lisci come la seta. Sono capelli sottili, che ad un osservatore poco attento potrebbero sembrare sporchi. In realtà, non più tardi di tre ore prima li ha lavati e acconciati, cercando il ogni modo di gonfiarli, evitando quell’odioso effetto scopino che di certo non sfina i suo volto, ma non c’è verso. In trent’anni forse dovrebbe essersene fatta una ragione, ma ancora oggi, tre giorni dopo i suo trentunesimo compleanno combatte strenuamente una battaglia senza via d’uscita.
Il colore invece le piace. Dall’adolescenza in poi si sente chiedere regolarmente quale nuance di tinta chiede al parrucchiere, e ogni volta non può fare a meno di nascondere una punta di compiacimento nel rispondere sinceramente che non chiede alcuna nuance: sonno naturali.
Le piacciono i vestiti ricercati e le scarpe col tacco, anche se non ne avrebbe bisogno essendo già alta.
Quella sera ha delle calze coprenti marroni ricamate con un vestito in maglina che segue i contorni del suo corpo formoso, indossa un giubbotto di pelle troppo pesante per stare al chiuso e troppo leggero per stare all’aperto, ma quel verde smeraldo è proprio bello, e sta divinamente che la sua tavolozza nordica.
Lo guarda, il suo professore. Non è mai stata sua allieva, perché l’anno in cui lui ha perso la cattedra di meccanica lei cominciava la prima, però sa che per dieci anni ha insegnato nella suola dove ha frequentato i primi due anni. Quando si sono conosciuti, ad una molto poetica cassa di un molto poetico supermercato, lei lo ha riconosciuto, ma lui forse ancora adesso non associa al suo viso quello di quella ragazzetta cicciotta che in prima liceo gli è andata addosso sulle scale facendogli cadere tutti i libri.

Hanno ordinato una pasta al pesce con un calice di vino rosso. Abbinata ardita e non classica, certo, ma quello è il vino che è stato loro consigliato dalla ragazza he ha preso l’ordine e loro non si sono sentiti di contestare.
Lei sa che quando vanno a cena fuori lui insiste per pagare… avrebbe avuto qualche remora ad ordinare il piatto più costoso dell’intero menù in altre circostanze, ma sa che a lui piace vedere che lei ordina cose sfiziose senza farsi problemi. E dire che quella sera avrebbe voluto solo un’insalatina scondita: la tensione dei bottoni dei suoi jeans dell’autunno passato la sta avvisando che sarebbe i caso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Lui la osserva, un po’ di sottecchi, mentre finge di leggere per la ventesima volta un menù che ormai ha quasi imparato a memoria. E’ proprio bella, con il suo rossetto bordeaux messo ad arte, che lui non ha mai capito come riesca a non sbavare nemmeno mangiando. La guarda non si spiega cosa un bella ragazza come lei ci trovi in uno come lui…uno che sulla sedia del bistrot trova che il tavolo sia di una taglia sbagliata e assume una inevitabile posa ingobbita per evitare l’ancor peggiore per performance di sbrodolare il sugo sulla cravatta.
Sono ormai anni che si frequentano, e dopo essersi più volte tormentato con il tarlo del dubbi che lei non provi nulla per lui e si accompagni a lui per chissà quale sbagliatissimo motivo ha deciso di rompere gli indugi e di ammettere con sé stesso di esserne perdutamente innamorato. Ha deciso, in modo così poco scientifico ed empirico, che se è tutto finto non sarà certo lui a cercare la prova della verità, non questa volta.
Arriva il vino, e a stretto giro la portata.
Lui la guarda, le augura il buon appetito e propone un brindisi.
Lei guarda quel gigantesco piatto di linguine ai frutti di mari pronte a depositarsi per anni sui suoi fianchi e annusa il loro profumo invitante, solleva il suo calice e gli sorride.
Non si chiede nemmeno più cosa lui pensi in quegli attimi di silenzio: lo sa anche se nessuno glielo ha mai detto.
Brindano e si accingono a mangiare.
Lui lotta con una vongola verace, vuole aprirla con le posate, ma è evidente che la lotta è impari. Durante la tenzone parte uno schizzo di sugo di pomodoro, galeotto compie una parabola perfetta e si deposita sul polsino della camicia azzurra chiara.
Lei trattiene un risolino: sperabilmente, il professore non si accorgerà di nulla e non si rovinerà la serata.
“Permetti?”
Gli pesca la vongola dal piatto, con abile mossa la apre con un colpo di unghia color melanzana e poi gliela restituisce aperta leccandosi l’indice. Mamma mia che buono quel sugo: forse potrebbe valutare attentamente l’idea di comprare un paio di jeans una taglia più grandi e chiedere al cuoco l’intera teglia da finire.
Lui si riscuote a fatica, infilza la vongola indifesa insieme ad una linguina e non può fare a meno di pensare che se quella è solo una sospensione della realtà regalatagli da qualche dio degli atei…bhe, a caval donato non si guarda in bocca.