Archive for March, 2016


Era una giornata di fine primavera.
O forse era inizio estate.
Magari invece non era nè fine primavera nè inizio estate: quell’anno le condizioni atmosferiche avevano fatto le pazze, ed era difficile capire in che stagione ci si trovasse.
Però il clima era mite e il vento delicato, quindi se non era fine primavera o inizio estate ci somigliava.
Il vento, che accarezzava i profili delle siepi e degli alberi del parco illuminato da un sole tanto soffice quanto presente, avrebbe avuto odore di fiori, se solo ci fossero stati dei fiorni in quella zona.
Invece i fiorni non c’erano, e la brezza doveva accontentarsi di profumare di aria pulita.
Alcuni di quelli che abitavano da quelle parti avrebbero giurato di sentirci odore di mare e di ulivi in quel venticello.
Altri avrebbero potuto scommetersi la pensione che quel retrogusto che lasciava nelle narici fosse dovuto ai pascoli e alle montagne su cui le dita di Zefiro passavano limpide.
Interrogando i bambini, si otteneva generalmente una risposta univoca per genere per quanto differentemente declinata a livello di sfumature: nell’aria c’era odore di torta alle mele e cannela appena sfornata, piuttosto che di zucchero a velo alla fragola di quello che danno alle giostre o di crostata con abbondanti riccioli di panna montata a sovrastarla come graziosi capitelli ionici. I più coraggiosi azzardavano timidamente di aver riconosciuto talvolta il sospetto di una fragranza di croccante e cioccolato, ma non erano così sicuri da affermare definitamente questa loro ipotesi.
Taluni degli abitanti poi affermavano che non ci fosse nessun vento, e che anzi l’aria fosse talmente immota da risultare quasi opprimente. Questi ultimi, nelle rare occasioni in cui si prendevano il fastidio di aprire la bocca, lo facevano evidentemente solo per dar aria ai denti, perché nessuno aveva tempo da perdere dietro al loro così poco stimolante punto di vista.
Sta di fatto che, inizio estate o fine primavera che fosse, il vento profumato passasse con la delicatezza di una farfalla sulle siepi e sugli alberi.
Si sarebbe potuto pensare alle carezze di un amante affettuoso sul viso dell’amata sentendosi sfiorare da quella brezza leggiadra.
Non carezze pregne di presupposti e allusioni, sia chiaro. Piuttosto, avrebbero potuto essere le carezze di una domenica mattina in cucina passata a cucinare plum cake assieme, in un mirabile quattro mani di ricette sbagliate e farina svolazzante.
Il sole poi era indeciso se tramontare anche quel giorno oppure no.
Con i suoi raggi arancio-rosati illuminava il parco, e le ombre si allungavano secondo dopo secondo…però non andava giù quel pomeriggio: si limitava a lambire con quel poco di malizia tutto il mondo, come se sapesse che dalla sua corsa quotidiana dipendeva il naturale svolgersi di ogni cosa, e si divertisse a ricordarlo di tanto in tanto a tutti, attardandosi unicamente perché quel giorno gli andava a genio di far così. Niente di eccessivamente sconvolgente comunque: come si diceva poc’anzi, quell’anno il tempo era stato piuttosto matto, e nessuna si stupiva più per bizzarie innocue come quella.
In quel tramonto di lunghezza indefinita, un bambino camminava lungo il sentiero del parco.
Dico bambino, perché a giudicare dal passo saltellante si sarebbe potuto intuirlo tale, ma era controsole, e non potendolo vedere in faccia mi risulta difficile dargli un’età.
Voi direte, non c’è assolutamente nulla si strano o notevole in un bambino che cammina saltellando in un parco al tramonto di una bella e soleggiata giornata di fine primavera o inizio estate.
In effetti non ci sarebbe stato proprio niente di che, se non fosse stato per la sua ombra che, forse per colpa del sole che rifiutandosi di tramontare era ormai costretto a proiettare i contorni di tutto innaturalmente lunghi e distesi a terra, sembrava coricata, legata ai piedi del proprietario da chissà quali fili invisibili e robustissimi, e completamente contraria a seguirne i movimenti.
Certo, non potendo uscire dalla sua condizione di ombra, ovviamente dipendente in tutto e per tutto dalla figura concreta che la genera, non avrebbe mai potuto permettersi si smettere di emulare i movimenti del suo padrone. Quindi, proprio come avrebbe fatto ogni brava ombra, li seguiva… Ma li seguiva malvolentieri, pigramente come ci si muove al mattino quando la sveglia suona troppo presto, come se mentre il ragazzo saltellava nell’aria tiepida e profumata di pane appena sfornato (perché per lui l’aria profumava di pane appena sformato), lei fosse stata costretta a trascinarsi faticosamente, prostrata su un terreno irregolare e accidentato, ferita dalle asperità del suolo e trattenuta dalla melassa poco ospitale nella quale era invischiata.
L’ombra forse avrebbe voluto fermarsi a riprendere fiato un attimo.
Avrebbe voluto provare a tirarsi in piedi anche lei, e smettere finalmente di essere un’ombra, che, notoriamente, è un lavoraccio, e va a finire che si passa tutta la vita a stare sotto i piedi di qualcuno.
Il bambino però, totalmente ignaro delle fatiche della poveretta, continuava a saltellarsela in giro, come se il mondo circostante non lo riguardasse nemmeno per sbaglio, pago del suo profumo di pane appena sfornato nell’aria e della sua mente libera, riempita solo dai ricordi del gioco del pomeriggio appena trascorso e dell’attesa della sera che sarebbe venuta di lì a poco, sempre che il sole avesse deciso di tramontare definitivamente, prima o poi.
Fu all’ennesima buca, all’ennesimo albero contro cui aveva dovuto sbattere, o forse fu solo perché ad un certo punto si era stufata di fare la brava, che d’un tratto, mentre il bambino, con il naso per aria, osservava incuriosito un palloncino che svolazzava nell’aria sempre più su verso le nuvole, l’ombra distese il suo braccio reso lunghissimo dal tramonto che ormai era durato decisamente troppo, e chiuse le sue dita immateriali attorno alla corda del palloncino che danzando disegnava spirali irregolari nel vento, che evidentemente c’era, checché ne dicessero i cinici.
Non è molto il peso che un palloncino gonfiato con l’elio può sopportare, ma un’ombra è poca roba: se si stacca dal proprietario nemmeno ha un corpo a cui fare capo, e può tranquillamente decollare insieme ad un palloncino rosso che va verso le nuvole cullato da una dolce brezza di inizio estate o fine primavera che sia.
Così, in quel giorno che era difficile definire tanto metereologicamente quando a livello orario, l’ombra del bambino decollò, sperimentando la leggerezza dell’aria dopo anni di vita relegata a terra.
Al bambino, naso rigorosamente verso il cielo come si confà ad un bravo infante, parve di vedere per un attimo qualcosa librarsi in cielo assieme al palloncino rosso.
Poi, mano a mano che questo prendeva quota e si allontanava, i contorni indistinti di quel qualcosa sembravano sciogliersi nel bacio degli ultimi raggi di quel sole bislacco, come una goccia di acquerello in troppa acqua.
Quando, con un ultimo lampo rosato il sole scomparve dietro al profilo della collina, il palloncino non era che un puntino rosso in lontananza, seguito a ruota dal cordino che, come la coda di un animale selvatico e giocoso, si attorcigliava e contorceva nell’aria profumata e tiepida di quella giornata di fine primavera o inizio estate.

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My Third World War

 

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Una ragazza che conosco ( si fa per dire, l’ho incrociata per un anno a danza, e non si può dire di conoscere qualcuno se le modalità di incontro sono state queste) parlando di anoressia definì questa “cosa” come la sua Terza Guerra Mondiale.

Non potrei immaginare una definizione migliore.

Ora, io ho sempre avuto una tendenza a non sviscerare studi e quant’altro fino in fondo, il che faceva andare in bestia mia mamma quando andavo a scuola e più che imparare veramente la lezione ne mettevo a mente quattro capisaldi e poi supercazzolavo, cosa che generalmente funzionava, data la parlantina sciolta e la faccia tosta. Col senno di poi posso dire che aveva assolutamente ragione a dirmi di tutto, perché ora che ho concluso tutti i cicli di studi che potevo affrontare devo ammettere di avere una bella infarinatura generale di nozioni e di non conoscere approfonditamente nessuna materia.

Come negli studi, in tutto ho un “talento provvidenziale” a non andare fino in fondo nelle cose che faccio. Parlo di provvidenziale talento perché è una cosa che di per sé fa schifo, ma se io non fossi fatta così ora sarei in condizioni peggiori.

Sono mesi che i miei amici mi accusano di essere anoressica. I miei genitori non osano dire la parola ma ho il ben fondato sospetto che lo temano, nella migliore delle ipotesi, a meno che non diano già la cosa per scontata.

Se per anoressica intendiamo la classica ragazzina scheletrica che si vede grassa, e salta pasti su pasti andando avanti a 50 calorie al giorno vedendo pesi sempre più leggeri e non fermandosi, no, le accuse non sono fondate.

Le accuse non sono fondate perché, ripeto, io ho un provvidenziale talento nel non andare fino in fondo.

Però, so come ci si sente. Non sono ridotta così male, ma sono ridotta male a sufficienza da capire la definizione “Terza Guerra Mondiale”.

E’ così, anche io mi sento così.

E’ proprio una guerra mondiale, perché ci sono così tante potenze in ballo che non si riesce nemmeno più a capire chi sta con chi, quale sia l’asse RoBerTo e chi siano gli Alleati…che poi magari è capace che ci sia anche qualche stronzo che fa il doppio gioco.

Solo che accade tutto comodamente all’interno della persona stessa, la quale potrebbe anche detonare senza apparenti cause esterne da un momento all’altro.

Ci sono giorni che mi sveglio, mi peso, la prima temuta e attesa pesata del giorno, e vedo che sono qualche etto in meno del giorno prima. Razionalmente ho deciso che meno di tot non devo essere, che essere troppo sottopeso non va bene, che se continuo a perdere peso il ciclo non mi tornerà mai, e il ciclo devo riuscire a farmelo tornare, almeno quello. Razionalmente sono già contenta del risultato. Mi vedo allo specchio e non mi vedo grassa. Mi vedo più o meno come vorrei vedermi. Quindi, razionalmente, non c’è una ragione al mondo per cui io debba voler perdere ulteriormente peso. Eppure, nel momento in cui la bilancia mi dà un risultato inatteso, più basso di quelli precedenti, il nuovo standard da mantenere diventa quello. Se non ci riesco, il peso che prima mi andava bene ora mi suona come un “SONO INGRASSATA”.

Sono ingrassata, e cioè sono un passo più vicina a tornare come ero prima. Prima, quando mi vedevo grassa, pingue e molliccia. Una schifezza insomma. Io, che ho sempre adorato il magro scheletrico, sventuratamente non sono scheletrica di natura. Da bambina ero grassottella. I miei ricordi falsati danno mia madre e mia nonna che mi ingozzano siccome oca da fois gras, in realtà, poracce loro, assecondavano solo la gola di bambina golosa.

Da bambina ero grassotella e questo non passava certo inosservato. Erano prese in giro su prese in giro (perché oltre che grassotella ero anche antipatica, ben inteso.)

C’era una nota showgirl (che non è abbastanza nota perché io mi ricordi il suo nome con sicurezza, ma azzarderei un Anna Maria Barbera) che in un’intervista ha affermato che “Chi è grasso da bambino lo rimane per tutta la vita.”

Ha una ragione fottuta. Non importa quanto pesi poi da adulto, quanto sei magro. Nella tua testa resti sempre il bambino salsicciotto.

A 16 anni ero la bellezza di 53 kg . Da allora ho cominciato la mia dieta. Già a 12 anni mi ero messa a dieta, ma era durata solo un’idilliaca settimana di digiuno perché ero via di casa. Ritornata dai manicaretti di mamma ogni intento di dimagrimento è morto tra le braccia di un mostacciolo al pesto e un pezzo di grana di quello balordo .

Sostanzialmente, io sono a dieta da quando ho 16 anni. Sempre. Ora di anni ne ho 25, ed è la prima volta che riesco ad arrivare dove voglio. Capirete bene che ho a buon diritto paura di perdere il risultato così faticosamente ottenuto.

Contemporaneamente però nemmeno voglio ammazzarmi. Non voglio distruggere del tutto il mio corpo, perché mi serve mi serve per fare cose da persona normale, e deve essere decentemente forte per andare a danza e non fare uno schifo a lezione, altrimenti tanto vale che io abbia incasinato tutta la mia vita per ballare se poi sono così debole da non riuscire a stare in releve. Inoltre, non voglio far spaventare troppo chi mi sta vicino. Non sono particolarmente affezionata a me stessa, ma se volessi uccidermi lo farei in soluzione unica, non a rate etto dopo etto. Se non mi ammazzo in un colpo solo avrò le mie ragioni per non farlo, ma visto che rimango viva nemmeno voglio vivere stando male, quindi la soluzione drastica di 50 calorie al giorno non è percorribile per me, anche se mi assicurerebbe di non ingrassare nemmeno di un grammo.

Mi è stato detto che non mangio per attirare l’attenzione. Cosa di preciso ci sia nel mio inconscio io non lo so: non per niente è inconscio. Essendo io una professionista dell’autoanalisi, per dirla in maniera pomposamente stilosa, quando la definizione corretta sarebbe “gran segaiola mentale”, posso dire che la ricerca di attenzioni è uno dei leit motif della mia esistenza, ma non credo che nello specifico il mio mangiare o non mangiare abbia questo non dichiarato fine. Ce l’avevano i tagli e altre cazzate ben poco dignitose che ho fatto, ma per me il non mangiare rimane una questione estetica.

Una questione estetica che però mi condiziona la vita in una maniera assurda per essere solo questione di aspetto. Ci deve essere dell’altro sotto, perché spero di non essere così demente da vivere così solo per entrare nel 32 di Tally Weijl (e nemmeno di tutti i modelli), ma quell’altro che c’è, sempre che ci sia, è relegato in un punto di me che nemmeno la mia impietosa autoanalisi riesce a stanare.

La mia giornata ruota attorno a cosa mangerò e quando. Io ho un bonus di circa 1200 calorie al giorno, purchè quello che deglutisco non sia troppo grosso a livello volumetrico, perché altrimenti alla pesata successiva il peso cambia io essendo, contrariamente al solito, “a pieno”, e la cosa mi irrita. Posso mangiare a colazione più o meno soddisfacentemente, anche se poi quando mangio più noci del previsto spiluccando mentre aspetto il caffè mi sento in colpa e tutto il piano alimentare giornaliero subisce delle scomode compensazioni, poi a metà mattinata per essere in forze per la lezione, ed è ormai una sorta di rituale questo, a pranzo, sempre e rigorosamente dopo 14.30 sul treno mentre torno, non prima in sala d’attesa, poca roba e possibilmente proteica, di una massa che non superi i 180 g, a merenda prima dell’altra lezione di nuovo cose proteiche che ricarichino i miei poveri muscoli e mi tengano su. A cena non si mangia. Mai. Vietatissimo. Bevo una birra, magari assaggio qualcosa dal piatto di chi è con me, o mangio le patatine che portano assieme alla birra, ma non ordino mai. Se sono costretta a farlo è panico totale. Come è panico totale se per qualche motivo il mio pranzo o la mia colazione sforano le calorie e i grammi previsti.

Non mangio 50 calorie al giorno e non peso 30 kg, ma la mia giornata si organizza attorno a quello che mangerò e quando, conto pure le calorie del caffè per star sicura di non andare fuori dal limite. Se per caso cedo alla tentazione e non riesco a rimediare in giornata con altre privazioni (e non sempre il digiuno redentore è possibile, perché magari devo ancora fare delle lezioni, o esco con qualcuno che si panicherebbe, o semplicemente ho una fame da morire e cedo senza onore all’assaggio di qualcosa che mi viene offerto) mi sento in colpa, e ne va decisamente del mio morale: posso essere completamente sfasata per ore e ore se ho mangiato più del previsto, se poi la cosa è stata dovuta ad un peccato di gola puramente autonomo non ne parliamo, passo addirittura giorni a sentirmi male. Tra l’altro, onde evitare il rischio altissimo di cedere a tentazioni quando basta aprire un’anta e pescare robe dietetiche e gratis, cerco di non sedermi mai a tavola coi miei: è capitato più di una volta che io me ne vada in giro come una gatta randagia solo per non mettere a dura prova la mia volontà, visto che spesso e volentieri in questi frangenti cede. Cede perché di mio, come dicevo, amo mangiare, e oltretutto ho fame. Ho un sacco fame, anche se non la sento. Ho le voglie, come le donne incinte, e si sono messe a piacermi anche cose che non mi sono mai piaciute, tipo la carne rossa o la marmellata. Penso che questo significhi che il mio corpo mi sta inviando un segnale molto chiaro: “Dammi da mangiare”.

E io gliene do: 1200 e qualcosa calorie al giorno, sperando che lui con questo sia d’accordo a non rompersi e mollarmi a piedi da un momento all’altro.

Sono andata da una nutrizionista e le ho espresso le mie necessità concrete omettendo ovviamente le seghe mentali ad esse legate. Lei sostiene che riequilibrando l’alimentazione sia possibile che io viva bene non ingrassando, perché sono parecchio sottopeso, ma la mia costituzione è molto minuta di base (infatti, quando peso come le tabelle mi vorrebbero sono praticamente rotonda). Se mi va bene potrei riuscire anche a farmi tornare il ciclo. Voglio sperare che abbia ragione, e proverò seriamente a seguire il piano nutrizionale che mi a fornito; fino ad ora, che non l’ho proprio seguito alla lettera, ma ho fatto abbastanza quello che diceva, mi sembra di sentirmi meglio.

Se dovessi, come mi era sembrato poco tempo fa, trovarmi davanti alla scelta tra sopravvivere ingrassando o rimanere così e stare male, ma male tanto…ecco, una cosa che sembra una scelta ovvia e banale per me sarebbe una crisi totale.

Ho scritto tutto ciò non perché voglia attenzioni o roba del genere ma per dire a tutti e specialmente a chi mi dice, o pensa “Non ci provi nemmeno”, che non è vero, ci provo. Eccome. Ma è difficile. Sto cercando compromessi, ed è faticosissimo. E’ il meglio che posso fare al momento. Inoltre, se qualcuno, leggendo, si ritroverà in quel che dico (mi spiace per lei/lui)…non sarà molto, ma forza, ci sono altri che pensano così e si sentono così.

L’anoressia, quella vera, è roba ben peggiore. Ho visto foto su internet che sono impressionanti. Questa “cosa” di cui io parlo, non saprei nemmeno come definirla. Pur restando senza nome, non è granché. Perché, ripeto, non mi ammazzerà, non mi ridurrà ad uno scheletro che cammina, e mi sento quasi in difetto a far tante storie per una cosa che non è nemmeno tanto grave, ma nel suo piccolo mi condiziona la vita, e non ho la più pallida idea di come uscire almeno dalla parte più emotivamente destabilizzante della cosa. Tenerci a vedersi bene, essere attenti alla linea, è normale. Che giornata e umore ruotino in buona parte attorno a questo no. E fa schifo.