Category: teatro…


Breaking Point.

Breaking Point

Capita spesso di sentirsi dire “Io non ce la faccio più”.

Capita spesso di sentire sé stessi direi “Non ce la faccio più”. E ci si crede quasi sempre.

Ci sono quei momenti il cui ci si sente a un passo dal punto di rottura, prossimi, spaventosamente prossimi, a perdere il lume della ragione, mollare le redini, gettarsi giù da cavallo e finirla.

Momenti in cui siamo tutti un po’ degli Amleto:

“Essere o non essere, questo è il problema.
Se sia più nobile sopportare
le percosse e le ingiurie di una sorte atroce,
oppure prendere le armi contro un mare di guai
e, combattendo, annientarli.
Morire, dormire.
Niente altro.

[…]
Morire, dormire.
Dormire, forse sognare: ah, c’é l’ostacolo,
perchè in quel sogno di morte
il pensiero dei sogni che possano venire,
quando ci saremo staccati dal tumulto della vita,
ci rende esistanti.

[…]

Qualora si potesse far stornare il conto con un semplice pugnale,
chi vorrebbe portare dei pesi
per gemere e sudare
sotto il carico di una vita logorante
se la paura di qualche cosa dopo la morte,
il paese inesplorato dal quale nessun viandante ritorna,
non frenasse la nostra volontà,
facendoci preferire i mali che sopportiamo
ad altri che non conosciamo?
Così la coscienza ci fa tutti vili,

così il colore innato della risolutezza,
lo si rovina con una squallida gettata di pensiero
e le imprese d’alto grado e il momento,
proprio per questo, cambiano il loro corso
e perdono persino il loro nome di azioni

Ora, lui parla proprio di suicidarsi, non fosse che quella è cosa definitiva, e se per disgrazia il post mortem fosse peggio della vita, per quanto disgraziata…beh, lì sarebbero cazzi. Per cui lascia perdere, dandosi del codardo perché non ha il coraggio di farla finita.

Si tratta, qui, di una semplificazione drastica di un personaggio mosso da dubbi catastrofici, con una psiche di carta e inchiostro decisamente complessa.

A me il personaggio di Amleto non è mai piaciuto molto. Non che la mia cultura teatrale sia realmente molto approfondita, ma da quel poco che ho studiato mi sembra che questo emo ante litteram, principe di Danimarca in situazione difficoltosa, padre ammazzato dal di lui fratello, zio del suddetto poveraccio, ora marito della regina vedova (alla faccia dell’amore che dovrebbe lasciare il coniuge superstite inconsolabile alla morte dell’altro) che torna come fantasma chiedendo al figlio di vendicarlo, in realtà più che un eroe/antieroe letterario sia prossimo all’inettitudine.

Rimanendo alla semplicistica analisi dell’arcinoto monologo, rendiamoci conto che costui accusa di viltà sé stesso e l’umanità tutta non perché non ha la risoluzione di prendere le armi contro il mare di affanni e affrontarli, ma perché non ha il coraggio di ammazzarsi per scappare da detti affanni.

Noi esseri umani veri, non essendo personaggi di una tragedia scritta nel 1600, ovviamente difficilmente siamo rosi da dubbi amletici (che se è diventato un modo di dire ci sarà anche un motivo) quanto l’originale, ma questo non significa che non ci siano le volte che ci sentiamo ad un passo di geisha dal crollare.

E forse, come Amleto farebbe con l’oblio della morte, anche noi benediremmo il crollo che ci cava dall’impiccio di doverci barcamenare.

Io, per lo meno, lo benedirei.

Se fossi in grado di lasciarmi andare nell’abisso fino a raggiungere il fondo, lanciando solo un grido d’aiuto, e rimanendo raggomitolata sul fondo a piangere, nell’attesa di qualcuno che venga a salvarmi, accoglierei la caduta come una liberazione, penso.

“The show must go on” è un modo di vivere stancante, anche per me che marcio fino ai rifugi montani piantati in mezzo alle pietraie con un passo da far concorrenza ad un agonista alpino.

La verità però è che di tutte le volte che mi sono lamenta, ho minacciato di essere prossima al crollo, di non farcela più, non sono crollata mai davvero. Alla fine non ho buttato le armi a terra. Non  ho suonato la resa. Un po’ per un’ultima impennata di orgoglio, un po’ perché non mi permetterei mai di fare rimanere quelli che presumibilmente potrebbero sbattersi fino al mio personale abisso per recuperarmi così male come immagino rimarrebbero (e, mi perdonino costoro per questa botta di egoismo, ma non vorrei che rimanessero indifferenti alla cosa…)

Forse è a questo che servono gli affetti…se uno non si sentisse costretto a rimanere vivo e in uno stato semi decente per le persone a cui è legato cosa gli impedirebbe di mandare tutto a stendere e crollare davvero? Potrebbe mai la paura di rimanere sul fondo, non disponendo più della forza necessaria per tornare in superficie in autonomia e non avendo nessun salvatore, essere un deterrente sufficiente? Io non credo.

In conclusione, tutte le lamentele, tutte le minacce, tutto quanto…a che pro? Se il rischio di crollo non è veramente concreto, perché sentiamo il bisogno di dirlo, anche solo a noi stessi?  Forse per sentirci in colpa pensando a come starebbero le persone che ci vogliono bene a sentirselo dire?

Per me, credo possa essere una spiegazione sufficientemente cervellotica da essere convincente…mi domando se anche il resto degli esseri umani sono come me, oppure se gli altri sono un po’ meno involuti.

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Suona, recita, balla

Tre mondi così vicini, eppure così stramaledettamente diversi e separati. Musica, teatro e danza…e mi sembra che i miei sogni capricciosi si prendano gioco di me: i miei già vacillanti e poco definiti punti fissi si fanno ancor più sfocati… e senza nemmeno un doppio rum.

Vado in Conservatorio dopo mesi che non ci metto piede, e mi viene la pelle d’oca e un groppo in gola. Eppure, credevo di aver archiviato questo sogno. Credevo di aver deciso di innamorarmi di altro. La storia si ripete, e come due anni fa, l’idea di suonare, di toccare il pianoforte, mi fa vibrare fino all’ultima corda di anima. Non so se il pubblico si emozioni sentendomi suonare, ma di certo io mi emoziono. Ad Aprile ho fatto un concerto, ed era parecchio che non ne facevo: alla fine ho fatto fatica a non sciogliermi in lacrime. Lacrime buone, come quelle che scendono dopo aver fatto l’amore.

Vado in scena, e mentre recito con l’odore del palco nel naso e tutta l’energia di quall’angolo di mondo separato addosso e attorno, mi sento in paradiso. Non lo guardo il pubblico, non mi piace. Non ammicco, non ci gioco. Che la gente mi guardi è quasi irrilevante. Non so se qualcuno mi crederà mai quando lo dico, ma per me non conta chi mi guarda. E’ quasi una questione privata. A me piace il palco, le luci, il caldo dei riflettori, l’odore di gomma legno e pece, il poter fare tutto quello che si vuole, purchè funzioni, perché sul palco tutto è concesso…è una sensazione incredibile, spaventosamente bella.

Sento una musica che mi piace e desidero ardentemente danzarci sopra. E’ uno sforzo quasi fisico il non farlo quando le circostanze non lo permettono. Il movimento è la mia primaria espressione, l’unica cosa che manca alla meraviglia del produrre in prima persona la musica che si ama. La danza è splendida…così elegante, pulita. Non è vero che i ballerini sono schiavi di una vuota tecnica che soffoca i sentimenti. Piuttosto, la tecnica, dura e implacabile, è necessaria per poter esprimere ciò che si desidera. E io vorrei avere in corpo il potenziale espressivo dei miei amori circensi, con il mio fisico refrattario mi sento solo un brutto anatroccolo che vorrebe urlare ma non ha voce.

Non voglio fare a meno di nessuna di queste cose.
Sono incostante e capricciosa, e come me i miei sogni e le mie idee: se per un po’ mi disamoro e non frequento dimentico quasi il vecchio amore, quasi morto tra le braccia di uno nuovo. Ma prima o poi torno indietro: evidentemente, come nelle relazioni, svanito l’innamoramento, quello strepitoso delle corse sotto la pioggia mano nella mano, delle risate folli, e delle lacrime dolcissime, resta l’amore, quello vero e rassicurante.
Spero solo che per me sia possibile vivere una relazione a quattro, perchè non saprei come fare a scegliere.

Sangue, Amore e Retorica! In scena stasera, dopo poco più di tre mesi di propedeutica teatrale e preparazione spettacolo.
Sono alcuni giorni che facciamo le prove in teatro: un teatro piccolissimo, con il palco in discesa, un retro quinte quasi inesistente da tanto che è piccolo…un teatro nel quale è rimasta quell’atmosfera casalinga, complice a cui mi ero affezionata durante le prove in sede.
In una delle prime lezioni, durante la prima parte di “riscaldamento teatrale”, è stato detto che in quella sala non bisogna avere paura, è un luogo sicuro e protetto in cui ci si può sentire liberi di fare tutto quello che si vuole, lasciarsi andare completamente, fare cose che nel “mondo là fuori” non sarebbero nemmeno lontanamente ammissibili, ci si può sentire chi e cosa si desidera…le regole sono pochissime: crederci fermamente, e non danneggiare nè sè stessi nè altri nè l’arredamento (a meno che non faccia parte della consegna, e mi dicono che sia già capitato…)
Non cosa banale per un persona cervellotica come me, che giudica sè stessa ad ogni piè sospinto, che si incastra da sola nelle proprie elucubrazioni, che non è mai soddisfatta, che ha i complessi di persecuzione e non sa rapportarsi con chi non si comporta nell’unico modo con cui riesce a sgelarsi…
Eppure, sto imparando. Ci sono voluti mesi, e l’opera non è ancora compiuta, ma sto imparando davvero, a crederci, a sospendere il giudizio, a divertirmi senza sentirmi imbarazzata e imbarazzante.
Per me sta diventando una necessità il momento delle prove, della lezione, della scena. E farlo su un palco ha il suo maledetto appeal.
Dicevo, lo spettacolo conclusivo del corso andrà in scena stasera, dopo 3 mesi o poco più di prove e lezioni. Un corso al quale mai più avrei pensato di essere presa, che mi ha incasinato la tabella oraria della settimana, che mi sta causando un’astinenza da danza che la metà basterebbe…un corso che ora che giunge al termine non so come farò senza, e tanti saluti alla grammatica.
Però sono esaltatissima all’idea di farlo, finalmente, questo spettacolo. Il palco, ripeto, è molto attraente, e io sono sempre stata eccezionalmente sensibile alle sue lusinghe.
Non è l’idea di un po’ di occhi a guardarmi però…quello, sempre che ci sia, viene molto dopo.
E’ l’ambiente e quello che comporta…come direbbe la nostra maestra di questi mesi, “é l’energia” del luogo. Io non saprei nemmeno come definirlo, però, per me, animo esaltevole e con netta tendenza al partire per la tangente, c’é davvero un qualcosa di magico là sopra.
Mi ricordo le emozioni dei saggi di danza. Il giorno delle filate, 8 ore di prova e nessuna pietà, pranzo leggero e senza nemmeno togliersi il costume di scena, male ai piedi ben prima del momento dello spettacolo, meglio non bere per non dover fare tappa al bagno, è sempre stato il migliore. Sarà l’odore delle luci sul linoleum, sarà l’elettricità nell’aria, un misto di agitazione ed eccitazione nella speranza di fare tutto bene, sempre accompagnata dal terrore di volare giù dal palco a metà variazione o sbagliare posizione, dimenticare un pezzo di coreografia/battuta o semplicemente non comunicare assolutamente nulla, i “merda” prima urlati in camerino, tra una forcina che, maledetta lei, non tiene, e una scarpa dispersa, sussurrati poi dietro la quinta, appena prima di entrare. Non lo so, è tutto questo e molto più…
Per il teatro, per me le cose un po’ si sovrappongono, ricordo come mi sentivo, e riconosco quelle sensazioni: spero di non dimenticarmi le battute, temo di “non esserci” come gergo attoriale vuole per dire che nel proprio personaggio non ci si sta credendo…temo che il vestito nella scena di Macbeth, troppo lungo e provato ieri per la prima volta mi dia dei problemi, mi chiedo se i miei compagni di scena mi aiuteranno, quelli che hanno più esperienza di me, mettendoci del loro senza fare gli splendidi ai quali non importa nulla di niente, spero di ricordarmi io per prima tutti i movimenti corali, spero che vada tutto liscio e che la cosa venga bene, senza intoppi.
Penso che stasera, prima di entrare in scena, avrò ben più paura di quanta ne ho quando mi spetta un’ora di concerto, con solo me stessa sul palco. L’idea di sbagliare e mandare a farsi friggere il lavoro di altri mi terrorizza, letteralmente. Eppure, al contempo, non vedo l’ora, e ritrovo quella sensazione che mi ha accompagnata per anni e anni della mia vita, e di cui, mi rendo conto ora, non ho mai imparato a fare a meno, e spero di non essere mai obbliagata ad imparare.
Quindi, delle mille confuse parole che ancora potrei scrivere sull’argomento, ne dico due: grazie infinitamente grazie a chi mi ha permesso tutto questo, e tanta merda alla compagnia di Sangue, Amore e Retorica!