Archive for September, 2015


Op 25 n 11

Un piede davanti all’altro, furiosamente, disperatamente.

Il fiato spezzato, l’aria fredda che gli trapassava il petto come una lama pronta a fare scempio dei suoi polmoni e del suo cuore, l’uomo continuava a correre.

Aveva lo sguardo annebbiato dalla fatica e dal sudore.

Il sangue gli pulsava nelle tempie e dietro agli occhi, aveva l’impressione che da un momento all’altro il suo corpo sarebbe esploso.

L’impatto dei suoi piedi sulla pietra sottostante era attutito dalla coltre bianca che ricopriva il mondo rendendolo un quadro ovattato.

La neve continuava a cadere, gli andava nel collo, negli occhi e in bocca. Quei fiocchi continuavano la loro discesa inconsapevoli della corsa dell’uomo.

Lui stava correndo per salvarsi.

Non poteva fermarsi. Sapeva che se si fosse fermato un solo istante per riprendere fiato sarebbe stata la fine.

Non sarebbe più stato in grado di riprendere la sua folle fuga.

Stava cominciando a perdere l’equilibrio, il suo corpo sfinito non era più in grado di sorreggersi.

I polmoni non riuscivano più a riempirsi d’aria, bruciavano accartocciandosi su loro stessi come bottiglie di vetro gettate nel fuoco e poi schiacciate sotto ad un piede incurante della loro delicata bellezza.

Le vene nei suoi occhi erano prossime ad esplodere, minacciando di colorare tutto di rosso.

In quel chiarore silenzioso così bello e innaturale, lui continuava a correre, sapendo che non sarebbe riuscito a continuare ancora a lungo.

“Ti posso vedere….”

Nella sua testa rimbombava la voce, la dannata voce metallica e derisoria.

Correva, non avendo il coraggio di voltarsi.

Correva, sapendo che anche la forza della disperazione lo stava abbandonando.

“Posso annusare la tua paura….”

Un piede davanti all’altro, un poco ancora. Forza.

La tormenta impazzava, incurante. Soffiava un vento gelido che si insinuava con cattiveria nelle orecchie pulsanti dell’uomo.

I fiocchi ghiacciati cadevano sempre più fitti, danzando con l’aria un valzer mortale.

Il cielo, plumbeo, risultava graffiato da colpi d’artiglio bianchi e luminosi contro la luce delle lanterne.

“Posso sentire i tuoi pensieri rimbombare. Non ce la fai più”

Si chiudeva con una risata maligna l’ultima frase, e contemporaneamente il bianco e il blu della neve e del cielo si confondevano in un turbine insensato con il rosso ed il nero dentro agli occhi dell’uomo, il sangue e lo sfinimento che alla fine anche in una lotta per la vita avevano l’ovvio sopravvento.

Mentre il mondo perdeva i suoi contorni lui stramazzava a terra, sfinito, incapace di muoversi e di respirare, il buio davanti agli occhi e il rumore assordante del battito del suo stesso cuore nelle orecchie che faceva da sottofondo a quella risata metallica nella sua testa.

Sentì ancora un alito ghiacciato sulla nuca, e se fosse il vento del Nord o la creatura non avrebbe saputo dirlo. Poi più nulla.

neve-di-notte

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Smisurata Preghiera

Autumn beautiful clouds trees nature

Sentite anche voi il canto dell’Autunno, Fratelli?

Ascoltate, percepite il suo suono nella fresca umidità della notte; nel canto dei grilli attraverso l’aria che profuma di terra ed erba bagnata.

Riempitevi gli occhi della sua sinfonia di colori pieni, dal giallo carico della pannocchia matura portata in dono dall’ultimo Grande Raccolto al verde profondo dei boschi, dal rosso magenta delle prime foglie che cadono al marrone del terriccio baciato dagli ultimi raggi del tramonto.

Respirate a pieni polmoni l’aria tersa e fresca, trovate nelle vostre narici l’odore affumicato delle sterpaglie che bruciano nel campo. Osservate le fiamme prendersi i resti del raccolto come lingue rossastre e avide. Ammirate le increspature che il fuoco genera nell’aria e seguite il fumo che si innalza dai roghi.

Ascoltate la ninna nanna dei ruscelli del bosco e sincronizzate alla loro melodia il vostro respiro lasciandovi ipnotizzare dai giochi d’acqua della cascatella della fonte.

Osservate la foglia nel vento, leggiadra ballerina che danza alla luce del tramonto lieve come un fugace pensiero.

Chinatevi, inginocchiatevi nel campo in mezzo alle viti e nell’odore asprigno dell’uva che matura ritrovate i ricordi di un’infanzia contadina.

Sporcatevi le mani, le ginocchia e il viso. Baciate la Terra, fatevi benedire dal Mondo. Cercate il suo sospiro profumato e annusatelo con gratitudine, riempiendovi il corpo dell’idea di essere parte di un Tutto che anche in questo frenetico secolo ventunesimo resta ancestralmente legato al ritmo della Natura.

Bevete l’odore umido dell’autunno che verrà, respirate a tempo con la Terra.

Le Sacre de l’Automne.

strega

Cadono le prime gocce di pioggia nell’aria grigiastra di quel giorno di inizio Settembre.

Al passo con le prime gocce esce la ragazza, inspirando profondamente l’umidità che sale dalla terra al cielo.

“Dove vai?”

“Prendo la pioggia. Tanta gente prende il sole, io vado a prendere la pioggia”

Non si volta nemmeno più indietro. Continua a passo svelto verso il limitare del paese e poi avanti, per i campi e nel bosco.

Respira, riempiendosi i polmoni di quella sensazione fresca e gocciolante.

E’ stata una lunga estate, fin troppo lunga. Ora quel preludio di autunno viene accolto come benedizione, respiro di vita a lungo negato e ora ritrovato.

Le gocce di pioggia ora sono più fitte, bagnano la ragazza che cammina, le bagnano il viso ed i capelli; le bagnano la pelli, le mani, gli occhi.

Attraversa le vigne, e nelle sue narici entra l’odore terroso e leggermente aspro dell’uva che matura. Sopra ad un filare è posato un corvo. Incrocia per un attimo lo sguardo della ragazza e la lascia passare: amano la stessa terra e lo stesso cielo.

Poco lontano qualcuno sta bruciando le sterpaglie: alla pioggia si mischia l’odore della legna che brucia, scoppiettante e vivo. Lei inspira avidamente.

Gli alberi si stagliano oscillanti e cupi, con il loro verde scuro non più baciato dal sole, contro il cielo plumbeo; ringraziano l’acqua, nutrimento divino, che ora li bagna a profusione.

La ragazza si spoglia, getta i vestiti a terra senza riguardo, toglie scarpe e poggia i piedi nudi sulla terra bagnata. Assapora la sensazione delle prime foglie cadute che si mischiano all’erba e al terriccio sotto alla pianta e tra le dita dei piedi. E’ bagnato e freddo, e odora di bosco.

Tra il vischio e la quercia si inginocchia a terra, affonda le mani nel ventre della terra e la accarezza. Poi si cosparge le braccia, il viso e la pancia di terriccio bagnato: quell’odore umido e ferroso le penetra nelle narici e nei pori, facendola sentire piena.

L’acqua cade torrenziale, infradicia i capelli lunghi della ragazza facendoli appiccicare alla sua schiena, al suo collo, alle sue spalle.

Lei si rialza, sporca, benedetta dal bosco.

Scuote il capo, alza gli occhi al cielo perché anche loro vengano riempiti dal primo temporale della stagione; porta le mani davanti al volto e le osserva, come incuriosita. Sono le sue mani, ma in questo momento le sembra di non riconoscerle.

Comincia a muoversi, batte i piedi al ritmo incalzante della pioggia schizzandosi di fanghiglia fino alle cosce. Sotto il diluvio, la ragazza danza al ritmo di una musica condivisa da lei e dal mondo.

“guardala guardala scioglie i capelli sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le forme la proporzione sembra venuta per tentazione
guardala guardala scioglie i capellisono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le mani guardale il viso sembra venuta dal Paradiso
guardale gli occhi guarda i capelli guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo viso guarda i capelli del Paradiso
guarda la carne guardale il collo sembra venuta dal suo sorriso
guardale gli occhi guarda la neve guarda la carne del Paradiso”

Danza con gli Dei la ragazza, fa l’amore col bosco e con la pioggia, batte i piedi sempre più forte, lasciando che il suo intero corpo diventi albero, terra, cielo, pioggia, fuoco e aria.

Gira su sé stessa, le mani al cielo,  le lacrime che si confondono con la pioggia.

Gira fino a perdere la percezione del sopra e del sotto, il respiro affannoso, il volto alto verso le nuvole, guarda le gocce caderle negli occhi e gli alberi formare un cerchio sopra alla sua testa.

Con un urlo, quell’urlo a lungo taciuto, imprigionato sul fondo del petto, si lascia cadere, e lì resta, coperta di foglie, erba e terriccio.

Aderisce con il corpo nudo alla terra sottostante, il respiro affannoso e le mani formicolanti, e per un attimo, per uno soltanto, sente.