Archive for February, 2015


Tonight my blood is straining away.

The_Crying_Girl_by_xiam_anartform

La ragazza si trovava a fissare uno sguardo vuoto nello specchio. Due occhi castani in un volto pallido, assenti, fissi davanti come se volessero trapassare il riflesso.

I capelli, sudati, scomposti, le cadevano sul viso con quelle onde irregolari con le quali non aveva mai fatto pace. Alla luce della luna e del lampione che si insinuava dalla finestra di casa sembravano quasi neri.

Il trucco, ormai sbavato dopo la serata, ora disegnava lacrime nere lungo le guance bianche.

“Che schifo”

Se lo era chiesta più di una volta la ragazza come si facesse ad essere felici. Sempre si era risposta che l’importante era crederci.

Che l’importante era uscire, ridere, bere, danzare, comprare vestiti, chiacchierare con gli amici.

“Che maledetto schifo”

Ma mancava sempre qualcosa. L’ingrediente segreto. E chissà quale era.

“Cosa c’è che non va in me?”

Quante volte aveva tentato di convincersi di avere diritto a vivere sé stessa con tranquillità. Quante volte non aveva funzionato.

“In fondo me lo merito. Uno schifo di vita per uno schifo di persona.”

E la coscienza, inarrestabile che le rispondeva.

“Non hai un cazzo di motivo per essere infelice. Non puoi permetterti di stare così male. Una persona nella tua condizione non può dire che la propria vita fa schifo. Ci sono persone in condizioni ben peggiori che non passano il proprio tempo a piangersi addosso.”

Lacrime calde e silenziose le macchiavano ancora il viso. Era quasi bella nella sua disperazione, un fotogramma di un film horror.

Il primo taglio le bruciò un po’. Incise la pelle dell’avambraccio non troppo a fondo, una sottile linea che si tinse di rosso gradualmente. Come se il sangue volesse affiorare con calma snervante, la sagoma della ferita diventava secondo dopo secondo un po’ più spessa e colorata, e lei si guardava il braccio come ipnotizzata.

“Perché lo faccio?”

La ragazza continuava ad osservare il taglio, che non voleva decidersi a sanguinare.

“Non sono nemmeno capace a tagliarmi sul serio.”

Afferrò nuovamente le forbici e incise la propria pelle bianca con più decisione. Non sentì bruciare, solo un dolore sordo che sembrava appartenere ad un’altra persona.

Il liquido cominciò a colare immediatamente, facendole un assurdo solletico. Era tiepido, decisamente più vischioso dell’acqua. Prima lentamente poi più velocemente, lungo il braccio e fino al gomito, lasciandola ancora come in trance ad osservare la scena.

“A nessuno importa di me.”

Una parte periferica del suo cervello le suggerì che avrebbe dovuto fare scorrere l’acqua nel lavabo, ormai sporco del suo sangue.

Si riscosse di colpo, sentendo il braccio destro sempre più bagnato. Il solletico del sangue che colava ormai era svanito, sostituito dalla sensazione di qualcosa che scorre addosso.

Tentò di tamponare la ferita con dei fazzoletti che aveva con sé, ma apparentemente la carta si tingeva di rosso prima di assorbire il liquido e non farlo più colare.

Sentiva caldo, il fiato corto: la stessa sensazione di quando andava a fare il prelievo. Avrebbe voluto chiamare qualcuno che la soccorresse, coricarsi sulle sue ginocchia e piangere. Ma non poteva. Era evidente quello che aveva appena fatto.

“Ti tagli”

E senza nemmeno la giustificazione di provare piacere nel farlo.

“Perché?”

“Non lo so. Forse voglio che domani qualcuno mi chieda cosa ho fatto al braccio.”

“Domani quando dovrai uscire farai il possibile per non far vedere nulla, come sempre”

“Mi piace la sensazione del sangue che cola”

“Non è vero, quando comincia a colare davvero ti spaventi e corri a farlo smettere”

“Voglio distruggermi.”

“Se davvero volessi distruggerti ti taglieresti sotto, non sopra.”

“Allora non lo so. Lo faccio e basta”

“Perché?”

“Per atteggiamento, per fingermi più depressa di quel che sono, perché nell’essere così fuori da arrivare all’autolesionismo c’è più dignità che nel frignare un po’ e basta. Era questa che volevi sentire coscienza di merda?”

“No”

“Cosa allora?”

“Non lo so nemmeno io. Volevo una risposta che mi convincesse, ma neanche questa mi convince. Ora pulisci sto casino e vai a dormire”

All you need is love.

Come tutti sanno oggi (a questo punto, ore 00.25, ieri) è San Valentino.

Anche se per caso qualcuno lo avesse ignorato, probabilmente ci avrebbe pensato la home di facebook a ricordarglielo, piena com’è di post sdolcinati contrapposti a post cinici sull’argomento.

Io, data la mia nuova condizione di single mi sono sentita per tutto il giorno quasi obbligata a dire qualcosa in proposito: è la prima volta in otto anni che mi trovo a passare questa specie di festa commerciale ormai assorta a tipica del folklore, in cui tutti si sentono in obbligo di amare fortemente o stronzeggiare altrettanto fortemente, senza nessuno da amare.

In origine avrei voluto scrivere qualcosa di divertente e sarcastico…niente di triste, per carità: se sono triste, e non so se lo sono, non è a causa della mia relazione non sussistente. Ovviamente la mia condizione attuale non mi permette nemmeno di dire niente di tenero, e nemmeno mi sento invogliata a farlo.

Ho pensato seriamente di postare di nuovo qualcosa del genere

sheldon love

poi però ho deciso di lasciar perdere.

In realtà, anche se al momento le coppiette innamorate e felici che si danno al limone duro in mezzo alla strada mi urtano non poco (e mi urtavano anche prima se devo essere sincera), non sono davvero convinta che l’ammmmmmore, anche quello stupido da bimbominchia quindicenne, vada allontanato a colpi di Bygon.

Sono anzi una grande sostenitrice dell’Amore, non tanto quello inteso come uomo-donna, che a ben vedere nemmeno conosco veramente, quanto quella meravigliosa forza motrice dell’universo che porta una persona ad avere una spinta affettiva irrazionale verso un’altra, che si tratti di un parente, di un amico,o anche di uno sconosciuto che per un attimo attraversa la propria strada.

Penso che quando Freud parlava di Eros e Thanatos ci prendesse: in realtà la nostra esistenza di esseri umani, animali educati ad un mondo civilizzato che noi stessi abbiamo montato a suon di infrastrutture, si basa ancora su quelle che sono le pulsioni animali che continuano a vivere nel nostro subconscio. Poi possiamo fare il possibile per tradurle in termini razionali, giustificarle, spiegarle, annullarle, mitigarle, ma tali restano, e non potremo mai fare niente per non provare determinate sensazioni.

Quando io ho a che fare con una persona tre sono le possibilità semplici: o voglio il suo bene, o voglio il suo male, o non me ne frega assolutamente nulla; poi ci sono le situazioni composite: posso volere il suo bene a scapito del mio, il suo male per il mio bene, il suo male anche se darà dei grattacapi anche a me o, optimus totale, il suo bene che farà del bene anche a me (e qui si potrebbe aprire un lungo dibattito sul presunto altruismo che potrebbe essere niente di più che egoismo camuffato).

Ora, una puntuale disamina dei vari casi esula dalle mie capacità, visto che non poche volte mi ritrovo invischiata in seghe mentali che nemmeno capisco del tutto. Però, quello che da segaiola mentale qual sono posso affermare con certezza è che quello che muove gli animi nella maniera più costruttiva e indolore è di sicuro volere il bene di qualcuno, senza stare tanto a domandarsi il perché o il percome. La scoperta dell’acqua calda, certo, ma io che ora dico questo non sono Madre Teresa e nemmeno Gandhi: sono una persona normale, nemmeno particolarmente buona, quindi un qualche valore dovrebbe anche averlo questa mia affermazione.

Ci sono state volte in cui sono stata a contatto con manifestazioni d’amore che davvero mi hanno toccata, anche nella loro semplicità. Penso all’altro giorno per esempio, una sera come tante che uscivo da danza, sudata e con una certa fretta. Sulle strisce pedonali un signore con il suo cane, un pastore tedesco, probabilmente vecchio, in condizioni simili a quelle della prima delle mie cagnotte. Il cane, scendendo il gradino ha rischiato di cadere: gli sono cedute le zampe posteriori. Ma il padrone è stato pronto a reggerlo, fargli una carezza dietro alle orecchie e dargli una pacchetta sui fianchi, una sorta di “Dai che ce la fai”. E niente, è stata una cosa che mi ha quasi commossa, sarò io che sono un salame, una donnicciola che si sconvolge per nulla. Però anche questo, nella sua semplicità quasi scontata, è un gesto bello, e i gesti belli sono belli a prescindere, sono quelli che fanno del mondo un posto in cui nonostante tutto può valere la pena di vivere.

A volte quando ho una giornata particolarmente storta avrei solo voglia di mandare a fanculo il primo che passa, e non è escluso che mi capiti di indulgere in questa tentazione; spesso ho una paura dannata ad affezionarmi e volere bene, perché spesso mi è capitato di rimanere scornata e restarci male e sentirmi derisa, perché come dicevo non sono Madre Teresa, e il bene degli altri a spese mie non è sempre, e nemmeno spesso, un’opzione gradita.

Eppure continuo a vivere nel mondo delle favole, e a credere che il motore del mondo sia non l’odio che spinge a fare grandi cose che parrebbero altrimenti impossibili, ma l’amore, che forse non sarà bruciante come un fuoco nero, ma tiepido come una bella doccia dopo una giornata di allenamento, e proprio per questo più gradevole.

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Certe volte mentre cammino sola e non ho nulla di specifico a cui pensare mi diverto ad osservare le persone e tentare di indovinare chi siano.

A me le persone interessano, sono curiosa di conoscere chi mi sta intorno, sapere qualcosa di loro. Poi, dopo avere visto il “trailer” non tutti continuano ad interessarmi, ma in linea di principio non sono il tipo di persona che quietamente si fa gli affari suoi e se ne frega del resto. Può essere un bene o un male, non sono ancora riuscita a capirlo, ma sulla base statistica di quelli che conosco credo che sia piuttosto atipico.

Quando conosco qualcuno da poco devo veramente fare uno sforzo per trattenermi dal chiedere “Dai, andiamo a prenderci un caffè e raccontami qualcosa di te, che film ti piacciono, di che colore hai dipinto i muri in camera, come è la tua calligrafia” e cose del genere. Se qualcuno lo facesse con me sarei tutt’altro che infastidita, ma credo che a fronte di uno o due che potrebbero rispondermi avendo piacere farei scappare un sacco di gente.

Sono sempre stata così: mia mamma mi prende in giro ancora adesso che da pischella, ma non poi tanto da essere giustificata dalla giovane età, chiedevo alle mie e alle sue amiche se potevo guardare dentro le loro borse. Ero una ficcanaso accademica già da bambina, e con l’età nessuno migliora, si sa.

Così di primo acchito un mucchio di persone mi sembrano interessanti. Poi, ripeto, quando conosco davvero qualcuno, non tutti continuano a piacermi, anche se non so se definirmi sofistica o no. C’è la possibilità, ma potrei anche essere troppo pessimista, che quelli che mi interessano più a lungo siano quelli che mi sfuggono per più tempo…la storia più vecchia del mondo: in amore, e in “interessamento” in questo caso, vince chi fugge. Questo potrebbe essere vero in parte, ma di certo non sono una pazzoide tipo Sherlock Holmes che si arrovella su un problema fino a che non ha la soluzione e poi se ne scorda completamente: se mi affeziono a qualcuno, e non è raro che capiti, rimango affezionata anche dopo avere scoperto se preferisce mangiare la pasta o il riso e con che mano scrive.

Chissà se io sembro interessante a qualcuno? Ovviamente, pur sentendomi abbastanza timida, mi piacerebbe che qualcuno pensasse che vale la pena di osservare i miei movimenti per indovinare che persona sono.

Chissà che cosa pensa l’ipotetico qualcuno che osserva i miei movimenti come io osservo quelli degli altri.

Me lo chiedo a volte, ora che non mi sembra di fare niente di particolare per apparire in un modo o in un altro. Sarei curiosa di scovare l’ipotetico osservatore, invitarlo a prendere il solito caffè e chiedergli, al posto del “Chi sei?” di cui dicevo prima un “Chi sono secondo te?”

Penso che alcune risposte mi farebbero rabbrividire.

Nel corso della mia carriera di essere umano ho talvolta avuto dei vis-a-vis con gente che riteneva di avermi letta come un libro, e ne sono spesso uscita parecchio ammaccata emotivamente. Non credo però che faccia troppo testo: o era gente alla quale volevo fortemente fare bella impressione, e come sempre quando voglio fare bella impressione finisce che faccio qualche disastro ottenendo il risultato opposto, o era gente che voleva solo sbattermi in faccia di aver visto qualcosa che io non volevo mostrare. Posso dire che qualcuno a volte ci è andato vicino, ma poi ha sbagliato, giudicando male. L’ammacco emotivo viene dal fatto che, appunto, a partire dalla premessa giusta il giudizio sia stato negativo. Che non sono una persona facile lo so, ci faccio i conti dalle elementari, e anche se non sono ancora venuta a patti con la cosa so che è un problema esistente e non cado più dal pero quando vedo che le mie relazioni non girano come un orologio. Però, pur con questa consapevolezza, ci sono state volte dopo questi confronti che mi sono messa le mani nei capelli con un interrogativo scomodissimo “Ma faccio davvero questa impressione?”.

Ora è passato tempo e non mi sembra di fare grandi sforzi per apparire diversa da quella che sono, o anche solo per sembrare qualcosa di specifico, e quindi sarei curiosa di riprovare a vedere che effetto faccio dall’esterno.

Chissà se qualcuno indovinerebbe qualcosa, e se nessuno indovinasse la verità, chissà che cosa vedrebbe in me.

Mi piacciono i calzini spaiati. Non quelle abbinate che dignitosamente passano inosservate tipo blu scuro/ nero: quelle pazzesche tipo greca fiorellinata nei toni del blu e pois giallo fluo su sfondo nero.

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Mi fanno pensare ad un persona che deve muoversi silenziosamente nel buio di una casa ancora addormentata e infila la mano nel cassetto affidandosi alla buona sorte. Una persona che non appaia le calze la sera prima e che non si muove con sufficiente anticipo da aver tempo da perdere per aggiustare la coppia scoppiata.

Mi sa di gente che corre verso un treno, con uno zaino che sbatacchia su e giù sulla schiena e l’mp3 nelle orecchie, compagno di mille viaggi più o meno solitari, e se non riesce a saltare per tempo sul treno previsto…amen, ha un piano di riserva per raggiungere la meta.

Quelli che mettono i calzini spaiati sono persone che camminano tanto, naso all’insù verso il cielo se è bel tempo, che guardano quell’azzurro limpido e per dieci minuti chi se ne frega se si trovano a Milano Lambrate, è una bella giornata che vale un sorriso.

Sono persone che ridono e piangono senza ritegno e a volte nemmeno sanno il perché, forse è solo la stanchezza dell’ennesimo risveglio all’alba, o forse è la dolcezza di quella bambina al bancone del bar che quando il gestore le dà il cioccolatino gli sorride e le si illuminano gli occhi, come se avesse ricevuto la cosa che desiderava più di tutte.

Sono quelli che gli orari dei pasti sono niente più di una formalità, ma ad una birretta non si dice mai di no.

Sono quelli del tutto e subito, quelli che possono amare follemente per cinque minuti e poco più di condivisione, portare rancore per una settimana massimo a meno che davvero non li si faccia rimanere male tanto, quelli che per affezionarsi a qualcuno ci va un attimo e per capire di avere preso un abbaglio molto di più. Sono quelli che delle persone hanno una paura folle, ma alla fine scelgono di rischiare perché “Happiness is real only when it’s shared”.

Non sono saggi, e nemmeno gliene importa.

Sono oggi ombrosi e irritabili, domani ridanciani e sciocchi, dopodomani ancora malinconici e profondi, ma se arriva la loro canzone preferita tutto il malumore viene eliminato per almeno la durata della traccia.

Sono un popolo di bambini sperduti che a volte restano intrappolati tra il dire e il fare, tra il ieri e il domani, ma non per questo rinunciano a tentare di vivere intensamente.