Category: Pensieri


Time

train

Fa caldo sul vagone. Un caldo da camino acceso però, non un caldo naturale. Anzi no, nemmeno da camino. Più da stufa, ecco. Vecchia stufa che brucia, irradiando attorno a sè un calore che fa quasi lacrimare gli occhi e che lascia repentinamente spazio al freddo dell’aria più lontana, ferma, quasi pietrificata.

L’arredamento interno è elegante, quasi eccessivo. Divanetti e poltrone in velluto rosso scuro sono disposti a gruppi di quattro, come un arbitro tra loro sta un tavolino rotondo di marmo scuro con venature bianche e verdi. Sopra al tavolino un candelabro di ottone a un solo braccio nel quale è alloggiata una candela semiconsumata, opera d’arte unica al mondo della vita che scorre con la sua cera colata e rappresa a formare finte pesanti gocce destinate a restare immabili fino a che la fiamma accesa non compirà di nuovo la sua magia.

Ai finestrini pesanti tende di broccato fanno bella mostra di sè. Danno l’impressione di essere imbevute delle parole e dei ricordi di tutti i passeggeri che hanno calpestato con i loro stivali o le loro belle scarpe eleganti il pavimento del treno.

Ci sono lampadari che diffondono una soffusa luce giallognola appesi al soffitto: ricordano il Liberty, con i loro complessi intrecci floreali. Sembrano impolverati però, bruniti dal tempo, anacronistici.

Fuori il panorama scorre veloce, non riesco a coglierlo con precisione. Sembra se non proprio selvaggio per lo meno selvatico. Foreste di pini o comunque conifere, profili di alberi aguzzi e profonde gole di pietra in lontananza fanno da scenografia allo sferragliare di questo treno bizzarro. Non so che ora sia, ma potremmo essere al tramonto, in quel momento in cui di colpo il sole, mentre si fa spazio come un guerriero ottomano tra le nubi plumbee e irregolari, con un ultimo bagliore sanguigno cede il passo alla notte.

Ci sono persone attorno a me, ma passano e vanno come ombre, fantasmi sospesi tra questa dimensione ed un’altra. Ci sono e non ci sono, contorni indefiniti che si muovono senza peso sul pavimento di legno scuro.

Mi guardo attorno, ma registro la loro presenza solo a margine. Non mi interessano. Non ricordo come sono arrivata qui, nè come. Però so che devo raggiungere l’uomo in fondo al vagone e sentire cosa mi deve dire.

Lo vedo, unica figura a fuoco in questo mare di polvere fluttuante. E’ integralmente vestito di nero, ha una giacca di fattura astrusa, spalle imbottite che ricordano l’armatura di un samurai e un copricapo che somiglia ad un colbacco.

Ha la pelle olivastra, barba nero corvina lunga che si confonde con la giacca dello stesso colore, leggermente crespa, e poderosi baffi finemente acconciati all’insù. Ha in mano un bicchiere trasparente contenente del liquido ambrato e lo porta lentamente alle labbra.

Mi siedo di fronte a lui. Come prevedevo, mi stava aspettando: sul tavolino rotondo c’è un secondo bicchiere pieno dello stesso liquido. Lo prendo e ne gusto un sorso: mi fa bruciare le labbra e la gola, potrebbe essere Cognac o Cointreau.

Con gli occhi resi leggermente appannati dal liquore osservo il mio dirimpettaio. Succederà qualcosa immagino. Come una sceneggiatura che non ricordo ma conosco so che ora lui mi dirà qualcosa.

Non ha fretta il turco apparentemente. Estrae dal taschino della sua bella giacca elegante (che ora noto essere ricamata colore su colore con motivi complicati e non facilmente riconoscibili) un gigantesco orologio a cipolla bombato. Lo apre e lo consulta, leggendoci dentro qualcosa che solo lui sa, perché da quel che posso vedere dalla mia angolazione lo strano artefatto è dotato di ben più di un quadrante e di monte lancette e ingranaggi a vista che danzano una coreografia perfetta e a me sconosciuta.

“Ragazza umana. Certe volte io vi trovo buffi. Bizzarri. Teneri quasi, nella vostra assoluta ingenuità. “Ammazzare il tempo”, voi dite, quando vi annoiate e vi lasciate scorrere addosso i secondi e i minuti, preziosa trama dorata del tessuto del mondo, dono che vi è concesso per un periodo limitato ma che apparentemente non riuscite a comprendere e godere.

Ammazzare il tempo voi dite, e io come dovrei sentirmi? Impaurito? Offeso forse? Schernito, non apprezzato?

No, ragazza umana. Divertito. Questo io sono: divertito. Divertito, perché, duro contrappasso involontario, alla fine sono sempre io che devo ammazzare voi, e quando con l’ultimo fiato implorate e desiderate ancora un secondo…nemmeno io posso concedervelo, e sono costretto dalle leggi universali a uccidervi, proprio io che tante volte in vita avreste dovuto ammazzare”

Si mette a ridere Il Tempo, e la sua risata sardonica si confonde con lo sferragliare del treno, che solo ora mi rendo conto ricordarmi il perfetto incedere di un metronomo.

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In name of Humanity

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Non sono una politologa né una storica, e non sono nemmeno un bravo essere umano del mio tempo, perché il giornale lo leggo di sfuggita ogni tanto e il telegiornale lo guardo solo quando per caso al pub in tv passano quello anziché la partita (la quale non degnerei nemmeno di uno sguardo, in tutta onestà).

Quanto detto sopra non mi fa onore, è un’ammissione di colpa che mi impegno a migliorare nel prossimo futuro. Eppure lo dico, pur vergognandomene perché è una premessa necessaria.

Persino io, che vivo per accidia avulsa da realtà mondiale, non riesco a non accorgermi che qualcosa di grosso e brutto sta corrodendo la nostra umanità da dentro.

Era il 22 Marzo 2017 quando Khalid Masood si lanciava a bordo di un’auto noleggiata sugli avventori del Ponte di Westminster per poi scendere dalla sua “bomba a motore” armato di coltellacci.

Era il 3 Aprile 2017 quando un’ordigno a bordo della linea blu della metro mieteva le sue vittime in un punto imprecisato tra le fermate Teknologhiceskij Institut e Sennaya Ploshad a San Pietroburgo.

Era il 4 Aprile 2017 quando a Khan Shaykhun in Siria, durante la guerra civile, un attacco aereo e il rilascio di gas causano l’avvelenamento e la morte di vari civili tra cui dei bambini.

Era il 7 Aprile 2017 quando a Stoccolma un camion impazzito si lanciava sulla folla in un centro commerciale.

E ora, 20 Aprile 2017, spari di kalashnikov terrorizzano gli Champs-Élysées. L’Isis rivendica l’attacco, a tre giorni dalle elezioni.

Ora, io non so niente, sono un po’ come Jon Snow. Però ho paura. Paura che possa capitare a me, perché con una serie a frequenza esponenziale del genere è impensabile che non debba mai capitare in casa propria. Paura di andare a Milano in Piazza del Duomo, perché sai mai, è andarsela a cercare…paura.

Paura, e il fatto che io che sono come Jon Snow ne abbia significa purtroppo che i terrorismo ha vinto. Non perché abbia rivoltato un governo o distrutto l’America ma perché ha indotto una persona come tante, nemmeno tanto informata, a temere e condizionare la sua vita per non rischiare più del necessario.

Questo Natale mia mamma ed io non siamo andate alla “Fiera dell’Artigianato”, Milano Fiera, perché sai mai, così è cercarsela. Una piccolezza, ma significativa.

Nel momento in cui su una passeggiata mare l’ipotesi di un pazzo in camion non è più fantascienza (14 Luglio 2016 a Nizza) non ci sono certezze e non ci sono sicurezze.

Morire al fronte fa parte del gioco, è un calcolo che il soldato fa. E grazie al cielo c’è ancora qualcuno disposto a morire per il paese in quest’epoca in cui non esiste un paese se non uno da criticare…ma morire andando a passeggio, da disinteressato e dimesso “uno-a-caso” per i mercatini di Natale (Berlino, 19 Dicembre 2016)…no. Così no.

La cieca randomizzazione della vittima e dell’obbiettivo, mero mezzo per dimostrare che nessuno è al sicuro, è quello che più di tutto spaventa.

Prima dell’11 Settembre, quel famosissimo 11 Settembre, io non sapevo nemmeno che esistesse questa cosa chiamata “terrorismo”. Pensavo che gli equilibri politici del mondo si giocassero sui campi di battaglia dove, lì sì, “gli eroi son tutti giovani e belli”…Avevo 11 anni ed ero all’Outlet con mia mamma. Nemmeno per un istante ho pensato “Grazie al cielo non è capitato alla mia famiglia, alla mia città o alla mia nazione”. Ora, sedici anni e tante brutture dopo, pregherei, se solo avesse il dono della fede, che i miei familiari, i miei amici ed io non diventiamo mai quelli che fanno numero su “La Stampa”: “6 morti, 15 feriti”.

Ora, sedici anni e troppe brutture dopo, io ho paura. Il terrore ha vinto.

Se avessi fede pregherei l’umanità di aver pietà di sè stessa.

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Quando facevo teatro, per spiegare in che modo le rappresentazioni fossero incisive per il pubblico, il ragazzo che teneva il corso spiegò a noi pischelli che per la prima volta approcciavamo la pratica il meccanismo umano sul quale basa il funzionamento il porno.

Niente di più semplice: i neuroni specchio dei nostri piccoli cervellini ci portano a provare un’ombra, un pallido riflesso, di quello che vediamo, o meglio scegliamo consciamente tramite una momentanea sospensione della realtà (termine tecnico, da Stanislavskij) di credere essere autentico.

Più la performance è convincente, più i cervellini pubblico saranno disposti a sospendere la realtà e lasciarsi condizionare, emozionandosi di conseguenza. E’ poi questa, anche, la base della commozione, che, da etimologia, vuole precisamente dire “muoversi assieme” (dal latino cum + movere, cioè, figurativamente parlando, muoversi con, muoversi assieme).

Ora, nel porno secondo me si tratta sì di neuroni specchio, ma anche, e forse in gran parte, (perché dai, non venitemi a dire che sono recitati bene o che banalmente mettono in scena situazioni almeno vagamente verosimili), di soddisfare un basso istinto voyeristico che alberga un po’ in tutti noi. Guardare, anche senza necessariamente immedesimarsi emotivamente, è un’attività che all’essere umano garba assai. Fin troppo direi, pur io ammettendo di non esserne in prima persona esente.

Come tutti o quasi sono su facebook. Come tutti o quasi meccanicamente apro la mia comoda app e scrollo la bacheca.

Oggi ho la nausea.

La nostra pornografia voyeristica sta a mio parere trascendendo.

Perché dobbiamo continuare a infierire, morbosamente, creando deliziosi video strappalacrime di bambini che sembrano statue di creta estratti come bambole rotte dalle macerie di Aleppo?

Perché dobbiamo berci avidamente le interviste al padre di Fabrizia, riconosciuta in un cadavere dopo essere stata data per dispersa nell’attentato di Berlino?

Perché dobbiamo andare a scavare nelle vite di altri alla ricerca dei loro demoni, dei loro peccati e dei loro dolori?

Cagnolini massacrati, ragazzine morte suicide, interventi estetici finiti in disastro, cisti estratte che esplodono in lapilli di pus…

Ma davvero siamo solo curiosi?

Curiosi lo siamo, senza dubbio, anche io.

Ma così mi sembra troppo.

Questa è a tutti gli effetti non solo pornografia del dolore ma anche accanimento, compiacimento morboso, dolendi voluptas senza scopo.

Il nostro mondo è ferito, malato, dolorante. Noi non potendolo curare divarichiamo i bordi dei suoi tagli sanguinanti e ci guardiamo dentro, alla ricerca del bianco del tendine nel rosso della carne.

Non per sanare il suo strazio, ma solo per aver visto cosa c’è dentro, provando quel misto di schifo e attrazione magnetica che solo un horror coi controcazzi sa regalare.

Questa non è informazione o cultura, non è avere la forza di guardare tutta questa bruttura, perché non si può mica mettere la testa sotto la sabbia, siamo mica struzzi, bimbi belli…no: è solo essere morbosamente affascinati dagli orrori che ci circondano, che siano su scala personale o su scala mondiale.

E’ veleno, è malsano. Come il pus della cisti estratta dalla schiena della tizia sul video di fanpage.

Errata Corrige (?)

C’era un tal Manzoni che, non certo senza una non così trascurabile dose di compiacimento, si rivolgeva ai suoi “venticinque lettori” sapendo che in realtà il numero sarebbe stato di gran lunga più significativo.

Contrariamente a detto personaggio, io mi rivolgo a ragion veduta ai miei nove lettori, come le stat mi confermano.

A loro ci tengo a dire, deliberatamente giustificandomi, che gli errori di battitura del post precedente, ahimè copiosi, come uno dei nove lettori mi ha fatto notare, non sono dovuti ad una mia repentina dimenticanza della lingua italiana quanto ad un concorso di colpa: da parte mia ammetto di non aver riletto e nemmeno riguardato quanto scritto, cosa che, se avessi fatto, mi avrebbe evitato la miserabile figura che non facendolo ho invece fatto, da parte del computer dal quale scrivo  c’è invece stata una non trascurabile colpa identificabile nell’avere la tastiera meno amichevole della storia dei tempi, essa avendo la sconveniente abitudine di non percepire necessariamente tutte le lettere battute e di percepirne, a mo’ di compensazione, alcune doppie o triple. Si tratta di un dato che i colleghi che dispongono come me di questo odioso macchinario potrebbero confermare senza batter ciglio, tengo a precisarlo.

Ora, essendomi stata fatta una correzione piuttosto puntuale dell’ortografia del post, avrei potuto fare finta di niente e andare a correggere ove necessario, ma questo non avrebbe certo giustificato le mie colpe a coloro che avendo già letto la prima stesura non rileggeranno certo la bozza corretta.

Concludo dicendo che per un attimo ho pensato per lo meno di andare a contare il numero di strafalcioni scritti: fosse emerso che di errori casuali ce ne sono 42 avrei potuto supporre che fosse u1c4f5ca8-02b5-11e5-8720-20cf300687d7_347_233n segno del cosmo che comunica con me tramite mezzi tecnologici poco funzionanti e che desidera dirmi che attraverso i non pochi errori dei quali mi sto macchiando sto avvicinandomi ad avere la risposta universale…una sorta di “Per Aspera ad Astra” per autostoppisti galattici  insomma, un incoraggiamento comico e astrale.

Piacendomi molto l’idea, ho deciso di confermare l’ipotesi senza conferme empiriche.

Don’t panic. I have a towel.

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E’ uno di quei locali in cui si arriva un po’ per caso e un po’ per destino.
Sembra quasi che il bistrot stesso sottoponga i suoi avventori ad una sorta di prova d’ingresso, come nelle più gettonate università.
Non è uno di quei posti in cui si arriva per sentito dire, e nemmeno uno di quelli dove si entra perché l’insegna o il dehor ha catturato l’attenzione.
Più che altro ci si ritrova dentro senza nemmeno essersene del tutto accorti e allora, solo allora, ci si guarda in giro e ci si rende conto di essere in effetti entrati in un microcosmo colorato di velluti rosso bruciato e legno color senape, vinili neri un po’ scoloriti e porte verdi dalle maniglie a pomolo dorate.
Non c’è tanta luce, ma le lanterne disseminate qua e là valgono a dare a tutto una sfumatura così adorabilmente fumosa da far pensare che i pochi e offuscati punti d’illuminazione siano stati disposti ad arte come i riflettori verrebbero posizionati su un set fotografico.
Ad ogni modo, si debba all’arte o al caso la disposizione strategica di tavoli e sedie, ora nascosti ora centrali, delle luci e dell’arredamento, la clientela stessa diventa, forse grazie alla selezione in entrata, parte integrante del piccolo affresco che il baretto offre.

La coppia a centro sala

Lui avrà superato i quarantacinque da non troppo, ma il tempo è forse stato un po’ troppo impietoso. Indossa una giacca da lavoro e un cardigan blu, in tinta con il pantalone semi elegante e un po’ meno in tinta con le stringate di pelle lucida. Quelle scarpe danno l’impressione di essere scomodissime, triste contrappasso per un personaggio che forse a causa di impegni di lavoro non fa più di cento metri al giorno.
Ha degli occhiali rettangolari dalla montatura sottile sul naso, obbiettivo di messa a fuoco necessaria ai suoi occhi verdiun po’ appannati per dare nitidezza a formule che spieghino il funzionamento del mondo.
E’ uno scienziato, un ingegnere meccanico. Passa la giornata a cercare inutilmente di spiegare a un branco di clienti che conoscono solo l’utile monetario che no, anche se loro vogliono un’asse di rototraslazione che si occupi anche dell’aggiornamento dati non si può fare. Certo, ha capito che risparmierebbero ben tre preziosi minuti e che il tempo è denaro ma no, se gli assi di rototraslazione non hanno ancora imparato a farti pure il caffè lui non può farci nulla. Sorride, si ripete come un mantra che il cliente ha sempre ragione e che tutto sommato la busta paga a fine mese lui l’ha bisogno, non foss’altro per potersi concedere una cena fuori con la sua bella senza doversi fare i conti in tasca durante la scelta del vino, ma certe volte non può fare a meno di pensare che nel suo immaginario di bambino il Deus Ex Machina che le machinae le assembla con competenza e arguzia non ha di questi problemi, problemi a cui troppo spesso si riduce la sua intera giornata.
La guarda, la sua bella, e pensa che per poterla coccolare un po’ ogni tanto alla fin fine vale la pena di star dietro alle folli richieste di uomini d’affari che non hanno mai calcolato un integrale in tutta la loro vita anche se pretendono di insegnargli il suo mestiere.

Lei è bionda, biondissima. I suoi capelli color platino incorniciano un viso ovale piuttosto paffuto scendendo quasi fino alle spalle leggermente scalati, lisci come la seta. Sono capelli sottili, che ad un osservatore poco attento potrebbero sembrare sporchi. In realtà, non più tardi di tre ore prima li ha lavati e acconciati, cercando il ogni modo di gonfiarli, evitando quell’odioso effetto scopino che di certo non sfina i suo volto, ma non c’è verso. In trent’anni forse dovrebbe essersene fatta una ragione, ma ancora oggi, tre giorni dopo i suo trentunesimo compleanno combatte strenuamente una battaglia senza via d’uscita.
Il colore invece le piace. Dall’adolescenza in poi si sente chiedere regolarmente quale nuance di tinta chiede al parrucchiere, e ogni volta non può fare a meno di nascondere una punta di compiacimento nel rispondere sinceramente che non chiede alcuna nuance: sonno naturali.
Le piacciono i vestiti ricercati e le scarpe col tacco, anche se non ne avrebbe bisogno essendo già alta.
Quella sera ha delle calze coprenti marroni ricamate con un vestito in maglina che segue i contorni del suo corpo formoso, indossa un giubbotto di pelle troppo pesante per stare al chiuso e troppo leggero per stare all’aperto, ma quel verde smeraldo è proprio bello, e sta divinamente che la sua tavolozza nordica.
Lo guarda, il suo professore. Non è mai stata sua allieva, perché l’anno in cui lui ha perso la cattedra di meccanica lei cominciava la prima, però sa che per dieci anni ha insegnato nella suola dove ha frequentato i primi due anni. Quando si sono conosciuti, ad una molto poetica cassa di un molto poetico supermercato, lei lo ha riconosciuto, ma lui forse ancora adesso non associa al suo viso quello di quella ragazzetta cicciotta che in prima liceo gli è andata addosso sulle scale facendogli cadere tutti i libri.

Hanno ordinato una pasta al pesce con un calice di vino rosso. Abbinata ardita e non classica, certo, ma quello è il vino che è stato loro consigliato dalla ragazza he ha preso l’ordine e loro non si sono sentiti di contestare.
Lei sa che quando vanno a cena fuori lui insiste per pagare… avrebbe avuto qualche remora ad ordinare il piatto più costoso dell’intero menù in altre circostanze, ma sa che a lui piace vedere che lei ordina cose sfiziose senza farsi problemi. E dire che quella sera avrebbe voluto solo un’insalatina scondita: la tensione dei bottoni dei suoi jeans dell’autunno passato la sta avvisando che sarebbe i caso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Lui la osserva, un po’ di sottecchi, mentre finge di leggere per la ventesima volta un menù che ormai ha quasi imparato a memoria. E’ proprio bella, con il suo rossetto bordeaux messo ad arte, che lui non ha mai capito come riesca a non sbavare nemmeno mangiando. La guarda non si spiega cosa un bella ragazza come lei ci trovi in uno come lui…uno che sulla sedia del bistrot trova che il tavolo sia di una taglia sbagliata e assume una inevitabile posa ingobbita per evitare l’ancor peggiore per performance di sbrodolare il sugo sulla cravatta.
Sono ormai anni che si frequentano, e dopo essersi più volte tormentato con il tarlo del dubbi che lei non provi nulla per lui e si accompagni a lui per chissà quale sbagliatissimo motivo ha deciso di rompere gli indugi e di ammettere con sé stesso di esserne perdutamente innamorato. Ha deciso, in modo così poco scientifico ed empirico, che se è tutto finto non sarà certo lui a cercare la prova della verità, non questa volta.
Arriva il vino, e a stretto giro la portata.
Lui la guarda, le augura il buon appetito e propone un brindisi.
Lei guarda quel gigantesco piatto di linguine ai frutti di mari pronte a depositarsi per anni sui suoi fianchi e annusa il loro profumo invitante, solleva il suo calice e gli sorride.
Non si chiede nemmeno più cosa lui pensi in quegli attimi di silenzio: lo sa anche se nessuno glielo ha mai detto.
Brindano e si accingono a mangiare.
Lui lotta con una vongola verace, vuole aprirla con le posate, ma è evidente che la lotta è impari. Durante la tenzone parte uno schizzo di sugo di pomodoro, galeotto compie una parabola perfetta e si deposita sul polsino della camicia azzurra chiara.
Lei trattiene un risolino: sperabilmente, il professore non si accorgerà di nulla e non si rovinerà la serata.
“Permetti?”
Gli pesca la vongola dal piatto, con abile mossa la apre con un colpo di unghia color melanzana e poi gliela restituisce aperta leccandosi l’indice. Mamma mia che buono quel sugo: forse potrebbe valutare attentamente l’idea di comprare un paio di jeans una taglia più grandi e chiedere al cuoco l’intera teglia da finire.
Lui si riscuote a fatica, infilza la vongola indifesa insieme ad una linguina e non può fare a meno di pensare che se quella è solo una sospensione della realtà regalatagli da qualche dio degli atei…bhe, a caval donato non si guarda in bocca.

 

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Suona il gong, scocca la mezzanotte, e come le maschere del Carnaval che ricoverano nel salone delle feste ho un anno in più.

Anno che, ben inteso, ho compiuto giorno dopo giorno, non certo di colpo in un secondo, quello che dalle 23.59.59 porta alle 00.00.00.

Mi piace la locuzione “compiere un anno”: implica che non si tratti di un istante di distrazione in cui ti ritrovi di colpo un po’ più vecchio ma di una lunga serie di attimi che, per convenzione, ti portano al riconoscimento del fatto che non solo hai attraversato 365 giorni e qualche ora, volendo pedantemente tener conto del significato reale dell’anno bisestile, ma anche che a quei 365 giorni e qualcosa sei sopravvissuto.

Mi ricordo che, con una certa preveggenza, alla tenera età di tre anni e mezzo, specchiandomi nello specchio nel corridoi della casa vecchia candidamente domandavo a mio padre “Cosa mi regali perché ho compiuto il mezzo?” elevando a successo degno di un regalo non solo il compimento di un anno ma anche della sua metà. La mia era, bei tempi, innocenza infantile, ma ora capisco che anche per sei merdosi mesi può valer la pena di congratularsi per una riuscita sopravvivenza.

Sì, perché se io dovessi trovarmi a fare un bilancio dell’ultimo anno la prima cosa che direi è “sono sopravvissuta”. Per l’esattezza, e mi si perdoni il francesismo, mi metterei in piedi su un bella boccia sparti traffico, come tante volte ho fatto per fare la scema e poi, a gran voce, tirando fuori le mie doti liriche, proclamerei che “vaffanculo, in barba a tutto e tutti io sono ancora qui!”.

Non che sia un merito particolare, ne sono consapevole. Tutti i ventiseienni di questo mondo ce l’hanno fatta. Eppure, così è, e non è così scontato.

Non è così scontato per me che, nel mio piccolo, ho dovuto guardare dentro al vaso di Pandora e provare orrore, per le mie stesse miserie e per le miserie di altri.

Mi sono dovuta rendere conto che quando Tolkien scriveva “Non tutto è oro quel che luccica” porco cane se aveva ragione.

Mi sono dovuta rendere conto che ho fatto tante di quelle cazzate che andrei volentieri a nascondermi in un ripostiglio e butterei la chiave, se solo non fosse che senza la mia presenza atta a supercazzolare nel tentativo di sbrogliare i miei stessi medesimi casini la mia immagine residua se la passerebbe molto, ma molto assai peggio.

Mi sono dovuta rendere conto che alla fine queste tanto discusse, tormentate e analizzate cazzate che ho fatto, se non proprio a fin di bene le ho fatte in buona fede, ma non potrò mai sostenere questa tesi con nessuno, e dovrò sempre scontare la condanna di bere dal mio amaro calice di vederle come spade di Damocle pronte e trafiggermi.

Mi sono resa conto che alla fin fine ognuno ha le sue, e chi sono io per giudicare.

Mi trovo attualmente a pensare che quando si dice “Il mondo è bello perché è AVARIATO” in fondo in fondo un po’ è vero: se così non fosse non esisterei io, e nemmeno i miei migliori amici. Siamo un po’ avariati, ma anche il gorgonzola è ammuffito, eppure è stra buono.

Ci sono giornate grige in cui vedo solo le miserie, principalmente quelle in cui sono carnefice e non vittima, e vorrei solo tagliarmi le vene e smettere di esistere e di pensare. Poi penso che tutto sommato mi piace prendere il caffè con mia mamma, farmi una birra con i miei amici, bermi il mio San Simone serale corredato di sigaretta di coda, sentire la pelle nuda che si scalda sotto il sole e respirare l’odore della pece sotto la luce, e allora lascio perdere, in attesa che mi passi il momento di consapevolezza depressiva mistica.

Mi piaceva la passeggiata dalla stazione di Milano Lambrate al M.A.S.

Non la farò mai più, non con questa testa…ma se ci ripenso mi ricordo che i primi tempi che andavo a lezione da sola avevo una paura tremenda, odiavo quei 2,9 km ma non osavo prendere il bus per paura di non scendere alla fermata giusta e quell’ora e mezza prima della classe mi sembrava interminabile. Poi è diventata un rito, e l’ultimo giorno che sono tornata persino la stazione mi sembrava l’Eden a cui mi accingevo a dar l’addio.

C’è del bello in tutto. Basta saperlo vedere. Io attualmente non lo vedo. Ma mi piace ripetermi che lo vedrò. Magari non domani, ma prima o poi lo vedrò, perché so che c’è. Chiamatemi sognatrice, scema o illusa, ma io ci voglio credere che prima o poi riuscirò a cogliere non un barlume fugace di questo bello ma una vera e appagante immagine.

E’ allora ci ripenso, e decido che di finirla non ne vale la pena, perché anche ci fosse solo la speranza e qualche attimo di graziosa routine sarebbe pur sempre meglio che niente.

Ed è faticoso, perché desidero e sogno, e sono consapevole di quel che non ho…ne sono  consapevole in modo doloroso e capriccioso. Eppure, come dicevo qualche parola fa, “Sono ancora qui”.

Tanti, io credo, mi vedono come un esserino in difficoltà, debole e bisognoso di cure. Forse è così, almeno sotto certi aspetti, ma sotto altri no, perché la mia consapevolezza dell’anno compiuto è che no, non mi arrenderò alla tempesta.

Un mio caro amico recentemente mise come immagine di WhatsApp questa frase “Un giorno il diavolo mi sussurrò all’orecchio -Tu non sei forte abbastanza per affrontare la tempesta.- Oggi io ho sussurrato al diavolo-Io sono la tempesta-“.

Ecco, io non potrei mai sussurrare al Diavolo che sono la tempesta, perché non lo sono, e mentire al Diavolo non è mai un buon affare: è uno che se ne intende lui. Però quello che posso dirgli è che farò il possibile per sopportarla, la tempesta, e anche se dovrò vomitare l’anima per i cavalloni inferociti quando sarà finita, perché ogni tempesta prima o poi deve finire, io mi sciacquerò la faccia per riprendermi un po’ e, ancora pallida e sconvolta, cercherò di fare una bella risatina ad effetto e gli dirò che tutto sommato l’ultima sbronza che ho preso mi ha fatta stare peggio.

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C’è un che di liberatorio nel gettarsi come un kamikaze nel pogo di un concerto metal.

Liberatorio e ancestralmente necessario, anche se si pesa circa la metà del cliente medio di questo tipo di attività.

Necessario anche se è ovviamente una cattiva idea buttarsi in mezzo a una dozzina di vichinghi semi ubriachi e sudati che si pigliano reciprocamente a spallate che manco gli Uruk Hai per penetrare il fosso  di Helm.

Necessario anche se illo tempore, quando pischella insistevo per ottenere il permesso di andare a sentirmi gli Haggard o i Sonata Arctica il babbo, reduce e ancora non del tutto ristabilito dall’esperienza della rissa punk dei concerti anni ’70, mi metteva in guardia circa il rischio al quale mi esponevo andandomi a cacciare in un simile ambiente subumano di pura violenza e depravazione bestiale.

Ridevo io, quasi offesa dall’idea che si potesse pensare che sarei stata così poco avveduta dal buttarmici veramente, se mai questo buffo rituale si fosse innescato.

Sono passati otto anni da allora, dalla prima volta che chiesi al babbo di lasciarmi andare ad un concerto. Ora posso dirlo: aveva ragione, è un’idea del cazzo, e il pogo sotto palco è una realtà molto poco onirica ed estremamente concreta.

Puzzolente, bagnata di birra e secrezioni corporee varie, dal banale sudore al naso, perché quando parte il riff vuoi mica pulirti la canappia anche se hai appena starnutito, e decisamente dolorosa.

Non mi era mai capitato di fare parte di questo rito divino che vuole noi miseri animali ingentiliti tirare fuori quella bestiaccia che sotto sotto siamo e tirarsi botte da orbi sotto ad un palco non per ottenere una medaglia, un titolo, un posto più vicino agli alluci del cornamusista o cazzate affini ma solo perché è divertente farlo.

Divertente poi…non direi, ma catartico senza dubbio.

Almeno, magari per gli altri è solo un passatempo da sbronza, ma io in quel pogo mi ci sono buttata nel totale spregio della mia integrità strutturale, rischiando di rimettercela veramente, perché puttana la miseria sono mesi che mi salgono carogne su carogne e che bene o male me le faccio andare giù, ma ogni tanto avrei voglia di correre in mezzo ad un campo, urlare fortissimo o spaccare tutto, e prendere a spallate bestioni da 90 kg l’uno, totalmente legittimata dalla circostanza quasi orgiastica ha avuto il suo porco perché.

Ciò detto, è finta e show, un contratto non firmato che ci vuole impegnati a spintonarci come gorilla imbizzarriti, ma solo fino ad un certo punto: forse sarà il fatto che vedere uno scricciolino come me buttarsi ha fatto dubitare gli altri interpreti della mia sanità mentale e della mia reale volontà di trovarmi lì, ma le non poche volte che sono finita con culo in terra, rischiando davvero di farmi tanto male perché pestata da gente e colpita da bottiglie di birra scaraventate a terra, sono sempre stata rimessa in piedi in un batter d’occhio da perfetti sconosciuti, spolverata e messa in salvo non al centro del ring.

Facendo il netto della serata, ho una maglietta pagata profumatamente 20 euro che attesta che “io ho tornato il concerto dei Folkstone”, un ginocchio spelato e livido che se pretendo di farci le scale sopra apriti o cielo, la chiara consapevolezza di aver preso varie gomitate nelle mascelle, qualche graffio da coccio di vetro esploso in slow motion a pochi centimetri dalla mia persona, un mal di schiena che al confronto le serate reggaeton sono salutari, la determinazione a far passare minimo qualche rivoluzione dell’orbe terraqueo prima di ripetere la performance, ma ho emesso sotto forma di sudore buona parte del male di vivere che ieri più che gli altri giorni mi stava attaccata.

 

One way ticket

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

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“Alice, dove cazzo vai se non sai nemmeno dove vuoi arrivare?” [cit.]

Sì, gente, la fate facile voi.

Il non sapere dove andare pur essendo in marcia è una condizione esistenziale che penso essere parecchio diffusa.

Correva la metà del Novecento quanto Heidegger, usando certamente parole più dotte e frasi molto probabilmente ben più involute, dall’alto del suo esistenzialismo contaminato di idealismo trascendente parlava dell’uomo come “progetto gettato”, nato e morto senza averlo deciso, finito e pertanto limitato dalla sua finitezza.

Progetto gettato…ovvero un paciugo, un coso dotato suo malgrado di coscienza (che poi, per carità, chi più chi meno…) che di colpo si ritrova a ruzzolare in un mondo che non conosce per dote ancestrale, con un tempo, tempo il quale ha la sconveniente abitudine a muoversi in una sola direzione, tragicamente limitato a disposizione per conoscere detto mondo, fare qualcosa di utile o per lo meno essere decentemente soddisfatto se non proprio felice.

Pare dire niente? Praticamente un’impresa al confronto della quale le arcinote dodici fatiche sono un giochetto.

Quindi no, cari i miei cinici razionali che hanno capito tutto, Alice dove cazzo vai non vuol dire proprio niente.

Cosa dovrebbe fare, poraccia, starsene ferma e pietrificata fino a quando non capisce come gira a Sottomondo?

Ferma e pietrificata ma, attenzione perché c’è anche l’inghippo, soggetta ai movimenti del mondo in cui si trova calata, quindi più che altro sballottata a destra e a manca senza nemmeno rendersene conto.

No, io penso che Alice faccia bene a muoversi, anche se non sa dove sta andando, perché magari mentre cammina le viene in mente dove vuole andare. O, più semplicemente nel momento in cui sceglie a caso la strada ai crocicchi che incontra, segna da sola, motore immobile inconsapevole ma tristemente autodeterminante, un destino che che prima o poi si paleserà dandole una direzione da seguire, questa volta a ragion veduta.

Dico ciò alla luce dell’acqua calda che ho scoperto alle soglie dei ventisei (e solo il pensiero è già dolore).

Se mio nonno avesse le palle sarebbe un flipper. Ma mio nonno non ha le palle, ed è pure morto da mesi.

E niente, si sbaglia, si sbaglia di più per correggere un errore fatto in passato, ci si perde, si impreca maledicendo il fato baro e coglione che ci ha privati della possibilità di essere felici facendoci scegliere a caso il bivio sbagliato…ma resta il fatto che il defunto nonno le palle non le aveva nemmeno da vivo, figurarsi ora. Un flipper non lo era prima, né lo potrà più essere ora.

 

 

Back in black.

punk rapunzel

Sono stufa.

Stufa di essere considerata debole perché il mio modo di sentire è forse un po’ più marcato.

Stufa di essere guardata come “quella coi problemi” che da un momento all’altro potrebbe andare in frantumi.

Stufa di non essere capita.

Stufa di essere giudicata, nel bene e nel male.

Stufa di farmi l’autoanalisi, e di non concedermi nemmeno il lusso di darmi ragione da sola.

Stufa di sentirmi rispondere come se fossi una povera pirla che non sa stare al mondo.

Sono stufa di autoinfliggermi il tormento quotidiano di pensare che forse hanno ragione gli altri.

Stufa di ripetermi che se ora pure i miei amici mi guardano come se fossi un gattino ferito e abbandonato sotto sotto, e nemmeno così sotto, me la sono voluta.

Sono stufa di avere paura di non andare bene e di non essere abbastanza.

Sono stufa che il mio altruismo venga scambiato per appicicaticcio bisogno di affetto e sono stufa che le mie reali richieste di affetto vengano accolte con un lieve e non tanto celato fastidio.

Sono stufa di essere il “ti faccio sapere poi” di tutti, e stufa di farmi il mea culpa quando sono io a “far sapere poi” a qualcuno.

Non sono perfetta, e non mi viene nemmeno voglia di sostenere di essere un mostro di equilibrio psichico.

“Ho anche io i miei problemi” ma non mi nascondo dietro a questa frasetta pietosa, e pretendo, e sottolineo, pretendo, che chi ha a che fare con me non si limiti alla presa visione di questi per definirmi.

Io sono io, a prescindere da tutto il resto. Sono una persona a sé stante e non sarà l’elenco delle mie miserie a permettere al mondo di decidere che sono una poveretta tarata e malata.

Passo la vita combattuta tra il desiderio di mangiare e il desiderio di essere magra in modo assurdo.

Certe volte, senza nemmeno sapere perché, mi taglio. Qui mi piace utilizzare la frase del mio ex “Sei talmente sadica che vuoi male persino a te stessa”: non è vero, ma mi fa ridere, ed sarebbe una descrizione ganza di un personaggio stile Tarantino.

Ho un po’ di manie di persecuzione, e vivo nel terrore che non mi voglia bene nessuno.

Ci sono giorni che mi alzo talmente sversa che devo decidere se odio più me stessa, il mondo circostante, chi mi sta vicino o indiscriminatamente tutto.

Ho quasi ventisei anni, ho buttato a gambe all’aria la mia vita per “farmi regalare due anni” per inseguire un folle sogno decidendo quasi consciamente di ignorare l’evidenza che era proprio una follia. Adesso che me ne sono accorta andrei dalla me di due anni fa, mi piglierei a schiaffi, e poi mi direi di rifarlo, perché “Amo il mio sogno, seppur mi tormenta”.

Provo desideri e compio azioni che non necessariamente si possono considerare degni del paradiso. Come tutti, solo che io poi me ne rendo conto, contemplo la mia stessa meschinità e mi butterei da un ponte.

Sono di base convinta che il fine giustifichi i mezzi, ma ne ho fatte alcune che sarebbe proprio stato meglio che no, anche se a mia discolpa posso dire che quasi sempre ero se non proprio ubriaca per lo meno decisamente alticcia.

Purtroppo la macchina del tempo non l’hanno ancora inventata, e indietro non posso tornare. I miei scheletri nell’armadio più che scheletri sono zombie: puzzano di cadavere ma si possono ancora muovere e fare un sacco di danni. Non posso che convivere con la consapevolezza che siano lì, più che mai attuali nelle loro penose motivazioni. A livello karmico sto pagando. Mi chiedo solo se prima o poi mi sentirò di nuovo pulita.

Sono tormentata. Tanto. Forse a torto forse a ragione, ci sono giorni che penso proprio di essere sul punto di crollare definitivamente.

Ma, porco cazzo, non i miei tormenti né la mia vita valgono ad autorizzare chi mi conosce a valutarmi incapace di stare al mondo.

Nella mia vita ho sempre, bene o male, avuto le palle.

Doveva capitarmi di incazzarmi per bene per ricordarmelo o rendermene conto. Ma ora con meravigliosa lucidità me ne accorgo: io esisto in quanto persona, e il mio essere non si limita né si definisce nei miei problemi, nelle le mie seghe mentali o nei i miei schizzi momentanei.

Io sono me, e ho la mia forza e il mio valore. E poi mi faccio un sacco di seghe mentali, patisco, piango e ho bisogno di affetto e attenzioni, ma questo non toglie nulla a quanto detto prima.

“Fa più io dire me”…allora bene, me sono Marta, Ruby, Waspy o come cazzo mi volete chiamare, e sono qui.

 

 

 

 

 

L’Ospedale

ospedale-corridoio

Entrò dalla porta principale, come se fosse venuta in visita per qualche congiunto. Forse a l’orario di visita era già finito, o forse doveva ancora cominciare. Non ne aveva idea: non indossava più l’orologio da anni.

Senza meta percorreva i corridoi lunghissimi, come un dedalo all’interno della struttura. Le passavano accanto persone con le braccia ingombre di fiori e dolci, omaggi di pronta guarigione per conoscenti in degenza. La gente in visita si mischiava ai dottori e agli infermieri, ministri della salute nell’officio del loro compito sacro, che come una consolidata routine prelevano sangue, emettono diagnosi e rimuovono parti di corpi non più funzionanti.

Sasha aveva per anni pensato che non avrebbe mai potuto affrontare una carriera medica, perché la impressionavano i colori fin troppo accesi dell’interno del corpo umano, l’odore del sangue la metteva a disagio e la sofferenza le si attaccava addosso oltre a quella coltre di indifferenza distaccata che non riusciva a togliersi come una impermeabile bagnato che tiene lontana l’acqua ma non la sensazione di gelida umidità.

Attualmente si era scoperta a meditare che in un’altra vita le sarebbe piaciuto provare. Forse alla fin fine avrebbe potuto essere la sua vocazione.

Per qualche motivo che non sapeva spiegarsi, gli ospedali esercitavano su di lei una sorta di perverso fascino. Temeva di vedersi comparire davanti da un momento all’altro una barella con sopra qualche vittima di qualche rovinoso incidente stradale, ridotta a brandelli di corpo nel proprio sangue, e con questo spauracchio si guardava intorno sperando che i suoi occhi fossero, nella malaugurata ipotesi l’evento temuto avesse avuto a concretizzarsi, in grado di avvertirla di distogliere lo sguardo quell’istante prima che le immagini si imprimessero sulla sua retina…eppure i corridoi bianchi, l’odore di disinfettante, quell’odore caratteristico che fa venire in mente qualcosa di verde spento, i cartelli per i reparti che da dermatologia portano in chirurgia d’emergenza senza nemmeno passare per una grave malattia, le piacevano.

Si trovò a sogghignare tra sé e sé: forse aveva un debole per tutti i posti con i corridoi. Tra supermercati e ospedali non sapeva nemmeno lei cosa fosse più comico.

Ad ogni modo, qui non era venuta per leggere affascinata delle indicazioni per reparti dei quali avrebbe dovuto cercare il nome su un dizionario per capire cosa succedesse lì dentro.

Era andata in ospedale perché le era sembrato il posto giusto in cui portarsi date le stanti condizioni.

Quando uno sta male generalmente è in ospedale che va, dove qualcuno che sa come fare potrà prendersi cura di lui, senza doversi spaventare, impressionare, scocciare o cose del genere.

I dottori e gli infermieri hanno studiato per capire quale osso è rotto, quale organo non funziona, cosa si è incasinato all’interno della macchina più che complessa che è l’essere umano. Inoltre, vengono pagati per accudire chi ne ha bisogno: è il loro lavoro, e alcuni addirittura dicono che sia una sorta di vocazione, al pari della chiamata religiosa. In teoria dottori e infermieri non provano fastidio ad avere a che fare con persone che stanno male. E’ un po’ come firmare un contratto: “se io sono qui è perché sono malato, è mio diritto farmi accudire e tuo dovere cercare di farmi stare meglio”.

Sasha sapeva di essere ben lungi dall’essere in condizione di scagliare la prima pietra: a meno di momenti di allineamento astrale favorevole, in cui si sentiva ispirata e riusciva a prendersi cura di chi in quel momento ne aveva bisogno in maniera che lei stessa avrebbe definito soddisfacente, non era brava con gli infermi lamentosi. La irritavano, svegliando quella bestia selvaggia che se ne stava assopita nel suo petto, ma che negli ultimi tempi si presentava un po’ troppo spesso a farle produrre pensieri e provare sensazioni che avrebbe largamente preferito non provare, non essendo in grado di giustificarle in alcun modo.

Si dice che la capacità di guardare dentro sé stessi e di fare autocritica sia una benedizione, ma lei aveva i suoi seri dubbi in merito: fissare il suo piccolo sporco abisso personale non le dava gli strumenti per sanarlo, ma solo il dolore di averlo dovuto scrutare. Volendo proprio trovare un lato positivo, per lo meno l’accusa perentoria che pendeva sul capo della sua bestia le impediva di lasciarla emergere liberamente, il che l’avrebbe resa largamente più socialmente e moralmente inaccettabile di quanto già non fosse.

Si sentiva esausta. Era stanca di combattere una battaglia dove non c’è nessun esercito schierato…stanca di involversi in pensieri che non la portavano da nessuna parte. Stanca di sentirsi male, accusa e difesa di crimini mai commessi e torture mai subite.

Troppo lucida per abbandonarsi, si opponeva strenuamente al tifone che la sbatteva di qua e di là; troppo poco lucida per salvarsi non aveva una reale volontà di aggrapparsi a nulla che avrebbe potuto trattenerla in questo vortice di pensieri sconclusionati.

Aveva l’impressione che da un momento all’altro si sarebbe strappata dall’interno sul serio. Avrebbe fatto il rumore che fa il velcro quando viene aperto e l’interno del suo corpo, quegli organi così eccessivamente colorati, si sarebbero sparsi in giro come in un brutto film splatter. Oppure avrebbe fatto come capita alle torte se si apre il forno prima che abbiano finito di lievitare. Plaf, e si sgonfiano miserevolmente, come se qualcuno le avesse bucate da sotto alla teglia.

Non sapeva da quanto tempo esattamente stava camminando, girando casualmente tra un corridoio e una scala, previa aver preso vari ascensori. Di certo era salita, perché per qualche buffa ragione il salire nei piani di un edificio la faceva sentire più “dentro”.

A perdersi in ospedale era sempre stata bravissima: a memoria d’uomo non era mai riuscita ad andare a trovare qualcuno senza aver bisogno di essere salvata dall’infermiera di turno o dall’addetto alla mensa che la ritrovava a vagolare con il naso per aria nella zona montacarichi o nell’anticamera di radiologia.

Questa volta però era diverso: non doveva trovare un reparto o una persona. Non c’era un posto che fosse adatto ai suoi scopi, quindi nemmeno ce n’era uno che fosse particolarmente poco indicato. Di conseguenza, come insegna lo Stregatto con i suoi schiaccianti sillogismi, poco importava che sapesse dove si trovava.

Guardò dentro alla camera che stava per superare: era vuota, a meno di una serie di macchinari strani e dall’aria poco rassicurante e vagamente cyberpunk che stavano tra il letto e la finestra. Le sembrò che il verde pallido delle pareti facesse al caso suo e così pure l’odore di amuchina che ammantava tutto come se fosse stato appena sparso ovunque il gel per lavarsi le mani senza acqua che piaceva tanto ad alcune sue conoscenze.

Si tolse le scarpe e si svestì. Si infilò nel letto con la massima attenzione a disfarlo il meno possibile e poi chiuse gli occhi.