Archive for April, 2015


#2

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Correva il Settembre del 2009 o del 2008. Penso fosse il 2009 perché era l’anno in cui è poi mancata mia nonna.

Ad ogni modo, era Settembre, e io ero nel mio periodo magico in cui ad ogni uscita corrispondeva qualcosa da dimenticare.

Erano i primi tempi che stavo con Tommaso, ma già era evidente che lui non aveva nessun desiderio di sbattersi fino a Milano per un concerto degli Haggard.

Io invece ci volevo andare, e con sforzo enorme ero riuscita a convincere lui a venire e i miei a lasciarmi andare.

Convincere mamma e papà è sempre stato un lavoraccio per tutto, ma per i concerti in particolar modo.

Mio padre è rimasto agli anni ’70, e immagina ancora il pogo selvaggio degli Slayer nel quale la sua esile figlioletta potrebbe finire ammazzata. Io nel pogo selvaggio in effetti mi ci lancerei anche, solo che i gruppi che mi piacciono raramente fanno pogo. Ovviamente questo a lui non lo potevo dire, e anche se glielo avessi detto non ci avrebbe creduto. Inoltre, va considerato che lui è un tipo estremamente salutista, e per uno così legato all’idea del corpo come tempio deve essere veramente una faccenda beduina avere a che fare con me, specie se sono sua figlia.

Ad ogni modo, avevo convinto tutti: mamma, che era già partita ansieggiata all’idea dalla settimana prima, papà, che aveva accettato con disapprovazione pesante e sbattuta sul mio muso ad ogni piè sospinto, e fidanzato, che minacciava da settimane di essere intrattabile se anche la minima cosa fosse andata storta.

Ma io al concerto ci volevo andare, avevo in mente che chissà che figata atomica sarebbe stata. Non ero mai andata a nessun concerto metal (nè rock, nè pop: il massimo erano state le musiche irlandesi nel parcheggio della Micarella l’estate precedente, con mamma e nonna al seguito, e non mi sento di dire che tanto potesse contare come soddisfacente), ed erano giorni per non dire settimane che aspettavo il gran giorno.

Siamo partiti in quattro: io, Tommaso, Elisa e Sara. Là, all’allora esistente Rolling Stones di Milano, avremmo incontrato Alessandro e Nicolò, il ragazzo di Sara di quel tempo, e probabilmente un amico loro, tal Truffo, il cui vero nome non sapevo allora e continuo a non sapere ora.

Guidava Sara, perché Tommaso all’epoca aveva una paura bestiale della macchina e noi altre due non avevamo ancora la patente.

Siamo arrivati in loco alle 18 e qualcosa, parcheggiando miracolosamente praticamente davanti al locale, e abbiamo subito trovato i ragazzi.

Mi sono cambiata in macchina, agghindandomi da brava piccola metallara: avevo una minuscola gonna di quel tessuto lucido tipo uniforme star treckiana, un top cortissimo e gli immancabili anfibi punk da 1.7 kg l’uno (davvero: un giorno li ho pesati e quello è il peso. Pazzesco).

Prima del concerto ci siamo fermati in un locale lì accanto, aveva un nome tipo “Inferno”, “Divina Commedia”, o comunque qualcosa di dantesco. Gli altri hanno mangiato. Io ovviamente no, però mi sono scolata una birra rossa. Non ne faccio un vanto: è un semplice dato di fatto che mi sembrasse estremamente figo essere quella trasgressiva della compagnia.

Fatto sta che quando siamo entrati al Rolling Stones già non ero del tutto sobria, anzi, ero piuttosto stonata.

Del concerto non ho molti ricordi, solo flash confusi.

Ricordo di essermi fatta offrire un buon numero di cose da bere da sconosciuti al bancone (perché Tommaso, mica scemo, si rifiutava di pagarmene, e io i soldi naturalmente li avevo dati a lui non avendo un posto in cui tenerli.), ricordo di essere stata presa in braccio da qualcuno durante “Awaking the Centuries”, di essermi girata verso di lui e di avergli chiesto un po’ stupita chi fosse. Si trattava in effetti di niente popò di meno che Truffo, che io ovviamente non avevo più riconosciuto. Ricordo di aver urlato alla cantante, tal Suzanne, che me la sarei portata a letto ben volentieri. Ricordo di avere abbracciato e sbaciucchiato Elisa per il gaudio e ludibrio generale, e ricordo di essere andata col sedere per terra qualche volta.

Poi credo di ricordare qualcuno che mi portava in giro quasi di peso dicendomi di contare, o almeno di parlare, e ricordo me che tentavo di dire che non mi sentivo molto bene.

Ricordo gente che mi guardava e mi toccava, ma io non riuscivo più nemmeno a dire “bah”, perché mi sentivo proprio male. Avrei voluto svenire, e in effetti probabilmente è quello che ho fatto, perché nella time line ho un bel buco di un’ora.

Poi ricordo, e questo lo ricordo proprio bene, un’ambulanza che è arrivata e mi ha caricata, e io di colpo ho recuperato una lucidità perfetta.

Il pensiero, uno sopra tutti, che mi ha trapassato il cranio urlando a squarciagola: MAMMA.

Ovviamente, Tommaso aveva chiamato a casa mia dicendo che mi stavano portando al Policlinico perché stavo male. Aveva avuto la creanza di non dire che ero ubriaca come una merda, ma che ero un po’ svestita, e quindi probabilmente avevo avuto una congestione.

Mi ricordo bene che dall’alto della mia lucidità ho messaggiato con mia madre per tutto il tragitto verso l’ospedale, tentando di convincerla che, appunto, ero perfettamente lucida.

Poi, ovviamente, siccome in effetti non ero così lucida, mi sono addormentata.

Al risveglio mi sono trovata su una barella, con una fisiologica nel braccio, nel corridoio del Pronto Soccorso del Policlinico, con addosso dei vestiti non miei (e tutt’ora non so cosa sia stato dei vestiti che avevo addosso prima) e mamma e papà seduti in attesa a non più di tre metri.

Non è descrivibile il colpo che mi è venuto. Comunque, dall’alto della mia presunta lucidità ricordo di aver rassicurato mia madre circa la mia condizione: “Non sono nè ubriaca né fatta: ho solo bevuto una coca cola ghiacciata!”.

Solo che anziché questo pare io abbia detto “Ho messo addosso una coca cola azzurra e ho preso freddo”. Risultato: mi hanno fatto il tossicologico, aspettandosi di trovarmi chissà cosa in circolo. E invece no, perfettamente negativo, ad di là delle più rosee speranze.

Sulla mia cartella clinica è ancora scritto “Congestione”, e per quel che ne so, anche se con qualche ragionevole dubbio mamma potrebbe anche averci creduto. Papà forse no, perché per portarmi a casa ha dovuto portarmi in braccio fino alla macchina (essendo le mie scarpe smarrite insieme al resto dei vestiti), e non può non aver sentito quanto dovevo puzzare di alcool. Sta di fatto che nessuno mi ha mai detto più nulla di questa faccenda.

Che poi, se ho dei genitori iper apprensivi e il mio moroso non voleva mai andare a fare niente, forse tra tutti avevano capito giusto.

Ora, a distanza di sei anni, la racconto e rido, ma per anni ha tormentato le mie notti sotto forma di incubo.

Chi dice, con fine ed elegante eufemismo, che sono “un po’ scemina” non ha proprio tutti i torti.

#1

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Pioviggina. E’ una serata di novembre inoltrato, o forse è già Dicembre o Gennaio, non ricordo.

Ho teatro alle nove, ma non voglio tornare a casa a cena, un po’ perché non ho voglia di fare un viaggio di mezz’ora tra andare e tornare per un totale di un’ora e qualcosa da passare, un po’ perché non voglio mangiare, e l’unico modo per non mangiare è non tornare a casa.

Ho speso circa 40 minuti snobbando il mio ragazzo in camera sua dedicando le mie energie alla ricerca di qualcuno con cui passare quell’ora e mezza. So ben io chi avrei voluto, ma in mancanza della prima scelta diventava quasi un obbligo morale per me trovare qualcun altro, per potermi illudere che uno valesse l’altro.

Fatto sta che all’alba delle otto la situazione è rimasta stagnante: nessuno che abbia risposto ai miei messaggi.

E quindi la decisione è obbligata: birra solitaria.

Cammino verso l’Irish Pub in centro, cappuccio della felpa alzato, iPod nelle orecchie.

Mi sento un personaggio delle mie storie underground.

Mani affondate nelle tasche della tuta, sguardo cupo di chi si sente solo come un cane, già mi vedo stravaccata contro alla parete di legno del pub con la mia grassa mezza pinta di rossa davanti, sola, depressa, ma determinata a non elemosinare più la compagnia di nessuno, con un allure bohemienne che manco Boudeleire nei suoi momenti migliori.

Con Bruce Springsteen che canta “Thunder road” in sottofondo, e ricordi di un’amicizia che è bruciata come una stella cadente mi avvio verso la mia birra.

Una macchina frena di colpo per non centrarmi, dato che ho attraversato senza guardare. Un po’ il rumore dell’inchiodata, un po’ lo spostamento d’aria mi fanno perdere l’equilibrio.

Rischio di cadere, barcollo. Il conducente mette fuori la testa dal finestrino e mi dice qualcosa che io non capisco, non avendo fatto nemmeno la grazia di levare le cuffie dalle orecchie. Supponendo che mi abbia chiesto se è tutto ok gli faccio un cenno e, leggermente imbarazzata dalla performance, continuo il mio cammino senza girarmi.

Camminando fantastico: cosa sarebbe successo se il tizio non avesse frenato in tempo? Chi si sarebbe preoccupato per me? A qualcuno sarebbe dispiaciuto? Soprattutto, sarebbe dispiaciuto alle persone giuste? Chissà mia mamma e mio papà come ci sarebbero rimasti male. Tutto sommato, è andata bene così. Preferisco che il tizio abbia frenato in tempo.

Nel frattempo arrivo davanti al pub che, mannaggia a lui, è chiuso.

Inverto la rotta, sentendomi ancora più underground. La pioggia si intensifica leggermente, naturalmente quando mi trovo nel punto più lontano dal posto dove facciamo teatro, figurarsi.

Cambio colonna sonora: non ricordo esattamente chi ho ascoltato, ma penso fossero i Gothminister.

Penso che ora dovrei essere veramente di cattivo umore: non solo chi volevo non si è degnato di accompagnarmi, non solo nessun altro si è degnato di accompagnarmi, ma ho pure trovato chiuso il locale dove avevo deciso di andare a fare la depressa bohemienne.

Invece, assurdamente, l’idea di essere in questo momento simile ai miei personaggi mi piace, e non sono affatto di cattivo umore.

Meravigliose assurdità di della psiche umana.

clown triste

Ammetto di non essere esattamente un filantropa.

Ammetto di essere piuttosto poco tollerante a volte, per non dire spesso.

Però ne ho veramente gli attributi (che non ho) pieni di sentire gente lamentarsi.

Vittime del mondo e del sistema che sbattono in faccia al primo poveretto che passa il loro malcontento.

Malcontento che deriva da emerite stronzate naturalmente, talvolta camuffate da cose serie, talvolta mostrate dignitosamente per quel che sono, ma sempre e comunque stronzate.

Certo, anche io che in questo periodo sono ai minimi storici di buon umore patisco per delle scemenze. Ma non mi piango addosso in giro. Capita il momento piagnisteo, e qualche povero amico che al momento è con me ci va di mezzo, ma è cosa circoscritta, e soprattutto involontaria. Sono cadute di stile che capitano anche a me, che di certo non sono senza peccato, ma non sono uno stile di vita.

Anzi, dopo mi sparerei.

Invece sono circondata da “piangnisteiatori” seriali, personaggi che ne hanno sempre una, che si sentono così così infelici, tormentati dal destino baro e coglione, dalle persone brutte e cattive, dal loro stesso altruismo che li fa essere vittime di questo mondo

E dall’alto di questa loro sfiga nera si sentono in diritto di frignarsi addosso pubblicamente e continuamente, generalmente con la premessa “Non per lamentarmi ma…” e segue panegirico di centinaia di parole.

Ma per favore.

Sono tutte scemenze. Sono scemenze le tue e sono scemenze pure le mie.

E se proprio non riusciamo ad essere così furbi da non piangere per delle scemenze, se proprio dobbiamo essere schiavi della nostra emotività insensata in questo modo, piangiamo, ma in privato, per Dio.

Sarò una stronza io, a non comprendere l’essere umano in questo modo così becero, non lo nego.

Solo che mi saltano veramente i nervi quando per la centesima volta vengo annegata dalle grane inesistenti di qualcuno, quando io stessa ho le mie che quotidianamente cerco di tenere per me, e quando conosco gente che davvero ha motivi di star male, ma almeno in apparenza si porta in modo più dignitoso di costoro.

Poi, non negherò mai ad un amico una spalla su cui piangere, come ci sono volte che mio malgrado ne ho bisogno io. Però, avvalersi di questo diritto così deliberatamente, così reiteratamente…non so, mi urta.

#442015

Mi guardo in giro e vedo frammenti di umanità disperata.

Esseri logorati, piegati, spezzati che si trascinano come automi in un mondo soleggiato solo in apparenza.

Gente che ride sguaiatamente, sorride fino a rischiare di strapparsi le guance, chiacchiera ad alta voce per coprire il vuoto che riempie di assordante silenzio le sua vita.

Vedo occhi che fissano la strada e il cielo guardando tutto e non vedendo nulla.

Vedo vite pigre che serpeggiano nel tempo senza riempirlo.

Vedo solitudini perdute che corrono in cerca di un appiglio, qualcosa per cui vivere, qualcosa che dia un senso, riempiendo quel dannato eco muto che senza avere mani pugnala il petto e il cervello.

Sento pensieri contorti così lucidi da far pensare ad una sceneggiatura ben riuscita di un film cybepunk degli anni Sessanta. Involuzioni metafisiche che non si lasciano spiegare e che immobilizzano anche la persona più dinamica.

Vedo persone correre per fuggire dal rumore delle proprie riflessioni, metal sparato a volume poco salutare dritto nei timpani che dovrebbe simulare una trance tale da non far avvertire la fatica.

Vedo dolori sistematicamente ignorati, sottofondo sordo di una crociata verso una Terra Santa che forse nemmeno esiste.

Guardo uno specchio appannato e vedo il mio viso che mi fissa in risposta.mirror1