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In name of Humanity

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Non sono una politologa né una storica, e non sono nemmeno un bravo essere umano del mio tempo, perché il giornale lo leggo di sfuggita ogni tanto e il telegiornale lo guardo solo quando per caso al pub in tv passano quello anziché la partita (la quale non degnerei nemmeno di uno sguardo, in tutta onestà).

Quanto detto sopra non mi fa onore, è un’ammissione di colpa che mi impegno a migliorare nel prossimo futuro. Eppure lo dico, pur vergognandomene perché è una premessa necessaria.

Persino io, che vivo per accidia avulsa da realtà mondiale, non riesco a non accorgermi che qualcosa di grosso e brutto sta corrodendo la nostra umanità da dentro.

Era il 22 Marzo 2017 quando Khalid Masood si lanciava a bordo di un’auto noleggiata sugli avventori del Ponte di Westminster per poi scendere dalla sua “bomba a motore” armato di coltellacci.

Era il 3 Aprile 2017 quando un’ordigno a bordo della linea blu della metro mieteva le sue vittime in un punto imprecisato tra le fermate Teknologhiceskij Institut e Sennaya Ploshad a San Pietroburgo.

Era il 4 Aprile 2017 quando a Khan Shaykhun in Siria, durante la guerra civile, un attacco aereo e il rilascio di gas causano l’avvelenamento e la morte di vari civili tra cui dei bambini.

Era il 7 Aprile 2017 quando a Stoccolma un camion impazzito si lanciava sulla folla in un centro commerciale.

E ora, 20 Aprile 2017, spari di kalashnikov terrorizzano gli Champs-Élysées. L’Isis rivendica l’attacco, a tre giorni dalle elezioni.

Ora, io non so niente, sono un po’ come Jon Snow. Però ho paura. Paura che possa capitare a me, perché con una serie a frequenza esponenziale del genere è impensabile che non debba mai capitare in casa propria. Paura di andare a Milano in Piazza del Duomo, perché sai mai, è andarsela a cercare…paura.

Paura, e il fatto che io che sono come Jon Snow ne abbia significa purtroppo che i terrorismo ha vinto. Non perché abbia rivoltato un governo o distrutto l’America ma perché ha indotto una persona come tante, nemmeno tanto informata, a temere e condizionare la sua vita per non rischiare più del necessario.

Questo Natale mia mamma ed io non siamo andate alla “Fiera dell’Artigianato”, Milano Fiera, perché sai mai, così è cercarsela. Una piccolezza, ma significativa.

Nel momento in cui su una passeggiata mare l’ipotesi di un pazzo in camion non è più fantascienza (14 Luglio 2016 a Nizza) non ci sono certezze e non ci sono sicurezze.

Morire al fronte fa parte del gioco, è un calcolo che il soldato fa. E grazie al cielo c’è ancora qualcuno disposto a morire per il paese in quest’epoca in cui non esiste un paese se non uno da criticare…ma morire andando a passeggio, da disinteressato e dimesso “uno-a-caso” per i mercatini di Natale (Berlino, 19 Dicembre 2016)…no. Così no.

La cieca randomizzazione della vittima e dell’obbiettivo, mero mezzo per dimostrare che nessuno è al sicuro, è quello che più di tutto spaventa.

Prima dell’11 Settembre, quel famosissimo 11 Settembre, io non sapevo nemmeno che esistesse questa cosa chiamata “terrorismo”. Pensavo che gli equilibri politici del mondo si giocassero sui campi di battaglia dove, lì sì, “gli eroi son tutti giovani e belli”…Avevo 11 anni ed ero all’Outlet con mia mamma. Nemmeno per un istante ho pensato “Grazie al cielo non è capitato alla mia famiglia, alla mia città o alla mia nazione”. Ora, sedici anni e tante brutture dopo, pregherei, se solo avesse il dono della fede, che i miei familiari, i miei amici ed io non diventiamo mai quelli che fanno numero su “La Stampa”: “6 morti, 15 feriti”.

Ora, sedici anni e troppe brutture dopo, io ho paura. Il terrore ha vinto.

Se avessi fede pregherei l’umanità di aver pietà di sè stessa.

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Quando facevo teatro, per spiegare in che modo le rappresentazioni fossero incisive per il pubblico, il ragazzo che teneva il corso spiegò a noi pischelli che per la prima volta approcciavamo la pratica il meccanismo umano sul quale basa il funzionamento il porno.

Niente di più semplice: i neuroni specchio dei nostri piccoli cervellini ci portano a provare un’ombra, un pallido riflesso, di quello che vediamo, o meglio scegliamo consciamente tramite una momentanea sospensione della realtà (termine tecnico, da Stanislavskij) di credere essere autentico.

Più la performance è convincente, più i cervellini pubblico saranno disposti a sospendere la realtà e lasciarsi condizionare, emozionandosi di conseguenza. E’ poi questa, anche, la base della commozione, che, da etimologia, vuole precisamente dire “muoversi assieme” (dal latino cum + movere, cioè, figurativamente parlando, muoversi con, muoversi assieme).

Ora, nel porno secondo me si tratta sì di neuroni specchio, ma anche, e forse in gran parte, (perché dai, non venitemi a dire che sono recitati bene o che banalmente mettono in scena situazioni almeno vagamente verosimili), di soddisfare un basso istinto voyeristico che alberga un po’ in tutti noi. Guardare, anche senza necessariamente immedesimarsi emotivamente, è un’attività che all’essere umano garba assai. Fin troppo direi, pur io ammettendo di non esserne in prima persona esente.

Come tutti o quasi sono su facebook. Come tutti o quasi meccanicamente apro la mia comoda app e scrollo la bacheca.

Oggi ho la nausea.

La nostra pornografia voyeristica sta a mio parere trascendendo.

Perché dobbiamo continuare a infierire, morbosamente, creando deliziosi video strappalacrime di bambini che sembrano statue di creta estratti come bambole rotte dalle macerie di Aleppo?

Perché dobbiamo berci avidamente le interviste al padre di Fabrizia, riconosciuta in un cadavere dopo essere stata data per dispersa nell’attentato di Berlino?

Perché dobbiamo andare a scavare nelle vite di altri alla ricerca dei loro demoni, dei loro peccati e dei loro dolori?

Cagnolini massacrati, ragazzine morte suicide, interventi estetici finiti in disastro, cisti estratte che esplodono in lapilli di pus…

Ma davvero siamo solo curiosi?

Curiosi lo siamo, senza dubbio, anche io.

Ma così mi sembra troppo.

Questa è a tutti gli effetti non solo pornografia del dolore ma anche accanimento, compiacimento morboso, dolendi voluptas senza scopo.

Il nostro mondo è ferito, malato, dolorante. Noi non potendolo curare divarichiamo i bordi dei suoi tagli sanguinanti e ci guardiamo dentro, alla ricerca del bianco del tendine nel rosso della carne.

Non per sanare il suo strazio, ma solo per aver visto cosa c’è dentro, provando quel misto di schifo e attrazione magnetica che solo un horror coi controcazzi sa regalare.

Questa non è informazione o cultura, non è avere la forza di guardare tutta questa bruttura, perché non si può mica mettere la testa sotto la sabbia, siamo mica struzzi, bimbi belli…no: è solo essere morbosamente affascinati dagli orrori che ci circondano, che siano su scala personale o su scala mondiale.

E’ veleno, è malsano. Come il pus della cisti estratta dalla schiena della tizia sul video di fanpage.

Il Carro

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La nebbia bagna  la collina con il suo tocco lieve, ammantando il il dolce saliscendi del terreno come un lenzuolo leggero.

E’ quasi impossibile distinguere la linea dell’orizzonte in quella sinfonia di grigi perlati opalescenti e sfumati, come in un affresco onirico dove l’unico catalizzatore per l’occhio è quel sottile raggio di sole che, impunemente, debole ma costante, si insinua tra l’umidità percettibile con il suo timido riflesso giallo.

Aveva abbandonato il tepore di casa con uno sguardo malinconico, rassegnata come chi deve, pronta a buttarsi nel freddo dell’alba ancora giovane.

Ancora un respiro familiare, soltanto uno.

Ancora una carezza d’occhi ad una cartolina nota, non di più, e poi via.

Un caleidoscopio di pensieri rotolavano nella testa della viaggiatrice, impazziti e senza meta, lasciandola a vagare lungo i sentieri tra i campi senza meta.

Un passo davanti all’altro, e via così, cammina  ragazza cammina, conta il suo sono dei tuoi piedi sul terreno, sinfonia di ciò che devi.

Cosa lasci e cosa troverai? Domande più grosse di te, domande a cui non ha senso cercare una risposta. Il mare di possibilità è sterminato e tempestoso, non sei un marinaio sufficientemente esperto per attraversarlo, specie se non sai dove fare vela.

Tu, minimo essere ebbro del grande vuoto, cosa vai cercando? Una via? Una redenzione o una condanna?

Cerchi te stessa, fantasma nel mondo, rendendoti conto che ogni passo ti definisce un po’ di più…ma cosa definirà il tuo cammino fino a che ti trascinerai tra campi nebbiosi?

…una volta ero una ragazza vera…una volta non ero un fantasma

I fantasmi hanno paura, paura di affrontare il mondo. I fantasmi con le loro dita fredde di spettro tutto toccano e nulla stringono.

…una volta ero una ragazza vera…una volta non ero un fantasma

E dire che potrebbe essere così facile…fai un salto e poi fanne un altro. Salta, cadi e da qualche parte andrai.

…prima di saltare non ero un fantasma…

Pesi a sufficienza da riuscire a cadere, o rimarrai sospesa nel limbo del vuoto cosmico ancora a lungo?

…una volta ero una ragazza vera….molti salti fa non ero un fantasma…

Cerchi la verità, piccola? Cerchi il senso?

Sai qual’è il rischio a voler togliere tutto tranne l’essenziale? Che arriverà un momento in cui non te ne sarai accorta ma avrai tolto il suo significato a tutto…allora sì che comincerà la battaglia per riempire quella landa desolata che tu stessa hai creato.

Rimbombano sul terreno passi ben più pesanti del tuo incedere troppo leggero per chiunque tranne che per chi ha l’ardire e la sventura di amare te, inconsapevole distruttrice.

Passa un carro, non si vede il conducente. Tre buoi lo trainano, le sue ruote lasciano solchi profondi nel terreno ancora bagnato dalla notte.

…prima di saltare non ero un fantasma…

Si siede sul carro la viandante e non si accorge nemmeno di essersi fermata. Ora conterà i passi dei buoi.

 

 

 

“Il Folle”

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Buio. Umido. Caldo.

Troppo caldo, e un odore acre di quelli che trapanano le narici facendosi strada a mazzate fino alle meningi.

Un giaciglio di paglia ispida intrisa di  sudore e piscio era l’unico arredamento della cella, una finestrella almeno tre metri più in alto l’unico punto luce.

Qualunque movimento facesse, rigirandosi nei deliri di un sonno drogato, gli procurava fitte di dolore di mille piccoli aghi piantati nella carne di tutto il corpo. Aveva l’impressione di essere stato passato in una fresatrice senza nemmeno il bene dei vestiti addosso.

Se la ricordava bene quella sensazione Il Folle. Era il suo primo ricordo.

O meglio, il primo ricordo dopo che qualcuno gli aveva fottuto tutti gli altri.

Erano passati ormai molti anni da quando si era svegliato in quella topaia, nudo come un verme e senza sapere più chi fosse, ma ancora non aveva avuto risposte.

Nessuna.

Ogni volta che un minuscolo, infinitesimale tassello di quel puzzle diabolico sembrava incastrarsi sforzando un po’ i bordi, tutti gli altri se ne andavano a ramengo, mandando in rovina tutto il castello di fango che era stato costruito fino a quel momento.

Per un certo periodo Il Folle si era tormentato, spremendosi quel poco di cervello bacato che gli era rimasto, cercando disperatamente se non proprio una risposta almeno una parvenza di ipotesi.

 

Senza ricordare nemmeno il suo nome si ritrovava, chissà perché e chissà come, stampate a inchiostro e fuoco sul corpo formule matematiche e citazioni di filosofi e religiosi che forse, a leggerle nel corretto ordine, avrebbero potuto spiegare il significato dell’universo, ma non aveva idea di quale fosse la prima carta da interpretare in quel gioco di tarocchi: era capace di analizzare ed esprimere in termini scientifici il quadro che era diventata la sua pelle, ma incapace di vedere il filo che legava tra loro quel groviglio di inchiostro e ustioni.

Quel giorno ormai annegato nella notte dei tempi si era svegliato con la testa piena di parole in lingue che inconsciamente sapeva non appartenergli ma senza sapere quale fosse la sua. Aveva fame, una fame bestiale, ma non riusciva a ricordare quale fosse il suo piatto preferito.

Quando aveva riaperto gli occhi al mondo, la finestrella, apparentemente unica via di comunicazione tra la cella ed il mondo, era aperta, un’invito ad andarsene. E lui se n’era andato, anche se avrebbe preferito incrociare il suo aguzzino e potergli chiedere perché.

Per anni aveva cercato in lungo e in largo: aveva visitato paesi e città, parlato con mercanti, mendicanti, saggi e stregoni, ma non era arrivato a niente.

Poi, dopo troppo tempo, aveva deciso che alla fin fine nel gran numero delle cose a cui poteva imparare a rinunciare pure quella ci poteva stare…e aveva smesso, semplicemente. Aveva smesso di cercare, smesso di appigliarsi con tutte le sue forze all’idea di una sobrietà che forse gli era appartenuta nella sua vita passata, smesso di guardare il suo corpo ricoperto di tatuaggi e non sentirlo proprio.

Lui, quadro vivente della conoscenza inintelligibile, si era trasformato da ombra alla ricerca di risposte a giullare e saggio del villaggio.

Accompagnato da un bastone ricurvo così massiccio da poter essere scambiato per un intero tronco e da un cinghiale ispido che stupefacentemente non era ancora stato trasformato in stufato, si aggirava di osteria in osteria, recitando ora sommi poeti ora barzellette sconce, per il generale ludibrio dei presenti che innaffiavano la sua pazzia con vino e birra.

Nei fumi dell’alcool dormiva per le strade, nei fienili o sotto agli alberi, sperando nella benedizione di una notte senza sogni, o almeno con un sogno diverso da quell’unico costante tormento.

Solo una frase era rimasta, anch’essa impressa a fuoco su suo corpo.

La meno significativa forse, ma al tempo stesso l’unica che a lungo andare gli aveva fatto capire che forse la sua condanna sarebbe stata l’accettare che un vero senso in tutto ciò non ci fosse…

Una semplice frase, e l’immagine che questa portava on sé; l’unico ricordo che, cosciente o delirante aveva conservato: il volto sfregiato di un uomo così anziano da non potergli dare età che, ammorbandolo con il suo fiato fetido gli soffiava sul volto quelle parole che, uniche, continuavano a tormentare i suoi sonni e le sue veglie “Ora vedi come va a finire”.

 

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Avevo tempo fa scritto una pagina di diario sul mio difficile rapporto con il cibo. Nel tempo intercorso la vicenda non è migliorata. E nemmeno peggiorata.

Rimango schiava della mia piccola ossessione, piccola perché non trascende livelli umanamente accettabili portandomi  a ridurmi ad uno scheletrino che cammina, e ossessione perché dal mio pasto e dal mio ottemperare o meno ai dictat dietetici autoimposti dipende il mio umore della giornata e buona parte delle mie energie mentali sono allocate a rimuginare su cosa mangiare, come, quando, perché, perché no, calorie, volume, gusto, macronutrienti, tempo necessario a terminare il pasto, gente che mi vede e gente che non mi vede.

Mi masturbo le sinapsi leggendo miliardi di ricette, provando quel dolce dolore che è il desiderio verso qualcosa di così proibito e inavvicinabile che nemmeno rischia di tentarmi da tanto che è fuori dalla mia portata.

Se di fronte a una piccola ciotola di arachidi posso avere seri cedimenti, che per una che sarà mai- penso con pia illusione- e poi me le mangio tutte,( perché ragazzi, breve storia triste, ho una fame d’accidente, se non sempre quasi sempre) con un danno calorico peggiore che se mi fossi mangiata una bistecca e dei sensi di colpa che levati, di fronte ad una fetta gigantesca di saint honore non c’è storia, è decisamente troppo per un crollo di volontà, semplicemente non prendo nemmeno in considerazione l’idea di mangiarla, nemmeno se ne assaggio una cucchiata, gesto che di solito è un rischio gigantesco.

Girovago in rete leggendo articoli su articoli su diete varie e me la rido tragicomicamente: dimagrire mangiando….e giù un elenco di pasti a base di verdurine scondite che grazie tanto, così lo sapevo anche da sola; dimagrire accelerando il metabolismo, e via la frasona che vince tutto: bisogna mangiare non meno calorie del prooprio metabolismo basale, altrimenti si sputtana tutto e dopo un po’ ti ritrovi con le funzioni vitali di un bradipo ( meglio, di un organismo costretto a vivere con 800 kcal quando va di lusso, di cui circa 200 di birretta sociale); dimagrire camminando, e vado a comprare un contapassi elettronico, tanto per avere un’ossessione in più, che ora se non mi sparo anche 25000 passi al giorno non son contenta; dimagrire con la palestra, etc etc etc

Non so nemmeno io perché leggo pagine su pagine di diete e trucchetti dimagranti…forse per soddisfare la mia metafisica brama di magrezza, forse perché sotto sotto spero nella rivelazione provvidenziale che mi suggerirà uno stile alimentare che si confaccia ai miei desideri  nel calderone primordiale di idee, banalità e assurdità che vengono proposte coe soluzioni definitive contro l’incalzante pinguetudine.

Unico comune denominatore: per dimagrire così, e per così intendo dalla dieta del finocchio scondito a quella della passeggiata postprandiana, bisognerebbe essere in sovrappeso, o perlomeno tendenti ad esserlo:  io ho un indice di massa corporea  di nemmeno 17, e a questo punto il metabolismo basale di una sardina sotto sale…nemmeno la più intelligente dieta da giornale potrà mai dare risultati su di me.

Madre e amici che additandomi sussurrano: è evidente che la bestia nera, l’anoressia, mi tende la mano ammiccante. Sono preoccupante. Torno a casa nel week end e la prima cosa che mi viene chiesta è quanto peso, e se quei jeans sono sempre stati così larghi sul culo che non ho.

Fossi dimagrita veramente tutte le volte che mi è stata mossa l’accusa, ora trasparente lo sarei veramente.

E poi, ovviamente, leggo pagine su pagine sui disturbi alimentari (rimando chi legge ad un blog che mi piace particolarmente: eccolo) un po’ perché alla fin fine il dubbio viene, un po’ perché se io stessa parlo di ossessione un motivo ci sarà, e di fatto le cose he riguardano l’alimentazione sono uno dei miei argomenti preferiti…e un po’, ahimè,  ho l’inconscio desiderio di fare la finta anoressica meglio di così, scongiurando definitivamente il rischio di ingrassare. Cazzata, lo so. Ma nell’inconscio mio medesimo non so metter mano.

Sta di fatto, che girovagando nel blog di cui dicevo, ho trovato un articolo su un gruppo di ragazze (e penso anche ragazzi, ma non ne ho ancora individuati) che chiamano sè stesse #edwarriors e pubblicano sostanzialmente foto su foto di cibi carini e corpi un po’ meno scheletrici giorno dopo giorno, incoraggiandosi l’un l’altra nel loro percorso di #recovery.

Sono andata su instagram e ho cercato l’hashtag. Mi sono masturbata con foto di torte, insalate, pollo in crosta e pastasciutte. Ho visto un sacco di coppie di foto di leiprima e leidopo.  Ossa che di martedì in martedì vengono riassorbite dalla carne e jeans che vengono riempiti mano a mano un po’ di più. E ho avuto una rivelazione.

Una di queste #edwarrior ha pubblicato una foto di lei prima e lei dopo….ora, diciamo che lei non è una di quelle magreimpressionantiassurde e non lo era nemmeno al momento della foto prima e cui mi riferisco…confermiamo il fatto che oltre un certo limite il troppo magro non piace nemmeno a me, e generalmente le foto da anoressia sono eramente impressionanti anche per me. Ora, io vedendo quella foto, quella del prima, ho pensato “Che carina”. Ho pensato che stava bene anche così, e che non trovo sembrasse particolarmente malata.

Sono indegna nel dire questo, mi sembra anche di mancare di rispetto alla fanciulla in questione dicendolo, eppure non saprei che altro dire. Ho visto una foto di una che pubblica detta foto per dire “ora mi sto riprendendo!” e della foto del prima penso che sia carina. Mi rendo conto di ripetermi, ma sono rimasta basita io stessa.  Alla luce di ciò si spiegano molte cose.

Io non sono anoressica, e nemmeno a rischio: ho solo dei gusti estetici di merda secondo i più, e malauguratamente ben poco salubri anche secondo me (che ammetto che non avere il ciclo da secoli non sia proprio il massimo).

Come sono ora mi piace. Non mi vedo grassa. solo che non voglio nemmeno per sbaglio ingrassare, ragion per cui se mi scappa di perdere ancora un kg o due non mi lamento, trattandosi di una sorta di assicurazione sulla vita…

Poi, lungi da me sostenere che ciò sia esattamente normale…però, se non altro, rende l’analisi della cosa un tantino più lineare.

Errata Corrige (?)

C’era un tal Manzoni che, non certo senza una non così trascurabile dose di compiacimento, si rivolgeva ai suoi “venticinque lettori” sapendo che in realtà il numero sarebbe stato di gran lunga più significativo.

Contrariamente a detto personaggio, io mi rivolgo a ragion veduta ai miei nove lettori, come le stat mi confermano.

A loro ci tengo a dire, deliberatamente giustificandomi, che gli errori di battitura del post precedente, ahimè copiosi, come uno dei nove lettori mi ha fatto notare, non sono dovuti ad una mia repentina dimenticanza della lingua italiana quanto ad un concorso di colpa: da parte mia ammetto di non aver riletto e nemmeno riguardato quanto scritto, cosa che, se avessi fatto, mi avrebbe evitato la miserabile figura che non facendolo ho invece fatto, da parte del computer dal quale scrivo  c’è invece stata una non trascurabile colpa identificabile nell’avere la tastiera meno amichevole della storia dei tempi, essa avendo la sconveniente abitudine di non percepire necessariamente tutte le lettere battute e di percepirne, a mo’ di compensazione, alcune doppie o triple. Si tratta di un dato che i colleghi che dispongono come me di questo odioso macchinario potrebbero confermare senza batter ciglio, tengo a precisarlo.

Ora, essendomi stata fatta una correzione piuttosto puntuale dell’ortografia del post, avrei potuto fare finta di niente e andare a correggere ove necessario, ma questo non avrebbe certo giustificato le mie colpe a coloro che avendo già letto la prima stesura non rileggeranno certo la bozza corretta.

Concludo dicendo che per un attimo ho pensato per lo meno di andare a contare il numero di strafalcioni scritti: fosse emerso che di errori casuali ce ne sono 42 avrei potuto supporre che fosse u1c4f5ca8-02b5-11e5-8720-20cf300687d7_347_233n segno del cosmo che comunica con me tramite mezzi tecnologici poco funzionanti e che desidera dirmi che attraverso i non pochi errori dei quali mi sto macchiando sto avvicinandomi ad avere la risposta universale…una sorta di “Per Aspera ad Astra” per autostoppisti galattici  insomma, un incoraggiamento comico e astrale.

Piacendomi molto l’idea, ho deciso di confermare l’ipotesi senza conferme empiriche.

Don’t panic. I have a towel.

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E’ uno di quei locali in cui si arriva un po’ per caso e un po’ per destino.
Sembra quasi che il bistrot stesso sottoponga i suoi avventori ad una sorta di prova d’ingresso, come nelle più gettonate università.
Non è uno di quei posti in cui si arriva per sentito dire, e nemmeno uno di quelli dove si entra perché l’insegna o il dehor ha catturato l’attenzione.
Più che altro ci si ritrova dentro senza nemmeno essersene del tutto accorti e allora, solo allora, ci si guarda in giro e ci si rende conto di essere in effetti entrati in un microcosmo colorato di velluti rosso bruciato e legno color senape, vinili neri un po’ scoloriti e porte verdi dalle maniglie a pomolo dorate.
Non c’è tanta luce, ma le lanterne disseminate qua e là valgono a dare a tutto una sfumatura così adorabilmente fumosa da far pensare che i pochi e offuscati punti d’illuminazione siano stati disposti ad arte come i riflettori verrebbero posizionati su un set fotografico.
Ad ogni modo, si debba all’arte o al caso la disposizione strategica di tavoli e sedie, ora nascosti ora centrali, delle luci e dell’arredamento, la clientela stessa diventa, forse grazie alla selezione in entrata, parte integrante del piccolo affresco che il baretto offre.

La coppia a centro sala

Lui avrà superato i quarantacinque da non troppo, ma il tempo è forse stato un po’ troppo impietoso. Indossa una giacca da lavoro e un cardigan blu, in tinta con il pantalone semi elegante e un po’ meno in tinta con le stringate di pelle lucida. Quelle scarpe danno l’impressione di essere scomodissime, triste contrappasso per un personaggio che forse a causa di impegni di lavoro non fa più di cento metri al giorno.
Ha degli occhiali rettangolari dalla montatura sottile sul naso, obbiettivo di messa a fuoco necessaria ai suoi occhi verdiun po’ appannati per dare nitidezza a formule che spieghino il funzionamento del mondo.
E’ uno scienziato, un ingegnere meccanico. Passa la giornata a cercare inutilmente di spiegare a un branco di clienti che conoscono solo l’utile monetario che no, anche se loro vogliono un’asse di rototraslazione che si occupi anche dell’aggiornamento dati non si può fare. Certo, ha capito che risparmierebbero ben tre preziosi minuti e che il tempo è denaro ma no, se gli assi di rototraslazione non hanno ancora imparato a farti pure il caffè lui non può farci nulla. Sorride, si ripete come un mantra che il cliente ha sempre ragione e che tutto sommato la busta paga a fine mese lui l’ha bisogno, non foss’altro per potersi concedere una cena fuori con la sua bella senza doversi fare i conti in tasca durante la scelta del vino, ma certe volte non può fare a meno di pensare che nel suo immaginario di bambino il Deus Ex Machina che le machinae le assembla con competenza e arguzia non ha di questi problemi, problemi a cui troppo spesso si riduce la sua intera giornata.
La guarda, la sua bella, e pensa che per poterla coccolare un po’ ogni tanto alla fin fine vale la pena di star dietro alle folli richieste di uomini d’affari che non hanno mai calcolato un integrale in tutta la loro vita anche se pretendono di insegnargli il suo mestiere.

Lei è bionda, biondissima. I suoi capelli color platino incorniciano un viso ovale piuttosto paffuto scendendo quasi fino alle spalle leggermente scalati, lisci come la seta. Sono capelli sottili, che ad un osservatore poco attento potrebbero sembrare sporchi. In realtà, non più tardi di tre ore prima li ha lavati e acconciati, cercando il ogni modo di gonfiarli, evitando quell’odioso effetto scopino che di certo non sfina i suo volto, ma non c’è verso. In trent’anni forse dovrebbe essersene fatta una ragione, ma ancora oggi, tre giorni dopo i suo trentunesimo compleanno combatte strenuamente una battaglia senza via d’uscita.
Il colore invece le piace. Dall’adolescenza in poi si sente chiedere regolarmente quale nuance di tinta chiede al parrucchiere, e ogni volta non può fare a meno di nascondere una punta di compiacimento nel rispondere sinceramente che non chiede alcuna nuance: sonno naturali.
Le piacciono i vestiti ricercati e le scarpe col tacco, anche se non ne avrebbe bisogno essendo già alta.
Quella sera ha delle calze coprenti marroni ricamate con un vestito in maglina che segue i contorni del suo corpo formoso, indossa un giubbotto di pelle troppo pesante per stare al chiuso e troppo leggero per stare all’aperto, ma quel verde smeraldo è proprio bello, e sta divinamente che la sua tavolozza nordica.
Lo guarda, il suo professore. Non è mai stata sua allieva, perché l’anno in cui lui ha perso la cattedra di meccanica lei cominciava la prima, però sa che per dieci anni ha insegnato nella suola dove ha frequentato i primi due anni. Quando si sono conosciuti, ad una molto poetica cassa di un molto poetico supermercato, lei lo ha riconosciuto, ma lui forse ancora adesso non associa al suo viso quello di quella ragazzetta cicciotta che in prima liceo gli è andata addosso sulle scale facendogli cadere tutti i libri.

Hanno ordinato una pasta al pesce con un calice di vino rosso. Abbinata ardita e non classica, certo, ma quello è il vino che è stato loro consigliato dalla ragazza he ha preso l’ordine e loro non si sono sentiti di contestare.
Lei sa che quando vanno a cena fuori lui insiste per pagare… avrebbe avuto qualche remora ad ordinare il piatto più costoso dell’intero menù in altre circostanze, ma sa che a lui piace vedere che lei ordina cose sfiziose senza farsi problemi. E dire che quella sera avrebbe voluto solo un’insalatina scondita: la tensione dei bottoni dei suoi jeans dell’autunno passato la sta avvisando che sarebbe i caso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Lui la osserva, un po’ di sottecchi, mentre finge di leggere per la ventesima volta un menù che ormai ha quasi imparato a memoria. E’ proprio bella, con il suo rossetto bordeaux messo ad arte, che lui non ha mai capito come riesca a non sbavare nemmeno mangiando. La guarda non si spiega cosa un bella ragazza come lei ci trovi in uno come lui…uno che sulla sedia del bistrot trova che il tavolo sia di una taglia sbagliata e assume una inevitabile posa ingobbita per evitare l’ancor peggiore per performance di sbrodolare il sugo sulla cravatta.
Sono ormai anni che si frequentano, e dopo essersi più volte tormentato con il tarlo del dubbi che lei non provi nulla per lui e si accompagni a lui per chissà quale sbagliatissimo motivo ha deciso di rompere gli indugi e di ammettere con sé stesso di esserne perdutamente innamorato. Ha deciso, in modo così poco scientifico ed empirico, che se è tutto finto non sarà certo lui a cercare la prova della verità, non questa volta.
Arriva il vino, e a stretto giro la portata.
Lui la guarda, le augura il buon appetito e propone un brindisi.
Lei guarda quel gigantesco piatto di linguine ai frutti di mari pronte a depositarsi per anni sui suoi fianchi e annusa il loro profumo invitante, solleva il suo calice e gli sorride.
Non si chiede nemmeno più cosa lui pensi in quegli attimi di silenzio: lo sa anche se nessuno glielo ha mai detto.
Brindano e si accingono a mangiare.
Lui lotta con una vongola verace, vuole aprirla con le posate, ma è evidente che la lotta è impari. Durante la tenzone parte uno schizzo di sugo di pomodoro, galeotto compie una parabola perfetta e si deposita sul polsino della camicia azzurra chiara.
Lei trattiene un risolino: sperabilmente, il professore non si accorgerà di nulla e non si rovinerà la serata.
“Permetti?”
Gli pesca la vongola dal piatto, con abile mossa la apre con un colpo di unghia color melanzana e poi gliela restituisce aperta leccandosi l’indice. Mamma mia che buono quel sugo: forse potrebbe valutare attentamente l’idea di comprare un paio di jeans una taglia più grandi e chiedere al cuoco l’intera teglia da finire.
Lui si riscuote a fatica, infilza la vongola indifesa insieme ad una linguina e non può fare a meno di pensare che se quella è solo una sospensione della realtà regalatagli da qualche dio degli atei…bhe, a caval donato non si guarda in bocca.

 

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Suona il gong, scocca la mezzanotte, e come le maschere del Carnaval che ricoverano nel salone delle feste ho un anno in più.

Anno che, ben inteso, ho compiuto giorno dopo giorno, non certo di colpo in un secondo, quello che dalle 23.59.59 porta alle 00.00.00.

Mi piace la locuzione “compiere un anno”: implica che non si tratti di un istante di distrazione in cui ti ritrovi di colpo un po’ più vecchio ma di una lunga serie di attimi che, per convenzione, ti portano al riconoscimento del fatto che non solo hai attraversato 365 giorni e qualche ora, volendo pedantemente tener conto del significato reale dell’anno bisestile, ma anche che a quei 365 giorni e qualcosa sei sopravvissuto.

Mi ricordo che, con una certa preveggenza, alla tenera età di tre anni e mezzo, specchiandomi nello specchio nel corridoi della casa vecchia candidamente domandavo a mio padre “Cosa mi regali perché ho compiuto il mezzo?” elevando a successo degno di un regalo non solo il compimento di un anno ma anche della sua metà. La mia era, bei tempi, innocenza infantile, ma ora capisco che anche per sei merdosi mesi può valer la pena di congratularsi per una riuscita sopravvivenza.

Sì, perché se io dovessi trovarmi a fare un bilancio dell’ultimo anno la prima cosa che direi è “sono sopravvissuta”. Per l’esattezza, e mi si perdoni il francesismo, mi metterei in piedi su un bella boccia sparti traffico, come tante volte ho fatto per fare la scema e poi, a gran voce, tirando fuori le mie doti liriche, proclamerei che “vaffanculo, in barba a tutto e tutti io sono ancora qui!”.

Non che sia un merito particolare, ne sono consapevole. Tutti i ventiseienni di questo mondo ce l’hanno fatta. Eppure, così è, e non è così scontato.

Non è così scontato per me che, nel mio piccolo, ho dovuto guardare dentro al vaso di Pandora e provare orrore, per le mie stesse miserie e per le miserie di altri.

Mi sono dovuta rendere conto che quando Tolkien scriveva “Non tutto è oro quel che luccica” porco cane se aveva ragione.

Mi sono dovuta rendere conto che ho fatto tante di quelle cazzate che andrei volentieri a nascondermi in un ripostiglio e butterei la chiave, se solo non fosse che senza la mia presenza atta a supercazzolare nel tentativo di sbrogliare i miei stessi medesimi casini la mia immagine residua se la passerebbe molto, ma molto assai peggio.

Mi sono dovuta rendere conto che alla fine queste tanto discusse, tormentate e analizzate cazzate che ho fatto, se non proprio a fin di bene le ho fatte in buona fede, ma non potrò mai sostenere questa tesi con nessuno, e dovrò sempre scontare la condanna di bere dal mio amaro calice di vederle come spade di Damocle pronte e trafiggermi.

Mi sono resa conto che alla fin fine ognuno ha le sue, e chi sono io per giudicare.

Mi trovo attualmente a pensare che quando si dice “Il mondo è bello perché è AVARIATO” in fondo in fondo un po’ è vero: se così non fosse non esisterei io, e nemmeno i miei migliori amici. Siamo un po’ avariati, ma anche il gorgonzola è ammuffito, eppure è stra buono.

Ci sono giornate grige in cui vedo solo le miserie, principalmente quelle in cui sono carnefice e non vittima, e vorrei solo tagliarmi le vene e smettere di esistere e di pensare. Poi penso che tutto sommato mi piace prendere il caffè con mia mamma, farmi una birra con i miei amici, bermi il mio San Simone serale corredato di sigaretta di coda, sentire la pelle nuda che si scalda sotto il sole e respirare l’odore della pece sotto la luce, e allora lascio perdere, in attesa che mi passi il momento di consapevolezza depressiva mistica.

Mi piaceva la passeggiata dalla stazione di Milano Lambrate al M.A.S.

Non la farò mai più, non con questa testa…ma se ci ripenso mi ricordo che i primi tempi che andavo a lezione da sola avevo una paura tremenda, odiavo quei 2,9 km ma non osavo prendere il bus per paura di non scendere alla fermata giusta e quell’ora e mezza prima della classe mi sembrava interminabile. Poi è diventata un rito, e l’ultimo giorno che sono tornata persino la stazione mi sembrava l’Eden a cui mi accingevo a dar l’addio.

C’è del bello in tutto. Basta saperlo vedere. Io attualmente non lo vedo. Ma mi piace ripetermi che lo vedrò. Magari non domani, ma prima o poi lo vedrò, perché so che c’è. Chiamatemi sognatrice, scema o illusa, ma io ci voglio credere che prima o poi riuscirò a cogliere non un barlume fugace di questo bello ma una vera e appagante immagine.

E’ allora ci ripenso, e decido che di finirla non ne vale la pena, perché anche ci fosse solo la speranza e qualche attimo di graziosa routine sarebbe pur sempre meglio che niente.

Ed è faticoso, perché desidero e sogno, e sono consapevole di quel che non ho…ne sono  consapevole in modo doloroso e capriccioso. Eppure, come dicevo qualche parola fa, “Sono ancora qui”.

Tanti, io credo, mi vedono come un esserino in difficoltà, debole e bisognoso di cure. Forse è così, almeno sotto certi aspetti, ma sotto altri no, perché la mia consapevolezza dell’anno compiuto è che no, non mi arrenderò alla tempesta.

Un mio caro amico recentemente mise come immagine di WhatsApp questa frase “Un giorno il diavolo mi sussurrò all’orecchio -Tu non sei forte abbastanza per affrontare la tempesta.- Oggi io ho sussurrato al diavolo-Io sono la tempesta-“.

Ecco, io non potrei mai sussurrare al Diavolo che sono la tempesta, perché non lo sono, e mentire al Diavolo non è mai un buon affare: è uno che se ne intende lui. Però quello che posso dirgli è che farò il possibile per sopportarla, la tempesta, e anche se dovrò vomitare l’anima per i cavalloni inferociti quando sarà finita, perché ogni tempesta prima o poi deve finire, io mi sciacquerò la faccia per riprendermi un po’ e, ancora pallida e sconvolta, cercherò di fare una bella risatina ad effetto e gli dirò che tutto sommato l’ultima sbronza che ho preso mi ha fatta stare peggio.

folkstone

C’è un che di liberatorio nel gettarsi come un kamikaze nel pogo di un concerto metal.

Liberatorio e ancestralmente necessario, anche se si pesa circa la metà del cliente medio di questo tipo di attività.

Necessario anche se è ovviamente una cattiva idea buttarsi in mezzo a una dozzina di vichinghi semi ubriachi e sudati che si pigliano reciprocamente a spallate che manco gli Uruk Hai per penetrare il fosso  di Helm.

Necessario anche se illo tempore, quando pischella insistevo per ottenere il permesso di andare a sentirmi gli Haggard o i Sonata Arctica il babbo, reduce e ancora non del tutto ristabilito dall’esperienza della rissa punk dei concerti anni ’70, mi metteva in guardia circa il rischio al quale mi esponevo andandomi a cacciare in un simile ambiente subumano di pura violenza e depravazione bestiale.

Ridevo io, quasi offesa dall’idea che si potesse pensare che sarei stata così poco avveduta dal buttarmici veramente, se mai questo buffo rituale si fosse innescato.

Sono passati otto anni da allora, dalla prima volta che chiesi al babbo di lasciarmi andare ad un concerto. Ora posso dirlo: aveva ragione, è un’idea del cazzo, e il pogo sotto palco è una realtà molto poco onirica ed estremamente concreta.

Puzzolente, bagnata di birra e secrezioni corporee varie, dal banale sudore al naso, perché quando parte il riff vuoi mica pulirti la canappia anche se hai appena starnutito, e decisamente dolorosa.

Non mi era mai capitato di fare parte di questo rito divino che vuole noi miseri animali ingentiliti tirare fuori quella bestiaccia che sotto sotto siamo e tirarsi botte da orbi sotto ad un palco non per ottenere una medaglia, un titolo, un posto più vicino agli alluci del cornamusista o cazzate affini ma solo perché è divertente farlo.

Divertente poi…non direi, ma catartico senza dubbio.

Almeno, magari per gli altri è solo un passatempo da sbronza, ma io in quel pogo mi ci sono buttata nel totale spregio della mia integrità strutturale, rischiando di rimettercela veramente, perché puttana la miseria sono mesi che mi salgono carogne su carogne e che bene o male me le faccio andare giù, ma ogni tanto avrei voglia di correre in mezzo ad un campo, urlare fortissimo o spaccare tutto, e prendere a spallate bestioni da 90 kg l’uno, totalmente legittimata dalla circostanza quasi orgiastica ha avuto il suo porco perché.

Ciò detto, è finta e show, un contratto non firmato che ci vuole impegnati a spintonarci come gorilla imbizzarriti, ma solo fino ad un certo punto: forse sarà il fatto che vedere uno scricciolino come me buttarsi ha fatto dubitare gli altri interpreti della mia sanità mentale e della mia reale volontà di trovarmi lì, ma le non poche volte che sono finita con culo in terra, rischiando davvero di farmi tanto male perché pestata da gente e colpita da bottiglie di birra scaraventate a terra, sono sempre stata rimessa in piedi in un batter d’occhio da perfetti sconosciuti, spolverata e messa in salvo non al centro del ring.

Facendo il netto della serata, ho una maglietta pagata profumatamente 20 euro che attesta che “io ho tornato il concerto dei Folkstone”, un ginocchio spelato e livido che se pretendo di farci le scale sopra apriti o cielo, la chiara consapevolezza di aver preso varie gomitate nelle mascelle, qualche graffio da coccio di vetro esploso in slow motion a pochi centimetri dalla mia persona, un mal di schiena che al confronto le serate reggaeton sono salutari, la determinazione a far passare minimo qualche rivoluzione dell’orbe terraqueo prima di ripetere la performance, ma ho emesso sotto forma di sudore buona parte del male di vivere che ieri più che gli altri giorni mi stava attaccata.

 

One way ticket

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

to_wonderland

“Alice, dove cazzo vai se non sai nemmeno dove vuoi arrivare?” [cit.]

Sì, gente, la fate facile voi.

Il non sapere dove andare pur essendo in marcia è una condizione esistenziale che penso essere parecchio diffusa.

Correva la metà del Novecento quanto Heidegger, usando certamente parole più dotte e frasi molto probabilmente ben più involute, dall’alto del suo esistenzialismo contaminato di idealismo trascendente parlava dell’uomo come “progetto gettato”, nato e morto senza averlo deciso, finito e pertanto limitato dalla sua finitezza.

Progetto gettato…ovvero un paciugo, un coso dotato suo malgrado di coscienza (che poi, per carità, chi più chi meno…) che di colpo si ritrova a ruzzolare in un mondo che non conosce per dote ancestrale, con un tempo, tempo il quale ha la sconveniente abitudine a muoversi in una sola direzione, tragicamente limitato a disposizione per conoscere detto mondo, fare qualcosa di utile o per lo meno essere decentemente soddisfatto se non proprio felice.

Pare dire niente? Praticamente un’impresa al confronto della quale le arcinote dodici fatiche sono un giochetto.

Quindi no, cari i miei cinici razionali che hanno capito tutto, Alice dove cazzo vai non vuol dire proprio niente.

Cosa dovrebbe fare, poraccia, starsene ferma e pietrificata fino a quando non capisce come gira a Sottomondo?

Ferma e pietrificata ma, attenzione perché c’è anche l’inghippo, soggetta ai movimenti del mondo in cui si trova calata, quindi più che altro sballottata a destra e a manca senza nemmeno rendersene conto.

No, io penso che Alice faccia bene a muoversi, anche se non sa dove sta andando, perché magari mentre cammina le viene in mente dove vuole andare. O, più semplicemente nel momento in cui sceglie a caso la strada ai crocicchi che incontra, segna da sola, motore immobile inconsapevole ma tristemente autodeterminante, un destino che che prima o poi si paleserà dandole una direzione da seguire, questa volta a ragion veduta.

Dico ciò alla luce dell’acqua calda che ho scoperto alle soglie dei ventisei (e solo il pensiero è già dolore).

Se mio nonno avesse le palle sarebbe un flipper. Ma mio nonno non ha le palle, ed è pure morto da mesi.

E niente, si sbaglia, si sbaglia di più per correggere un errore fatto in passato, ci si perde, si impreca maledicendo il fato baro e coglione che ci ha privati della possibilità di essere felici facendoci scegliere a caso il bivio sbagliato…ma resta il fatto che il defunto nonno le palle non le aveva nemmeno da vivo, figurarsi ora. Un flipper non lo era prima, né lo potrà più essere ora.