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One way ticket

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

to_wonderland

“Alice, dove cazzo vai se non sai nemmeno dove vuoi arrivare?” [cit.]

Sì, gente, la fate facile voi.

Il non sapere dove andare pur essendo in marcia è una condizione esistenziale che penso essere parecchio diffusa.

Correva la metà del Novecento quanto Heidegger, usando certamente parole più dotte e frasi molto probabilmente ben più involute, dall’alto del suo esistenzialismo contaminato di idealismo trascendente parlava dell’uomo come “progetto gettato”, nato e morto senza averlo deciso, finito e pertanto limitato dalla sua finitezza.

Progetto gettato…ovvero un paciugo, un coso dotato suo malgrado di coscienza (che poi, per carità, chi più chi meno…) che di colpo si ritrova a ruzzolare in un mondo che non conosce per dote ancestrale, con un tempo, tempo il quale ha la sconveniente abitudine a muoversi in una sola direzione, tragicamente limitato a disposizione per conoscere detto mondo, fare qualcosa di utile o per lo meno essere decentemente soddisfatto se non proprio felice.

Pare dire niente? Praticamente un’impresa al confronto della quale le arcinote dodici fatiche sono un giochetto.

Quindi no, cari i miei cinici razionali che hanno capito tutto, Alice dove cazzo vai non vuol dire proprio niente.

Cosa dovrebbe fare, poraccia, starsene ferma e pietrificata fino a quando non capisce come gira a Sottomondo?

Ferma e pietrificata ma, attenzione perché c’è anche l’inghippo, soggetta ai movimenti del mondo in cui si trova calata, quindi più che altro sballottata a destra e a manca senza nemmeno rendersene conto.

No, io penso che Alice faccia bene a muoversi, anche se non sa dove sta andando, perché magari mentre cammina le viene in mente dove vuole andare. O, più semplicemente nel momento in cui sceglie a caso la strada ai crocicchi che incontra, segna da sola, motore immobile inconsapevole ma tristemente autodeterminante, un destino che che prima o poi si paleserà dandole una direzione da seguire, questa volta a ragion veduta.

Dico ciò alla luce dell’acqua calda che ho scoperto alle soglie dei ventisei (e solo il pensiero è già dolore).

Se mio nonno avesse le palle sarebbe un flipper. Ma mio nonno non ha le palle, ed è pure morto da mesi.

E niente, si sbaglia, si sbaglia di più per correggere un errore fatto in passato, ci si perde, si impreca maledicendo il fato baro e coglione che ci ha privati della possibilità di essere felici facendoci scegliere a caso il bivio sbagliato…ma resta il fatto che il defunto nonno le palle non le aveva nemmeno da vivo, figurarsi ora. Un flipper non lo era prima, né lo potrà più essere ora.

 

 

Back in black.

punk rapunzel

Sono stufa.

Stufa di essere considerata debole perché il mio modo di sentire è forse un po’ più marcato.

Stufa di essere guardata come “quella coi problemi” che da un momento all’altro potrebbe andare in frantumi.

Stufa di non essere capita.

Stufa di essere giudicata, nel bene e nel male.

Stufa di farmi l’autoanalisi, e di non concedermi nemmeno il lusso di darmi ragione da sola.

Stufa di sentirmi rispondere come se fossi una povera pirla che non sa stare al mondo.

Sono stufa di autoinfliggermi il tormento quotidiano di pensare che forse hanno ragione gli altri.

Stufa di ripetermi che se ora pure i miei amici mi guardano come se fossi un gattino ferito e abbandonato sotto sotto, e nemmeno così sotto, me la sono voluta.

Sono stufa di avere paura di non andare bene e di non essere abbastanza.

Sono stufa che il mio altruismo venga scambiato per appicicaticcio bisogno di affetto e sono stufa che le mie reali richieste di affetto vengano accolte con un lieve e non tanto celato fastidio.

Sono stufa di essere il “ti faccio sapere poi” di tutti, e stufa di farmi il mea culpa quando sono io a “far sapere poi” a qualcuno.

Non sono perfetta, e non mi viene nemmeno voglia di sostenere di essere un mostro di equilibrio psichico.

“Ho anche io i miei problemi” ma non mi nascondo dietro a questa frasetta pietosa, e pretendo, e sottolineo, pretendo, che chi ha a che fare con me non si limiti alla presa visione di questi per definirmi.

Io sono io, a prescindere da tutto il resto. Sono una persona a sé stante e non sarà l’elenco delle mie miserie a permettere al mondo di decidere che sono una poveretta tarata e malata.

Passo la vita combattuta tra il desiderio di mangiare e il desiderio di essere magra in modo assurdo.

Certe volte, senza nemmeno sapere perché, mi taglio. Qui mi piace utilizzare la frase del mio ex “Sei talmente sadica che vuoi male persino a te stessa”: non è vero, ma mi fa ridere, ed sarebbe una descrizione ganza di un personaggio stile Tarantino.

Ho un po’ di manie di persecuzione, e vivo nel terrore che non mi voglia bene nessuno.

Ci sono giorni che mi alzo talmente sversa che devo decidere se odio più me stessa, il mondo circostante, chi mi sta vicino o indiscriminatamente tutto.

Ho quasi ventisei anni, ho buttato a gambe all’aria la mia vita per “farmi regalare due anni” per inseguire un folle sogno decidendo quasi consciamente di ignorare l’evidenza che era proprio una follia. Adesso che me ne sono accorta andrei dalla me di due anni fa, mi piglierei a schiaffi, e poi mi direi di rifarlo, perché “Amo il mio sogno, seppur mi tormenta”.

Provo desideri e compio azioni che non necessariamente si possono considerare degni del paradiso. Come tutti, solo che io poi me ne rendo conto, contemplo la mia stessa meschinità e mi butterei da un ponte.

Sono di base convinta che il fine giustifichi i mezzi, ma ne ho fatte alcune che sarebbe proprio stato meglio che no, anche se a mia discolpa posso dire che quasi sempre ero se non proprio ubriaca per lo meno decisamente alticcia.

Purtroppo la macchina del tempo non l’hanno ancora inventata, e indietro non posso tornare. I miei scheletri nell’armadio più che scheletri sono zombie: puzzano di cadavere ma si possono ancora muovere e fare un sacco di danni. Non posso che convivere con la consapevolezza che siano lì, più che mai attuali nelle loro penose motivazioni. A livello karmico sto pagando. Mi chiedo solo se prima o poi mi sentirò di nuovo pulita.

Sono tormentata. Tanto. Forse a torto forse a ragione, ci sono giorni che penso proprio di essere sul punto di crollare definitivamente.

Ma, porco cazzo, non i miei tormenti né la mia vita valgono ad autorizzare chi mi conosce a valutarmi incapace di stare al mondo.

Nella mia vita ho sempre, bene o male, avuto le palle.

Doveva capitarmi di incazzarmi per bene per ricordarmelo o rendermene conto. Ma ora con meravigliosa lucidità me ne accorgo: io esisto in quanto persona, e il mio essere non si limita né si definisce nei miei problemi, nelle le mie seghe mentali o nei i miei schizzi momentanei.

Io sono me, e ho la mia forza e il mio valore. E poi mi faccio un sacco di seghe mentali, patisco, piango e ho bisogno di affetto e attenzioni, ma questo non toglie nulla a quanto detto prima.

“Fa più io dire me”…allora bene, me sono Marta, Ruby, Waspy o come cazzo mi volete chiamare, e sono qui.

 

 

 

 

 

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Io mi chiedo talvolta quale sia lo scopo di tutto questo.

Dove stia il senso, l’equilibrio e la giustizia.

Non accetterò mai che non ci siano.

Scusatemi, disillusi e cinici abitanti di questo strambo globo terraqueo, io non ci sto.

Non credo in Dio, e quasi quasi nemmeno più negli esseri umani intesi come categoria generica.

Però, porco di un cane, ad essere una fredda cinica bastarda, indurita dal mondo e dalle cicatrici che si porta addosso non ci riesco. Leggo Bukowski e Nietzsche, mi riempio la bocca di frasi tipo “Dio, se esiste, deve qualche bella spiegazione”, e non simulo il mio prepotente disappunto verso il mondo, però non ci sto a non credere in niente. Mi scusino i miei autori, ma io a bere l’ennesima rossa spessa come un minestrone, sola, depressa e incattivita nel mio tavolo fisso al pub non ci vado.

Giro la sera alla ricerca di compagnia, rifuggo il mio nido casalingo per chissà quale ragione subconscia, come una randagia per i pub,e randagia mi sento, fino al midollo.

Smarrita dentro e fuori in una realtà con la quale non riesco ad andare d’accordo…eppure il passo, quello che mi farebbe saltare nell’abisso con il quale ci scambiamo per ora lunghe occhiate manco fossimo due innamorati, non lo faccio.

Non posso credere che tutto si riduca a questo.

Voglio un segno. Un misero, fottuto segno che qualcosa per cui valga la pena sbattersi ci sia. Un sorriso, una carezza, una grazie, un qualcosa che porco di un cazzo va nel verso giusto.

Moderna e sfigata Don Chisciotte, combatto mulini a vento e ancora cerco la mia Dulcinea e il mio Sancho Panza. Mi starebbe bene combattere i mulini, lo giuro…ma almeno datemi una principessa da salvare, senza che io debba accorgermi che fa la prostituta in una locanda ad ore, e uno scudiero ad assistermi che non mi osservi come una poveretta con dei problemi che va aiutata.

In nome dell’umanità, come direbbe Wile E. Coyote, Genius.

 

A Christmas Carol

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Nella notte silenziosa della grande casa, l’immenso scalone di marmo bianco sembrava quasi brillare di luce propria a causa del riflesso delle luci bianche e azzurre che costellavano con il loro accendersi e spegnersi frenetico l’albero di Natale che, come uno Zar altero e fiero nella Sala Grande del Palazzo d’Inverno, se ne stava accanto al camino in pietra, spento ma ancora ardente di braci rossastre, proprio vicino all’ultimo gradino che allargandosi si congiungeva con il salotto.

Il corrimano d’ottone era sempre perfettamente lucido, e nel porre la sua mano su di esso Shamandalie sentì un brivido percorrerle il braccio. Era freddo. Ghiacciato. Troppo ghiacciato per appartenere alla stessa casa che fino a qualche ora prima era stata teatro di calorosi festeggiamenti.

Ora il buio sembrava aver inghiottito tutto. Con la luce anche il calore della tovaglia rossa e dei tintinnanti bicchieri di cristallo, dei doni che passavano rapidi di mano in mano sotto gli sguardi curiosi e della musica che dal signorile grammofono in fondo alla sala diffondeva le sue sinfonie sembrano essere spariti, destinati ad essere un evanescente ricordo di una cartolina.

I suoi piedi nudi lasciavano il fantasma di un’impronta sul marmo bianco della scala: era il calore che si era portata dalle coperte che stava pagando il suo obolo al gelo di quel venticinque Dicembre.

Shamandalie amava quel gigantesco albero di Natale, sovraccarico di mille palline, fiocchi di neve, stelle, ghirlande, luci e striscioni. Ogni anno, ogni anno per quindici anni lei e sua madre avevano addobbato quel colosso, riservando a quell’importante rituale un intero pomeriggio e parte della sera.

Per quindici anni avevano speso assieme il pomeriggio a rivestire di festa quell’albero, pregustando il momento in cui ai piedi dell’albero ci sarebbero stati mille regali disposti ad arte, abitanti luccicanti di quel regno di verde, rosso, dorato, blu e argento incantato.

Per quindici anni la festa della notte del ventiquattro aveva scaldato il loro inverno, sempre diversa eppure sempre uguale a sè stessa. Gli ospiti che entravano, premendo i loro nasi freddi e profumati di aria invernale contro le loro guance calde di casa, toglievano la giacca e portavano con nonchalance i loro sacchi di doni poco camuffati sotto all’albero. Madre e figlia facevano gli onori di casa con le donne, ridacchiando ed esponendo il menù di quella cena che avrebbe saziato tre eserciti di militari affamati, mentre gli uomini cominciavano il dibattito che li avrebbe portati alla selezione dei vini per la serata.

Anche l’apparecchiare il tavolo era momento importantissimo del rituale, quel rituale che un po’ per caso e un po’ per volontà era di fatto stato codificato attentamente durante tutti quegli anni: prima la tovaglia rossa, poi i sovrattovaglia dorati che sembravano capelli d’angelo intessuti, poi i centrotavola, prodotti da Shamandalie stessa durante il mattino del ventiquattro, la mente già tutta proiettata alla serata di festa. Li assemblava con quel che trovava nei vecchi scatoloni di “cosedinatale”, scritto così, tutto attaccato. Una volta si trattava di rami di pino staccati, una volta di palline che per qualche ragione erano passate in dimenticatoio…una volta, forse grazie ad una particolare ispirazione o forse per mancanza di altri oggetti idonei, aveva addirittura depredato la credenza di alcuni vasi di porcellana bianca per dipingerli all’uopo, con brillantini dorati a tutto quanto.

Ora, nello scendere quella scala che da bimba aveva sceso rischiando l’osso del collo facendo i gradini a quattro per quattro all’alba del venticinque, aveva quasi paura. Guardava speranzosa il suo albero, il suo bellissimo albero che anche quell’anno non era da meno rispetto al passato, e, scorrendo con gli occhi quel panorama familiare fatto di carte colorate, fiocchi e stelle luccicanti, cercava una traccia, una prova che quel calore che per tanto le aveva scaldato il petto non era sparito, morto tra le braccia di un vuoto dal quale era anche stanca di scappare.

Il calore di un momento, l’ombra di un sogno indefinito che con la sua indeterminazione potesse dare tutto il calore di una favola…quello cercava tra le palline e le luci allegre.

Si sedette sotto all’albero, tra i pacchetti e i dolciumi, aspettandosi di essere investita da quella rassicurante sensazione di attesa e curiosità che aveva condito le sue vigilie di Natale, prima del momento fatidico in cui si potevano aprire i regali.

Fu allora che il suo sguardo venne catturato da una pallina azzurro ghiaccio.

Le rimandava il riflesso leggermente deformato di un volto pallido, incorniciato da arruffati capelli scuri nel quale spiccavano due occhi castani nei quali stava scritto tutto e niente.

Si osservò a lungo, mettendoci qualche istante a riconoscere in quell’immagine sè stessa. “Sembro una bambola di porcellana”. Le piacque spendere un po’ di tempo a fissare quel viso che riconosceva appena nonostante le appartenesse nel riflesso della pallina, divertendosi a muovere la pallina che le faceva da specchio con la punta delle dita. Così facendo, una volta il riflesso era azzurrino, una volta rosato, a volte deformato verso la fronte a volte verso il mento. Tentò di leggersi dall’esterno, di chiedere a quella bambola pallida che vedeva riflessa quando era capitato che tutto si svuotasse così.

Poi, sulla superficie che la rifletteva venne una crepa della cui presenza non si era mai accorta. Disegnava sulla sua guancia sinistra quella frattura infinitesimale del vetro luccicante della pallina. Disegnava un segno spigoloso privo di ombre che la facevano assomigliare ancora di più ad una porcellana vittoriana.

Shamandalie osservava incantata quel gioco di luci ed ombre, realtà e riflessi, e non riusciva più a distinguere se ad essere rotta fosse la pallina di Natale, quella pallina che, relegata al primo ramo in basso, non ricordava nemmeno più di avere, o se la pallina fosse solo la magia che le permetteva di vedere chiaramente come non aveva visto da mesi.

“Una bambola rotta…questo sono”

 

 

Down to the River.

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Sono nata in una catapecchia sul fiume.
La prima cosa che ricordo della mia vecchia vita è l’odore. Quell’odore penetrante e fastidioso di terra bagnata e vegetazione putrescente.
E l’umidità, compagna inseparabile dei miei primi anni di vita. Come un velo sottile ti si appiccica addosso e non ti abbandona mai, penetrando fino ai più profondi meandri di te, facendoti rabbrividire e portandoti a dimenticare giorno dopo giorno cosa sia il calore.
Mi sentivo sporca. Sempre. E lo odiavo. Ma non potevo farci nulla, o almeno, così ho pensato molto tempo.
Nella casa, sempre che quelle quattro travi sghembe e traballanti possano essere definite così, vivevamo io e mia madre, e con noi altre donne, ragazze in realtà, giovani non meno di mia madre.
Non c’erano uomini adulti nel nostro regno fatto di fanciulle perdute, solo un bambino, figlio di una delle ragazze che viveva con noi.
Jonah era nato lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno in cui ero nata io. Eravamo gemelli io e lui, solo che avevamo una madre diversa. Il padre era lo stesso invece: sia mia madre che la sua parlavano dell’uomo che le aveva messe incinte come dello “Stronzo Bastardo”. Per i primi anni della nostra vita Jonah ed io abbiamo pensato che si trattasse di nome e cognome dell’individuo dai cui lombi eravamo stati generati. Poi abbiamo capito che non era così, ma ormai avevamo deciso di essere gemelli, e quello non è mai cambiato.
Avevamo dei rituali precisi in quella casupola: ricordo che di sera, dopo cena, mia madre si vestiva e si truccava. Mi piaceva guardarla trasformarsi in una splendida principessa, bellissima in quel minuscolo abitino brillante, con quelle scarpe altissime che tuttavia non rendevano meno grazioso il suo passo leggero, e i capelli biondi, così chiari da sembrare quasi argentei, lunghissimi, sciolti ad accarezzare con la loro seta i suoi fanchi esili. Quando era pronta si chinava su di me per baciarmi, avvolgendomi con il suo profumo dolce.
“Sono bella?”
Tutte le notti la stessa domanda. Non avrei mai smesso di riperglielo, ma lei non ci credeva mai.
“Sei la più bella del mondo.”
Allora mi guardava strana, come se si rattristasse, mi passava una mano tra i capelli e mi salutava.
“Dormi tesoro, ci vediamo domattina.”
Mi dava la buonanotte lanciandomi ancora un bacio dalla porta, e poi spariva insieme alle sue compagne di avventura, lucciole nella tetra e gelida notte di Novgorod.
Per anni il rito è stato immutabile. Mamma tornava al mattino, un po’ più stanca e tirata di giorno in giorno, il trucco sbavato che le conferiva quella bellezza da vecchio dipinto ad olio, e andava a dormire. Io la vedevo entrare nel letto così come era, ancora vestita e truccata, e poi uscivo, andavo in città con il mio compagno di avventure, andavo a scuola e poi girovagavo nei quartieri alti e mi divertivo a fantasticare. Ci piaceva andare in stazione e osservare le persone, leggere i tabelloni delle partenze e magari fingere di star aspettando un treno che ci avrebbe portati chissà dove.
“Sai Jonah, un giorno io sarò così…credi a me, un giorno io me ne andrò di qua…”
E intanto indicavo le signore belle e curate che si potevano permettere di fermarsi al bar per mangiare una pasta dolce anche se avevano già fatto colazione aspettando ch venisse l’ora di imbarcarsi sul vagone prima classe.
Lui mi guardava alzando un sopracciglio, e aveva la delicatezza di non parlare. In quanto a sensibilità, Jonah ha sempre avuto una marcia in più rispetto al resto del mondo: sapevamo entrambi che no, non sarei mai stata come quelle ragazze imbellettate che aspettavano di lanciarsi con il passo sferragliante di un treno verso una nuova vita…non avrei mai abbandonato la casupola sul fiume, non avrei mai detto addio a quella ragazza poco più vecchia di me che chiamavo “mamma”. Lo sapevamo entrambi, ma io facevo il possibile per non ammetterlo, e lui rispettava il mio desiderio, aiutandomi a fare la lista delle cose indispensabili da mettere in quella valigia che non avrei preparato mai.

dalì

Ci sono giorni che scorrono pigri, grevi di pensieri che rimbombano rimbalzando nella scatola cranica.

Sono giorni che serpeggiano attraverso le attività quotidiane con una sfumatura lievemente allucinata dando l’impressione alla vittima di non star vivendo affatto quello che sta facendo in favore del suo meraviglioso e opprimente microcosmo interiore.

“I paranoici dovrebbero essere una specie protetta, ne hanno tutto il diritto: la loro mente tenta quotidianamente di ucciderli.”

Verità assoluta, senza dubbio di sorta.

Mi chiedo spesso come sia possibile che alcune persone siano dotate di una mente che impazzisce e si arrovella fino a far desiderare la lobotomia e altri, che magari avrebbero anche bisogno di farsi qualche domanda in più, se la cavino senza rumori cranici in aggiunta alle attività cerebrali basilari per tenerli in vita e dotarli di un comportamento consono alla situazione.

Sarebbe un fenomeno scientificamente interessante da capire come una persona non necessariamente affetta da personalità multiple possa allo stesso tempo impersonare accusa, difesa e giudice di sé stesso, imputato chiamato a giudizio per un crimine che molto raramente ha avuto modo di concretizzarsi, e anche se lo avesse fatto difficilmente sarebbe stato percepito come tale dal mondo circostante.

Venerdì girovagavo per il centro commerciale, indecisa se andare a mangiare o balzare il pranzo in virtù della colazione abbondante fatta non più di due ore prima, e mentre camminavo per i corridoi guardando le vetrine mi rendevo conto che era come se camminassi leggermente sollevata da terra, circondata dalle mie meditazioni che fungevano da cortina offuscante su tutta la realtà attorno a me.

Sono quelli i momenti in cui, con encomiabile lucidità, mi dico “Se non smetto di pensare è la volta che vado fuori di testa davvero”.

La mia mente parte per la tangente, si involve in riflessioni magari sensate ma totalmente inutili, e mi tormenta facendomi mangiare le unghie fino all’osso, grattare sovrappensiero fino a farmi sanguinare, arrotolare i capelli attorno al dito mille volte in un minuto e cose del genere. Vista da fuori potrei essere una persona tremendamente in ansia per qualcosa, ma la verità è che i miei motivi sono stupidi.

Sono stupidi e me ne rendo conto anche da sola, quindi non oso parlare, tentare di vomitare nel mondo reale le mie meditazioni in modo da vederne tutta l’irrealtà a fronte del concreto esistente. Non ho il coraggio di sputarle fuori non abbellite da giri di parole e metafore forbite che, facendole quasi scomparire in un’alcova barocca, le renda meno stupide ai miei occhi e meno comprensibili all’ascoltatore.

Forse non mi fido abbastanza di nessuno, o forse temo solo in giudizio delle persone.

Se avessi qualcosa di grave da raccontare, eventi traumatici che a buon diritto mi tormentano, saprei da chi andare a parlare. Mi piacerebbe liberarmi l’anima e credo che lo farei.

Ma queste sciocchezze…sono insulse, insensate, me ne vergogno. Non posso dirle, perché incapperei in giudizi negativi che so essere meritati.

Le tengo per me, così drammaticamente stupide e imbarazzanti, a rimbalzare nella mia testa come palline da ping pong impazzite, non trovando la risoluzione di comunicarle nemmeno a me stessa in parole semplici, perché allora sì che mi si paleserebbe senza possibilità di ignorarla la mia idiozia, e nel frattempo dico che dovrei essere specie protetta in virtù del quotidiano tentato omicidio da parte delle mie paranoie, ben sapendo che in realtà chi è causa del suo mal pianga sé stesso e non si lamenti troppo.

Respiro Avido

to_wonderland

In questo periodo c’è una domanda che mi frulla in testa piuttosto spesso e alla quale non riesco a dare una risposta convincente.

“Che senso ha?”

Non qualcosa in particolare, tutto quanto.

Mi riesce difficile trovare qualcosa che non sia fine a sé stessa, e più rifletto più mi sembra vero che un senso non c’è.

Non sono mai stata una fan di Vasco Rossi, però la citazione esce scontata “Voglio trovare un senso a questa vita, ma questa vita un senso non ce l’ha”.

Mi disturba un po’ questa cosa: se non c’è un senso, un fine ultimo, un “cosa resterà” tutte le prospettive si confondono, i valori si ingarbugliano e i loro contorni perdono nitidezza.

Penso che avere un figlio dia un senso alla vita dei genitori. Anche innamorarsi forse. Comunque, è sempre questione di votarsi a qualcun altro in maniera più o meno totale. Qualcuno per cui ne valga la pena però, altrimenti tanti saluti al senso.

Però, io non ho voglia di fare un figlio, e per quanto riguarda l’innamorarsi, sarei ben disposta a farlo, ma è una cosa che deve capitare per caso, non voglio cercare disperatamente l’anima gemella, un po’ perché onestamente non ne sono capace e nemmeno mi ispira troppo l’idea, un po’ perché non credo che sia così che deve andare. Sarò legata a ideali disneyani, ma l’amore deve arrivare come un fulmine a ciel sereno…quindi chi lo sa se per me arriverà ora, tra dieci anni o mai.

Se non c’è un senso superiore, allora tutto quello che resta è il momento, l’attimo.

Che sia questo il significato dell’arcinoto “Carpe Diem”? Se non c’è un fine in nulla, se non si ha una persona a cui votarsi, forse la cosa più sensata da fare è darsi all’edonismo con quieta accettazione…

Non sto parlando di vortici autodistruttivi in pieno stile bohemienne quanto del fare quello che si desidera unicamente perché si desidera fare così sul momento senza troppe seghe mentali. Vivere davvero l’istante, perché è tutto quello che esiste di sicuro.

Anche quando si balla funziona un po’ così secondo me. La coreografia quando finisce non lascia nulla di sé, per questo il ballerino che emoziona è quello che, come si dice, “sente il movimento fino in fondo”. Se lo gode, non si limita ad eseguire una posizione: non sto parlando di interpretazione e caratterizzazione del personaggio, quanto proprio di trovare fisicamente gradevole quello che si sta facendo…era così anche nella musica per me: suonavo bene quando riuscivo a godermi quello che facevo, gustarmi ogni nota, ogni tocco, ogni tasto.

Si potrebbe espandere il ragionamento a tutto il resto e cercare di essere il più felici possibile lì per lì, in mancanza di altro.

Non sembra male, ma non sono tanto soddisfatta di questa conclusione…mi fa sentire un po’ come una barchetta in mezzo alla tempesta senza una rotta…per me che sono una persona ansiosa e che ha bisogno di certezze è una prospettiva dannatamente spaventevole. Non so se la certezza che non ci siano certezze riuscirà mai a soddisfarmi.

Vorrei credere davvero al testo di questa canzone dei Folkstone che sto sentendo in continuazione:

“Voglio sentire, voglio vivere più in là, chiedo alla vita troppo, forse la falce risponderà, sulle ali della morte giuro ti raggiungerò, la paura di cercare no, non mi farà annegare in falsità. Respiro avido, ogni battito ora è inarrestabile”

All you need is love.

Come tutti sanno oggi (a questo punto, ore 00.25, ieri) è San Valentino.

Anche se per caso qualcuno lo avesse ignorato, probabilmente ci avrebbe pensato la home di facebook a ricordarglielo, piena com’è di post sdolcinati contrapposti a post cinici sull’argomento.

Io, data la mia nuova condizione di single mi sono sentita per tutto il giorno quasi obbligata a dire qualcosa in proposito: è la prima volta in otto anni che mi trovo a passare questa specie di festa commerciale ormai assorta a tipica del folklore, in cui tutti si sentono in obbligo di amare fortemente o stronzeggiare altrettanto fortemente, senza nessuno da amare.

In origine avrei voluto scrivere qualcosa di divertente e sarcastico…niente di triste, per carità: se sono triste, e non so se lo sono, non è a causa della mia relazione non sussistente. Ovviamente la mia condizione attuale non mi permette nemmeno di dire niente di tenero, e nemmeno mi sento invogliata a farlo.

Ho pensato seriamente di postare di nuovo qualcosa del genere

sheldon love

poi però ho deciso di lasciar perdere.

In realtà, anche se al momento le coppiette innamorate e felici che si danno al limone duro in mezzo alla strada mi urtano non poco (e mi urtavano anche prima se devo essere sincera), non sono davvero convinta che l’ammmmmmore, anche quello stupido da bimbominchia quindicenne, vada allontanato a colpi di Bygon.

Sono anzi una grande sostenitrice dell’Amore, non tanto quello inteso come uomo-donna, che a ben vedere nemmeno conosco veramente, quanto quella meravigliosa forza motrice dell’universo che porta una persona ad avere una spinta affettiva irrazionale verso un’altra, che si tratti di un parente, di un amico,o anche di uno sconosciuto che per un attimo attraversa la propria strada.

Penso che quando Freud parlava di Eros e Thanatos ci prendesse: in realtà la nostra esistenza di esseri umani, animali educati ad un mondo civilizzato che noi stessi abbiamo montato a suon di infrastrutture, si basa ancora su quelle che sono le pulsioni animali che continuano a vivere nel nostro subconscio. Poi possiamo fare il possibile per tradurle in termini razionali, giustificarle, spiegarle, annullarle, mitigarle, ma tali restano, e non potremo mai fare niente per non provare determinate sensazioni.

Quando io ho a che fare con una persona tre sono le possibilità semplici: o voglio il suo bene, o voglio il suo male, o non me ne frega assolutamente nulla; poi ci sono le situazioni composite: posso volere il suo bene a scapito del mio, il suo male per il mio bene, il suo male anche se darà dei grattacapi anche a me o, optimus totale, il suo bene che farà del bene anche a me (e qui si potrebbe aprire un lungo dibattito sul presunto altruismo che potrebbe essere niente di più che egoismo camuffato).

Ora, una puntuale disamina dei vari casi esula dalle mie capacità, visto che non poche volte mi ritrovo invischiata in seghe mentali che nemmeno capisco del tutto. Però, quello che da segaiola mentale qual sono posso affermare con certezza è che quello che muove gli animi nella maniera più costruttiva e indolore è di sicuro volere il bene di qualcuno, senza stare tanto a domandarsi il perché o il percome. La scoperta dell’acqua calda, certo, ma io che ora dico questo non sono Madre Teresa e nemmeno Gandhi: sono una persona normale, nemmeno particolarmente buona, quindi un qualche valore dovrebbe anche averlo questa mia affermazione.

Ci sono state volte in cui sono stata a contatto con manifestazioni d’amore che davvero mi hanno toccata, anche nella loro semplicità. Penso all’altro giorno per esempio, una sera come tante che uscivo da danza, sudata e con una certa fretta. Sulle strisce pedonali un signore con il suo cane, un pastore tedesco, probabilmente vecchio, in condizioni simili a quelle della prima delle mie cagnotte. Il cane, scendendo il gradino ha rischiato di cadere: gli sono cedute le zampe posteriori. Ma il padrone è stato pronto a reggerlo, fargli una carezza dietro alle orecchie e dargli una pacchetta sui fianchi, una sorta di “Dai che ce la fai”. E niente, è stata una cosa che mi ha quasi commossa, sarò io che sono un salame, una donnicciola che si sconvolge per nulla. Però anche questo, nella sua semplicità quasi scontata, è un gesto bello, e i gesti belli sono belli a prescindere, sono quelli che fanno del mondo un posto in cui nonostante tutto può valere la pena di vivere.

A volte quando ho una giornata particolarmente storta avrei solo voglia di mandare a fanculo il primo che passa, e non è escluso che mi capiti di indulgere in questa tentazione; spesso ho una paura dannata ad affezionarmi e volere bene, perché spesso mi è capitato di rimanere scornata e restarci male e sentirmi derisa, perché come dicevo non sono Madre Teresa, e il bene degli altri a spese mie non è sempre, e nemmeno spesso, un’opzione gradita.

Eppure continuo a vivere nel mondo delle favole, e a credere che il motore del mondo sia non l’odio che spinge a fare grandi cose che parrebbero altrimenti impossibili, ma l’amore, che forse non sarà bruciante come un fuoco nero, ma tiepido come una bella doccia dopo una giornata di allenamento, e proprio per questo più gradevole.

Alla via così.

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Sono in viaggio.

Verso dove di preciso non lo so.

So dove vorrei arrivare, ma non so se ci arriverò mai.

Sono in viaggio e faccio il possibile per non pensare nel frattempo, come bisogna fare in montagna quando si va ai rifugi. Un passo davanti all’altro, occhio a dove si mettono i piedi, passo cadenzato e non troppo arrogante onde non schiantarsi il fiato prima del primo tornante e via, fino a che non si arriva alla vetta.

Quando vado a camminare in montagna ho una tattica fenomenale: mi metto l’mp3 nelle orecchie e conto la musica. Faccio un numero regolare di passi per ogni conteggio e ogni tot canzoni faccio qualche minuto di pausa: raggiungo praticamente uno stato di trance ipnotica di cui la fatica è parte integrante e non mi pesa più. Ho camminato per dislivelli di mille e più metri (che non essendo un’alpinista provetta non è poco) con zaini da venti chili contro i miei quarantacinque di persona con questo sistema e non ho mai dovuto pensare che non sia indicato per me che se non perdo volontà fisicamente sono un caterpillar.

Adesso dovrei fare la stessa cosa, perché di fatica ne devo fare parecchia e non ho alcuna garanzia di arrivare da qualche parte. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, che non riesce a trovare un cartello convincente, visto che non sa dove andare. Ma allora Alice, se nemmeno sai dove andare che cazzo fai?

Io uguale, sono a spasso nel mio Paese delle Meraviglie. Ho seguito un Bianconiglio, ma ora che sono qui non so cosa fare se non che seguire il sentiero su cui il roditore mi ha messa prima di sparire. Ma chissà se al castello ci arriverò mai. Che castello poi? Quello di Oz magari, la metafora è la mia e non vedo che problema possa esserci nel fare un po’ di fritto misto di racconti.

Sono in viaggio e sono sola, sarebbe un errore sperare nel contrario, me ne devo convincere. Sulla mia strada sto incontrando personaggi e facendo cose che sono un po’ da Paese delle Meraviglie. Cose che avrei fatto anche prima ma che di fatto non ho mai fatto davvero. Mi guardo nello specchio e mi chiedo chi sia la persona che mi guarda dall’altra parte del vetro.

Contrariamente a quello che mi è capitato precedentemente io sono sempre io, non sto cambiandomi per essere “giusta”. Eppure, quello che faccio rimanendo me stessa la me stessa di un po’ di tempo fa non lo avrebbe mai fatto.

E mi rendo conto rileggendo le mie parole che il ragionamento è sconnesso e la sintassi involuta, ma se al momento dentro la testa ho una scena di nuveau cirque non penso di riuscire a metterla giù come se si trattasse di un dipinto realista.

Una cosa però la vedo con certezza: di questo viaggio, comunque vada, qualcosa resterà, e spero che anche i personaggi che mi stanno accompagnando non spariscano in una bolla di sapone.

Con questi pensieri in testa, ben lontana dal mangiare il tiramisù assieme ai miei demoni interiori, sentendomi ora felice ora triste, ora pazza ora stupida, un passo davanti all’altro cammino lungo la mia via.

La bussola che non punta a Nord

Dal 16 Dicembre scorso ad oggi ho fatto tutte le cose grandi che dovevo fare nella mia vita fino ad ora. E’ assurdo pensare che in meno di un anno tutti i grandi cambiamenti che erano in attesa, sopiti, più o meno frementi, siano andati.

Dovevo laurearmi, il parto che la laurea è stata, e mi sono laureata. Non ci credevo nemmeno io che alla fine ce l’avrei fatta davvero a mettere la testa su quei dannati libri, che al mio relatore sarebbe andata bene anche una tesi senza eseguibile, che avrei trovato un’anima pia disposta ad aiutarmi per il megagalattico progetto di reti II…eppure, il 16/12/2013 è venuto e passato, e io da quella che rischiava una crisi di panico ogni volta che pensava seriamente all’università sono diventata una dei mille che si è laureata. Il voto è irrilevante, visto che non penso di aver meritato nè il 110 nè la lode, se non per la ferrea volontà di non piantarla a metà.

Dovevo diplomarmi in Conservatorio. Naturalmente, siccome fare le cose in maniera lineare a me non è mai riuscito, è stato un parto pure questo, anche se quando dovevo tornare in università dopo l’ottavo mi sembrava che suonare fosse l’unica cosa che mi andava di fare e che mi riusciva bene. Ma un anno e passa di inattività mi hanno resa una deludente ciofeca al punto da rischiare l’attacco di panico anche per entrare in conservatorio. Non studiavo, mi comportava scoramento il sedermi sullo sgabello, vedere che nemmeno quel giorno avevo la concentrazione necessaria per leggere il pezzo nuovo. E non avevo pezzi vecchi con cui giocare e innamorarmi di nuovo dello strumento. Depressione completa, considerato anche che tutti si aspettavano che sarei stata brava come prima immediatamente, e non trovandomi corrispondente all’aspettativa non evitavano certo di farmi presente la loro delusione. Ho pensato seriamente di non riuscire a diplomarmi nella maniera che tutti, me stessa compresa, si aspettavano. La mia insegnate mi ha ridotta alle lacrime più di una volta e più io piangevo più urlava. Sono andata lo stesso in vacanza perché in quel momento non ho voluto/potuto farne a meno, ma mi sono portata una tastiera elettrica pesata, naturalmente pagata da me, perché secondo i miei dovevo starmene a casa come fanno i bravi bambini che non finiscono i compiti in tempo per andare al parco, e mi sono alzata tutti i giorni tra le 6.30 e le 7 per studiare almeno tre ore e non perdermi troppo mare. La vacanza è stata una schifezza in realtà, ero stanca morta e mi sono goduta forse due giorni su sedici. Però, tra cambi di sonate, Brahms-Paganini al fulmicotone, concerti non riusciti e concerti riusciti, anche il 15/10/2014, il D-Day è venuto e passato, e nel giro di un’ora mi sono ritrovata diplomata miracolosamente con il mio 10 e lode. E qui il voto è meritato, perché negli ultimi mesi il mazzo me lo sono fatto eccome.

Dovevo trovare il coraggio di lasciare il mio ragazzo, il mio unico punto stabile, la parte rassicurante di una routine ansiolitica. Dopo più di un anno di meditazioni, di prendere tempo, di ignorare tutto quel che non andava, non che fossero due bischerate, un bel giorno, nell’arco di una notte insonne passata a mettere in fila pensieri sconnessi, non ho più potuto non farlo. E così l’ho fatto. L’ho lasciato davvero, dopo otto anni di vita, cioè circa metà della mia vita senziente visto che ne ho ventiquattro e i primi otto direi che non contano molto a livello sentimentale. Mi aspettavo che sarebbe stato difficile e brutto. Avevo ragione: mi sento ancora persa, sola e sempre alla ricerca di uno scopo. Piuma al vento come mai prima d’ora, rimpiango la mia routine rassicurante, ma la decisione non vacilla. Lui, beh, diciamo solo che gli ho fatto un gran regalo, e mi chiedo perché non abbia preso in mano la situazione prima se era quello che voleva…mi ha lasciato l’incomodo di fare tutto io, come spesso è stato nella nostra relazione, e così io ho fatto. E alla fine l’ho lasciato davvero. Mi sembra così strano, dopo tutto quel tempo, pensarmi come single o pensare a lui come al mio ex…

Dovevo, dopo non so davvero quanto tempo, visto che non ho avuto il tempo di rifletterci con lucidità a suo tempo, dichiarare che la mia strada non è il Conservatorio ma la danza. E lo sto facendo. Ho visto gli occhi di mia madre riempirsi di lacrime mentre mi ascoltava, e non sono scappata. Ho pianto tanto chiedendole scusa. Però gliel’ho detto senza tornare indietro. Devo ancora affrontare mio padre, l’osso duro della faccenda, e andare a dirlo ai miei insegnati in Conservatorio, visto che al biennio non mi vedranno più. La danza, il mio sogno assurdo…e sarà difficilissimo, ammesso che io riesca a trovare la quadra per farlo. Forse è davvero una follia. Ma dopo anni di sogno, sto facendo davvero anche questo.

In meno di un anno la mia vita vecchia è da cestinare. Se poi non so più chi sono non mi si può dare torto del tutto….