Archive for August, 2015


Breaking Point.

Breaking Point

Capita spesso di sentirsi dire “Io non ce la faccio più”.

Capita spesso di sentire sé stessi direi “Non ce la faccio più”. E ci si crede quasi sempre.

Ci sono quei momenti il cui ci si sente a un passo dal punto di rottura, prossimi, spaventosamente prossimi, a perdere il lume della ragione, mollare le redini, gettarsi giù da cavallo e finirla.

Momenti in cui siamo tutti un po’ degli Amleto:

“Essere o non essere, questo è il problema.
Se sia più nobile sopportare
le percosse e le ingiurie di una sorte atroce,
oppure prendere le armi contro un mare di guai
e, combattendo, annientarli.
Morire, dormire.
Niente altro.

[…]
Morire, dormire.
Dormire, forse sognare: ah, c’é l’ostacolo,
perchè in quel sogno di morte
il pensiero dei sogni che possano venire,
quando ci saremo staccati dal tumulto della vita,
ci rende esistanti.

[…]

Qualora si potesse far stornare il conto con un semplice pugnale,
chi vorrebbe portare dei pesi
per gemere e sudare
sotto il carico di una vita logorante
se la paura di qualche cosa dopo la morte,
il paese inesplorato dal quale nessun viandante ritorna,
non frenasse la nostra volontà,
facendoci preferire i mali che sopportiamo
ad altri che non conosciamo?
Così la coscienza ci fa tutti vili,

così il colore innato della risolutezza,
lo si rovina con una squallida gettata di pensiero
e le imprese d’alto grado e il momento,
proprio per questo, cambiano il loro corso
e perdono persino il loro nome di azioni

Ora, lui parla proprio di suicidarsi, non fosse che quella è cosa definitiva, e se per disgrazia il post mortem fosse peggio della vita, per quanto disgraziata…beh, lì sarebbero cazzi. Per cui lascia perdere, dandosi del codardo perché non ha il coraggio di farla finita.

Si tratta, qui, di una semplificazione drastica di un personaggio mosso da dubbi catastrofici, con una psiche di carta e inchiostro decisamente complessa.

A me il personaggio di Amleto non è mai piaciuto molto. Non che la mia cultura teatrale sia realmente molto approfondita, ma da quel poco che ho studiato mi sembra che questo emo ante litteram, principe di Danimarca in situazione difficoltosa, padre ammazzato dal di lui fratello, zio del suddetto poveraccio, ora marito della regina vedova (alla faccia dell’amore che dovrebbe lasciare il coniuge superstite inconsolabile alla morte dell’altro) che torna come fantasma chiedendo al figlio di vendicarlo, in realtà più che un eroe/antieroe letterario sia prossimo all’inettitudine.

Rimanendo alla semplicistica analisi dell’arcinoto monologo, rendiamoci conto che costui accusa di viltà sé stesso e l’umanità tutta non perché non ha la risoluzione di prendere le armi contro il mare di affanni e affrontarli, ma perché non ha il coraggio di ammazzarsi per scappare da detti affanni.

Noi esseri umani veri, non essendo personaggi di una tragedia scritta nel 1600, ovviamente difficilmente siamo rosi da dubbi amletici (che se è diventato un modo di dire ci sarà anche un motivo) quanto l’originale, ma questo non significa che non ci siano le volte che ci sentiamo ad un passo di geisha dal crollare.

E forse, come Amleto farebbe con l’oblio della morte, anche noi benediremmo il crollo che ci cava dall’impiccio di doverci barcamenare.

Io, per lo meno, lo benedirei.

Se fossi in grado di lasciarmi andare nell’abisso fino a raggiungere il fondo, lanciando solo un grido d’aiuto, e rimanendo raggomitolata sul fondo a piangere, nell’attesa di qualcuno che venga a salvarmi, accoglierei la caduta come una liberazione, penso.

“The show must go on” è un modo di vivere stancante, anche per me che marcio fino ai rifugi montani piantati in mezzo alle pietraie con un passo da far concorrenza ad un agonista alpino.

La verità però è che di tutte le volte che mi sono lamenta, ho minacciato di essere prossima al crollo, di non farcela più, non sono crollata mai davvero. Alla fine non ho buttato le armi a terra. Non  ho suonato la resa. Un po’ per un’ultima impennata di orgoglio, un po’ perché non mi permetterei mai di fare rimanere quelli che presumibilmente potrebbero sbattersi fino al mio personale abisso per recuperarmi così male come immagino rimarrebbero (e, mi perdonino costoro per questa botta di egoismo, ma non vorrei che rimanessero indifferenti alla cosa…)

Forse è a questo che servono gli affetti…se uno non si sentisse costretto a rimanere vivo e in uno stato semi decente per le persone a cui è legato cosa gli impedirebbe di mandare tutto a stendere e crollare davvero? Potrebbe mai la paura di rimanere sul fondo, non disponendo più della forza necessaria per tornare in superficie in autonomia e non avendo nessun salvatore, essere un deterrente sufficiente? Io non credo.

In conclusione, tutte le lamentele, tutte le minacce, tutto quanto…a che pro? Se il rischio di crollo non è veramente concreto, perché sentiamo il bisogno di dirlo, anche solo a noi stessi?  Forse per sentirci in colpa pensando a come starebbero le persone che ci vogliono bene a sentirselo dire?

Per me, credo possa essere una spiegazione sufficientemente cervellotica da essere convincente…mi domando se anche il resto degli esseri umani sono come me, oppure se gli altri sono un po’ meno involuti.

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Past Time.

Beppe__Caos_g

Premessa necessaria: l’ordine non è esattamente il mio forte. Capita che ciclicamente i miei sbottino e mi minaccino di morte, tortura, sfratto, bagno con l’acqua santa e quali altre amenità possano venire in mente se la mia camera (badare che non si spingono a richiedere che riordini anche gli altri vani della casa, complice il fatto che più che una vera abitante sono un’occasionale coinquilina della magione) non sarà ricondotta a decenza entro un determinato momento.

Fortuito caso ha voluto che la mia imminente partenza per la montagna abbia fornito al genitore maschio l’occasione per porre l’ultimatum.

Ciò accadeva circa una settimana fa.

All’oggi, ancora l’ordine desiderato non è stato raggiunto, ma non perché non ci abbia provato. Anzi. Quando poi mi metto all’opera, anche se inizialmente sono piuttosto riluttante, sono una professionista del settore, e non mi limito a spostare gli oggetti previa averli spolverati: analizzo con attenzione ogni soprammobile, foglio o libro che mi capita sotto mano, in modo da valutare se inserirlo nella pila dei “ricordidaconservare” o cestinarlo senza troppa cortesia.

E’ questa un’operazione che consiglierei anche ai più ordinati che di fatto non ne hanno bisogno per avere di nuovo una camera al posto di un bazaar, ma potrebbero sfruttare l’occasione per fare un po’ di sano riordino mentale.

Durante l’ultima epurazione della mia stanza ricordo distintamente di aver scritto su Facebook una frase assai stilosa: “L’infinito potere catartico di buttar via fogli pieni di parole non più attuali”.

Questa volta, non sentendomi più di tanto mondata dalla lettura di vecchi quaderni e dalla presa visione di vecchi disegni, quel che vorrei scrivere sarebbe piuttosto una cosa del genere “In dubbio tra il provare tenerezza o vergogna per la ragazzina che sono stata”.

Sì, perché scartabellando nei meandri della libreria compaiono robe (non definibili altrimenti) che risalgono fino a tipo dieci o dodici anni fa…

E di fronte alle cose che scrivevo allora, e poi negli anni a venire, non posso che riconoscermi e ricordare almeno un po’ cosa sono stata, e di fronte a questi ricordi non so veramente se essere intenerita o ringraziare di aver perso quasi tutti i contatti che avevo allora, in modo da non dover attualmente guardare in faccia chi ebbe a che fare con quel “Essere Splendido” (per citare un amico) che sono stata.

Riemergono uno spregevole numero di cose che negli anni ho comprato, tanto da riempire scaffali, mensole e cassetti…certo che è davvero imbarazzante a pensarci…ho dieci orologi. Dieci. Non ne funziona più nemmeno uno, perché saranno anni che ho smesso di portarlo e mi sono disinteressata delle loro condizioni, ma credo che basterebbe sostituire la pila. Non si contano i quaderni di cui ho scritto una manciata di pagine e basta. E ora cosa ne faccio? Buttarli via mi spiace…non sono propriamente un’ecologista impegnata, ma cestinare un quaderno quasi nuovo mi sembra assolutamente poco ottimizzata come mossa. Potrei strappare le pagine scritte e tenerli. Ora a scuola non ci vado più, quindi difficilmente avrò bisogno di quaderni su cui prendere appunti, ma dovessi mai riprendere un’attività in cui mi serve carta e penna penso che sarei a posto per almeno tre o quattro anni.

Ho scatole piene di oggetti che mi sono stati regalati e non hanno incontrato il mio gusto. Buttarli mi sembrava scortese, ma anche di esporli non mi andava. Così nel tempo ho fatto scatole su scatole di ricordini poco graditi, chincaglierie che non metterò mai e libri che non vanno bene nemmeno per tenere su la scrivania. Il pezzo forte della collezione è un rosario con tanto di medaglietta con Madonna (e non mi riferisco alla cantante, che comunque non mi spiace particolarmente)…non ho idea di chi possa avermi portato una cosa del genere, ma merita veramente una stretta di mano per la conoscenza della sottoscritta che ha dimostrato con detto omaggio. Questa volta ho deciso di trasferire in cantina, che in casa nostra è più o meno l’anticamera dell’inferno degli oggetti dimenticati, buona parte di questi cosi. Tanto, come dicevo prima, ho perso quasi tutti i contatti degli anni passati, e non potranno di certo offendersi se elimino un loro regalo visto che nemmeno sanno se sono ancora al mondo.

Un po’ meno comico è stato il riordino sistematico della libreria. Durante l’operazione ho catalogato i libri, e, senza nemmeno la scusa che mi siano stati regalati da qualcuno, devo dire che nel mio bisogno di salvare le apparenze ho speso veramente un sacco di soldi. Ho un’intero scaffale pieno di testi di analisi complessa, storia della matematica e istruzioni di hacking avanzato. Ovviamente non li ho mai letti, ma il solo comprarli mi dava una gran soddisfazione. D’altra parte la persona che avrei dovuto essere avrebbe apprezzato questo tipo di lettura, quindi il presentarmi alla cassa a pagare dette tomazze mi dava un brivido impareggiabile, assimilabile credo a quello di un ragazzino imberbe che si accinge alla pagina dei porno dal computer di papà, che non sa nemmeno precisamente cosa sta per guardare, ma miseriaccia ladra se si sente ganzo. La cassiera, non conoscendomi, avrà pensato che ero così davvero….probabilmente lo avranno pensato anche tutti quelli che hanno visto che cosa avrei letto senza che nessuno mi costringesse a farlo. Mio padre poi era entusiasta delle mie letture. Alcune me le ha anche rimborsate. Non ho letto nemmeno uno di quei libri, ma danno tuttora sfoggio di loro nella mia libreria. A colpo d’occhio sembro una persona molto più figa di quella che in realtà sono. Avevo fatto un ripiano della libreria apposta: un po’ di narrativa (quella di concetto, ovviamente, non certo gli harmony da liceale, che conservo nascosti nei meandri dei cassetti più segreti della camera), matematica, informatica, storia, paganesimo e per concludere il Necronomicon. Mi sembrava, anni fa, e in effetti sono ancora d’accordo, che se si potesse giudicare una persona dalla sua libreria, da quello scaffale si delineerebbe un ritratto di qualcuno con cui val la pena di parlare almeno una volta.

E poi ci sono i quaderni pieni di parole.

Almeno un diario è pieno di confidenze. Non mie però: le confidenze sono di quell’altra, quella che tentavo di diventare. Scrivere un diario dal suo punto di vista deve avermi fatta sentire bene all’epoca, o forse già allora me ne vergognavo. Non mi ricordo quasi nemmeno di averlo fatto, quindi men che meno mi viene in mente cosa ho provato scrivendo.

Ho conservato vari quaderni di fan fiction sui vari universi per cui ho avuto le mie fissazioni. Cambiano i nomi e l’ambientazione, ma le storie sono più o meno tutte uguali, e c’è un personaggio che continua a ritornare. E’ evidente, col senno di poi, che il personaggio che mi sono portata in giro per mille universi è la proiezione delle mie necessità in questo mondo. Un psicologo mi stringerebbe la mano per la brillante deduzione, però devo dire che ho provato un po’ di delusione: pensavo di avere più fantasia e di essere una scrittrice migliore.

E poi, dulcis in fundo, ci sono i diari, quelli veri. Al di là delle riflessioni più o meno attuali che ci ho trovato dentro, una chicca è la seguente: ci sono pagine e pagine, datate 2009/2010, piene di elenchi di pasti, con la somma delle calorie totalizzate, il disavanzo sul fabbisogno giornaliero, il peso, i centimetri dei punti critici e il voto a fine giornata in base ai pasti fatti. Quel che si evince da quelle pagine è che ho già fatto diete meno riuscite di questa, perché non è che mi contenessi più di tanto, e avevo anche il coraggio di darmi un bel voto, e che probabilmente ci sono stati giorni che ho barato un po’ per far quadrare il conto, almeno sulla carta. Ecco, di fronte alla lucida analisi delle mie seghe mentali e alle pagine e pagine piene di conti di calorie un po’ di tenerezza la provo. Ora almeno mi sono modernizzata: faccio tutto al computer, con il duplice scopo di non sprecare quaderni e non lasciare le prove.