Archive for March, 2015


Letter to Macchia.

E così alla fine hai mollato davvero.

Oggi papà ti ha caricata in macchina e ti ha portata in clinica a prendere il tuo treno per il paradiso canino.

Chissà se c’è un paradiso per i cani. Ho dei dubbi anche su quello degli esseri umani, ma forse per voi funziona diversamente. Magari, per noi homo sapiens non c’è niente dopo e per voi invece sì. Campi sterminati con quadranti fangosi, quadranti innevati, quadranti perfettamente asciutti e quadranti pieni di bestiacce varie da rincorrere a piacimento. E nessun padrone che non ha piacere che rientriate in casa con le zampe sporche. Solo pappa appetitosa, altro che le dannate palline.

Se c’è un paradiso per i cani, che sia fatto così o meno, penso che tu te lo sia meritato ampiamente. Sei stata una brava cagnona. Sempre. Con i tuoi lasciami stare, come ogni essere vivente, ma sei stata proprio buona.

Avevo dodici anni ancora da compiere quando sei arrivata. I miei avevano organizzato tutto il gran segreto, e fingevano il più assoluto voto contrario quando io spiegavo i miei quindici milioni di motivi per cui prendere un cucciolo sarebbe stata una buona idea. Mi ero data per vinta dopo l’ennesima discussione in macchina tornando dalla piscina proprio il giorno in cui poi ti ho trovata coricata sul pavimento della cucina.

Non credevo nemmeno ai miei occhi. Penso che sia stata la prima volta della mia vita che ho pianto di gioia.

Anche ora sto piangendo, ma non certo di gioia.

Non sono stata tanto una brava padrona per te, lo so. Per tutti questi anni sei stata il cane dei miei genitori più che il mio. Io ero troppo piccola per prendermi cura di una creatura, e non sono proprio portata per fare la mamma ad ogni modo, nemmeno ora che sono grande, ammesso che l’età anagrafica conti qualcosa.

La mamma mi ha rimbeccata mille volte di essere gelosa delle attenzioni che riservava a te, sorella pelosa. Io non ricordo se davvero sono stata così scema da essere gelosa del nostro cane, ma non mi sentirei nemmeno di escluderlo a priori.

Negli ultimi tempi non ti ho accudita molto, non ti ho fatto tante coccole. Quando venivi a darmi le musate sotto al gomito mentre io studiavo il pianoforte  e tentavo di preparare il mio panicantissimo diploma, e prima l’ottavo, stufa di sentire note che probabilmente il tuo udito fine trovava abominevolmente fastidiose, mi irritavo e ti chiudevo fuori casa con l’inganno. Secondo me avevi capito che ad ogni modo ci guadagnavi sempre: fastidio alla pianista equivaleva a biscotto con lancio sportivo per sbatterti fuori casa senza farti rimanere male.

Però il la minore ti piaceva: c’era un brano che suonavo a volte, “Chiarina” del Carnaval di Schumann che ascoltavi volentieri. Se non eri in sala quando lo facevo venivi a coricarti vicino al pianoforte. Finito Chiarina naturalmente riprendeva oppure cominciava ex novo il fastidio alla pianista.

E’ la seconda volta nella mia vita, solo la seconda, che vengo a contatto con la morte.

Sia per la nonna (e va bene, una nonna è un po’ più impegnativa che un cane, ma non è poi così diverso in realtà) che per te, pensavo che avrei accusato di meno.

Oggi è venuto il veterinario, e io lo sapevo che sarebbe stato questo il responso. Lo sapevo, e quando papà è salito da me, che mi truccavo per uscire sparandomi il Lago dei Cigni nelle orecchie a mille decibel, e mi ha detto quello che già sapevo, ho risposto solo “Ah, ok. E’ il suo bene.” Poi però il groppo in gola è arrivato, con quel minuto di ritardo, e mi sono lanciata giù, per salutarti ancora una volta.

Ho capito perché nei film la gente si comporta in quella classica “maniera da film” che sembra un tantino esagerata, ma porta il messaggio in maniera chiara e indubbia: il motivo è che semplicemente la gente fuori dai film certe volte fa così davvero, anche se nessuno deve recensire la scena. E così siamo state abbracciate in cortile, tu che mi guardavi un po’ stupita, io con il mascara che colava fino alle clavicole, coricata per terra accarezzandoti per l’ultima volta.

Era un bel po’ che non ti accarezzavo così tanto. Spero che tu te ne sia accorta che anche se non stata una brava padrona ti volevo bene.

macchia

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Respiro Avido

to_wonderland

In questo periodo c’è una domanda che mi frulla in testa piuttosto spesso e alla quale non riesco a dare una risposta convincente.

“Che senso ha?”

Non qualcosa in particolare, tutto quanto.

Mi riesce difficile trovare qualcosa che non sia fine a sé stessa, e più rifletto più mi sembra vero che un senso non c’è.

Non sono mai stata una fan di Vasco Rossi, però la citazione esce scontata “Voglio trovare un senso a questa vita, ma questa vita un senso non ce l’ha”.

Mi disturba un po’ questa cosa: se non c’è un senso, un fine ultimo, un “cosa resterà” tutte le prospettive si confondono, i valori si ingarbugliano e i loro contorni perdono nitidezza.

Penso che avere un figlio dia un senso alla vita dei genitori. Anche innamorarsi forse. Comunque, è sempre questione di votarsi a qualcun altro in maniera più o meno totale. Qualcuno per cui ne valga la pena però, altrimenti tanti saluti al senso.

Però, io non ho voglia di fare un figlio, e per quanto riguarda l’innamorarsi, sarei ben disposta a farlo, ma è una cosa che deve capitare per caso, non voglio cercare disperatamente l’anima gemella, un po’ perché onestamente non ne sono capace e nemmeno mi ispira troppo l’idea, un po’ perché non credo che sia così che deve andare. Sarò legata a ideali disneyani, ma l’amore deve arrivare come un fulmine a ciel sereno…quindi chi lo sa se per me arriverà ora, tra dieci anni o mai.

Se non c’è un senso superiore, allora tutto quello che resta è il momento, l’attimo.

Che sia questo il significato dell’arcinoto “Carpe Diem”? Se non c’è un fine in nulla, se non si ha una persona a cui votarsi, forse la cosa più sensata da fare è darsi all’edonismo con quieta accettazione…

Non sto parlando di vortici autodistruttivi in pieno stile bohemienne quanto del fare quello che si desidera unicamente perché si desidera fare così sul momento senza troppe seghe mentali. Vivere davvero l’istante, perché è tutto quello che esiste di sicuro.

Anche quando si balla funziona un po’ così secondo me. La coreografia quando finisce non lascia nulla di sé, per questo il ballerino che emoziona è quello che, come si dice, “sente il movimento fino in fondo”. Se lo gode, non si limita ad eseguire una posizione: non sto parlando di interpretazione e caratterizzazione del personaggio, quanto proprio di trovare fisicamente gradevole quello che si sta facendo…era così anche nella musica per me: suonavo bene quando riuscivo a godermi quello che facevo, gustarmi ogni nota, ogni tocco, ogni tasto.

Si potrebbe espandere il ragionamento a tutto il resto e cercare di essere il più felici possibile lì per lì, in mancanza di altro.

Non sembra male, ma non sono tanto soddisfatta di questa conclusione…mi fa sentire un po’ come una barchetta in mezzo alla tempesta senza una rotta…per me che sono una persona ansiosa e che ha bisogno di certezze è una prospettiva dannatamente spaventevole. Non so se la certezza che non ci siano certezze riuscirà mai a soddisfarmi.

Vorrei credere davvero al testo di questa canzone dei Folkstone che sto sentendo in continuazione:

“Voglio sentire, voglio vivere più in là, chiedo alla vita troppo, forse la falce risponderà, sulle ali della morte giuro ti raggiungerò, la paura di cercare no, non mi farà annegare in falsità. Respiro avido, ogni battito ora è inarrestabile”