Archive for May, 2013


Comunque, la vita è stramba davvero. Cioè, la mia vita è stramba forse perchè sono stramba io. Oppure sono stramba io perché è stramba la mia vita. Chi lo può sapere: è un po’ come l’arcinoto “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”
Quello che io so è che in questo momento mi sembra un po’ di star vivendo una sessione di Doungens&Dragons demenziale in cui chi si gioca il mio personaggio fa dei lanci di dadi assurdi.
Lo dico perché un po’ di tempo fa io giocavo con una mia amica, e il mio personaggio, una sorta di mio alter ego piuttosto ben riuscito, si trovava spesso e volentieri in delle situazioni assolutamente pazzesche con risvolti ancor più stupefacenti a seguito dei miei lanci quanto meno opinabili. Del tipo: sei arrampicata su una specie di muro e devi scendere: che fai? Risposta: schifo la discesa semplice e salto giù. Bene, allora fammi un tiro in acrobazia: faccio 19 più 7 di bonus. Ok, puoi decidere di fare tutte le acrobazie che vuoi. Mmmm, bene, voglio atterrare sulle spalle di un altro personaggio che mi ha preceduta nella discesa. Al che, il personaggio in questione fa un tiro in resistenza o qualcosa del genere visto che deve prendermi di peso. Lo scazza del tutto e rischia di andare a terra. Nel mentre un altro personaggio fa un tiro bellissimo in acrobazia pure lui, e può scegliere dove atterrare: arriva graziosamente davanti al personaggio che sta barcollando con me in spalle, e per alzarsi fa per aggrapparsi alla cintura di quello che barcolla. Il quale però nel mentre scazza di nuovo il tiro e cade in avanti, picchiando un clamoroso colpo di palle contro la mano del neo atterrato, facendosi 2 D4 di danni.
Sessioni del genere sono la gioia dei giocatori, secondo il mio modesto parere.
Chissà il mio povero personaggio, sempre che suo mondo abbia un’esistenza e la parvenza di un libero arbitrio (domanda esistenziale del momento: e se tutti noi fossimo solo personaggi di D&D giocati da qualcuno? Non potrebbe essere questa la spiagazione a un sacco di cose assurde che capitano? Ah, sì, si chiama religione [mi perdonino i credenti, questa non vuole essere in nessun modo un’offesa al loro modo di vivere.]) quante domande si fa quando le capitano cose del genere. Non lo sa lei che in realtà siamo io e la mia amica che stiamo facendo dei tiri assurdi e le incasiniamo la vita gli amici e l’universo con i nostri dadi onnipotenti.
Ecco, ho l’impressione che chi si gioca il personaggio Marta nell’universo superiore a questo, quello che che vede questo mondo come il suo palcoscenica per D&D, stia facendo dei tiri quanto meno scalibrati.
E voglio omettere tutta la parte in cui mi risento per come questa/o giocatrice/tore (uso prima il femminile, perché io sono una donna, e mi pare giusto citare prima il mio sesso! XD) mi ha prodotta. Almeno però avrebbe potuto farmi con un bonus di 5000 in metabolismo, così ora potrei strafogarmi di cibi schifosi e grassi senza prendere un etto!! Su questo punto non posso proprio tacere.
Ad ogni modo, come ho detto nello scorso post, se sia un caso o dei tiri sballati, io me ne lavo le mani. Niente più seghe mentali in merito. O almeno, non troppe. Però, resta il fatto che alcune cose mi fanno ridere.
Tipo ieri. Non è successo nulla di realmente assurdo, ma per come sono io la giornata è degna di nota sotto mille punti di vista. Comincia più o meno normale, riesco persino a spianarmi i capelli senza troppi problemi, poi ha un’evoluzione pessima e inaspettata. Dopo di chè, ritorna una buona giornata. Andiamo, due miei amici ed io, a Torino per il 50 ore Torino film festival, dove fungiamo da comparse medievali/siparietto teatrale. Facciamo le nostre scenette sul palco (due feriti su tre ovviamente, anche se ancora non so in che stato sia la schiena di Martino, l’unico apparentemente illeso, che mi ha presa in braccio in ogni modo possibile nel corso dei nostri spettacolini), facendo pure buona figura, e io raccolgo un sacco di contatti potenzialmente utili per quella che potrebbe essere una delle cose che mi piacerebbe fare. Guarda te i casi della vita. Vado per caso a far sta cosa e ci rimedio un sacco di contatti: la fortuna aiuta gli audaci, no? Nel mentre, minuto dopo minuto, mi accorgo che questi due amici mi piacciono proprio. Lo sapevo già, ma ogni volta che li vedo è una conferma, e questa cosa mi riempie di soddisfazione. Bello trovare qualcuno su cui si ha l’impressione di poter contare. Tra l’altro, amici fatti in maniera piùcchecasuale. Sempre più forte. La serata procede, più o meno tranquilla, tra citazioni di Monty Python e birre rosse. Termina, alle 3 circa, con noi tre fuori dall’Hiroshima Mon Amour con un gruppo di registi e cineasti mica da poco, a chiacchierare della necessità dei giovani di credere in quel che fanno e di crescere da una condizione di forzata adolescenza. Concordiamo, anche noi ventenni, e concordiamo sinceramente, non per avere un altro ingaggio a breve, e quello che è stato il nostro datore di lavoro per la serata pare tutto contento, e in effetti fermamente intenzionato a chiamarci di nuovo. Infine, decidiamo che è ora di tornare a casa, stanchi morti e alteratissimi, tra adrenalina, alcol e nicotina (ma il guidatore, giudiziosissimo, è in quadra perfetta). Io ho già scritto a mia madre che sarei tornata per dormire quando mi rendo conto che non ho nessuna intenzione di salire in auto alle 4 di notte e di giudare per 40 km con 21 ore di veglia sulle spalle e qualche birra sullo stomaco. Mando 6000 messaggi per comunicare che non tornerò, indecisa tra il rischiare la vita per il probabile incidente automobilistico che farò se mi metto a guidare o per le maledizioni che mi tirerà mia madre non vedendomi tornare. Alla fine opto per gli improperi materni, chiedendo in ginocchio ad uno dei due di ospitarmi da lui per la notte. Decidiamo di fermarci tutti da Martino, tornando verso casa sua facciamo discorsi di alta filosofia in automobile (davvero!!!! ed eravamo anche piuttosto in noi!), e arriviamo alla magione non prima delle 4 e qualcosa. Nell’entrare silenziosamente (io tremo come una foglia per il freddo, la stanchezza e i millemila pensieri che la giornata reclama) mi inciampo in due gradini che non ho visto, franando a terra in un tripudio di ben poco silenziosi accidenti. I miei amici, prontissimi, mi soccorrono. Sono gentilissimi con me, e io sono indecisa se essere tutta contenta di sentirmi trattata così bene o sentirmi orrendamente in difetto per finire sempre per essere quella che ha bisogno di essere accudita. Tento di darmi un tono dicendo che sto benissimo, ma è tutto inutile: Martino mette a dormire Giò, dopodichè mi fa una tisana che a sua detta è un toccasana. Devo dire che in effetti, bevutala, mi sono sentita meglio. L’ora è prossima alle 5 di mattina, gli uccellini stanno già cantanto, sti stronzi, e noi non siamo ancora andati a dormire. Usciamo pochi minuti in veranda per conciliarci il sonno al di là di ogni buona logica non vuole arrivare, e la mamma di Martino (conosciuta al pomeriggio, donna simpaticissima!) con fiuto degno di un segugio riesce ad accorgersi che per fumare siamo solo per metà fuori casa. Sesto senso materno forse?
Mi accoccolo, completamente vestita, in un sacco a pelo gentilmente offertomi, e, circa alle 5 dichiaro la definitiva buonanotte al mio gentilissimo ospite, il quale pronuncia la battuta che mi ha fatto venire in mente di scrivere questa lunghissima e inutile pappardella “Ma perché la mia vita deve sembrare un fottuto film?”
Lo sembra anche la mia Martino, tranquillo, credo che sia una condizione diffusa.
Non chiudo occhio quasi per tutta la notte, tra la casa che non è mia, il letto che non è mio, i pensieri, che invece sono tutti miei, e la trepidante attesa di una risposta di mia mamma. Pavento la più tragica lavata di capo degli ultimi 4 anni. Invece no: pare che secondo i miei io abbia fatto benissimo a fermarmi lì a dormire, anche se mi sono autoinvitata a casa di un mio amico di recentissima data la cui madre mi aveva intravista per la prima volta il pomeriggio stesso. Tanto meglio che il 99 su D100 in culo esista, per mantenere la metafora D&D! Rientro a casa alle 13 passate, dopo aver visto il risveglio più difficoltoso di tutti i tempi. Evidentemente, il mio quasi omonimo non è esattamente un tipo mattiniero. Al contrario, Giò ha dormito due ore nette, e alle 7 era pronto in piedi per andare a lavorare, cosa che io ho avuto modo di sentire bene, dato che, appunto, non ho quasi dormito. Credo che quest’uomo non sia umano. D’altra parte, se gli alieni sono così sarebbe carino da parte loro venire a trovarci più spesso: il mondo sarebbe infinitamente più divertente.
Arrivata a casa dichiaro, in preda a non so che delirio, di non aver intenzione di portare a termine la mia facoltà se la scappatoia esiste (e per la cronaca la sto cercando), ad un padre giustamente attonito.
Chi si sta giocando il mio personaggio sta forse facendo una serie di critici alternati ad anticritici con cadenza pressochè binaria??

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Fooled by the randomness!

Come tutti quelli che mi conoscono sanno, un film che ha indiscutibilmente fatto storia per quanto mi riguarda è “Matrix”. Forse prima o poi mi accingerò a scrivere una interessantissima critica pseudo filosofica su detto imperdibile film, ma al momento mi interessa soltanto estrapolare una frase dal secondo episodio della trilogia, “Matrix Reloaded”.
C’è un personaggio, piuttosto controverso e vagamente mefistofelico, la cui natura e volontà non è del tutto nota (e mi domando se i fratelli Wachowsky, registi della trilogia, l’avessero ben chiara e abbiano deciso di lasciare gli spettatori nel dubbio, o non avessere deciso nemmeno loro…nel qual caso avranno pensato che nel tipo di film che stavano girando qualche punto non spiegato ci stava pure bene, grazioso ornamento di un impianto di trama complesso e visionario.) che, nel punzecchiare i nostri, la trinità degli eroi con gli occhiali da sole, dice una frase di una certa rilevanza: “Sapete? Esiste un solo principio costante, un solo principio universale ed è l’unica autentica verità. La causalità. Azione. Reazione. Causa… ed effetto.[…]Io bevo troppo vino: devo andare a pisciare.”
Ora, questo è senza dubbio indiscutibile. Che la causalità sia uno dei grandi motori immobili del mondo hanno dovuto ammetterlo tanto tempo fa persino i creazionisti più convinti. Il nostro mondo funziona, anche se secondo me sarebbe più corretto dire che la nostra mente impostata a categorie lo schematizza in tal modo, secondo una linea unidirezionale decisamente causale. E questo è rassicurante. Perchè ad un’azione corrisponde una reazione, e all’insieme di più circostanze corrisponderà un’evoluzione degli eventi, magari non preventivabile dai nostri poveri intelletti bidimensionali, ma assolutamente inscrivibile in un ambito di causalità. Come dire, le cose capitano perché è logico che capitino, “segue che”, implicazione logica: =>, traducibile in “NOT A OR B”.
Ma, già da come la logica del primo ordine traduce l’implicazione logica, si capisce che c’è qualcosa che non va: se A implica B significa che l’affermazione è vera in caso B sia vera, oppure, senza nessuna condizione su B, A sia falsa, ciò significa che nel momento in cui la premessa è negata il conseguente diventa vero automaticamente.
Il che non è certo condivisibile e logicamente (e ora parlo di logica umana, non binaria!) sensato. Certo, questi sono formalismi atti a creare tabelle di verità, non razionalizzazioni della vita reale. Però…tanto basta a confermare i miei dubbi.
Penso infatti che il vero principio principe del mondo sia non la causalità ma la casualità. Buffo come scambiare due lettere trasformi un sostantivo nel suo esatto opposto…Se causalità è ordine, decisionalità, geometria, casualità è caos. Certo, il caso non è calcolabile. Una miriade di libri sono stati scritti su questo punto. La casualità è decisamente meno rassicurante della causalità. Se in un mondo che segue le regole della logica del primo ordine possiamo suppore che se anche noi non vediamo il legame logico sotteso a ciò che accade esso ci sia, così non capita in un mondo dove a regnare è il caso.
Il che potrebbe non piacere agli intelletti più schematici e matematici. Io ritengo che accettare questo punto, abbracciarlo, amarlo, sia salvifico in molte situazioni. Anche perché nel non farlo non ci sono grandi vantaggi.
Spostando l’analisi su un piano meno metafisico e più concreto, la mia esperienza personale dà che in genere le cose per cui si lascia che a fare il suo corso sia la naturale casualità degli eventi, senza tentare di metterci in meszzo una causalità tutta umana sono quelle che alla fine funzionano meglio.
Mi viene da pensare ai miei rapporti sociali degli ultimi tempi (e il tono aulico della trattazione cala sempre di più verso una pagina di diario…). Alcuni, quelli che per qualche ragione erano per me più importanti, più difficili, perché investiti di un certo significato emotivo, ho tentato di manovrarli, causalmente parlando. Ci sono stata più attenta, ho pensato, per tutto o quasi quello che facevo, alle implicazioni che avrebbe potuto avere, alle cause e agli effetti, facendo spesso anche lavori di reverse engeneering, cioè dedurre quali cause avrebbero prodotto gli effetti che avrei voluto vedere. Certo, ammetto che sia da persona bacata fare tutti sti calcoli per fare amicizia con qualcuno, ma io bacata lo sono a sufficienza, quindi per me è più che normale idulgere in queste illogicità.
Bene, nessuna di queste amicizie su cui tanto mi sono applicata pare aver dato risultati. Non stento a credere di aver fatto pensare alle persone in questione di essere totalmente sbilanciata, impalata, poco spontanea se non decisamente finta e una serie di altri aggettivi che onestamente non so nemmeno immaginare.
Al contrario, alcune altre in cui non ho speso un secondo del mio tempo di segaiola mentale, in cui la casualità ha regnato sovrana perché nulla di studiato è stato messo in mezzo (almeno, non da parte mia, ma penso anche da parte degli interessati in questione) stanno funzionando, immensamente meglio di quelle per cui mi sono sforzata di più. E ora che me ne accorgo, penso che non voglio assolutamente mettermi a pensare alla causa-effetto pure qui. Voglio lasciare andare le cose così come vanno, non perché non me ne importi nulla ma perché mi sto convincendo che sia il modo migliore per farle funzionare (non fosse altro, per mancanza di concorrenti: l’altra tattica pare non funzionare un granchè).
Sarebbe mio proposito, una delle prime voci della lista del “DO” per i prossimi tempi, giusto dopo “laurearsi” accogliere la natura casuale e illogica delle cose, sperando che l’incanto funzioni.

Quel che non uccide fortifica. Così dicono almeno. La domanda è, ma non si poteva rimanere deboli e felici? Io, potendo scegliere, avrei preferito.
Sto facendo corto circiuto. Perdo colpi, seriamente. Comincio a credere che sia mercoledì quando invece è venerdì e viceversa, devo guardare il cellulare per capire che data è, saluto persone sconosciute straconvinta di conoscerle anche se non ricordo esattamente chi siano e non saluto amici di una vita perché per qualche motivo non registro di starli incrociando.
Una donna sull’orlo di una crisi di nervi, insomma.
E il bello è che nemmeno annego nel lavoro.
Ho una routine mortale, ma solo perché di fatto annulla le mie ore di sonno. Di giorno volendo potrei dormire, di solito non ho nulla da fare tranne pochi giorni a settimana, ma data la mia situazione mi sento troppo in colpa a non alzarmi al mattino. Non che mi svegli prestissimo: non sono quasi mai in piedi prima delle 8. Però, considerato che di fatto la mia vita è notturna “prima delle 8” è praticamente l’alba per il mio personalissimo bioritmo.
Guardo indietro e mi rendo conto che negli ultimi 10 mesi della mia vita non ho fatto nulla di utile. Rettifico, nulla di universitariamente utile, o quasi. Anche per il resto…bisognerebbe capire cosa significa utile.
Se utile è la cultura in genere, la conoscenza e la crescita personale, quello che sta passando è stato un anno utilissimo. Ho imparato un bel po’ di cose nuove, dalla spada al teatro, passando per chimica (per dare ripetizioni la base è che la lezione io la sappia, e così ho dovuto reimparare il programma del liceo, che avevo prontamente eliminato per liberare un po’ di spazio sul mio disco mentale appena finito l’anno relativo che, a non andare errata, per me era la quarta). La new entry delle mie nuove competenze è stata dichiarare che non sarei tornata per la notte essendo nei miei programmi star fuori a far festa, nonostante la tragica disapprovazione negli occhi di mammina. Bella conquista quest’ultima. Speriamo che la mia risoluzione ad affermare me stessa, anche se non sono la figlia perfetta, in barba all’approvazione dei miei genitori duri. Sarebbe una salvezza. Non posso, formalmente adulta, essere così legata al loro “ok”, quando anche sola non farei nulla di così pazzesco. Non sono più la loro bimba, la loro bimba sempre attenta a fare quello che loro vogliono non perché ritenga che sia giusto ma vedere la loro approvazione? No, non lo sono più. Ho 22 anni, non sono più una bimba, non mi interessa diventare la nuova Madre Teresa, e nei limiti dell’accettabilità vorrei la mia libertà, cazzatelle incluse, anche se a mamma e papà non sta bene, come è ovvio che sia. Un po’ di egoismo non guasta immagino.
Sul fronte scolastico, invece, una tragedia: è un anno e più che suono lo stesso pezzo, un gran bel pezzo, d’accordo, ma sempre lo stesso, misere 26 pagine di note…di università non ne voglio nemmeno parlare. Un dato di fatto è che sta laurea me la sto trascinando come il macigno di Sisifo sul monte.
E non faccio nulla, la mia risoluzione vacilla, i miei neurocircuiti minacciano di mandarmi a fanculo senza un motivo stimabile, ma se non altro la mia linea sta ritornando soddisfacente. La dieta del digiuno fa miracoli, quando non mi porta a svenire quasi sulla spalla di un amico in treno, sul balcone del mio ragazzo o in posti similarmente poco accoglienti.
Fossi in queste condizioni perché lavoro come una dannata sarei soddisfatta di questa mia condizione di stordimento completo. Sarebbe un cadere con onore, anche se potrei quasi giurare che non crollerei: quando avrei le precondizioni per farlo io non crollo, aspetto i momenti sbagliati per implodere, giustamente.
Così non essendo, è solo la mia mente che mi sta facendo pagare il fio dei miei peccati di scioperata facendomi sentire a livello di stress come se facessi chissà cosa, con la consapevolezza che in realtà non sto facendo niente di quello che dovrei, con una bordata di relativi sensi di colpa, che non migliorano certo la situazione, ma non bastano a convincermi a scrivere, chessò, la tesi, al posto dei miei sproloqui.
Sono una nullità? In termini scolastici e di volontà, in questo momento, di certo.
In termini personali…boh, non so, ma credo che questo perdiodo mi stia servendo. Forse era quello che avevo bisogno per sbloccarmi, per far chiaro almeno un po’ nelle mie non poche seghe mentali, che devo ammettere, un po’ vanno riducendosi…forse, non sto subendo una maledizione (che poi, è tutta colpa mia, la maledizione è essere nata così come sono…) ma un provvidenziale momento di rivelazioni, anche se tutte assieme fanno un male dannato.
Chissà. Io non so nulla, aspetto…e intanto mi chiedo se riuscirò a recuperare un po’ di onore personale e volontà, se ne uscirò fortificata o ammazzata.

Show (must?) go on…

Una vita – ma 22 anni possono dirsi una vita?- a chiedersi come sia possibile essere in una situazione come la mia ora e continuare a guardarsi allo specchio.
Una vita perfetta o quasi. Non lo dico per vantarmi, davvero. E’ un dato di fatto.
Mai avuto fallimenti in quello che ho fatto, eccezion fatta per la pallavolo, nella quale mi sono rivelata assolutamente, inequivocabilmente, totalmente negata. Un’offesa per la squadra in cui ero, per quanto si trattasse di bimbe di 11 anni come me. Ho smesso dopo 2 mesi, concellando l’onta dal mio curriculum vitae in tempo ridottissimo.
E nel frattempo, brava a scuola, in conservatorio, a danza, mi chiedevo, guardandomi intorno, con un po’ di strafottenza ingenua e incredula, come potessero tutte quelle persone attorno a me tornare a casa con un 2 di fisica da far firmare, dicenda a mamma e papà che non volevano continuare a studiare il violino, perché troppo studio non faceva per loro, che tutto quel male ai piedi non valeva quelle fantastiche 3 ore di saggio al teatro comunale, quando ancora era aperto.
Non era un modo di vantarmi: io davvero non mi capacitavo di come gente come me, miei amici, coetaniei, potessero fallire, cadere, arrendersi, e guardare negli occhi i loro genitori e loro stessi come se niente fosse durante e dopo.
Ora lo so. La vita va avanti. E tutto prosegue come prima.

Quando si cade si cade bene. Accidenti se si cade bene. Avrei preferito aver fatto un po’ di allenamento prima forse.

E così, mentre parlo ai miei genitori, il mio mondo pare crollare.

Mio padre, saldo come una roccia nella sua razionalità, resiste. Lume della ragione in questa casa, mi porta all’esasperazione con il suo sangue freddo vulcaniano, e quello che mi manda più in bestia è la consapevolezza che ha ragione.
Mia madre, con gli occhi ancora truccati, mentre mi sente parlare, finalmente senza più inganni, mezze verità e omissioni, si lascia cadere sul letto, le spalle curve, le guance quasi incavate, il mascara e la matita nera che rendono i suoi occhi solo un’ombra scura nell’immagine sfocata del sul viso.
E’ l’immagine stessa dello sfinimento e della sofferenza.
Si agita, mi accusa, io mi difendo, sapendo di aver ben poco di diritto di lancirmi in un’apologia di me stessa, per quanto le sue parole mi sembrino sbagliate, e magari lo siano anche. Lei mi dice che nessuno mi sta sgridando, che loro vogliono solo aiutarmi.
La guardo negli occhi, e ci vedo una tempesta di sconforto e di paure, di incredulità e delusione…qualcosa che credevo che mai nella mia vita avrei creato in lei.
Non indoro più la pillola però. A che scopo, ormai?

Quando si cade si cade bene.

E poi, così come la discussione è iniziata, si chiude. Non scendo con i miei genitori in sala: loro vanno a guardarsi un po’ di televione, io resto qui, a scrivere pensieri insensati e contemporaneamente a scrivere messaggi su facebook, come facevo ieri, la settimana scorsa, il mese scorso, l’anno scorso.
Prendo le misure per degli stivali storici, e rido nel vedere quando a misura bimbo le mie varie circonferenze siano.
E’ tutto normale, tutto uguale a prima. La vita prosegue.
Saluto mamma e papà che vanno a dormire, pretendo il mio bacino della buonanotte (a 22 anni, sì: pateticamente, voglio ancora il bacino della buonanotte) sorrido e mi accordo per la colazione di domattina.
Gli occhi di mia madre non mentono. Quello che ci siamo detti è rimasto, fantasma greve nella stanza.
Ma la vita va avanti.
Ecco come si fa.

Vorrei piangere, urlare, farmi del male, punirmi, fare qualcosa che mi stordisca abbastanza da non pensare più per stasera.
Ma non faccio nulla: questo non è che un momento come tanti, che posso vivere io come tanti altri. Non sono nemmeno giustificata a sentirmi così male. Alla sorte non manca certo il senso dell’umorismo. Fanculo.
E allora non faccio niente, anche se mi sembra di avere una tigre inferocita all’altezza del diaframma, che lotta per ruggire, ma non ci può riuscire.
La vita prosegue, come se niente fosse.

I sogni son desideri

Ah, la sincerità dei film per bambini. Ho sempre trovato quantomeno fastidiosa la spudorata trasparenza con cui i film della Disney enunciano verità innegabili dell’universo con la leggerezza che solo una principessa dei cartoni animati può avere. Sì, perché sono sempre immancabilmente principesse quelle che si producono in dichiarazioni di questo tipo (anche se ancora non sanno che lo diventeranno, ovvio). O principi, al massimo. Se proprio vogliamo strafare, porebbero essere gli amici zuccherosamente buoni e affidabili dei principi o delle principesse in questione.
Prendiamo Cenerentola per esempio. Affetta da sorellastre inaccettabilmente presuntuose, brutte, pestifere e arroganti, da una matrigna così infida che farebbe andare a male lo yogurt solo passandogli a qualche metro, e da un babbo babbo (mi si perdoni il gioco di parole) come pochi, che oltretutto non può amare la figlia più di tanto se la lascia in balia di cotanta cattiveria femminile.
Lei, ad ogni modo, rassetta cuscini e lenzuola, e non oso pensare quanto le misere malefemmine in questione possano sbavare di notte, ma questa è una mia personalissima opinione, e nel mentre, tutta gaia e allegra canta giocando con gli uccellini. Già mi dà sui nervi, a me che di senso di quieta accettazione ne ho poco, che una in queste condizioni ingiuste e infami canticchi e non dia segni di squilibrio emotivo profondo (minimo dovrebbe imbracciare un bazooka e far saltare l’intera casa a suon di cannonate).
Ma vogliamo parlare dei concetti che esprime?
“I sogni son desideri, di felicità…”
E qui casca l’asino. Una delle regole fondamentali dell’universo messa in bocca ad una cretinetta arrendevole, così bbbbbuona da far venire il diabete ad una caramella morositas (cito le morositas perché mi piacciono particolarmente, ma chi apprezza gli orsetti gommosi o le coca coline frizzanti si senta libero di sostituire le sopraccitate alle morositas alla mora).

Quanti di noi comuni mortali quotidinamente raccontano bugie? E che cos’è una bugia se non un sogno realizzato solo nella fantasia? Sì, ok, ci sono pure le bugie a scopo paraculo, quelle che si dicono per salvarsi in corner quando si è chiaramente in difetto. Ma quelle non contano affatto: sono mezzucci per evitarsi una clamorosa lavata di capo, hanno un loro concretissimo senso d’essere, e pertanto perdono clamorosamente la valenza metafisica delle altre.
Ce ne sono di molto più importanti di bugie. E sono tutte, indiscriminatamente, non dettate da necessità pratica.
Per esempio:
“Come è andata a scuola oggi?”
“Oh, bene grazie! Cioè, in realtà ho saltato un pezzo della lezione di storia (chissà che culo mi farà la prof domani!!) perché Tizio mi ha bloccata in corridoio a parlare mentre stavo rientrando dall’intervallo. Abbiamo chiacchierato un po’, poi lui mi ha offerto una cioccolata delle macchinette (uno schifo terribile: anche con sei pallini di zucchero era amara!), però siamo andati alla macchinetta del piano di sopra a prenderlo: metti che la prof esca perchè ha dimenticato un libro!! Sai che figura??”
“Wow! E poi?”
“E poi niente, ci siamo salutati e sono tornata in classe. Alla prof ho detto che ero in bagno perché mi sanguinava il naso, sembrerebbe che ci abbia creduto, ma sai mai quella donna infernale riesca a scoprire tutto… Però mi ha accompagnata a prendere l’autobus dopo. Anche se, a pensarci bene, non mi risulta che lui debba prendere il 3 per tornare a casa!”
In realtà, la nostra fanciulla non ha affatto saltato la lezione di storia: ha passato l’intervallo in classe a leggere, magari proprio storia visto che la donna infernale interroga tutti i giorni e lei non vorrebbe mai capitarle sotto le grinfie impreparata, e alzando lo sguardo quella frazione di secondo dal suo mattone scolastico ha visto passare lui, proprio quello che le piace, mentre faceva il cretino con la compagna di classe, quella carina con gli occhi verdi. Lei…bah, lei non sa nemmeno se esiste: sta nella classe accanto, ma lui è un ragazzaccio, non nota certo quelle che hanno gli occhiali e non si fanno mai beccare a fumare in bagno. Però…come le sarebbe piaciuto essere la compagna carina con gli occhi verdi. Certo, se lui l’avesse bloccata fuori a parlare dopo l’intervallo forse lei sarebbe corsa in classe tutta preoccupata salutandolo con un sussurro. E di sicuro, comunque, non avrebbe preso una cioccolata calda con SEI pallini di zucchero: è a dieta da 5 anni a questa parte, ma il suo sedere non accenna ad assomigliare nemmeno vagamente a quello delle ragazze che piacciono ai tipi come lui e quegli altri prima di lui.

Ammetto di aver scelto un tipo di esempio che sconfina drammaticamente nel clichè. Però bisogna ammettere che rende l’idea.
La fanciulla in questione non ha nessuna necessità pratica di raccontare una storia, tutto sommato privata e insignificante, del genere. Eppure, nel raccontarla, pur essendo conscia della bugia, lei stessa si illude, almeno per la durata del racconto, che i suoi desideri si siano realizzati.
Perché lei mente sulla situazione e sull’accaduto, certo, ma soprattutto su sè stessa. Si immagina diversa, e con le parole si dipinge così come vorrebbe essere nella realtà. Non ha la forza di diventare quella che vorrebbe, però non riesce a rinunciare a sentirsi tale. Pensa che forse a furia di crederci diventerà vero, anche se non fa nulla in quella direzione.
Non vuole ingannare i suoi interlocutori, raccontandosi migliore (almeno nella sua ottica) di quella che realmente è. La prima e principale vittima del suo inganno è lei stessa: lei che si conosce e ha coscienza di ogni finzione nella sua storia, eppure decide consciamente di sospendere la realtà per un po’, di illudersi, di sognare.
Ma è faticoso mentire. Fa sentire doppiamente male. Primo, perché mette continuamente di fronte al fatto che la realtà sia così dannatamente più brutta. Secondo, perché lascia quel senso continuo di difetto: una bugia è pur sempre una bugia, e a farsi cogliere in flagrante non si fa mai una bella figura, nè che chi lo scopre capisca la vera motivazione, quell’inisicurezza acuminata e quell’insoddisfazione costante, che porta a mentire, nè che creda semplicemente che la persona voglia solo ingannare chi la conosce.
E allora perché, perché la gente mente continuamente, soprattutto quando non ce ne sarebbe alcuna necessità?
Che gli esseri umani non siano “Esseri razionali” come Aristotele li definì a suo tempo, gli esseri umani stessi ne sono consapevoli da tempo. Che siano anche masochisti nel profondo…io personalmente credo che non possano farne a meno…e visto che nessuno di noi può annichilire quel groviglio di insensate emozioni che gli sballano quotidianamente la vita, portando a fare un buon numero di cose di cui non andar fieri (senza arrivare a giustificare atti illegali, o semplicemente cattivi per quanto nel limite della legalità), forse sarebbe salutare avere l’umiltà di ammettere i propri limiti, accettando un po’ di più noi stessi e gli altri.

Il Walzer

Il walzer
(Locanda di villaggio. Una festa nuziale, musica e balli)

MEFISTOFELE
(vestito da cacciatore; assieme a Faust guarda da una finestra)

Che baldoria qui dentro;
Ci siamo anche noi, oilà!
(entra assieme a Faust)
Una di queste ragazze piene di voglia
Sarà ben meglio di un vecchio libro.

FAUST

Non so cosa mi sta succendendo,
Sono tutto eccitato.
Non mi sono mai sentito il sangue così in subbuglio,
Ho addosso una strana sensazione.

MEFISTOFELE

Hai due occhi così accesi che si capisce subito:
Sono tutte le tue voglie, ormai senza freni,
Che tu cercavi di soffocare nella tua stupida presunzione;
Adesso saltano fuori da tutte le parti.
Prenditi una ragazza e balla,
Buttati nella mischia senza paura!

FAUST

Quella là con gli occhi neri,
Mi sta succhiando l’anima.
Che forza magnetica ha in quello sguardo!
Sembra che ti voglia trascinare dentro un mare di piacere senza fine.
Come sono accese le sue guance rosse;
Sprizzano gioia, vita, freschezza!
Dev’essere un piacere dolce come il paradiso
premere la bocca su quelle labbra,
Così gonfie di desiderio,
E perdere la coscienza su quei due cuscini morbidi come il velluto!
Come palpitano i suoi seni e come fremono
Di desiderio e di felicità!
Come mi piacerebbe arrampicarmi su quel corpo così ben fatto
E stringerlo fino a dimenticare me stesso.
Come sono lunghi e ribelli i suoi riccioli neri
Che cercano di sciogliersi dai lacci
E le ricadono attorno al collo; sembrano
Campane a stormo che annunciano il piacere!
Io divento pazzo, muoio dal desiderio
Se continuo a guardare quella donna;
Eppure non riesco a decidermi
Ad avvicinarmi e a rivolgerle la parola.

MEFISTOFELE

Sono proprio una razza curiosa
I discendenti di quella prima coppia di peccatori!
Lui che ha osato mettersi con il diavolo,
Esita ora davanti a una femminuccia
Che ha certo un corpo molto grazioso
Ma anche una voglia dieci volte più grande,
Ai suonatori
Brava gente, i vostri archetti
Sono un poì troppo addormentati!
Il vostro walzer potrà andar bene
Per qualche vecchio paralitico,
Ma non per la gioventù piena di sangue e di vita.
Datemi qui un violino;
Sentirete subito un’altra musica;
Vedrete che salti in questa locanda!

Il suonatore tende il suo violino al cacciatore
Che si mette a suonarlo con vigorosi colpi d’arco.
Subito si leva un concerto di note giocose,
Simili a gemiti di piacere che si perdono nei beati;
Sono parole dolci sussurrate in un luogo discreto e sicuro,
SOno risa di amanti nelle notti afose d’estate.
E di nuovo i suoni s’innalzano e scendono e risalgono ancora,
Simili a onde lascive che accarezzano
Il corpo nudo e fresco di una giovane bagnante.
Ed ecco, tra il mormorio dell’acqua, risuona stridulo un grido:
E’ la ragazza che si è spaventata e gida aiuto;
Dal canneto alza fuori un giovane, acceso di desiderio.
I suoni si scontrano, si stringono con violenza
E lottano intrecciati in un groviglio confuso.
Dopo una lunga lotta la giovane bagnate
E’ costretta a subire l’abbraccio dell’uomo.
Ed ecco che laggiù uno spasimante implora; la donna ha pietà,
Si sente come si sta riscaldando sotto i suoi baci.
Ora le corde risuonano allegre in triplici accordi,
Come quando due giovani si disputano una ragazza;
L’uno, vinto, si ritira in silenzio,
Mentre i due amanti si abbracciano felici;
Nei suoni a doppia corda le loro voci si fondono,
Si inerpicano come folli sulla scala del piacere.
In un crescendo di calore, di impeto e di furia,
Le melodie seducenti del violino risuonano
Come grida virili di estasi, gemiti di fanciulle
E tutti inghiotte un’orgia sfrenata.
Come sono buffi i violinisti del villaggio!
Buttano a terra il loro strumento.
Tutto quanto ha vita nella locanda
Si lancia in quel turbine stregato.
Pallide d’invia le mura fanno eco,
E si rammaricano di non poter partecipare alle danze.
Ma più sfrenato di tutti è Faust
Che danza felice con la sua bella bruna.
Le stringe le mani, le balbetta giuramenti d’amore
E la conduce danzando fuori dalla porta aperta.
Volteggiano nell’atrio e sui sentieri del giardino,
Seguiti ovunque dalle note del violino;
Danzano estatici sino a raggiungere il bosco, mentre
Gli echi della musica si allontanano sempre di più.
Quei suoni che si dileguano fanno fremere gli alberi
Come sogni d’amore, lascivi e carezzevoli.
Ed ecco che dai cespugli fragranti si alza,
Con i suoi gorgheggi flautati, il canto dell’usignolo,
Che accresce ancora di più la passione degli amanti,
Come se quell’uccello melodioso dosse mandato dal diavolo.
Essi cedono alla forza soverchiante del desiderio
E il mare immenso del piacere li inghiotte tra i suoi flutti.

Questo è il Mephisto-Walzer, scritto da Liszt.
E’ follia, abbandono…è divertimento, è accarezzare i tasti del pianoforte, godere della melodia che ne esce…è giocare con i suoni, ora morbidi ora aspri…è creare quell’immagine, far ballare il diavolo, con il suo violino…far impazzire la giovane tra le braccia di un Faust bestiale, schiavo di passioni a lungo represse…Colorare con le note la notte del bosco che sarà talamo della passione dei due stregati ballerini del cacciatore.
Un cacciatore romantico, scherzoso, ridanciano…ch benedice i presenti con il dono della follia e dell’incoscienza, per quei magici dieci minuti di armonia sfrenata.

Ieri sono salita sul palco e ho suonato. Dopo mesi che non suonavo e non studiavo.
Avevo paura. Non vai a suonare un pezzo del genere se non hai la certezza di farlo bene. E’ come minacciare di sparare in faccia a qualcuno, tronfi e a cazzo duro, e poi tirargli in faccia una margherita…
Quando mi sono seduta al pianoforte, mi sono stupita. Tutta la paura…scomparsa.
Ho cominciato a suonare, e mi sono persa. Persa davvero. Era come se non esistesse più nulla: il pubblico, gli insegnati ad ascoltarmi, pronti a giudicarmi, la consapevolezza di non essere tecnicamente ineccepibile e di avere la coscienza sporca. Non c’era più niente: solo il pianoforte, il mio mezzo per creare un’emozione, e io, a mia volta mezzo del diavolo cacciatore di Lenau per suonare la sua melodia.
Ho tratto piacere da ogni singola nota, ho accarezzato ogni suono prima di buttarlo nell’aria…Come se stessi dando vita ad una creatura che mi guidava nella creazione di sè stessa. Mi sono divertita immensamente.
Ero il diavolo cacciatore, e al tempo stesso Faust, la fanciulla, gli amanti…il violino, il bosaco e l’usignolo.
Non mi capacito di come sia possibile sentirsi così. Veramente, su quel palco mi sono sentita completa, contenta, in estasi quasi. Non sto esagerando. Non mi capacito di come sia possibile, ma non importa in fondo: l’alchimia esiste anche se non so da dove derivi.
Creare emozioni, immagini, suggestioni…non è questo un potere davveno fenomenale? Essere chiunque vogliamo essere, senza necessità di modificare la nostra personalità. L’arte…sarà un commento bohemienne, ma l’arte è davvero magia. lLa musica, la danza, il teatro (e cito solo ciò che conosco…chissà quante sono là fuori!)…mezzi per innescare questo processo meraviglioso…il concetto è lo stesso, e sono legati, indissolubilmente.
Su quel palco ieri ho capito, definitivamente, concretamente, indiscutibilmente una cosa: io la mia vita la voglio dedicare a questo. Non credo di poterne fare a meno.

Go, Marta, go go go!

Oggi sono andata a correre. Piena di buona volontà, stamattina sono partita, ipod nelle orecchie, running ai piedi e tuta da ginnastica. Una visione celestiale insomma. Dopo i primi 3 minuti avevo già il fiatone, dopo i primi 5 cominciavo a sudare copiosamente, dopo i primi 15 ho cominciato ad avere male alla milza (o a un organo interno suo parente stretto.)
Da lì è stata tutta una salita impervia. Avevo preventivato di correre un’ora, dopo 20 minuti volevo morire. Ma, come diceva Shwarzenegger: “Il corpo dice no, la mente dice sì”. Dal punto di vista del demolirmi fisicamente non ho nulla da invidiare al più tarato masochista: tutta la volontà che attualmente non ho per mettermi sui libri ce l’ho per correre rischiando l’attacco di cuore durante l’esercizio.
E così, ho corso, e ancora corso, mentre ogni fibra del mio corpo mi pregava di smettere.
Mi sono sentita un po’ come Gimli ne “Il Signore degli Anelli-Le due torri” quando con Aragorn, ramingo gran camminatore, e Legolas, elfo, e come tale quasi privo di peso specifico, insegue il gruppo di Uruk-Hai che ha rapito Merry e Pipino. Ci sono sti due figaccioni, fustacci fisicuti, che corrono aggraziati tra steppe e colline, con passo elegante e felpato, manco un po’ di fiato corto. E poi lui, il povero nano delle caverne, che ruzzola e si trascina, parecchio indietro rispetto a loro, sulle sue gambette tozze, senza un minimo di stile.
Ecco, io mi sono vista riflessa nel finestrino di una macchina mentre arrancavo lungo il viale, minuto venticinquesimo del mio suicidio mattutino, e ho avuto la prova che ahimè se fossi nata nella Terra di Mezzo non sarei stata nè un elfo nè un ramingo, ma piuttosto un nano. Dura verità da digerire, anche se non abbastanza da convincermi a saltare il pranzo.
Sì, perché ieri ho avuto la conferma che sarebbe il caso di mettersi a dieta.
Erano almeno 7 anni che nessuno mi diceva che sono grassa, poi alla fine qualcuno meno educato del solito lo ha detto.
Io mi lamento continuamente del mio fisico. Non lo faccio per farmi dire che non devo, che sto bene così, eccetera eccetera. Davvero non sono soddisfatta, non mi piaccio quasi mai, e non so che tipo di regime alimentare dovrei seguire per piacermi. Però, fatto sta che di norma tutti mi rispondono di non farmi paranoie, che se dimagrisco scompaio e cose del genere. Il che significa che, alla lunga, ciclicamente mi chiedo se per caso non sono io ad avere una visione fallata del mio aspetto.
Però, se anche uno solo mi conferma che dovrei dimagrire, almeno sulle gambe (colpita e affondata: la genetica congiura impietosa, e il ragazzo non spara a caso: mira con attenzione e capacità), significa che non sono io ad avere delle fisime.
Se poi lo stesso soggetto afferma che la mia autostima è un po’ troppo alta…diciamo che la portaerei (dato che di stazza abbondante si parlava, misera me), fino a questo punto con due punti su tre colpiti, cola definitivamente a picco.
Premessa necessaria: a fare questi commenti è un fanciullo che io non conosco particolarmente, e sul cui conto non ho ancora un’idea precisa, ma chi sia lui è del tutto irrilevante: io so che ha ragione, anche se fosse lo stronzo incompetente più stronzo incompetente della galassia e di quelle limitrofe, perché le stesse cose le penso io stessa ogni giorno.
Quello che mi ha colpita non è stato tanto il non essere incensata e adulata (checchè ne pensino alcuni, non ho affatto la pretesa di sentirmi dire che sono bella e brava in ogni situazione. Mi piace ricevere complimenti, certo, a chi no poi??, però sono ben lungi dall’aspettarmi e pretendere un tale trattamento.) quanto il totale centro che costui ha fatto. Quella dell’autostima è stata proprio una perla. In accoppiata alla linea poi…wow. Non avrei saputo far di meglio per farmi rimanere male, e io so bene quali sono i miei punti deboli. Tanta stima al ragazzo.
Evidentemente, il binomio Marta/non-sentirsi-un-cesso è sbagliato alla base, ed è meglio che eviti io per prima di convincermene.
Però, sono un po’ in un vicolo cieco: se mi sento uno schifo faccio ancora più schifo che se almeno provassi a tenermi, e se cerco di sentirmi bene e aggiustarmi mi sento dire (o la gente pensa talmente intensamente che mi pare di sentirmi bersagliata da onde recanti tale messaggio) che ho l’autostima troppo alta (ovvero che me la tiro, che voglio ma non posso). Il che è terribile. Io non voglio certo essere una che se la tira anche se non potrebbe.
Se non altro sono rimasta abbastanza mae da avere un buon incentivo a darmi una regolata, in tutti i sensi. Però, sarà dura, durissima.
Vado a correre, e nel correre sembro Gimli. Poi, arrivo all’ora di pranzo con uno sbrano colossale, e la sola idea di mangiare un sedano crudo e scondito mi fa venir da piangere, così ingurgito probabilmente più delle calorie che ho consumato correndo, e ne ho tanto come prima.
Vorrà dire che telefonerò quotidianamente al fanciullo che la pensa come me e gli chiederò di ripetermi quanto grassa sono: può darsi che funzioni e che io riesca a saltare pasti su pasti, con notevole aumento della mia stima in me stessa.