Archive for July, 2015


Down to the River.

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Sono nata in una catapecchia sul fiume.
La prima cosa che ricordo della mia vecchia vita è l’odore. Quell’odore penetrante e fastidioso di terra bagnata e vegetazione putrescente.
E l’umidità, compagna inseparabile dei miei primi anni di vita. Come un velo sottile ti si appiccica addosso e non ti abbandona mai, penetrando fino ai più profondi meandri di te, facendoti rabbrividire e portandoti a dimenticare giorno dopo giorno cosa sia il calore.
Mi sentivo sporca. Sempre. E lo odiavo. Ma non potevo farci nulla, o almeno, così ho pensato molto tempo.
Nella casa, sempre che quelle quattro travi sghembe e traballanti possano essere definite così, vivevamo io e mia madre, e con noi altre donne, ragazze in realtà, giovani non meno di mia madre.
Non c’erano uomini adulti nel nostro regno fatto di fanciulle perdute, solo un bambino, figlio di una delle ragazze che viveva con noi.
Jonah era nato lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno in cui ero nata io. Eravamo gemelli io e lui, solo che avevamo una madre diversa. Il padre era lo stesso invece: sia mia madre che la sua parlavano dell’uomo che le aveva messe incinte come dello “Stronzo Bastardo”. Per i primi anni della nostra vita Jonah ed io abbiamo pensato che si trattasse di nome e cognome dell’individuo dai cui lombi eravamo stati generati. Poi abbiamo capito che non era così, ma ormai avevamo deciso di essere gemelli, e quello non è mai cambiato.
Avevamo dei rituali precisi in quella casupola: ricordo che di sera, dopo cena, mia madre si vestiva e si truccava. Mi piaceva guardarla trasformarsi in una splendida principessa, bellissima in quel minuscolo abitino brillante, con quelle scarpe altissime che tuttavia non rendevano meno grazioso il suo passo leggero, e i capelli biondi, così chiari da sembrare quasi argentei, lunghissimi, sciolti ad accarezzare con la loro seta i suoi fanchi esili. Quando era pronta si chinava su di me per baciarmi, avvolgendomi con il suo profumo dolce.
“Sono bella?”
Tutte le notti la stessa domanda. Non avrei mai smesso di riperglielo, ma lei non ci credeva mai.
“Sei la più bella del mondo.”
Allora mi guardava strana, come se si rattristasse, mi passava una mano tra i capelli e mi salutava.
“Dormi tesoro, ci vediamo domattina.”
Mi dava la buonanotte lanciandomi ancora un bacio dalla porta, e poi spariva insieme alle sue compagne di avventura, lucciole nella tetra e gelida notte di Novgorod.
Per anni il rito è stato immutabile. Mamma tornava al mattino, un po’ più stanca e tirata di giorno in giorno, il trucco sbavato che le conferiva quella bellezza da vecchio dipinto ad olio, e andava a dormire. Io la vedevo entrare nel letto così come era, ancora vestita e truccata, e poi uscivo, andavo in città con il mio compagno di avventure, andavo a scuola e poi girovagavo nei quartieri alti e mi divertivo a fantasticare. Ci piaceva andare in stazione e osservare le persone, leggere i tabelloni delle partenze e magari fingere di star aspettando un treno che ci avrebbe portati chissà dove.
“Sai Jonah, un giorno io sarò così…credi a me, un giorno io me ne andrò di qua…”
E intanto indicavo le signore belle e curate che si potevano permettere di fermarsi al bar per mangiare una pasta dolce anche se avevano già fatto colazione aspettando ch venisse l’ora di imbarcarsi sul vagone prima classe.
Lui mi guardava alzando un sopracciglio, e aveva la delicatezza di non parlare. In quanto a sensibilità, Jonah ha sempre avuto una marcia in più rispetto al resto del mondo: sapevamo entrambi che no, non sarei mai stata come quelle ragazze imbellettate che aspettavano di lanciarsi con il passo sferragliante di un treno verso una nuova vita…non avrei mai abbandonato la casupola sul fiume, non avrei mai detto addio a quella ragazza poco più vecchia di me che chiamavo “mamma”. Lo sapevamo entrambi, ma io facevo il possibile per non ammetterlo, e lui rispettava il mio desiderio, aiutandomi a fare la lista delle cose indispensabili da mettere in quella valigia che non avrei preparato mai.

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Ode al Mare

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Ho sempre avuto un debole per il mare.

Non sono nata sulla costa, ma probabilmente ho ereditato da mia madre, genovese, il cromosoma marino.

Non è semplice descrivere cosa del mare mi piaccia, perché  gli aspetti singoli non bastano a descrivere il tutto.

Mi piace fare il bagno, ma se l’acqua e torbida non ci rimango volentieri in infusione. Se è troppo fredda, io che metto la felpa anche d’estate devo nuotare avanti e indietro mille volte per evitare l’assideramento. Il sale negli occhi e sulle labbra brucia, e sui miei capelli mossi gli effetti della salsedine sono prevedibili e non eccezionali. Nuoto, ma per il mare aperto nutro un ambivalente sentimento di attrazione e inquietudine. Ho l’impressione che si tratti di un mondo alieno, specialmente quando il fondale è roccioso e abitato da alghe e pesci. Spesso vado alla boa, da sola, ma per qualche irrazionale motivo sono tesa e guardinga, come se stessi invadendo un santuario marziano.

Amo follemente la sabbia, quella chiara e farinosa, ma quando comincio a trovarmi ovunque fini granelli del delizioso, chiaro e farinoso arenile, proprio quello che piace a me così tanto fino a che se ne sta in riva al mare, questo mio smisurato amore per essi decresce con velocità esponenziale.

Mi piace starmene appollaiata sugli scogli, ma se potessi evitare di trovarmi ogni superficie corporea che è rimasta a contatto con lo scoglio più di un minuto traforata sarebbe anche meglio.

Il sole, meravigliosa divinità foriera di luce che rende l’acqua turchese e viva, scotta in fretta la mia pelle eburnea, costringendomi a rintanarmi in ombre naturali e artificiali come un vampiro troppo mattiniero, o a cospargermi di protezione solare spessa come vernice con cadenza oraria onde evitare ustioni ed eritemi.

Fino a questo punto mi si potrebbe consigliare di andare a fare una bella escursione in montagna insomma.

Eppure, il mare io me lo sento dentro. Ne ho bisogno, non posso farne a meno.

Amo stare ad osservare le onde infrangersi sugli scogli fino a perdere la cognizione del tempo, respirando quell’aria carica di sale che sa di una vita ancestrale e selvaggia. Assistere alla mareggiata, il cielo plumbeo e i contorni dell’orizzonte stranamente nitidi e irreali, colorati come su una tela romantica, con il viso sferzato dal Maestrale e la pelle bagnata dagli schizzi dell’onda che si gonfia è un’esperienza magica. Non mi sono mai sentita così in comunione con il mondo e la Natura come quando mi sono fermata sugli scogli della pineta ad osservare ipnotizzata la tempesta sul mare.

Sincronizzare il proprio cuore ed il proprio respiro sulla ninna nanna cantata dalla risacca è un toccasana per lo spirito, una delle poche cose che veramente mi tranquillizzano al punto da farmi sentire “qui e ora” anziché come sempre è per me, in movimento affannato verso una meta che muta ogni secondo e che ho l’impressione di non dover raggiungere mai.

Il riflesso del sole sull’acqua al tramonto disegna colori che non esistono in altra circostanza, ed è impossibile rendere giustizia allo spettacolo con una fotografia.

Nella calura estiva è meraviglioso l’odore di roccia, sale, pini marittimi e sole che si respira in prossimità della costa, e nel freddo invernale il grigio del cielo che si mescola con il verde petrolio del mare e l’ocra carico della sabbia bagnata ha una sua poeticità estetica.

Se è vero che ogni individuo ha un suo elemento io, da buon Cancro qual sono, trovo il mio nell’acqua degli oceani.

Happy B-day to me. (?)

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Ho fieramente dichiarato 24 anni di età fino a ieri a mezzanotte. Poi, siccome passano le ore, i secondi, e se li conti anche i minuti, è scoccata la data fatidica, e ora non mi resta che dichiararne venticinque.

Venticinque anni, il quarto di secolo…il giro di boa che sta a metà strada tra i venti e i trenta.

Mi fa impressione pensare di avere effettivamente, innegabilmente, compiuto il mio venticinquesimo anno di vita.

A venticinque anni uno è adulto, ma io non mi sento grande.

Quando ero piccola pensavo che da grande mi sarei sentita adulta e matura, salda sulla mia via e con convinzioni precise e ben strutturate. Cosa che puntualmente non è. Non mi sento così nemmeno un pochino-ino-ino. Vabbè.

E, visto che non mi sento matura, adulta etcetcetc, mi dispiace parecchio avere anagraficamente questi benedetti anni.

Come spesso ripeto, esteticamente non sembro tanto grande, specialmente vestita a caso e struccata, cioè come sono nel 90% del mio tempo. Potrei essere una ragazza sul finire dell’adolescenza. Ho pure qualche brufolo, dannazione.

Oddio….forse questo ora è meno vero di anni fa.

Una volta recentemente ero a Milano, zona porta Genova, dietro all’ex Ansaldo a prendere un caffè con un mio amico. Non mi ricordo più come fosse venuto il discorso, ma la barista, dinanzi al mio commento ironico “ormai ho una certa età” mi ha riso in faccia: “Ma che cosa dici! Sei giovanissima!”. Al che io, prontamente, pensando di stupirla: “Meno di quanto sembra! Quanti anni ho secondo lei?”…e lei, convinta: “Mah, ne avrai ventotto!”. Risultato: trauma per me, e il mio amico piegato in due dal ridere. Ad ogni modo, GENERALMENTE, me ne danno di meno, ecco.

Visto quanto sia importante nella danza studiare al momento giusto, da bambine/ragazzine, e vista la mia condizione di “danza o morte” attuale, pagherei oro e sangue per avere una decina di anni di meno con la testa che ho ora. Potrei anche lanciarmi a fare qualche rituale di magia nera per ottenere un risultato così ghiotto.

Purtroppo, non credo sia cosa possibile. Però ammetto che quotidianamente accarezzo l’idea di impazzire del tutto, scappare dove nessuno mi conosce procurandomi dei documenti falsi che mi dichiarino quindicenne. Una seconda occasione per la mia vita. Che bello che sarebbe. Comunque, non sono ancora così matta.

Quindi, dato che i miei venticinque anni li ho, freschi freschi oggi, e visto che è un numero bello , tondo, che divide una serie di cifre importanti (50, 100 e tutta la tabellina che segue) mi piace lanciarmi in una riflessione su cosa ho capito fino ad adesso del mondo. Perché non mi sento matura, ma sono sempre stata una che pensa molto (troppo), e a volte produco delle cogitazioni di cui sono anche abbastanza soddisfatta.

Ho capito che le cose piccole non sono necessariamente meno importanti di quelle grosse, perché spesso hanno un valore ed un significato ben più rilevante di quel che potrebbe sembrare.

Ho capito che non c’è limite al peggio e la sfiga ci vede benissimo. C’è sempre chi sta peggio, ma questo non vuol dire che si perda diritto a scocciarsi per i piccoli scazzi quotidiani. L’importante è non sentirsi troppo “il mondo e le divinità tutte ce l’hanno con me perché sono piccolo e nero.” se non è veramente il caso…al destino non manca un tragico senso dell’ironia e potrebbe sempre spiegare con parole sue che non è questo il modo di avere rispetto di chi una sfiga nera nella sua esistenza “mai ‘na gioia” l’ha avuta davvero.

Ho capito che l’individuo ha il dovere morale verso sé stesso di rivendicare il suo sacrosanto diritto a commettere i suoi cazzo di errori, e poi, una volta fatto ciò una, due, tre volte, ha il dovere morale verso gli altri di chiedere scusa e ammettere di essere stato un povero pirla.

Ho imparato sulla mia pelle che uno può cambiare sé stesso fino ad un certo punto, oltre il quale non può che accettare come dato di fatto di non essere un capolavoro del cosmo ma solo uno stupido e inutile essere umano come gli altri. Detto ciò, sarebbe poi buona norma cercare di limare le proprie più tragiche asperità.

Ho capito che le emozioni partono sempre prima di aver chiesto il permesso al cervello, è inutile opporsi a questa grande regola del cosmo. Non si può che provarle, anche se talvolta a malincuore o vergognandosene.

Ho maturato la convinzione che per essere un’essere umano decente sia importantissimo conservare come una preziosa reliquia quella meravigliosa spinta di amore verso il prossimo che io penso che tutti (o quasi) nonostante tutto abbiamo legata sul fondo della nostra anima. Non è giusto permettere al mondo circostante, anche se spesso e volentieri si comporta male facendo stare male chi osa non essere un cinico completo, di renderci dei simulacri inariditi che un tempo sono forse stati persone.

Sto imparando che a volte un pianto ingenuo e patetico è meglio di una scollata di spalle finta che lascia le spine lì dove sono, pronte a conficcarsi ancora più in profondità.

Penso che non si possa decidere a chi affezionarsi, a chi volere bene, a chi dare il proprio cuore e chi solo la propria indifferenza, pertanto è inutile tentarci. La ragione non ha voce in capitolo in proposito.

Ho capito, ma è cosa personale alla quale pertanto non si può dare valore universale, che non ho capito assolutamente niente dell’amore: su questo sì, sono una bimba. Forse, se sarà il caso, il tempo mi porterà consiglio.

Infine, ho capito, ma solo a livello teorico, che nella vita come nella danza bisogna essere umili ma non falsamente modesti, pazienti ma senza peccare di eccessiva accettazione. In questo ammetto di dovere ancora dare l’esame di pratica, al momento verrei bocciata.

Wish you were here.

Black-And-White-23

Mi manchi da morire.

Vorrei dirtelo, ma non credo che sia il caso. E anche se fosse il caso e potessi farlo, non mi azzarderei mai: dovrebbero pagarmi parecchio per convincermi a starmene tranquilla a guardare che faccia faresti.

Magari non faresti proprio nessuna faccia, il che sarebbe peggio di tutto.

Ad ogni modo, mi manchi un sacco. Lo sapevo che sarebbe andata così, anche se speravo in un epilogo un po’ meno faticoso per me.

Vorrei raccontarti di come mi sento in questo momento, dirti di come ho l’impressione di essere un guscio di noce in mezzo ad una tempesta nella quale in realtà non ho la più pallida idea di come non affondare. Forse potresti dirmi qualcosa che salva la situazione, come hai fatto altre volte in passato.

Non credo comunque che te lo racconterei, anche se potessi parlarti ora. In fondo sarebbe davvero poco carino da parte mia continuare a tormentarti con i miei inutili drammi anche ora che si spera che tu te la passi meglio.

Ci sono giorni in cui mi chiedo quale contrappasso mi sia portata dietro dalla scorsa vita per essere tormentata da una parte da una mente rumorissima, che analizza, razionalizza, incasella e giudica sulla base di un senso etico e morale piuttosto rigoroso tutto ciò che capita, e dall’altra da una sfera emotiva fin troppo sviluppata e irrazionale che produce i suoi frutti prima che il cervello possa metterla a tacere, prima di condannarmi all’accusa feroce del mio stesso io razionale.

Quando ti ho conosciuto sapevo già che sarebbe stato masochistico affezionarmi. Sì che lo penso di tutti quelli che per un motivo o per l’altro si insinuano nella mia vita…però di solito ci azzecco. L’accusa del super-io di cui si diceva poco prima suggerisce che la causa del mio patire, più o meno direttamente, sia io stessa. Potrebbe anche essere vero per quel che ne so, ma il dato di fatto resta indipendentemente dal motore immobile della cosa.

Sono lungimirante e mi conosco io, ci ero arrivata subito che prima o poi il volerti bene mi avrebbe fatta patire. Chiamalo sesto senso…tu avresti alzato gli occhi al cielo dicendo che sono “una dannata paranoica”, invece evidentemente avevo ragione io. Ti brucerebbe da matti doverlo ammettere e aver perso la scommessa, ti va solo bene che non sei nella condizione di pagare pegno.

Sei stato un buon amico, uno dei migliori che abbia mai avuto, anche se non ho fatto in tempo a capirti per bene.

Da parte mia, penso di essere stata una brava amica e di averti dimostrato l’affetto che nutrivo per te.

Se potessi tornare indietro nel tempo e parlarti anche solo un’ora non ti chiederei come ti trovi dove sei ora o cose del genere. Per una volta mi permetterei di essere egocentrica e, previa essermi scolata qualche birra che possa sciogliermi a dovere la lingua, ti vorrei chiedere se davvero mi volevi bene e ti faceva piacere passare il tuo tempo con me oppure se lo facevi per pietà o chissà cosa…ti vorrei anche chiedere se il mio modo di trattarti ti piaceva o ti metteva in imbarazzo e non sapevi cosa pensare, come è stato per tanti. Sai cosa? Io non ho confini netti nei miei sentimenti, se voglio bene a qualcuno gliene voglio tanto, per me la scala di grigi non funziona, ci metto un attimo a scivolare nel nero. Chissà se questo di me lo avevi capito, visto che in altre cose ci hai azzeccato.

Comunque, ci tengo a farti presente che mangio come un lupo, continuo sentirmi grassa e a sembrare matta quando per strada cerco di capire se ho le scapole a posto. Ah, alla fine la follia con la quale ti ho tormentato per quasi un anno l’ho fatta. Come ti chiedevo di fare prima di un concerto, pensami inviandomi energie sinaptiche positive: ne avrò bisogno a pacchi. Per il resto, compro sempre troppe scarpe e spesso provo vestiti per un’ora uscendomene poi dal negozio con niente in mano.Tutto regolare insomma.

Letter to…

pesce mare

“Era meglio morire da piccoli

con i peli del culo a batuffolo

che morire da grandi soldati

con i peli del culo bruciati”

Già mi vedo i titoli sulla testata di Castellazzo Bormida, roba che manco “La Stampa” ha dei lettori così attenti e affezionati…“Sembrava tanto una brava ragazza, ma nel bel mezzo del negozio del besagnino dà fuori di testa e si mette a cantare a squarciagola, incurante del messaggio negativo e della volgarità dell’eloquio”.

Forse qualche vecchietta ficcanaso, di quelle che non hanno più una vita loro, ammesso che mai l’abbiano avuta, e spendono le loro annoiate giornate a interessarsi malignamente dei cazzi altrui, potrebbe provare un’emozione così forte da mandarla per direttissima alla casa di riposo in piazza centrale.

Non c’è scampo, non c’è speranza, ovunque c’è cacca in frenetica danza. Non sarò mai abbastanza grata a Marasco per aver inventato questo verso.

Bisogna accettare, ingoiare tutto, mettere a tacere tutto quello che esula dalla tua normalità e dal tuo senso di quel che è giusto fare. Le tue idee di protezione della persona sono tagliate con l’accetta, ostili e dure, appuntite e soffocanti, ma per te sono come un resort cinque stelle, il posto ideale dove crescere una figlia. Una gabbia dorata sicura i cui confini tu non vedi nemmeno.

A te, a te che mi hai troppo amata, non posso parlare, perché sarebbe come pugnalarti. Chiudi gli occhi, non vedere. Hai la mia benedizione in questo gesto di autoconservazione, ti canterò la ninnananna personalmente se mi prometti che farai un bel sogno. Non voglio vederti piangere per me. Se non ho mai fatto qualcosa di veramente definitivo è stato principalmente per te, per non ammazzare anche chi in me hai riposto tutto questo troppo.

Non faccio a voi una colpa, e non mi sento vittima. Sono una stupida, come lo siete anche voi, e non lo abbiamo chiesto noi di essere così. Ma una prigione dorata resta una prigione e un bel sogno resta solo una macedonia di impulsi elettrici cerebrali causati da una sorta di malfunzionamento delle sinapsi in stand-by.

“È la domanda il nostro chiodo fisso, Neo. È la domanda che ti ha spinto fin qui. E tu la conosci, come la conoscevo io.”  

 “Cos’è Matrix?”  

” La risposta è intorno a te, Neo. E ti sta cercando. E presto ti troverà, se tu lo vorrai.”

Ma voi la vedete la nostra Matrix personale? Vorrei avere il coraggio di scoprire le carte e chiedervelo, vorrei avere il coraggio di urlarvi contro che non è possibile che io non possa fare nulla per cavarmi d’impiccio. Non posso credere che non si possa fare nulla nemmeno nel mondo reale dove non dovrebbero vigere le stesse regole che nella bella prigione dorata dove viviamo.

Forse sono solo una bambina capricciosa, una stronza oltre che una stupida…è così ingiusto che io mi senta imprigionata da voi che volete solo il mio bene. Non sapete quanto mi sento in colpa. Non avete un’idea di quanto a me per prima faccia male questa condizione. Non sapete, e spero che non lo saprete mai, quanto mi dispiaccia non essere la persona che avrei dovuto essere, non esservi grata come dovrei per tutto quello che fate e avete fatto. Forse io voglio la botte piena e la moglie ubriaca. Forse dopo tutto non merito nulla, perché non riesco a riconoscere appieno il bene che mi fate.

Però davvero, vi amo con tutto il cuore, e sarà così per sempre. Ma ora mi dispiace tanto, devo proprio andare.