Archive for May, 2016


Back in black.

punk rapunzel

Sono stufa.

Stufa di essere considerata debole perché il mio modo di sentire è forse un po’ più marcato.

Stufa di essere guardata come “quella coi problemi” che da un momento all’altro potrebbe andare in frantumi.

Stufa di non essere capita.

Stufa di essere giudicata, nel bene e nel male.

Stufa di farmi l’autoanalisi, e di non concedermi nemmeno il lusso di darmi ragione da sola.

Stufa di sentirmi rispondere come se fossi una povera pirla che non sa stare al mondo.

Sono stufa di autoinfliggermi il tormento quotidiano di pensare che forse hanno ragione gli altri.

Stufa di ripetermi che se ora pure i miei amici mi guardano come se fossi un gattino ferito e abbandonato sotto sotto, e nemmeno così sotto, me la sono voluta.

Sono stufa di avere paura di non andare bene e di non essere abbastanza.

Sono stufa che il mio altruismo venga scambiato per appicicaticcio bisogno di affetto e sono stufa che le mie reali richieste di affetto vengano accolte con un lieve e non tanto celato fastidio.

Sono stufa di essere il “ti faccio sapere poi” di tutti, e stufa di farmi il mea culpa quando sono io a “far sapere poi” a qualcuno.

Non sono perfetta, e non mi viene nemmeno voglia di sostenere di essere un mostro di equilibrio psichico.

“Ho anche io i miei problemi” ma non mi nascondo dietro a questa frasetta pietosa, e pretendo, e sottolineo, pretendo, che chi ha a che fare con me non si limiti alla presa visione di questi per definirmi.

Io sono io, a prescindere da tutto il resto. Sono una persona a sé stante e non sarà l’elenco delle mie miserie a permettere al mondo di decidere che sono una poveretta tarata e malata.

Passo la vita combattuta tra il desiderio di mangiare e il desiderio di essere magra in modo assurdo.

Certe volte, senza nemmeno sapere perché, mi taglio. Qui mi piace utilizzare la frase del mio ex “Sei talmente sadica che vuoi male persino a te stessa”: non è vero, ma mi fa ridere, ed sarebbe una descrizione ganza di un personaggio stile Tarantino.

Ho un po’ di manie di persecuzione, e vivo nel terrore che non mi voglia bene nessuno.

Ci sono giorni che mi alzo talmente sversa che devo decidere se odio più me stessa, il mondo circostante, chi mi sta vicino o indiscriminatamente tutto.

Ho quasi ventisei anni, ho buttato a gambe all’aria la mia vita per “farmi regalare due anni” per inseguire un folle sogno decidendo quasi consciamente di ignorare l’evidenza che era proprio una follia. Adesso che me ne sono accorta andrei dalla me di due anni fa, mi piglierei a schiaffi, e poi mi direi di rifarlo, perché “Amo il mio sogno, seppur mi tormenta”.

Provo desideri e compio azioni che non necessariamente si possono considerare degni del paradiso. Come tutti, solo che io poi me ne rendo conto, contemplo la mia stessa meschinità e mi butterei da un ponte.

Sono di base convinta che il fine giustifichi i mezzi, ma ne ho fatte alcune che sarebbe proprio stato meglio che no, anche se a mia discolpa posso dire che quasi sempre ero se non proprio ubriaca per lo meno decisamente alticcia.

Purtroppo la macchina del tempo non l’hanno ancora inventata, e indietro non posso tornare. I miei scheletri nell’armadio più che scheletri sono zombie: puzzano di cadavere ma si possono ancora muovere e fare un sacco di danni. Non posso che convivere con la consapevolezza che siano lì, più che mai attuali nelle loro penose motivazioni. A livello karmico sto pagando. Mi chiedo solo se prima o poi mi sentirò di nuovo pulita.

Sono tormentata. Tanto. Forse a torto forse a ragione, ci sono giorni che penso proprio di essere sul punto di crollare definitivamente.

Ma, porco cazzo, non i miei tormenti né la mia vita valgono ad autorizzare chi mi conosce a valutarmi incapace di stare al mondo.

Nella mia vita ho sempre, bene o male, avuto le palle.

Doveva capitarmi di incazzarmi per bene per ricordarmelo o rendermene conto. Ma ora con meravigliosa lucidità me ne accorgo: io esisto in quanto persona, e il mio essere non si limita né si definisce nei miei problemi, nelle le mie seghe mentali o nei i miei schizzi momentanei.

Io sono me, e ho la mia forza e il mio valore. E poi mi faccio un sacco di seghe mentali, patisco, piango e ho bisogno di affetto e attenzioni, ma questo non toglie nulla a quanto detto prima.

“Fa più io dire me”…allora bene, me sono Marta, Ruby, Waspy o come cazzo mi volete chiamare, e sono qui.

 

 

 

 

 

Scars

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Tutte le cicatrici hanno una storia da raccontare.

Una caduta in bicicletta, un incidente d’auto, un coccio di vetro in spiaggia dopo un pomeriggio tra pedalò e giochi in acqua, magari mentre si sta cercando di darsela di fronte alla nuova conquista…

Storie che rimangono impresse sulla pelle, eterno memento di un momento che di per sé non significherebbe proprio nulla, ma per qualche motivo è stato prescelto dal fato per affrescare il nostro corpo.

Quando parlo con qualcuno che ha qualche segno evidente è solo con fatica non indifferente che mi trattengo dal chiedere, abbandonando ogni eleganza, cosa gli sia successo. Sono curiosa per natura. Non si tratta di farsi gli affari altrui, è solo che mi interessa sapere cosa c’è dietro.

Mi interessano le persone, quasi a livello ludico/scientifico. In concreto poi coi rapporti sociali non sono esattamente un drago, però sapere di quel microcosmo che si nasconde in ciascuno è cosa che desidero, e siccome non posso pretendere che la gente venga a raccontarmi chi è solo perché sono curiosa io, non mi resta che tirare a indovinare. Penso di indulgere spesso e volentieri nel romanzo, piacere che mi arrogo in totale scioltezza, dato che riguarda unicamente me e non l’oggetto in questione, e nel fare ciò l’osservazione delle cicatrici gioca un ruolo interessante.

Ora potrei mettermi a raccontare al mondo delle mie, di cicatrici. Di certo, questo appagherebbe in parte il mio desiderio di attenzioni. Non è escluso che prossimamente io mi lanci in un elenco puntato corredato di descrizione di eventi, personaggi e copione per ogni singolo segno che ho sul corpo, si tratti di tessuto cicatriziale o di inchiostro.

Oggi però pensavo che quello che realmente è una cicatrice è una conseguenza. La dimostrazione del fatto che indietro nel tempo non si torna: prima non c’era la ferita, poi c’è. Guarirà, perché o guarisce o si muore. Guarirà ma, diversamente dal novanta per cento dei danni che vivendo ci si procura, lascerà un segno indelebile. Non ci si potrà mai dimenticare di cosa l’abbia causata. Magari mille altre cadute sono passate, svanite nell’oblio di un’epidermide perfettamente rigenerata, e di queste ci si può tranquillamente dimenticare…ma non di quelle che, non poi così diverse dalle altre, lasciano un segno.

Uguale per le cicatrici che stanno dentro…di tutto di ci può dimenticare e la mente è bravissima a rimuovere, per sopravvivenza, i ricordi che non si desidera conservare, quelli che a guardarli da vicino ci farebbero sentire così miseri da non poterlo sopportare. Però non tutte le ferite guariscono bene. Alcune non sono state medicate a modo, e lasceranno per sempre, o magari così sembra fino a che non saranno faticosamente guarite, il loro segno, che per quanto si faccia il possibile per non guardarlo continua a saltare fuori urlando “Fai schifo!”.

Devo già averlo detto, ma il senso di accettazione non è un mio pregio. Il famoso “Ce ne faremo una ragione” lo dico solo per ridere. L’idea di dovermi assumere la responsabilità delle mie azioni mi fa andare nel panico più totale. Assolutamente poco dignitosamente, senza scusanti di sorta. Non riesco ad accettare che una volta che ho fatto una cazzata la cosa sia fatta e non ci sia modo di tornare indietro. Non ce la faccio.

Vorrei chiedere scusa, ma il fatto stesso di chiedere perdono andrebbe a braccetto con l’affrontare la conseguenza della cazzata, che andrebbe dichiarata. Vorrei dire “Perdonami, tu non sai perché ma io sì, dimmi solo che mi perdoni e fammi stare bene” ma sarebbe un po’ un mezzuccio scorretto e soprattutto privo di significato…

Non sono credente, e andare a confessarmi non aiuterebbe. Non ho ucciso nessuno, ma questo non mi fa sentire meglio.

Vorrei potermi guardare allo specchio pensando che non ho più nulla da nascondere, nessun peccato originale che macchi la mia fedina penale di persona, ma non è possibile.

Allora bevo dal mio amaro calice, sconto il fio dei miei peccati auto infliggendomi un martirio che non mi infliggono gli altri, non riuscendo ad auto concedermi il perdono perché non so se chi di dovere lo farebbe.

In questo purgatorio in terra mi sono smarrita, perché non trovo più la via di casa.

Diceva il capitano Teague al figlio, quel grande di Jack Sparrow, il quale forse ha il mio stesso problema, visto che una ne fa e cento ne pensa, e poi passa la vita inguaiato dal suo continuo tentativo di fuga dalle conseguenze delle sue azioni più abiette, “Il difficile non è vivere per sempre, ma convivere con sé stessi per l’eternità”.