Archive for April, 2016


L’Ospedale

ospedale-corridoio

Entrò dalla porta principale, come se fosse venuta in visita per qualche congiunto. Forse a l’orario di visita era già finito, o forse doveva ancora cominciare. Non ne aveva idea: non indossava più l’orologio da anni.

Senza meta percorreva i corridoi lunghissimi, come un dedalo all’interno della struttura. Le passavano accanto persone con le braccia ingombre di fiori e dolci, omaggi di pronta guarigione per conoscenti in degenza. La gente in visita si mischiava ai dottori e agli infermieri, ministri della salute nell’officio del loro compito sacro, che come una consolidata routine prelevano sangue, emettono diagnosi e rimuovono parti di corpi non più funzionanti.

Sasha aveva per anni pensato che non avrebbe mai potuto affrontare una carriera medica, perché la impressionavano i colori fin troppo accesi dell’interno del corpo umano, l’odore del sangue la metteva a disagio e la sofferenza le si attaccava addosso oltre a quella coltre di indifferenza distaccata che non riusciva a togliersi come una impermeabile bagnato che tiene lontana l’acqua ma non la sensazione di gelida umidità.

Attualmente si era scoperta a meditare che in un’altra vita le sarebbe piaciuto provare. Forse alla fin fine avrebbe potuto essere la sua vocazione.

Per qualche motivo che non sapeva spiegarsi, gli ospedali esercitavano su di lei una sorta di perverso fascino. Temeva di vedersi comparire davanti da un momento all’altro una barella con sopra qualche vittima di qualche rovinoso incidente stradale, ridotta a brandelli di corpo nel proprio sangue, e con questo spauracchio si guardava intorno sperando che i suoi occhi fossero, nella malaugurata ipotesi l’evento temuto avesse avuto a concretizzarsi, in grado di avvertirla di distogliere lo sguardo quell’istante prima che le immagini si imprimessero sulla sua retina…eppure i corridoi bianchi, l’odore di disinfettante, quell’odore caratteristico che fa venire in mente qualcosa di verde spento, i cartelli per i reparti che da dermatologia portano in chirurgia d’emergenza senza nemmeno passare per una grave malattia, le piacevano.

Si trovò a sogghignare tra sé e sé: forse aveva un debole per tutti i posti con i corridoi. Tra supermercati e ospedali non sapeva nemmeno lei cosa fosse più comico.

Ad ogni modo, qui non era venuta per leggere affascinata delle indicazioni per reparti dei quali avrebbe dovuto cercare il nome su un dizionario per capire cosa succedesse lì dentro.

Era andata in ospedale perché le era sembrato il posto giusto in cui portarsi date le stanti condizioni.

Quando uno sta male generalmente è in ospedale che va, dove qualcuno che sa come fare potrà prendersi cura di lui, senza doversi spaventare, impressionare, scocciare o cose del genere.

I dottori e gli infermieri hanno studiato per capire quale osso è rotto, quale organo non funziona, cosa si è incasinato all’interno della macchina più che complessa che è l’essere umano. Inoltre, vengono pagati per accudire chi ne ha bisogno: è il loro lavoro, e alcuni addirittura dicono che sia una sorta di vocazione, al pari della chiamata religiosa. In teoria dottori e infermieri non provano fastidio ad avere a che fare con persone che stanno male. E’ un po’ come firmare un contratto: “se io sono qui è perché sono malato, è mio diritto farmi accudire e tuo dovere cercare di farmi stare meglio”.

Sasha sapeva di essere ben lungi dall’essere in condizione di scagliare la prima pietra: a meno di momenti di allineamento astrale favorevole, in cui si sentiva ispirata e riusciva a prendersi cura di chi in quel momento ne aveva bisogno in maniera che lei stessa avrebbe definito soddisfacente, non era brava con gli infermi lamentosi. La irritavano, svegliando quella bestia selvaggia che se ne stava assopita nel suo petto, ma che negli ultimi tempi si presentava un po’ troppo spesso a farle produrre pensieri e provare sensazioni che avrebbe largamente preferito non provare, non essendo in grado di giustificarle in alcun modo.

Si dice che la capacità di guardare dentro sé stessi e di fare autocritica sia una benedizione, ma lei aveva i suoi seri dubbi in merito: fissare il suo piccolo sporco abisso personale non le dava gli strumenti per sanarlo, ma solo il dolore di averlo dovuto scrutare. Volendo proprio trovare un lato positivo, per lo meno l’accusa perentoria che pendeva sul capo della sua bestia le impediva di lasciarla emergere liberamente, il che l’avrebbe resa largamente più socialmente e moralmente inaccettabile di quanto già non fosse.

Si sentiva esausta. Era stanca di combattere una battaglia dove non c’è nessun esercito schierato…stanca di involversi in pensieri che non la portavano da nessuna parte. Stanca di sentirsi male, accusa e difesa di crimini mai commessi e torture mai subite.

Troppo lucida per abbandonarsi, si opponeva strenuamente al tifone che la sbatteva di qua e di là; troppo poco lucida per salvarsi non aveva una reale volontà di aggrapparsi a nulla che avrebbe potuto trattenerla in questo vortice di pensieri sconclusionati.

Aveva l’impressione che da un momento all’altro si sarebbe strappata dall’interno sul serio. Avrebbe fatto il rumore che fa il velcro quando viene aperto e l’interno del suo corpo, quegli organi così eccessivamente colorati, si sarebbero sparsi in giro come in un brutto film splatter. Oppure avrebbe fatto come capita alle torte se si apre il forno prima che abbiano finito di lievitare. Plaf, e si sgonfiano miserevolmente, come se qualcuno le avesse bucate da sotto alla teglia.

Non sapeva da quanto tempo esattamente stava camminando, girando casualmente tra un corridoio e una scala, previa aver preso vari ascensori. Di certo era salita, perché per qualche buffa ragione il salire nei piani di un edificio la faceva sentire più “dentro”.

A perdersi in ospedale era sempre stata bravissima: a memoria d’uomo non era mai riuscita ad andare a trovare qualcuno senza aver bisogno di essere salvata dall’infermiera di turno o dall’addetto alla mensa che la ritrovava a vagolare con il naso per aria nella zona montacarichi o nell’anticamera di radiologia.

Questa volta però era diverso: non doveva trovare un reparto o una persona. Non c’era un posto che fosse adatto ai suoi scopi, quindi nemmeno ce n’era uno che fosse particolarmente poco indicato. Di conseguenza, come insegna lo Stregatto con i suoi schiaccianti sillogismi, poco importava che sapesse dove si trovava.

Guardò dentro alla camera che stava per superare: era vuota, a meno di una serie di macchinari strani e dall’aria poco rassicurante e vagamente cyberpunk che stavano tra il letto e la finestra. Le sembrò che il verde pallido delle pareti facesse al caso suo e così pure l’odore di amuchina che ammantava tutto come se fosse stato appena sparso ovunque il gel per lavarsi le mani senza acqua che piaceva tanto ad alcune sue conoscenze.

Si tolse le scarpe e si svestì. Si infilò nel letto con la massima attenzione a disfarlo il meno possibile e poi chiuse gli occhi.

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SUPERMERCATO

Sasha alzò lo sguardo.

Il reparto sottaceti di quel supermercato non era niente male. Era gigantesco, il corridoio sembrava non finire mai, e gli scaffali, così alti che c’era da chiedersi come facesse una donna di statura media a raggiungere la merce esposta sull’ultimo ripiano, ricordavano dei binari stracolmi di cibo.

C’erano esposte almeno cinque marche diverse di cetrioli in salamoia, varie tipologie di pomodorini secchi, da quelli alla siciliana prodotti in serie in chissà quale industria a quelli confezionati come se fossero marmellate della nonna homemade, e un numero impressionante di vari misti di funghi, carciofini, melanzane, carote, cipolline e chi più ne ha più ne metta.

Sasha registrò mentalmente prezzi e calorie dello scatolame esposto. Nutriva per i funghi porcini una passione piuttosto prepotente, eppure continuava a sembrarle assurdo pagare tipo 18 euro per un barattolo che sarebbe durato probabilmente non più di un giorno e mezzo e avrebbe, come legge biologica impone, fatto una fine decisamente poco incoraggiante.

Fu mentre osservava interessata una lattina di trippa e fagioli che si rese conto che a ben pensarci, anche se quel supermercato le piaceva e il reparto sottaceti regalava soddisfazioni, non sapeva in quale supermercato si trovasse nè dove avesse abbandonato la macchina.

Ci sono momenti in cui diventa necessario per la propria sopravvivenza non prendersi troppo sul serio, e lei negli ultimi mesi era diventata ormai maestra in quest’arte. Pensò che la sua condizione, se per qualche motivo qualcuno dall’esterno avesse potuto indovinarla, sarebbe risultata piuttosto comica. Comica come una storia di ordinaria follia, comica come un corsivo diabolico per una tragedia evitabile. Comica di quella comicità amara che sa sempre strappare un sorriso ai volutamente disillusi.

Certo, la gente che passava, indaffarata a seguire un preciso elenco della spesa incastrando quel rituale moderno in una vita produttiva e quadrata, tra un lavoro ed una famiglia, non poteva certo immaginarsi che quella ragazza che vagava con sguardo assente tra una scatoletta e uno yogurt si trovasse in un supermercato a caso senza avere memoria precisa di esserci andata, con il nemmeno tanto nascosto scopo di far quadrare dei rigidi calcoli di calorie, sigarette, ore di sonno e minimo sindacale di accettabilità sociale che imponeva di non potersi sempre accollare a qualche anima pia passate le 18.30 di ogni giorno.

Come in trance, si rese conto di colpo che non ne poteva più di analizzare lattine di tonno e di fagioli cannellini, pornografica sostituzione di un pasto che desiderava e al tempo stesso rifuggiva. Ora sentiva l’esigenza di una boccata d’aria, meglio ancora se per una fortunata ragione fosse stata profumata di fiori…quei bei fiori rosa che nei giardini in questo periodo dell’anno si stagliano contro il cielo azzurro e fanno sembrare che la realtà sia davvero come una foto ben riuscita in cui una mano capace, con l’aiuto di un obbiettivo professionale e di un buon programma di editing fotografico, cattura un attimo che, sfiorando la realtà per un istante emergendo dal suo mondo di sogno, sembra ammiccare direttamente a quello che gli occhi vorrebbero vedere per appagare un desiderio estetico del momento.

Fuori dal supermercato però non c’erano fiori rosa, e nemmeno il vento tiepido in cui Sasha aveva sperato. C’erano invece nuvole scure che coprivano il cielo, foriere di un temporale primaverile come solo Aprile sa portare. L’aria era più fredda di quando era entrata ed era greve di umidità. L’odore di umidità quel giorno non le dispiaceva. A volte, il temporale imminente non le dava fastidio, e quello era uno di quei giorni.

Sasha pensò che forse avrebbe potuto aspettare la pioggia per non piangere da sola. Di colpo, le persone che vedeva passare le facevano paura. Le facevano paura e la facevano arrabbiare. Guardava con sdegno le signore con le scarpe basse, schifata dalla lentezza e dalla debolezza con cui si muovevano. Avrebbe voluto avvicinarle e urlare loro nelle orecchie di muovere quegli orrendi culi molli che si ritrovavano. Osservava un capanello di ragazzini e ragazzine che ridacchiando uscivano dal supermercato con le braccia cariche di patatine fritte e si aprivano in un tripudio di schizzi una bottiglia di coca cola. Anche loro avrebbe voluto prenderli a sberle, perché le loro risate sguaiate e la loro ingiustificata volgarità la infastidivano.

Avrebbe voluto andare da qualche parte e urlare fino a non avere più fiato in corpo, sfogando quella rabbia ingiustificata che le puzzava tanto di una specie di xenofobia atipica, dove ogni persona che, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, si trovasse ad essere diversa da lei e a non condividere, per sua grande fortuna, quelle anche lei riconosceva essere tare mentali, la irritava.

Le girava leggermente la testa, come sempre quando permetteva alla sua accusa e alla sua difesa interiore di iniziare una querelle.

Una bolla di sapone. Si sentiva una bolla di sapone. Fragile e non compresa. Ingiustamente accusata e giudicata, ma fondamentalmente effimera e non giustificata nelle sue sensazioni e nei suoi desideri.

Una bolla di sapone che, sapendo che il suo destino è quello di scoppiare, è combattuta tra il desiderio di farlo il prima possibile e la rabbia per essere stata condannata senza un peccato originale da espiare ad un’esistenza di sfumature di colori irreali, perché tutti sanno che in realtà le bolle di sapone sono perfettamente trasparenti, e devono il loro bell’aspetto alla rifrazione della luce.

Don_Chisciotte_contro_i_mulini_a_vento

Io mi chiedo talvolta quale sia lo scopo di tutto questo.

Dove stia il senso, l’equilibrio e la giustizia.

Non accetterò mai che non ci siano.

Scusatemi, disillusi e cinici abitanti di questo strambo globo terraqueo, io non ci sto.

Non credo in Dio, e quasi quasi nemmeno più negli esseri umani intesi come categoria generica.

Però, porco di un cane, ad essere una fredda cinica bastarda, indurita dal mondo e dalle cicatrici che si porta addosso non ci riesco. Leggo Bukowski e Nietzsche, mi riempio la bocca di frasi tipo “Dio, se esiste, deve qualche bella spiegazione”, e non simulo il mio prepotente disappunto verso il mondo, però non ci sto a non credere in niente. Mi scusino i miei autori, ma io a bere l’ennesima rossa spessa come un minestrone, sola, depressa e incattivita nel mio tavolo fisso al pub non ci vado.

Giro la sera alla ricerca di compagnia, rifuggo il mio nido casalingo per chissà quale ragione subconscia, come una randagia per i pub,e randagia mi sento, fino al midollo.

Smarrita dentro e fuori in una realtà con la quale non riesco ad andare d’accordo…eppure il passo, quello che mi farebbe saltare nell’abisso con il quale ci scambiamo per ora lunghe occhiate manco fossimo due innamorati, non lo faccio.

Non posso credere che tutto si riduca a questo.

Voglio un segno. Un misero, fottuto segno che qualcosa per cui valga la pena sbattersi ci sia. Un sorriso, una carezza, una grazie, un qualcosa che porco di un cazzo va nel verso giusto.

Moderna e sfigata Don Chisciotte, combatto mulini a vento e ancora cerco la mia Dulcinea e il mio Sancho Panza. Mi starebbe bene combattere i mulini, lo giuro…ma almeno datemi una principessa da salvare, senza che io debba accorgermi che fa la prostituta in una locanda ad ore, e uno scudiero ad assistermi che non mi osservi come una poveretta con dei problemi che va aiutata.

In nome dell’umanità, come direbbe Wile E. Coyote, Genius.