Archive for October, 2015


Il giocatore.

pub

Nel locale l’odore del fumo si mischia a quello della birra e dei superalcolici, che scorrono a fiumi a mo’ di lubrificante per quell’umida notte di fine autunno.

L’orologio ha battuto l’una da un pezzo, e chi è rimasto nella sala in legno scuro non ha nessuna intenzione di abbandonarla prima che una nuova alba illumini le strade di quella Londra scalcinata.

E’ un microcosmo a sè quel pub, una sorta di ritrovo per anima dannate a tempo perso che, dal tramonto all’alba, si bevono mezzo stipendio in pinte di birra scura, quella spessa al punto da portar via con sé scendendo in gola un po’ degli affanni della giornata, ma dall’alba al tramonto hanno una vita da portare avanti, un’immagine da mantenere, una famiglia e un datore di lavoro da ingannare: cose che tutto sommato non vale la pena di giocarsele ad una mano di poker troppo arrogante.

Anime dannate a tempo perso che arrivate a fine giornata, le guance stirate dai troppi sorrisi e la mente corrosa dallo sforzo di portarsi dignitosamente attraverso il mondo diurno, vogliono illudersi per una notte di essere dei Bukowski dei poveri, dei reietti della società che tra una sbronza e l’altra hanno una visione limpida e chiara di che mondo sventurato sia quello in cui vivono.

E’ un’illusione di un momento: lo sanno anche loro che l’indomani con o senza postumi indosseranno nuovamente l’abito buono e andranno a fare le persone normali…e forse proprio per questo credono alla loro stessa recita di catarsi così forte da vomitare l’anima in un cesso lercio di un pub di periferia.

Nell’aria si diffonde sottovoce un reel irlandese. E’ la millesima volta della serata che il disco ricomincia ma nessuno ha avuto voglia di cambiarlo.

La luce delle lampade attaccate alle pareti si riflette su quel bel legno rossastro di cui è fatto l’intero locale, dal pavimento alle sedie, dando all’ambiente un aspetto di avvolgente penombra tiepida.

D’un tratto, qualcosa cambia in quell’eterno ritorno all’uguale che è la vita del locale: si apre la porta, facendo entrare un refolo di aria umida che si fa strada a cazzotti tra il fumo di sigaretta che regna sovrano, e a passo spedito, gli occhi bassi e il volto coperto da un cappello a tesa larga, fa la sua entrata un uomo vestito elegantemente, fin troppo per l’ora tarda e il posto.

Senza fretta, si toglie il soprabito beige e lo appoggia allo schienale di una sedia; dopo un attimo di esitazione toglie anche il cappello, ma il viso resta scoperto solo per un attimo, perché con precisione quasi matematica un ciuffo di capelli neri ribelli gli ricade sulla fronte e va a nascondere l’occhio sinistro.

Ha la pelle olivastra e gli occhi grigi come il cielo in tempesta. Forse, sono occhi troppo vissuti per albergare in un viso così giovane. E’ bello di una bellezza atipica: il volto affilato e leggermente asimmetrico, una cicatrice gli attraversa una guancia.

Senza profferire verbo si siede al tavolo dei giocatori di poker. Sono ormai mezzi ubriachi, ma lo guardano perplessi e irritati. Si scambiano occhiate complici, momentaneamente accantonate le rivalità dell’ultima mano.

Nel locale c’è una precisa gerarchia, e i rituali consolidati in anni di onorata attività non possono certo essere stravolti da un arrogante ragazzino ben vestito . Gli daranno una lezione: lo manderanno a casa in mutande, sempre che sia in grado di conservare almeno quelle e di non doversi vendere anche il culo per pagare il suo debito di gioco.

A sua volta l’uomo osserva i suoi compagni di tavolo. Non degna di uno sguardo la cameriera che gli mette davanti una pinta che non ha ordinato, ma si limita a prenderne un generoso sorso mentre con quei suoi occhi, taglienti anche dietro il velo dei capelli, passa in rassegna la marmaglia.

Con i gesti sicuri di chi ha provato una scena mille volte e sa di poter offrire il meglio al suo pubblico pesca una sigaretta dal contenitore di metallo che porta nel taschino della camicia e la accende con un fiammifero che spegne poi con un gesto energico appena prima i gettarlo nel posacenere ormai pieno che segna il centro del tavolaccio.

Le sue mani sono quadrate e forti: non sono le mani di un dandy di città.

Aspira una boccata dalla sua sigaretta e, mentre esala volute di fumo azzurrino che si intrecciano come nastri di seta uscendo dalla sua bocca e dalle sue narici punta gli occhi sul mazziere.

“Giochiamo”.

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Eresia

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“Siamo tutti alla stessa distanza dal Cielo. Dio odia tutti allo stesso modo”

Questo è quello che  c’è scritto sotto alla galleria in via Dante.

Premesso che il vandalismo e lo scempio della cosa pubblica mi sembrano sempre gesti quantomeno opinabili, è una bella frase. Dura e tagliente, disillusa e disperata proprio come piace a me.

Però non sono d’accordo.

Io non so se Dio esista. Non credo onestamente, anche se a tratti mi piacerebbe poter credere in qualcosa, anche solo per l’utilitaristico scopo di raccomandarmi a qualcuno quando proprio non so più dove battere la testa.

Però, se esistesse…forse parlerò dal basso della mia mancanza di fede, ma penso che dovrebbe delle scuse a qualcuno.

Non capisco perché ci debbano essere persone che hanno tutto, e persone che senza aver fatto nulla di male per meritarlo debbano subire continui scorni e sfighe.

Mi rendo conto che questa sia una riflessione da fine quinta elementare/ prima media, né ho l’ambizione di sentirmi un’originale pensatrice.

Però, diamine, dalla prima media ad oggi, quando queste potevano essere solo vuote parole, ho vissuto una vita, incontrato persone, conosciuto gioie e dolori di chi mi è stato intorno per tanto e annusato quelli di chi ho solo incrociato per un fugace attimo.

E mi domando, senza riuscire a rispondermi, quale sia l’algoritmo con cui la buona sorte viene distribuita.

Io non riesco a credere che Dio possa esistere.Ma, se esistesse, ne avrei paura: lo vedrei come un bambino viziato che tira dei dadi, un Master di Doungeons&Dragons particolarmente fantasioso o annoiato.

Disse Agostino: “Si Deus est, unde malum? Et si non est, unde bonum?”, e le sue erano domande teoriche (oltre che ovviamente teologiche).

Poi c’era qualcun altro, non ricordo chi fosse, ma lo avevo studiato facendo filosofia al liceo che, a proposito dell’Olocausto diceva che se Dio esiste, allora deve essere malvagio. Sullo stesso tema, anche Primo Levi, che i campi di concentramento li aveva provati sulla sua pelle, diceva che “Dio non può esserci, in quanto c’è Auschwitz.”

Ora, io non mi allargo a temi generali di questa portata, anche se ad Agostino risponderei che sia il bene che il male possono venire dall’uomo stesso, ma non avrei idea di cosa abbia generato la morale umano e perché alcuni siano dotati di un’etica funzionante e di un cuore e altri no.

Eppure, anche senza ambizioni corali, dal mio punto di vista, così umano e concreto, fatto di persone e affetti, non riesco a smettere di chiedermi perché, né riesco a smettere di pensare che Dio, se esiste, deve avere una gran bella ricompensa in serbo per alcuni di mia conoscenza, oppure delle gran belle scuse.