Tag Archive: pensieri


bouchon_restaurant_lyon_001_trishhhh

E’ uno di quei locali in cui si arriva un po’ per caso e un po’ per destino.
Sembra quasi che il bistrot stesso sottoponga i suoi avventori ad una sorta di prova d’ingresso, come nelle più gettonate università.
Non è uno di quei posti in cui si arriva per sentito dire, e nemmeno uno di quelli dove si entra perché l’insegna o il dehor ha catturato l’attenzione.
Più che altro ci si ritrova dentro senza nemmeno essersene del tutto accorti e allora, solo allora, ci si guarda in giro e ci si rende conto di essere in effetti entrati in un microcosmo colorato di velluti rosso bruciato e legno color senape, vinili neri un po’ scoloriti e porte verdi dalle maniglie a pomolo dorate.
Non c’è tanta luce, ma le lanterne disseminate qua e là valgono a dare a tutto una sfumatura così adorabilmente fumosa da far pensare che i pochi e offuscati punti d’illuminazione siano stati disposti ad arte come i riflettori verrebbero posizionati su un set fotografico.
Ad ogni modo, si debba all’arte o al caso la disposizione strategica di tavoli e sedie, ora nascosti ora centrali, delle luci e dell’arredamento, la clientela stessa diventa, forse grazie alla selezione in entrata, parte integrante del piccolo affresco che il baretto offre.

La coppia a centro sala

Lui avrà superato i quarantacinque da non troppo, ma il tempo è forse stato un po’ troppo impietoso. Indossa una giacca da lavoro e un cardigan blu, in tinta con il pantalone semi elegante e un po’ meno in tinta con le stringate di pelle lucida. Quelle scarpe danno l’impressione di essere scomodissime, triste contrappasso per un personaggio che forse a causa di impegni di lavoro non fa più di cento metri al giorno.
Ha degli occhiali rettangolari dalla montatura sottile sul naso, obbiettivo di messa a fuoco necessaria ai suoi occhi verdiun po’ appannati per dare nitidezza a formule che spieghino il funzionamento del mondo.
E’ uno scienziato, un ingegnere meccanico. Passa la giornata a cercare inutilmente di spiegare a un branco di clienti che conoscono solo l’utile monetario che no, anche se loro vogliono un’asse di rototraslazione che si occupi anche dell’aggiornamento dati non si può fare. Certo, ha capito che risparmierebbero ben tre preziosi minuti e che il tempo è denaro ma no, se gli assi di rototraslazione non hanno ancora imparato a farti pure il caffè lui non può farci nulla. Sorride, si ripete come un mantra che il cliente ha sempre ragione e che tutto sommato la busta paga a fine mese lui l’ha bisogno, non foss’altro per potersi concedere una cena fuori con la sua bella senza doversi fare i conti in tasca durante la scelta del vino, ma certe volte non può fare a meno di pensare che nel suo immaginario di bambino il Deus Ex Machina che le machinae le assembla con competenza e arguzia non ha di questi problemi, problemi a cui troppo spesso si riduce la sua intera giornata.
La guarda, la sua bella, e pensa che per poterla coccolare un po’ ogni tanto alla fin fine vale la pena di star dietro alle folli richieste di uomini d’affari che non hanno mai calcolato un integrale in tutta la loro vita anche se pretendono di insegnargli il suo mestiere.

Lei è bionda, biondissima. I suoi capelli color platino incorniciano un viso ovale piuttosto paffuto scendendo quasi fino alle spalle leggermente scalati, lisci come la seta. Sono capelli sottili, che ad un osservatore poco attento potrebbero sembrare sporchi. In realtà, non più tardi di tre ore prima li ha lavati e acconciati, cercando il ogni modo di gonfiarli, evitando quell’odioso effetto scopino che di certo non sfina i suo volto, ma non c’è verso. In trent’anni forse dovrebbe essersene fatta una ragione, ma ancora oggi, tre giorni dopo i suo trentunesimo compleanno combatte strenuamente una battaglia senza via d’uscita.
Il colore invece le piace. Dall’adolescenza in poi si sente chiedere regolarmente quale nuance di tinta chiede al parrucchiere, e ogni volta non può fare a meno di nascondere una punta di compiacimento nel rispondere sinceramente che non chiede alcuna nuance: sonno naturali.
Le piacciono i vestiti ricercati e le scarpe col tacco, anche se non ne avrebbe bisogno essendo già alta.
Quella sera ha delle calze coprenti marroni ricamate con un vestito in maglina che segue i contorni del suo corpo formoso, indossa un giubbotto di pelle troppo pesante per stare al chiuso e troppo leggero per stare all’aperto, ma quel verde smeraldo è proprio bello, e sta divinamente che la sua tavolozza nordica.
Lo guarda, il suo professore. Non è mai stata sua allieva, perché l’anno in cui lui ha perso la cattedra di meccanica lei cominciava la prima, però sa che per dieci anni ha insegnato nella suola dove ha frequentato i primi due anni. Quando si sono conosciuti, ad una molto poetica cassa di un molto poetico supermercato, lei lo ha riconosciuto, ma lui forse ancora adesso non associa al suo viso quello di quella ragazzetta cicciotta che in prima liceo gli è andata addosso sulle scale facendogli cadere tutti i libri.

Hanno ordinato una pasta al pesce con un calice di vino rosso. Abbinata ardita e non classica, certo, ma quello è il vino che è stato loro consigliato dalla ragazza he ha preso l’ordine e loro non si sono sentiti di contestare.
Lei sa che quando vanno a cena fuori lui insiste per pagare… avrebbe avuto qualche remora ad ordinare il piatto più costoso dell’intero menù in altre circostanze, ma sa che a lui piace vedere che lei ordina cose sfiziose senza farsi problemi. E dire che quella sera avrebbe voluto solo un’insalatina scondita: la tensione dei bottoni dei suoi jeans dell’autunno passato la sta avvisando che sarebbe i caso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Lui la osserva, un po’ di sottecchi, mentre finge di leggere per la ventesima volta un menù che ormai ha quasi imparato a memoria. E’ proprio bella, con il suo rossetto bordeaux messo ad arte, che lui non ha mai capito come riesca a non sbavare nemmeno mangiando. La guarda non si spiega cosa un bella ragazza come lei ci trovi in uno come lui…uno che sulla sedia del bistrot trova che il tavolo sia di una taglia sbagliata e assume una inevitabile posa ingobbita per evitare l’ancor peggiore per performance di sbrodolare il sugo sulla cravatta.
Sono ormai anni che si frequentano, e dopo essersi più volte tormentato con il tarlo del dubbi che lei non provi nulla per lui e si accompagni a lui per chissà quale sbagliatissimo motivo ha deciso di rompere gli indugi e di ammettere con sé stesso di esserne perdutamente innamorato. Ha deciso, in modo così poco scientifico ed empirico, che se è tutto finto non sarà certo lui a cercare la prova della verità, non questa volta.
Arriva il vino, e a stretto giro la portata.
Lui la guarda, le augura il buon appetito e propone un brindisi.
Lei guarda quel gigantesco piatto di linguine ai frutti di mari pronte a depositarsi per anni sui suoi fianchi e annusa il loro profumo invitante, solleva il suo calice e gli sorride.
Non si chiede nemmeno più cosa lui pensi in quegli attimi di silenzio: lo sa anche se nessuno glielo ha mai detto.
Brindano e si accingono a mangiare.
Lui lotta con una vongola verace, vuole aprirla con le posate, ma è evidente che la lotta è impari. Durante la tenzone parte uno schizzo di sugo di pomodoro, galeotto compie una parabola perfetta e si deposita sul polsino della camicia azzurra chiara.
Lei trattiene un risolino: sperabilmente, il professore non si accorgerà di nulla e non si rovinerà la serata.
“Permetti?”
Gli pesca la vongola dal piatto, con abile mossa la apre con un colpo di unghia color melanzana e poi gliela restituisce aperta leccandosi l’indice. Mamma mia che buono quel sugo: forse potrebbe valutare attentamente l’idea di comprare un paio di jeans una taglia più grandi e chiedere al cuoco l’intera teglia da finire.
Lui si riscuote a fatica, infilza la vongola indifesa insieme ad una linguina e non può fare a meno di pensare che se quella è solo una sospensione della realtà regalatagli da qualche dio degli atei…bhe, a caval donato non si guarda in bocca.

Advertisements

One way ticket

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

to_wonderland

“Alice, dove cazzo vai se non sai nemmeno dove vuoi arrivare?” [cit.]

Sì, gente, la fate facile voi.

Il non sapere dove andare pur essendo in marcia è una condizione esistenziale che penso essere parecchio diffusa.

Correva la metà del Novecento quanto Heidegger, usando certamente parole più dotte e frasi molto probabilmente ben più involute, dall’alto del suo esistenzialismo contaminato di idealismo trascendente parlava dell’uomo come “progetto gettato”, nato e morto senza averlo deciso, finito e pertanto limitato dalla sua finitezza.

Progetto gettato…ovvero un paciugo, un coso dotato suo malgrado di coscienza (che poi, per carità, chi più chi meno…) che di colpo si ritrova a ruzzolare in un mondo che non conosce per dote ancestrale, con un tempo, tempo il quale ha la sconveniente abitudine a muoversi in una sola direzione, tragicamente limitato a disposizione per conoscere detto mondo, fare qualcosa di utile o per lo meno essere decentemente soddisfatto se non proprio felice.

Pare dire niente? Praticamente un’impresa al confronto della quale le arcinote dodici fatiche sono un giochetto.

Quindi no, cari i miei cinici razionali che hanno capito tutto, Alice dove cazzo vai non vuol dire proprio niente.

Cosa dovrebbe fare, poraccia, starsene ferma e pietrificata fino a quando non capisce come gira a Sottomondo?

Ferma e pietrificata ma, attenzione perché c’è anche l’inghippo, soggetta ai movimenti del mondo in cui si trova calata, quindi più che altro sballottata a destra e a manca senza nemmeno rendersene conto.

No, io penso che Alice faccia bene a muoversi, anche se non sa dove sta andando, perché magari mentre cammina le viene in mente dove vuole andare. O, più semplicemente nel momento in cui sceglie a caso la strada ai crocicchi che incontra, segna da sola, motore immobile inconsapevole ma tristemente autodeterminante, un destino che che prima o poi si paleserà dandole una direzione da seguire, questa volta a ragion veduta.

Dico ciò alla luce dell’acqua calda che ho scoperto alle soglie dei ventisei (e solo il pensiero è già dolore).

Se mio nonno avesse le palle sarebbe un flipper. Ma mio nonno non ha le palle, ed è pure morto da mesi.

E niente, si sbaglia, si sbaglia di più per correggere un errore fatto in passato, ci si perde, si impreca maledicendo il fato baro e coglione che ci ha privati della possibilità di essere felici facendoci scegliere a caso il bivio sbagliato…ma resta il fatto che il defunto nonno le palle non le aveva nemmeno da vivo, figurarsi ora. Un flipper non lo era prima, né lo potrà più essere ora.

 

 

Back in black.

punk rapunzel

Sono stufa.

Stufa di essere considerata debole perché il mio modo di sentire è forse un po’ più marcato.

Stufa di essere guardata come “quella coi problemi” che da un momento all’altro potrebbe andare in frantumi.

Stufa di non essere capita.

Stufa di essere giudicata, nel bene e nel male.

Stufa di farmi l’autoanalisi, e di non concedermi nemmeno il lusso di darmi ragione da sola.

Stufa di sentirmi rispondere come se fossi una povera pirla che non sa stare al mondo.

Sono stufa di autoinfliggermi il tormento quotidiano di pensare che forse hanno ragione gli altri.

Stufa di ripetermi che se ora pure i miei amici mi guardano come se fossi un gattino ferito e abbandonato sotto sotto, e nemmeno così sotto, me la sono voluta.

Sono stufa di avere paura di non andare bene e di non essere abbastanza.

Sono stufa che il mio altruismo venga scambiato per appicicaticcio bisogno di affetto e sono stufa che le mie reali richieste di affetto vengano accolte con un lieve e non tanto celato fastidio.

Sono stufa di essere il “ti faccio sapere poi” di tutti, e stufa di farmi il mea culpa quando sono io a “far sapere poi” a qualcuno.

Non sono perfetta, e non mi viene nemmeno voglia di sostenere di essere un mostro di equilibrio psichico.

“Ho anche io i miei problemi” ma non mi nascondo dietro a questa frasetta pietosa, e pretendo, e sottolineo, pretendo, che chi ha a che fare con me non si limiti alla presa visione di questi per definirmi.

Io sono io, a prescindere da tutto il resto. Sono una persona a sé stante e non sarà l’elenco delle mie miserie a permettere al mondo di decidere che sono una poveretta tarata e malata.

Passo la vita combattuta tra il desiderio di mangiare e il desiderio di essere magra in modo assurdo.

Certe volte, senza nemmeno sapere perché, mi taglio. Qui mi piace utilizzare la frase del mio ex “Sei talmente sadica che vuoi male persino a te stessa”: non è vero, ma mi fa ridere, ed sarebbe una descrizione ganza di un personaggio stile Tarantino.

Ho un po’ di manie di persecuzione, e vivo nel terrore che non mi voglia bene nessuno.

Ci sono giorni che mi alzo talmente sversa che devo decidere se odio più me stessa, il mondo circostante, chi mi sta vicino o indiscriminatamente tutto.

Ho quasi ventisei anni, ho buttato a gambe all’aria la mia vita per “farmi regalare due anni” per inseguire un folle sogno decidendo quasi consciamente di ignorare l’evidenza che era proprio una follia. Adesso che me ne sono accorta andrei dalla me di due anni fa, mi piglierei a schiaffi, e poi mi direi di rifarlo, perché “Amo il mio sogno, seppur mi tormenta”.

Provo desideri e compio azioni che non necessariamente si possono considerare degni del paradiso. Come tutti, solo che io poi me ne rendo conto, contemplo la mia stessa meschinità e mi butterei da un ponte.

Sono di base convinta che il fine giustifichi i mezzi, ma ne ho fatte alcune che sarebbe proprio stato meglio che no, anche se a mia discolpa posso dire che quasi sempre ero se non proprio ubriaca per lo meno decisamente alticcia.

Purtroppo la macchina del tempo non l’hanno ancora inventata, e indietro non posso tornare. I miei scheletri nell’armadio più che scheletri sono zombie: puzzano di cadavere ma si possono ancora muovere e fare un sacco di danni. Non posso che convivere con la consapevolezza che siano lì, più che mai attuali nelle loro penose motivazioni. A livello karmico sto pagando. Mi chiedo solo se prima o poi mi sentirò di nuovo pulita.

Sono tormentata. Tanto. Forse a torto forse a ragione, ci sono giorni che penso proprio di essere sul punto di crollare definitivamente.

Ma, porco cazzo, non i miei tormenti né la mia vita valgono ad autorizzare chi mi conosce a valutarmi incapace di stare al mondo.

Nella mia vita ho sempre, bene o male, avuto le palle.

Doveva capitarmi di incazzarmi per bene per ricordarmelo o rendermene conto. Ma ora con meravigliosa lucidità me ne accorgo: io esisto in quanto persona, e il mio essere non si limita né si definisce nei miei problemi, nelle le mie seghe mentali o nei i miei schizzi momentanei.

Io sono me, e ho la mia forza e il mio valore. E poi mi faccio un sacco di seghe mentali, patisco, piango e ho bisogno di affetto e attenzioni, ma questo non toglie nulla a quanto detto prima.

“Fa più io dire me”…allora bene, me sono Marta, Ruby, Waspy o come cazzo mi volete chiamare, e sono qui.

 

 

 

 

 

Don_Chisciotte_contro_i_mulini_a_vento

Io mi chiedo talvolta quale sia lo scopo di tutto questo.

Dove stia il senso, l’equilibrio e la giustizia.

Non accetterò mai che non ci siano.

Scusatemi, disillusi e cinici abitanti di questo strambo globo terraqueo, io non ci sto.

Non credo in Dio, e quasi quasi nemmeno più negli esseri umani intesi come categoria generica.

Però, porco di un cane, ad essere una fredda cinica bastarda, indurita dal mondo e dalle cicatrici che si porta addosso non ci riesco. Leggo Bukowski e Nietzsche, mi riempio la bocca di frasi tipo “Dio, se esiste, deve qualche bella spiegazione”, e non simulo il mio prepotente disappunto verso il mondo, però non ci sto a non credere in niente. Mi scusino i miei autori, ma io a bere l’ennesima rossa spessa come un minestrone, sola, depressa e incattivita nel mio tavolo fisso al pub non ci vado.

Giro la sera alla ricerca di compagnia, rifuggo il mio nido casalingo per chissà quale ragione subconscia, come una randagia per i pub,e randagia mi sento, fino al midollo.

Smarrita dentro e fuori in una realtà con la quale non riesco ad andare d’accordo…eppure il passo, quello che mi farebbe saltare nell’abisso con il quale ci scambiamo per ora lunghe occhiate manco fossimo due innamorati, non lo faccio.

Non posso credere che tutto si riduca a questo.

Voglio un segno. Un misero, fottuto segno che qualcosa per cui valga la pena sbattersi ci sia. Un sorriso, una carezza, una grazie, un qualcosa che porco di un cazzo va nel verso giusto.

Moderna e sfigata Don Chisciotte, combatto mulini a vento e ancora cerco la mia Dulcinea e il mio Sancho Panza. Mi starebbe bene combattere i mulini, lo giuro…ma almeno datemi una principessa da salvare, senza che io debba accorgermi che fa la prostituta in una locanda ad ore, e uno scudiero ad assistermi che non mi osservi come una poveretta con dei problemi che va aiutata.

In nome dell’umanità, come direbbe Wile E. Coyote, Genius.

 

A Christmas Carol

christmas_family_room_hdr_by_dreamingindigital-d2g4o5x.jpg

Nella notte silenziosa della grande casa, l’immenso scalone di marmo bianco sembrava quasi brillare di luce propria a causa del riflesso delle luci bianche e azzurre che costellavano con il loro accendersi e spegnersi frenetico l’albero di Natale che, come uno Zar altero e fiero nella Sala Grande del Palazzo d’Inverno, se ne stava accanto al camino in pietra, spento ma ancora ardente di braci rossastre, proprio vicino all’ultimo gradino che allargandosi si congiungeva con il salotto.

Il corrimano d’ottone era sempre perfettamente lucido, e nel porre la sua mano su di esso Shamandalie sentì un brivido percorrerle il braccio. Era freddo. Ghiacciato. Troppo ghiacciato per appartenere alla stessa casa che fino a qualche ora prima era stata teatro di calorosi festeggiamenti.

Ora il buio sembrava aver inghiottito tutto. Con la luce anche il calore della tovaglia rossa e dei tintinnanti bicchieri di cristallo, dei doni che passavano rapidi di mano in mano sotto gli sguardi curiosi e della musica che dal signorile grammofono in fondo alla sala diffondeva le sue sinfonie sembrano essere spariti, destinati ad essere un evanescente ricordo di una cartolina.

I suoi piedi nudi lasciavano il fantasma di un’impronta sul marmo bianco della scala: era il calore che si era portata dalle coperte che stava pagando il suo obolo al gelo di quel venticinque Dicembre.

Shamandalie amava quel gigantesco albero di Natale, sovraccarico di mille palline, fiocchi di neve, stelle, ghirlande, luci e striscioni. Ogni anno, ogni anno per quindici anni lei e sua madre avevano addobbato quel colosso, riservando a quell’importante rituale un intero pomeriggio e parte della sera.

Per quindici anni avevano speso assieme il pomeriggio a rivestire di festa quell’albero, pregustando il momento in cui ai piedi dell’albero ci sarebbero stati mille regali disposti ad arte, abitanti luccicanti di quel regno di verde, rosso, dorato, blu e argento incantato.

Per quindici anni la festa della notte del ventiquattro aveva scaldato il loro inverno, sempre diversa eppure sempre uguale a sè stessa. Gli ospiti che entravano, premendo i loro nasi freddi e profumati di aria invernale contro le loro guance calde di casa, toglievano la giacca e portavano con nonchalance i loro sacchi di doni poco camuffati sotto all’albero. Madre e figlia facevano gli onori di casa con le donne, ridacchiando ed esponendo il menù di quella cena che avrebbe saziato tre eserciti di militari affamati, mentre gli uomini cominciavano il dibattito che li avrebbe portati alla selezione dei vini per la serata.

Anche l’apparecchiare il tavolo era momento importantissimo del rituale, quel rituale che un po’ per caso e un po’ per volontà era di fatto stato codificato attentamente durante tutti quegli anni: prima la tovaglia rossa, poi i sovrattovaglia dorati che sembravano capelli d’angelo intessuti, poi i centrotavola, prodotti da Shamandalie stessa durante il mattino del ventiquattro, la mente già tutta proiettata alla serata di festa. Li assemblava con quel che trovava nei vecchi scatoloni di “cosedinatale”, scritto così, tutto attaccato. Una volta si trattava di rami di pino staccati, una volta di palline che per qualche ragione erano passate in dimenticatoio…una volta, forse grazie ad una particolare ispirazione o forse per mancanza di altri oggetti idonei, aveva addirittura depredato la credenza di alcuni vasi di porcellana bianca per dipingerli all’uopo, con brillantini dorati a tutto quanto.

Ora, nello scendere quella scala che da bimba aveva sceso rischiando l’osso del collo facendo i gradini a quattro per quattro all’alba del venticinque, aveva quasi paura. Guardava speranzosa il suo albero, il suo bellissimo albero che anche quell’anno non era da meno rispetto al passato, e, scorrendo con gli occhi quel panorama familiare fatto di carte colorate, fiocchi e stelle luccicanti, cercava una traccia, una prova che quel calore che per tanto le aveva scaldato il petto non era sparito, morto tra le braccia di un vuoto dal quale era anche stanca di scappare.

Il calore di un momento, l’ombra di un sogno indefinito che con la sua indeterminazione potesse dare tutto il calore di una favola…quello cercava tra le palline e le luci allegre.

Si sedette sotto all’albero, tra i pacchetti e i dolciumi, aspettandosi di essere investita da quella rassicurante sensazione di attesa e curiosità che aveva condito le sue vigilie di Natale, prima del momento fatidico in cui si potevano aprire i regali.

Fu allora che il suo sguardo venne catturato da una pallina azzurro ghiaccio.

Le rimandava il riflesso leggermente deformato di un volto pallido, incorniciato da arruffati capelli scuri nel quale spiccavano due occhi castani nei quali stava scritto tutto e niente.

Si osservò a lungo, mettendoci qualche istante a riconoscere in quell’immagine sè stessa. “Sembro una bambola di porcellana”. Le piacque spendere un po’ di tempo a fissare quel viso che riconosceva appena nonostante le appartenesse nel riflesso della pallina, divertendosi a muovere la pallina che le faceva da specchio con la punta delle dita. Così facendo, una volta il riflesso era azzurrino, una volta rosato, a volte deformato verso la fronte a volte verso il mento. Tentò di leggersi dall’esterno, di chiedere a quella bambola pallida che vedeva riflessa quando era capitato che tutto si svuotasse così.

Poi, sulla superficie che la rifletteva venne una crepa della cui presenza non si era mai accorta. Disegnava sulla sua guancia sinistra quella frattura infinitesimale del vetro luccicante della pallina. Disegnava un segno spigoloso privo di ombre che la facevano assomigliare ancora di più ad una porcellana vittoriana.

Shamandalie osservava incantata quel gioco di luci ed ombre, realtà e riflessi, e non riusciva più a distinguere se ad essere rotta fosse la pallina di Natale, quella pallina che, relegata al primo ramo in basso, non ricordava nemmeno più di avere, o se la pallina fosse solo la magia che le permetteva di vedere chiaramente come non aveva visto da mesi.

“Una bambola rotta…questo sono”

 

 

Breaking Point.

Breaking Point

Capita spesso di sentirsi dire “Io non ce la faccio più”.

Capita spesso di sentire sé stessi direi “Non ce la faccio più”. E ci si crede quasi sempre.

Ci sono quei momenti il cui ci si sente a un passo dal punto di rottura, prossimi, spaventosamente prossimi, a perdere il lume della ragione, mollare le redini, gettarsi giù da cavallo e finirla.

Momenti in cui siamo tutti un po’ degli Amleto:

“Essere o non essere, questo è il problema.
Se sia più nobile sopportare
le percosse e le ingiurie di una sorte atroce,
oppure prendere le armi contro un mare di guai
e, combattendo, annientarli.
Morire, dormire.
Niente altro.

[…]
Morire, dormire.
Dormire, forse sognare: ah, c’é l’ostacolo,
perchè in quel sogno di morte
il pensiero dei sogni che possano venire,
quando ci saremo staccati dal tumulto della vita,
ci rende esistanti.

[…]

Qualora si potesse far stornare il conto con un semplice pugnale,
chi vorrebbe portare dei pesi
per gemere e sudare
sotto il carico di una vita logorante
se la paura di qualche cosa dopo la morte,
il paese inesplorato dal quale nessun viandante ritorna,
non frenasse la nostra volontà,
facendoci preferire i mali che sopportiamo
ad altri che non conosciamo?
Così la coscienza ci fa tutti vili,

così il colore innato della risolutezza,
lo si rovina con una squallida gettata di pensiero
e le imprese d’alto grado e il momento,
proprio per questo, cambiano il loro corso
e perdono persino il loro nome di azioni

Ora, lui parla proprio di suicidarsi, non fosse che quella è cosa definitiva, e se per disgrazia il post mortem fosse peggio della vita, per quanto disgraziata…beh, lì sarebbero cazzi. Per cui lascia perdere, dandosi del codardo perché non ha il coraggio di farla finita.

Si tratta, qui, di una semplificazione drastica di un personaggio mosso da dubbi catastrofici, con una psiche di carta e inchiostro decisamente complessa.

A me il personaggio di Amleto non è mai piaciuto molto. Non che la mia cultura teatrale sia realmente molto approfondita, ma da quel poco che ho studiato mi sembra che questo emo ante litteram, principe di Danimarca in situazione difficoltosa, padre ammazzato dal di lui fratello, zio del suddetto poveraccio, ora marito della regina vedova (alla faccia dell’amore che dovrebbe lasciare il coniuge superstite inconsolabile alla morte dell’altro) che torna come fantasma chiedendo al figlio di vendicarlo, in realtà più che un eroe/antieroe letterario sia prossimo all’inettitudine.

Rimanendo alla semplicistica analisi dell’arcinoto monologo, rendiamoci conto che costui accusa di viltà sé stesso e l’umanità tutta non perché non ha la risoluzione di prendere le armi contro il mare di affanni e affrontarli, ma perché non ha il coraggio di ammazzarsi per scappare da detti affanni.

Noi esseri umani veri, non essendo personaggi di una tragedia scritta nel 1600, ovviamente difficilmente siamo rosi da dubbi amletici (che se è diventato un modo di dire ci sarà anche un motivo) quanto l’originale, ma questo non significa che non ci siano le volte che ci sentiamo ad un passo di geisha dal crollare.

E forse, come Amleto farebbe con l’oblio della morte, anche noi benediremmo il crollo che ci cava dall’impiccio di doverci barcamenare.

Io, per lo meno, lo benedirei.

Se fossi in grado di lasciarmi andare nell’abisso fino a raggiungere il fondo, lanciando solo un grido d’aiuto, e rimanendo raggomitolata sul fondo a piangere, nell’attesa di qualcuno che venga a salvarmi, accoglierei la caduta come una liberazione, penso.

“The show must go on” è un modo di vivere stancante, anche per me che marcio fino ai rifugi montani piantati in mezzo alle pietraie con un passo da far concorrenza ad un agonista alpino.

La verità però è che di tutte le volte che mi sono lamenta, ho minacciato di essere prossima al crollo, di non farcela più, non sono crollata mai davvero. Alla fine non ho buttato le armi a terra. Non  ho suonato la resa. Un po’ per un’ultima impennata di orgoglio, un po’ perché non mi permetterei mai di fare rimanere quelli che presumibilmente potrebbero sbattersi fino al mio personale abisso per recuperarmi così male come immagino rimarrebbero (e, mi perdonino costoro per questa botta di egoismo, ma non vorrei che rimanessero indifferenti alla cosa…)

Forse è a questo che servono gli affetti…se uno non si sentisse costretto a rimanere vivo e in uno stato semi decente per le persone a cui è legato cosa gli impedirebbe di mandare tutto a stendere e crollare davvero? Potrebbe mai la paura di rimanere sul fondo, non disponendo più della forza necessaria per tornare in superficie in autonomia e non avendo nessun salvatore, essere un deterrente sufficiente? Io non credo.

In conclusione, tutte le lamentele, tutte le minacce, tutto quanto…a che pro? Se il rischio di crollo non è veramente concreto, perché sentiamo il bisogno di dirlo, anche solo a noi stessi?  Forse per sentirci in colpa pensando a come starebbero le persone che ci vogliono bene a sentirselo dire?

Per me, credo possa essere una spiegazione sufficientemente cervellotica da essere convincente…mi domando se anche il resto degli esseri umani sono come me, oppure se gli altri sono un po’ meno involuti.

Happy B-day to me. (?)

Tim-Burton-s-Alice-In-Wonderland-alice-in-wonderland-2010-13695131-1360-768

Ho fieramente dichiarato 24 anni di età fino a ieri a mezzanotte. Poi, siccome passano le ore, i secondi, e se li conti anche i minuti, è scoccata la data fatidica, e ora non mi resta che dichiararne venticinque.

Venticinque anni, il quarto di secolo…il giro di boa che sta a metà strada tra i venti e i trenta.

Mi fa impressione pensare di avere effettivamente, innegabilmente, compiuto il mio venticinquesimo anno di vita.

A venticinque anni uno è adulto, ma io non mi sento grande.

Quando ero piccola pensavo che da grande mi sarei sentita adulta e matura, salda sulla mia via e con convinzioni precise e ben strutturate. Cosa che puntualmente non è. Non mi sento così nemmeno un pochino-ino-ino. Vabbè.

E, visto che non mi sento matura, adulta etcetcetc, mi dispiace parecchio avere anagraficamente questi benedetti anni.

Come spesso ripeto, esteticamente non sembro tanto grande, specialmente vestita a caso e struccata, cioè come sono nel 90% del mio tempo. Potrei essere una ragazza sul finire dell’adolescenza. Ho pure qualche brufolo, dannazione.

Oddio….forse questo ora è meno vero di anni fa.

Una volta recentemente ero a Milano, zona porta Genova, dietro all’ex Ansaldo a prendere un caffè con un mio amico. Non mi ricordo più come fosse venuto il discorso, ma la barista, dinanzi al mio commento ironico “ormai ho una certa età” mi ha riso in faccia: “Ma che cosa dici! Sei giovanissima!”. Al che io, prontamente, pensando di stupirla: “Meno di quanto sembra! Quanti anni ho secondo lei?”…e lei, convinta: “Mah, ne avrai ventotto!”. Risultato: trauma per me, e il mio amico piegato in due dal ridere. Ad ogni modo, GENERALMENTE, me ne danno di meno, ecco.

Visto quanto sia importante nella danza studiare al momento giusto, da bambine/ragazzine, e vista la mia condizione di “danza o morte” attuale, pagherei oro e sangue per avere una decina di anni di meno con la testa che ho ora. Potrei anche lanciarmi a fare qualche rituale di magia nera per ottenere un risultato così ghiotto.

Purtroppo, non credo sia cosa possibile. Però ammetto che quotidianamente accarezzo l’idea di impazzire del tutto, scappare dove nessuno mi conosce procurandomi dei documenti falsi che mi dichiarino quindicenne. Una seconda occasione per la mia vita. Che bello che sarebbe. Comunque, non sono ancora così matta.

Quindi, dato che i miei venticinque anni li ho, freschi freschi oggi, e visto che è un numero bello , tondo, che divide una serie di cifre importanti (50, 100 e tutta la tabellina che segue) mi piace lanciarmi in una riflessione su cosa ho capito fino ad adesso del mondo. Perché non mi sento matura, ma sono sempre stata una che pensa molto (troppo), e a volte produco delle cogitazioni di cui sono anche abbastanza soddisfatta.

Ho capito che le cose piccole non sono necessariamente meno importanti di quelle grosse, perché spesso hanno un valore ed un significato ben più rilevante di quel che potrebbe sembrare.

Ho capito che non c’è limite al peggio e la sfiga ci vede benissimo. C’è sempre chi sta peggio, ma questo non vuol dire che si perda diritto a scocciarsi per i piccoli scazzi quotidiani. L’importante è non sentirsi troppo “il mondo e le divinità tutte ce l’hanno con me perché sono piccolo e nero.” se non è veramente il caso…al destino non manca un tragico senso dell’ironia e potrebbe sempre spiegare con parole sue che non è questo il modo di avere rispetto di chi una sfiga nera nella sua esistenza “mai ‘na gioia” l’ha avuta davvero.

Ho capito che l’individuo ha il dovere morale verso sé stesso di rivendicare il suo sacrosanto diritto a commettere i suoi cazzo di errori, e poi, una volta fatto ciò una, due, tre volte, ha il dovere morale verso gli altri di chiedere scusa e ammettere di essere stato un povero pirla.

Ho imparato sulla mia pelle che uno può cambiare sé stesso fino ad un certo punto, oltre il quale non può che accettare come dato di fatto di non essere un capolavoro del cosmo ma solo uno stupido e inutile essere umano come gli altri. Detto ciò, sarebbe poi buona norma cercare di limare le proprie più tragiche asperità.

Ho capito che le emozioni partono sempre prima di aver chiesto il permesso al cervello, è inutile opporsi a questa grande regola del cosmo. Non si può che provarle, anche se talvolta a malincuore o vergognandosene.

Ho maturato la convinzione che per essere un’essere umano decente sia importantissimo conservare come una preziosa reliquia quella meravigliosa spinta di amore verso il prossimo che io penso che tutti (o quasi) nonostante tutto abbiamo legata sul fondo della nostra anima. Non è giusto permettere al mondo circostante, anche se spesso e volentieri si comporta male facendo stare male chi osa non essere un cinico completo, di renderci dei simulacri inariditi che un tempo sono forse stati persone.

Sto imparando che a volte un pianto ingenuo e patetico è meglio di una scollata di spalle finta che lascia le spine lì dove sono, pronte a conficcarsi ancora più in profondità.

Penso che non si possa decidere a chi affezionarsi, a chi volere bene, a chi dare il proprio cuore e chi solo la propria indifferenza, pertanto è inutile tentarci. La ragione non ha voce in capitolo in proposito.

Ho capito, ma è cosa personale alla quale pertanto non si può dare valore universale, che non ho capito assolutamente niente dell’amore: su questo sì, sono una bimba. Forse, se sarà il caso, il tempo mi porterà consiglio.

Infine, ho capito, ma solo a livello teorico, che nella vita come nella danza bisogna essere umili ma non falsamente modesti, pazienti ma senza peccare di eccessiva accettazione. In questo ammetto di dovere ancora dare l’esame di pratica, al momento verrei bocciata.

dalì

Ci sono giorni che scorrono pigri, grevi di pensieri che rimbombano rimbalzando nella scatola cranica.

Sono giorni che serpeggiano attraverso le attività quotidiane con una sfumatura lievemente allucinata dando l’impressione alla vittima di non star vivendo affatto quello che sta facendo in favore del suo meraviglioso e opprimente microcosmo interiore.

“I paranoici dovrebbero essere una specie protetta, ne hanno tutto il diritto: la loro mente tenta quotidianamente di ucciderli.”

Verità assoluta, senza dubbio di sorta.

Mi chiedo spesso come sia possibile che alcune persone siano dotate di una mente che impazzisce e si arrovella fino a far desiderare la lobotomia e altri, che magari avrebbero anche bisogno di farsi qualche domanda in più, se la cavino senza rumori cranici in aggiunta alle attività cerebrali basilari per tenerli in vita e dotarli di un comportamento consono alla situazione.

Sarebbe un fenomeno scientificamente interessante da capire come una persona non necessariamente affetta da personalità multiple possa allo stesso tempo impersonare accusa, difesa e giudice di sé stesso, imputato chiamato a giudizio per un crimine che molto raramente ha avuto modo di concretizzarsi, e anche se lo avesse fatto difficilmente sarebbe stato percepito come tale dal mondo circostante.

Venerdì girovagavo per il centro commerciale, indecisa se andare a mangiare o balzare il pranzo in virtù della colazione abbondante fatta non più di due ore prima, e mentre camminavo per i corridoi guardando le vetrine mi rendevo conto che era come se camminassi leggermente sollevata da terra, circondata dalle mie meditazioni che fungevano da cortina offuscante su tutta la realtà attorno a me.

Sono quelli i momenti in cui, con encomiabile lucidità, mi dico “Se non smetto di pensare è la volta che vado fuori di testa davvero”.

La mia mente parte per la tangente, si involve in riflessioni magari sensate ma totalmente inutili, e mi tormenta facendomi mangiare le unghie fino all’osso, grattare sovrappensiero fino a farmi sanguinare, arrotolare i capelli attorno al dito mille volte in un minuto e cose del genere. Vista da fuori potrei essere una persona tremendamente in ansia per qualcosa, ma la verità è che i miei motivi sono stupidi.

Sono stupidi e me ne rendo conto anche da sola, quindi non oso parlare, tentare di vomitare nel mondo reale le mie meditazioni in modo da vederne tutta l’irrealtà a fronte del concreto esistente. Non ho il coraggio di sputarle fuori non abbellite da giri di parole e metafore forbite che, facendole quasi scomparire in un’alcova barocca, le renda meno stupide ai miei occhi e meno comprensibili all’ascoltatore.

Forse non mi fido abbastanza di nessuno, o forse temo solo in giudizio delle persone.

Se avessi qualcosa di grave da raccontare, eventi traumatici che a buon diritto mi tormentano, saprei da chi andare a parlare. Mi piacerebbe liberarmi l’anima e credo che lo farei.

Ma queste sciocchezze…sono insulse, insensate, me ne vergogno. Non posso dirle, perché incapperei in giudizi negativi che so essere meritati.

Le tengo per me, così drammaticamente stupide e imbarazzanti, a rimbalzare nella mia testa come palline da ping pong impazzite, non trovando la risoluzione di comunicarle nemmeno a me stessa in parole semplici, perché allora sì che mi si paleserebbe senza possibilità di ignorarla la mia idiozia, e nel frattempo dico che dovrei essere specie protetta in virtù del quotidiano tentato omicidio da parte delle mie paranoie, ben sapendo che in realtà chi è causa del suo mal pianga sé stesso e non si lamenti troppo.

#442015

Mi guardo in giro e vedo frammenti di umanità disperata.

Esseri logorati, piegati, spezzati che si trascinano come automi in un mondo soleggiato solo in apparenza.

Gente che ride sguaiatamente, sorride fino a rischiare di strapparsi le guance, chiacchiera ad alta voce per coprire il vuoto che riempie di assordante silenzio le sua vita.

Vedo occhi che fissano la strada e il cielo guardando tutto e non vedendo nulla.

Vedo vite pigre che serpeggiano nel tempo senza riempirlo.

Vedo solitudini perdute che corrono in cerca di un appiglio, qualcosa per cui vivere, qualcosa che dia un senso, riempiendo quel dannato eco muto che senza avere mani pugnala il petto e il cervello.

Sento pensieri contorti così lucidi da far pensare ad una sceneggiatura ben riuscita di un film cybepunk degli anni Sessanta. Involuzioni metafisiche che non si lasciano spiegare e che immobilizzano anche la persona più dinamica.

Vedo persone correre per fuggire dal rumore delle proprie riflessioni, metal sparato a volume poco salutare dritto nei timpani che dovrebbe simulare una trance tale da non far avvertire la fatica.

Vedo dolori sistematicamente ignorati, sottofondo sordo di una crociata verso una Terra Santa che forse nemmeno esiste.

Guardo uno specchio appannato e vedo il mio viso che mi fissa in risposta.mirror1

All you need is love.

Come tutti sanno oggi (a questo punto, ore 00.25, ieri) è San Valentino.

Anche se per caso qualcuno lo avesse ignorato, probabilmente ci avrebbe pensato la home di facebook a ricordarglielo, piena com’è di post sdolcinati contrapposti a post cinici sull’argomento.

Io, data la mia nuova condizione di single mi sono sentita per tutto il giorno quasi obbligata a dire qualcosa in proposito: è la prima volta in otto anni che mi trovo a passare questa specie di festa commerciale ormai assorta a tipica del folklore, in cui tutti si sentono in obbligo di amare fortemente o stronzeggiare altrettanto fortemente, senza nessuno da amare.

In origine avrei voluto scrivere qualcosa di divertente e sarcastico…niente di triste, per carità: se sono triste, e non so se lo sono, non è a causa della mia relazione non sussistente. Ovviamente la mia condizione attuale non mi permette nemmeno di dire niente di tenero, e nemmeno mi sento invogliata a farlo.

Ho pensato seriamente di postare di nuovo qualcosa del genere

sheldon love

poi però ho deciso di lasciar perdere.

In realtà, anche se al momento le coppiette innamorate e felici che si danno al limone duro in mezzo alla strada mi urtano non poco (e mi urtavano anche prima se devo essere sincera), non sono davvero convinta che l’ammmmmmore, anche quello stupido da bimbominchia quindicenne, vada allontanato a colpi di Bygon.

Sono anzi una grande sostenitrice dell’Amore, non tanto quello inteso come uomo-donna, che a ben vedere nemmeno conosco veramente, quanto quella meravigliosa forza motrice dell’universo che porta una persona ad avere una spinta affettiva irrazionale verso un’altra, che si tratti di un parente, di un amico,o anche di uno sconosciuto che per un attimo attraversa la propria strada.

Penso che quando Freud parlava di Eros e Thanatos ci prendesse: in realtà la nostra esistenza di esseri umani, animali educati ad un mondo civilizzato che noi stessi abbiamo montato a suon di infrastrutture, si basa ancora su quelle che sono le pulsioni animali che continuano a vivere nel nostro subconscio. Poi possiamo fare il possibile per tradurle in termini razionali, giustificarle, spiegarle, annullarle, mitigarle, ma tali restano, e non potremo mai fare niente per non provare determinate sensazioni.

Quando io ho a che fare con una persona tre sono le possibilità semplici: o voglio il suo bene, o voglio il suo male, o non me ne frega assolutamente nulla; poi ci sono le situazioni composite: posso volere il suo bene a scapito del mio, il suo male per il mio bene, il suo male anche se darà dei grattacapi anche a me o, optimus totale, il suo bene che farà del bene anche a me (e qui si potrebbe aprire un lungo dibattito sul presunto altruismo che potrebbe essere niente di più che egoismo camuffato).

Ora, una puntuale disamina dei vari casi esula dalle mie capacità, visto che non poche volte mi ritrovo invischiata in seghe mentali che nemmeno capisco del tutto. Però, quello che da segaiola mentale qual sono posso affermare con certezza è che quello che muove gli animi nella maniera più costruttiva e indolore è di sicuro volere il bene di qualcuno, senza stare tanto a domandarsi il perché o il percome. La scoperta dell’acqua calda, certo, ma io che ora dico questo non sono Madre Teresa e nemmeno Gandhi: sono una persona normale, nemmeno particolarmente buona, quindi un qualche valore dovrebbe anche averlo questa mia affermazione.

Ci sono state volte in cui sono stata a contatto con manifestazioni d’amore che davvero mi hanno toccata, anche nella loro semplicità. Penso all’altro giorno per esempio, una sera come tante che uscivo da danza, sudata e con una certa fretta. Sulle strisce pedonali un signore con il suo cane, un pastore tedesco, probabilmente vecchio, in condizioni simili a quelle della prima delle mie cagnotte. Il cane, scendendo il gradino ha rischiato di cadere: gli sono cedute le zampe posteriori. Ma il padrone è stato pronto a reggerlo, fargli una carezza dietro alle orecchie e dargli una pacchetta sui fianchi, una sorta di “Dai che ce la fai”. E niente, è stata una cosa che mi ha quasi commossa, sarò io che sono un salame, una donnicciola che si sconvolge per nulla. Però anche questo, nella sua semplicità quasi scontata, è un gesto bello, e i gesti belli sono belli a prescindere, sono quelli che fanno del mondo un posto in cui nonostante tutto può valere la pena di vivere.

A volte quando ho una giornata particolarmente storta avrei solo voglia di mandare a fanculo il primo che passa, e non è escluso che mi capiti di indulgere in questa tentazione; spesso ho una paura dannata ad affezionarmi e volere bene, perché spesso mi è capitato di rimanere scornata e restarci male e sentirmi derisa, perché come dicevo non sono Madre Teresa, e il bene degli altri a spese mie non è sempre, e nemmeno spesso, un’opzione gradita.

Eppure continuo a vivere nel mondo delle favole, e a credere che il motore del mondo sia non l’odio che spinge a fare grandi cose che parrebbero altrimenti impossibili, ma l’amore, che forse non sarà bruciante come un fuoco nero, ma tiepido come una bella doccia dopo una giornata di allenamento, e proprio per questo più gradevole.