Archive for December, 2014


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La magia è un affare molto molto serio. Chi dice che non è reale sbaglia tutto. E’ una faccenda reale e serissima. Più seria che nei giochi di ruolo, dove se non hai il caster sei fottuto.

Tutti sanno che il mago è determinante per la buona riuscita di ogni impresa. Che sia il vecchio con il cappello modello Gandalf o il ragazzo dalle chiome spettinate (mi viene in mente il Sennar delle Cronache del Mondo Emerso, che ho amato anche alla tenera età di 22 anni), la sua presenza e le sue azioni sono spesso quelle che danno la svolta positiva all’avventura. Se non fosse stato per Gandalf che l’ha fatta praticamente da motore immobile (oddio, immobile nemmeno tanto…) l’anello se lo sarebbe tenuto Bilbo e ciao ciao Signore degli Anelli. Non fosse stato per Sennar che ha amato Nihal e l’ha salvata più di una volta da disparate calamità, prime fra tutte i suoi non indifferenti demoni interiori, le Cronache sarebbero state parecchio più povere.

Quindi, dicevamo, tutti sanno che i maghi sono importantissimi, e che la magia, di cui i maghi sono gli unici sacerdoti è cosa seria e risolutiva.

Quello a cui non pensiamo è che anche nel nostro mondo la magia esiste. Solo che i maghi non sono vecchi con cappello e bastone luminescente, e nemmeno ragazzi con cicatrici portatrici di una storia che vale la pena di essere raccontata. Non parlo di magia Wiccan, premesso che su questa sospendo il giudizio (può darsi anche che credendoci davvero funzioni, ma personalmente non ho il dono della fede nemmeno in questo caso). Parlo della magia delle cose di tutti i giorni, della magia che fa il bambino, il folle, vivendo in una dimensione diversa, pur stando in questo mondo così poco fantasy. Parlo della magia dell’attore che vive mille vite diverse su quel palco, credendo e divertendosi con il suo personaggio. Parlo della magia dell’acrobata che piega il suo corpo e trova l’equilibrio perfetto a dieci metri d’altezza in un tendone colorato e pieno di soggetti inquietanti con nasi sproporzionati e scarpe di fattura opinabile.

La magia è una cosa difficile da fare. Ogni volta che ci si accorge che non esiste smette di esistere davvero. Per farla bisogna non sapere di starla facendo. E’ un gioco in cui riescono solo pochi eletti. I bambini, i folli, gli attori, i circensi, i ballerini (chissà?). Saranno loro i superuomini di Nietzsche? Lui dava il compito al funambolo, forse aveva pensato alla stessa cosa…

Parlo di persone senza maturità razionale, pazzi, personaggi che probabilmente vivono ai margini della società. Ma sono eletti, perchè insomma…la magia rende tutto più bello. E chi non se ne accorge, certo, forse vive bene nel suo mondo reale, grigio e monotono, ma ha perso per sempre la possibilità di essere accecato da mille colori e sbattuto a destra e sinistra da emozioni insensate che solo un mago può provare senza averne troppa paura.

Io sto crescendo, anno dopo anno sono come tutti più adulta, più matura, più forte forse. Ma mai smetterò di cercare la magia di una vita che valga la pena di essere vissuta fino all’ultimo sorso, a costo di essere un Peter Pan in bilico tra questo mondo e l’Isola che non c’è.

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And then comes the smile.

Quello che mi dispiace in questo super atipico Natale è non aver guardato il canonico film natalizio con mia mamma. E’ uno dei rituali che da circa 20 anni contraddistingue i nostri Natali, ma quest’anno non faremo in tempo credo. Oggi è il 22, quindi prima di Natale avanzano solo tre sere. Considerato che il 24 sera vengono i nonni ne restano due. Oggi c’è un concerto in Duomo. Sarebbe una marchetta necessaria se ancora fossi del Conservatorio, ma così non essendo è addirittura una cosa che faccio volentieri sentire il concerto di Natale delle voci bianche. E’ una cosa un sacco Christmas Carol, e a me le cose Christmas Carol dall’1 al 24 Dicembre piacciono. Dopo no, nemmeno il 25 stesso mi piacciono più: il bello è l’attesa, più della festa. Infatti, anche il film di Natale vederlo dopo diciamo il 23 non mi soddisfa. Quindi niente per quest’anno. Ma mi dispiace.

Altro cambiamento di cui non sono troppo compiaciuta, anche se non ha niente a che fare con il Natale, è che ieri ho dovuto tagliare i miei braccialetti estivi. Quelli di filo cerato che se non li uccidi tu resistono cent’anni per intenderci. Speravo di svangarla, ma appena prima di entrare in scena Sabrina (la capa di danza) mi ha intercettata e mandata a toglierli. Mi è proprio dispiaciuto: erano due anni che li avevo, e in questi due anni non avevano mai smesso di piacermi. Ora penso che vedrò se riesco in qualche modo a convertirli in braccialetti metti-togli (quelli con la chiusura in metallo), ma non sarà la stessa cosa. Non so per quale motivo tagliare un braccialetto di filo comprato in vacanza con il mio ex mi debba dispiacere quasi più del pensiero di non ripetere le vacanze in questione con l’ex in questione…misteri dell’emotività umana suppongo.

Che anno strano. Non mi capisco veramente più. Sto arrivando alla conclusione che forse mi converrebbe smettere di provarci, tanto per i risultati che ottengo sono solo sforzi inutili. Potrei sempre decidere di fare quello che mi rende felice sul momento, senza fustigarmi perché non è sensato, o razionale, o eticamente ineccepibile, purché non si scada in un assurdo completo. Un sacco di volte non faccio cose che andrebbe di fare, o, se le faccio, me le concedo solo facendomele pesare un sacco, anche se non darebbero fastidio a nessuno. Io stessa mi ergo a giudice di me stessa, e mi cazzio senza pietà, cosa ridondante visto che intanto già il mondo circostante potrebbe essere dell’idea di ridere di me se davvero faccio una scemenza. Potrei seriamente pensare di smetterla con questo tran tran mentale, smettere di darmi della povera demente da sola, e lasciarmi vivere. Non nel senso del “non agire nell’attesa di un non si sa bene cosa”, quanto del non pensare troppo al perché e al significato di ogni minimo gesto e permettere a sé stessi un attimo di respiro.

Non pretendo di essere un esempio morale per i posteri, né di essere la razionalità, la gentilezza, l’umiltà fatte persona. MI accontento di essere una persona mediamente brava, possibilmente un po’ interessante, ma soprattutto, serena, nei limiti del possibile. Mi sono stufata di essere costantemente tormentata dal mio stesso super-io. Se continuassi su questa strada sarei forse filosoficamente parlando un soggetto che cammina lungo una strada più alta, ma al momento in realtà non mi importa così tanto elevarmi quanto imparare a stare bene al piano terra, o al primo, al secondo, o a qualunque piano io mi trovi.

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Chissà se gli astronauti, da bambini, alla fatidica domanda “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevano “L’astronauta!”

Chissà se i medici di Emergency, quelli che mettono le mani dentro corpi straziati da mine anti-uomo rischiando loro stessi la pellaccia per prestare soccorso in territorio di guerra rispondevano “Voglio salvare vite, costi quel che costi”.

Chissà se i grandi scienziati, quelli che hanno scoperto qualcosa di grosso, da piccoli passavano le ore a smontare radio per analizzarne i componenti, o facevano scadere lo yogurt apposta per studiare i batteri.

Magari la risposta dell’astronauta è stata “Voglio fare il veterinario”. Magari soffriva anche la macchina e andare in montagna con tutti i tornanti del caso era un dramma.

Mille bambini, quando viene loro domandato cosa vogliono diventare, sarebbero pronti a salire sullo Shuttle e scoprire nuove forme di vita intelligente e possibilmente amichevole con un entusiasmo e una grinta che solo chi non ha mai visto Alien può avere, e magari quello che davvero diventato uomo lo farà aveva in mente tutt’altro.

Poi può benissimo essere che dei mille bambini che volevano andare sulla Luna uno sia l’astronauta che scopre Alien, misero lui, o, ottimisticamente, che incrocia l’Enterprise con tanto di capitano Kirk e puntigliosità vulcaniana di Spock, però credo che la maggioranza di noi si trovi ad avere cose che gli altri vorrebbero e a non averne e desiderarne strenuamente altre che hanno gli altri.

E’ un po’ come se l’Alto Fattore, le Parche, l’Ermete Trismegisto del nostro destino avesse fatto una bella boccia con le persone, una bella boccia con i sogni relativi disposti in ordine alfabetico sulle persone, e poi avesse dato una rimescolata potente per poi abbinare più o meno a caso i due bigliettini. Un po’ come quando si fa quel gioco in cui la persona A scrive il nome di un oggetto o di una persona su un foglietto, poi lo piega e senza farglielo vedere lo passa alla persona B, la quale dovrà ora scrivere un predicato verbale, e dopo aver piegato anche quello alla persona C toccherà un altro pezzo di frase, e così via fino a quando la tavolata è finita. Vengono fuori delle composizioni futuriste non da poco: “Mio zio cucina il cane al mare con un fiorista dipinto di blu”, che oltretutto è un’immagine abbastanza macabra, povero cane.

E’ un pensiero che, superata la parte che fa venire voglia di andare dalle Parche o chi per loro e riempirle di mani tese sul muso, è abbastanza rassicurante a mio parere.

Primo, perché mi fa pensare che ogni invidia e acredine sia di fatto inutile: siamo tutti o quasi nella stessa barca.

Secondo,perché anche quei privilegiati che hanno avuto subito i bigliettini abbinati correttamente potrebbero stare meglio: di certo non proveranno mai il “level up” personale di strisciare fuori dalla merda per buttarsi in una piscina limpida, e, non che io abbia ancora provato quest’emozione, dev’essere una delle cose più belle del mondo.

Terzo, perché porco cane “Suae quisque fortunae faber est”.

Oh happy days.

Ci sono giorni “era meglio morire da piccoli”. Giorni che niente da fare, un po’ per predisposizione morale, un po’ per idiozia, un po’ per accanimento della sorte, sarebbe meglio stare attenti ai gerani che potrebbero da un momento all’altro abbattersi sulla capoccia dello sventurato.

Giorni che

Critico

ma al contrario. Anticritico secco per tutta la sessione.

Giorni che uno poi non ne ha nemmeno più voglia di essere razionale e capire che in realtà non è così grave, che poteva aspettarselo, che domani dopo una dormita sembrerà tutto più tranquillo. Sono i giorni in cui per un nonnulla che va a sommarsi al disagio precedente la gente dà fuori e sbraita lasciando tutti basiti, si chiude in un bagno e piange per mezz’ora sperando che gli altri in spogliatoio non sentano niente. E poi tenta di darsi un tono quando è ora di uscire dalla tana, tentando di pulirsi il malumore, l’abbattimento, tutto quanto, assieme alle lacrime. Solo che il più delle volte non solo non viene via “il tutto quanto” assieme alle lacrime, ma non vengono via nemmeno le lacrime, che per tutto il giorno restano lì piantate dietro gli occhi, pronte a pizzicare per ogni stupidaggine.

I giorni così ci sono. Se fossimo esseri razionali come qualche filosofo ci voleva far credere non dovrebbero esistere, ma la maggioranza di noi homo sapiens evoluti di razionale ha ben poco.

Devo ancora decidere se sono terapeutici perché quello che non uccide fortifica, ma mi permetto di avere qualche riserva in merito.

We wish you a merry Christmas!

Oggi, 8 Dicembre, storicamente si fa l’albero in casa Marsaglia. Sono 24 anni che io e mia mamma facciamo l’albero insieme. Somma, i primi anni diciamo che io più che altro assistevo dal mio seggiolino emettendo versetti di approvazione e gorgoglii a tempo con l’intermittenza delle lucine.

Mi è sempre piaciuto fare l’albero. E’ il momento dell’anno in cui diventa lecito cominciare ad aspettare il Natale. Non siamo credenti, nessuno della nostra famiglia lo è mai stato che io abbia memoria, quindi il bello del Natale per me sono sempre stati i regali, l’attesa, il fatto che tutto diventi colorato e luminoso. Addirittura le musichette, anche se devo ammettere che dopo un po’ non se ne può più. Mi piace andare per negozi e dovermi fare largo tra miriadi di palline per arrivare alla merce, avere le strade illuminate dalle luminarie, piene di gente che va a comprare regali. Mi piace andare per regali, osservare analiticamente tutte le vetrine cercando un oggetto soddisfacente per questo e per quello, poi cercare una bella carta e un bel biglietto. Guardare le cose che piacciono a me e sperare che qualcuno ci arrivi e me le regali.

Per me lo spirito del Natale è sempre stato commerciale, ma non in senso negativo. Non vedo cosa ci sia di male nell’amare le lucine intermittenti, i pini addobbati e i regali. Anzi, io mi sento in qualche modo arricchita dal periodo natalizio, mi piace gustarmelo per almeno due/tre settimane, anche se non aspetto un bimbo redentore dell’umanità nè aspetto questi venti giorni all’anno per essere più buona.

In linea di massima cerco di non essere mai troppo merda, ma se fossi proprio tragicamente sversa non sarebbe certo il calendario dell’Avvento a farmi riconsiderare la mia posizione. Trovo ipocrita chi si lamenta che nei supermercati comincino ad esserci palline e panettoni da Novembre perché “Così perdiamo il vero senso del Natale, e arriviamo al 25 che non ne possiamo più”. In teoria, se vogliamo indulgere in riflessioni da anime belle, tutto l’anno dovrebbe essere volto alla ricerca di un miglioramento del sé e nel tentativo di fare del bene…forse chi si accorge della precoce “Nataliziosità” del mondo si sente solo colto alla sprovvista e non ha ancora voglia di mettersi ad “essere tutti più buoni” …Perché si sa: ” A Natale puooooi!!”. Questo sì che mi fa pena. Io amo il Natale e non ritengo di essere moralmente obbligata ad essere diversa dal resto dell’anno. Sbaglia tutto chi al contrario cerca del buonismo a tutti i costi in tutto. Non ha senso: siamo tutti un po’ egoisti, chi più chi meno…se lo accettassimo e basta staremmo molto meglio. L’essere umani e non santi non ci rende cattivi. Ma abbiamo forse troppa paura di accettare quello che siamo, e aspettiamo un buon motivo, circoscritto nel tempo, per fingerci santi quanto riteniamo giusto essere. Non lo so, ma a me questo investire con mille significati cose normali non è mai stato molto chiaro.

Io ho un bellissimo albero gigante in sala, pieno di lucine, palline accumulate in 20 anni di vita senziente e striscioni colorati. Da domani comincerò le mie peregrinazioni per regali, girovagherò in centro per negozi e farò la fila per farmi fare il pacchetto in profumeria, come tutti gli anni. Il 24 sera, da rito, cenerò coi nonni e poi spacchetteremo i nostri regali. Per me Natale è questo, e sto bene così.

Ho avuto quello che volevo. I miei hanno detto che nei limiti delle possibilità economiche mi sosterranno nel mio folle sogno. Mio padre, dopo un’iniziale shock, ha richiesto un piano monetario per l’anno corrente. Quanto avrò bisogno e per cosa? E io ho fatto il conto: abbonamento al treno, mensile del corso a Milano, pranzi fuori, palestra ad Alessandria, lezioni private. Ha guardato il risultato a quattro cifre e non ha battuto ciglio.

Il mio sogno sembra che almeno nelle intenzioni diventi realtà.

Per cui ora posso cominciare a farmela molto concretamente sotto. E’ vero che le persone con cui mi sono consigliata non mi hanno detto che è impossibile…però non mi hanno detto nemmeno che è probabile. E soprattutto, potrebbe essere fattibile se io riuscissi a studiare in una maniera sensata nel minor tempo possibile. E qui casca l’asino. Il corso a Milano che i miei mi finanzieranno è difficilissimo. A me servirebbe un corso di formazione, non un corso per professionisti. Grazie tante. Solo che al mattino non c’è altro. E io al pomeriggio ce l’ho il mio corso di formazione, e non avrebbe alcun senso per me non poter più andare lì per andare altrove. Loro qui sono il meglio sulla piazza, nonché quelli con cui ho trovato un’amore così per la danza. Sono ormai affezionata all’ambiente. Non me ne voglio andare. Però, non ho risorse da perdere. Sì, vado a fare il corso per professionisti…a qualcosa servirà, nessun dubbio. Ma non servirà certo al 100%. Resta comunque il meglio che posso fare al momento. Spero solo che il meglio che posso fare in questo momento sia abbastanza. Non saprei a chi vendermi l’anima per potermi imbucare ad alcuni corsi dell’Accademia senza fare l’Accademia tutta. La retta dell’Accademia è assurdamente alta, e dura tre anni obbligatoriamente, mentre io spererei di cavarmela prima…

Ora che ci sto provando davvero, non so come fare a tentare di farcela davvero. Sto consapevolmente andando incontro ad un rischio di fallimento altissimo. Lo sto facendo perché se ci riesco vinco tutto, e anche se non ci dovessi riuscire, mi sarei tolta la soddisfazione di pensare per un anno a me stessa come alla persona che sta facendo quello che sarebbe il mio sogno.

Sto chiedendo ai miei un sacco di soldi per un sogno assurdo, in cui io stessa ho paura a credere davvero. Sto buttando un futuro stabile per una passione.

Ho una paura nera ora che vedo il rovescio della medaglia di qualcosa che fino ad adesso era solo una bella idea.

Però, per una volta nella mia vita, ho trovato una cosa per cui davvero mi ammazzerei, mi ammazzerò a questo punto, volentieri. Deve valerne la pena anche se va male e non riesco a realizzare nulla. Non so come potrei vivere se non ci provo nemmeno, ora che ho avuto il benestare e l’appoggio dei miei genitori. Per me ne varrà la pena sempre e comunque. Solo che mi sento una merda a chiedere loro di finanziarmi in questo data l’alta probabilità di fallimento.

L’unica cosa che posso fare è metterci l’anima come non ho fatto prima d’ora per nulla, e senza dubbio lo farò.

Non so se merito davvero quello che i miei si stanno accingendo a fare per me. Mi sento atrocemente in colpa per le volte che li ho accusati di tarparmi le ali. Forse l’unica colpevole sono stata io, che solo ora ho avuto il coraggio di dichiararmi non identica a come loro mi avrebbero voluta. Contemporaneamente, ho paura di essere una bimba capricciosa che vuole solo vivere per un po’ in un sogno che sa essere solo possibile in una dimensione onirica.

D’altra parte, non saprei come fugare le mie paure…è ovvio che sto facendo una follia, ed è altrettanto vero che “If something burns your soul with purpose and desire youhave the moral duty to be reduced to ashes by it.” Speriamo che la frase valga non solo per i ballerini fatti e finiti che devono solo non risparmiarsi mentre vivono la loro passione, ma anche per i poveri stronzi come la sottoscritta che sono ancora lì che non sanno fare i fouttes italienne (e nemmeno tanti altri passi più facili) e vanno in giro sembrando impalati perché mentre guardano i libri controllano la posizione delle scapole maledicendo la destra che è sempre un po’ troppo sporgente e non c’è verso di metterla dentro.

Con questo chiudo queste paure nell’armadio, e tiro fuori la bicicletta che mi hanno appena comprato. Come si dice…pedalare cazzi miei. Spero solo di pedalare abbastanza forte e velocemente.

La bussola che non punta a Nord

Dal 16 Dicembre scorso ad oggi ho fatto tutte le cose grandi che dovevo fare nella mia vita fino ad ora. E’ assurdo pensare che in meno di un anno tutti i grandi cambiamenti che erano in attesa, sopiti, più o meno frementi, siano andati.

Dovevo laurearmi, il parto che la laurea è stata, e mi sono laureata. Non ci credevo nemmeno io che alla fine ce l’avrei fatta davvero a mettere la testa su quei dannati libri, che al mio relatore sarebbe andata bene anche una tesi senza eseguibile, che avrei trovato un’anima pia disposta ad aiutarmi per il megagalattico progetto di reti II…eppure, il 16/12/2013 è venuto e passato, e io da quella che rischiava una crisi di panico ogni volta che pensava seriamente all’università sono diventata una dei mille che si è laureata. Il voto è irrilevante, visto che non penso di aver meritato nè il 110 nè la lode, se non per la ferrea volontà di non piantarla a metà.

Dovevo diplomarmi in Conservatorio. Naturalmente, siccome fare le cose in maniera lineare a me non è mai riuscito, è stato un parto pure questo, anche se quando dovevo tornare in università dopo l’ottavo mi sembrava che suonare fosse l’unica cosa che mi andava di fare e che mi riusciva bene. Ma un anno e passa di inattività mi hanno resa una deludente ciofeca al punto da rischiare l’attacco di panico anche per entrare in conservatorio. Non studiavo, mi comportava scoramento il sedermi sullo sgabello, vedere che nemmeno quel giorno avevo la concentrazione necessaria per leggere il pezzo nuovo. E non avevo pezzi vecchi con cui giocare e innamorarmi di nuovo dello strumento. Depressione completa, considerato anche che tutti si aspettavano che sarei stata brava come prima immediatamente, e non trovandomi corrispondente all’aspettativa non evitavano certo di farmi presente la loro delusione. Ho pensato seriamente di non riuscire a diplomarmi nella maniera che tutti, me stessa compresa, si aspettavano. La mia insegnate mi ha ridotta alle lacrime più di una volta e più io piangevo più urlava. Sono andata lo stesso in vacanza perché in quel momento non ho voluto/potuto farne a meno, ma mi sono portata una tastiera elettrica pesata, naturalmente pagata da me, perché secondo i miei dovevo starmene a casa come fanno i bravi bambini che non finiscono i compiti in tempo per andare al parco, e mi sono alzata tutti i giorni tra le 6.30 e le 7 per studiare almeno tre ore e non perdermi troppo mare. La vacanza è stata una schifezza in realtà, ero stanca morta e mi sono goduta forse due giorni su sedici. Però, tra cambi di sonate, Brahms-Paganini al fulmicotone, concerti non riusciti e concerti riusciti, anche il 15/10/2014, il D-Day è venuto e passato, e nel giro di un’ora mi sono ritrovata diplomata miracolosamente con il mio 10 e lode. E qui il voto è meritato, perché negli ultimi mesi il mazzo me lo sono fatto eccome.

Dovevo trovare il coraggio di lasciare il mio ragazzo, il mio unico punto stabile, la parte rassicurante di una routine ansiolitica. Dopo più di un anno di meditazioni, di prendere tempo, di ignorare tutto quel che non andava, non che fossero due bischerate, un bel giorno, nell’arco di una notte insonne passata a mettere in fila pensieri sconnessi, non ho più potuto non farlo. E così l’ho fatto. L’ho lasciato davvero, dopo otto anni di vita, cioè circa metà della mia vita senziente visto che ne ho ventiquattro e i primi otto direi che non contano molto a livello sentimentale. Mi aspettavo che sarebbe stato difficile e brutto. Avevo ragione: mi sento ancora persa, sola e sempre alla ricerca di uno scopo. Piuma al vento come mai prima d’ora, rimpiango la mia routine rassicurante, ma la decisione non vacilla. Lui, beh, diciamo solo che gli ho fatto un gran regalo, e mi chiedo perché non abbia preso in mano la situazione prima se era quello che voleva…mi ha lasciato l’incomodo di fare tutto io, come spesso è stato nella nostra relazione, e così io ho fatto. E alla fine l’ho lasciato davvero. Mi sembra così strano, dopo tutto quel tempo, pensarmi come single o pensare a lui come al mio ex…

Dovevo, dopo non so davvero quanto tempo, visto che non ho avuto il tempo di rifletterci con lucidità a suo tempo, dichiarare che la mia strada non è il Conservatorio ma la danza. E lo sto facendo. Ho visto gli occhi di mia madre riempirsi di lacrime mentre mi ascoltava, e non sono scappata. Ho pianto tanto chiedendole scusa. Però gliel’ho detto senza tornare indietro. Devo ancora affrontare mio padre, l’osso duro della faccenda, e andare a dirlo ai miei insegnati in Conservatorio, visto che al biennio non mi vedranno più. La danza, il mio sogno assurdo…e sarà difficilissimo, ammesso che io riesca a trovare la quadra per farlo. Forse è davvero una follia. Ma dopo anni di sogno, sto facendo davvero anche questo.

In meno di un anno la mia vita vecchia è da cestinare. Se poi non so più chi sono non mi si può dare torto del tutto….