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One way ticket

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

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“Alice, dove cazzo vai se non sai nemmeno dove vuoi arrivare?” [cit.]

Sì, gente, la fate facile voi.

Il non sapere dove andare pur essendo in marcia è una condizione esistenziale che penso essere parecchio diffusa.

Correva la metà del Novecento quanto Heidegger, usando certamente parole più dotte e frasi molto probabilmente ben più involute, dall’alto del suo esistenzialismo contaminato di idealismo trascendente parlava dell’uomo come “progetto gettato”, nato e morto senza averlo deciso, finito e pertanto limitato dalla sua finitezza.

Progetto gettato…ovvero un paciugo, un coso dotato suo malgrado di coscienza (che poi, per carità, chi più chi meno…) che di colpo si ritrova a ruzzolare in un mondo che non conosce per dote ancestrale, con un tempo, tempo il quale ha la sconveniente abitudine a muoversi in una sola direzione, tragicamente limitato a disposizione per conoscere detto mondo, fare qualcosa di utile o per lo meno essere decentemente soddisfatto se non proprio felice.

Pare dire niente? Praticamente un’impresa al confronto della quale le arcinote dodici fatiche sono un giochetto.

Quindi no, cari i miei cinici razionali che hanno capito tutto, Alice dove cazzo vai non vuol dire proprio niente.

Cosa dovrebbe fare, poraccia, starsene ferma e pietrificata fino a quando non capisce come gira a Sottomondo?

Ferma e pietrificata ma, attenzione perché c’è anche l’inghippo, soggetta ai movimenti del mondo in cui si trova calata, quindi più che altro sballottata a destra e a manca senza nemmeno rendersene conto.

No, io penso che Alice faccia bene a muoversi, anche se non sa dove sta andando, perché magari mentre cammina le viene in mente dove vuole andare. O, più semplicemente nel momento in cui sceglie a caso la strada ai crocicchi che incontra, segna da sola, motore immobile inconsapevole ma tristemente autodeterminante, un destino che che prima o poi si paleserà dandole una direzione da seguire, questa volta a ragion veduta.

Dico ciò alla luce dell’acqua calda che ho scoperto alle soglie dei ventisei (e solo il pensiero è già dolore).

Se mio nonno avesse le palle sarebbe un flipper. Ma mio nonno non ha le palle, ed è pure morto da mesi.

E niente, si sbaglia, si sbaglia di più per correggere un errore fatto in passato, ci si perde, si impreca maledicendo il fato baro e coglione che ci ha privati della possibilità di essere felici facendoci scegliere a caso il bivio sbagliato…ma resta il fatto che il defunto nonno le palle non le aveva nemmeno da vivo, figurarsi ora. Un flipper non lo era prima, né lo potrà più essere ora.

 

 

…waiting…

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L’ultimo giorno di scuola.

Potrebbe a buon diritto entrare tra gli Arcani Maggiori dei tarocchi da tanti significati che guadagna agli occhi dello studente liceale.

L’ultimo giorno di scuola non è solo non avere più verifiche e interrogazioni: è il preludio ad un’estate adolescente di divertimenti e ricordi indelebili che rimarranno per sempre nel cuore, è l’incipit di tre mesi e più senza pensieri, nonché il contratto che scioglie lo studente da ogni obbligo e dovere fino a nuovo ordine.

Per me tutto ciò non è mai stato: lo dico più che altro perché ho visto un sacco di film in cui a questo fantomatico “ultimo giorno” vengono date tutte queste valenze quasi mistiche.

Personalmente quando smettevo di andare a scuola cominciavo a dover studiare pianoforte, quindi tutto questo brivido della libertà imminente non l’ho mai provato. Che poi, “cominciavo a dover studiare il pianoforte” non significa che necessariamente ubbidissi a questo imperativo categorico…sono sempre stata una brava allieva, ma non mi sono mai ammazzata di studio con la costanza dei veri studenti diligenti, e a meno di scadenze imminenti ho sempre tentato di tergiversare elegantemente.

Comunque, che mi recludessi o meno per suonare quando potevo smettere di dovermi recludere per studiare, la predisposizione mentale da “devo fare qualcosa che non ho tutta questa voglia di fare, ma come una spada di Damocle pende sul mio capo” c’è sempre stata. In piscina, in vacanza, al parco eccetera ci andavo come tutti, ma con il diffuso senso di colpa di non star studiando.

Ad ogni modo, l’ultimo giorno lo aspettavo con trepidazione anche io: anzi, direi addirittura che aspettavo con trepidazione l’ultima settimana intera, nell’attesa dell’apoteosi data da quell’ultimo trillo di campana che ci avrebbe salutati fino a settembre. Espletato questo rito di uscita gioiosa poi scappavo come una lippa, prima di beccare qualche gavettone vagante tra capo e collo. Non sono mai stata tanto in rapporti con i miei compagni di classe, anzi, diciamo che non sono mai stata in rapporti, né tanto né poco, quindi il rischio di essere proprio io il bersaglio della doccia era minimo, però mi è capitato più di una volta di essere centrata solo perché passavo tra il lanciatore scelto e la sua vittima.

Una volta, mi sembra che fosse al termine della terza media, il gavettone che mi ha lavata era ricolmo di coca cola. Io ero andata dal parrucchiere il giorno prima, quando ancora tentavo di farmi stirare i capelli e lottavo perché durassero lisci il più a lungo possibile, e indossavo una canottiera beige di mia mamma, la quale me l’aveva ceduta solo dopo ripetute raccomandazioni di non rovinargliela né sporcargliela né altro.

Tra la messa in piega irrimediabilmente rovinata e la maglietta in prognosi riservata, mi ricordo di aver fatto fatica a contrastare l’istinto omicida nei confronti di quel simpaticone che mi aveva lavata, anche perché all’epoca è verosimile che il gavettone zuccheroso e marroncino fosse proprio indirizzato a me: se al liceo i “non-troppo-simpatici” vengono dignitosamente ignorati alle medie sono oggetto di ogni genere di scherzo e fastidiamento.

Comunque, è bello aspettare con ansia qualcosa di bello, pieni di aspettative e speranze. Si tratti della mattina di Natale, del proprio compleanno, della partenza per il mare, del giorno in cui si rivedrà qualcuno che ci è mancato tanto o dell’ultimo giorno di scuola. E’ una sensazione che, se uno fa l’errore di razionalizzare, è fondamentalmente insensata: contare i secondi non farà passare prima il tempo che ci separa dal momento magico, e caricare un istante di tutta questa aspettativa alza immensamente il rischio di scottante delusione. Eppure, contemporaneamente, il momento più bello è proprio l’attesa, come ne “Il sabato del villaggio”…l’aspettare, magicamente, può rendere per un attimo probabili, se non addirittura vere, le nostre più strambe e inconfessate speranze. Nella quiete del nostro contare i secondi possiamo goderci quello che vorremmo un po’ come se fosse accaduto, la realtà dei fatti ancora nascosta da un velo offuscato che non ce ne fa distinguere i contorni.

E’ questa una sensazione che mi manca molto. Ho smesso di aspettare, non tanto perché abbia smesso di avere cose belle da attendere, quanto perché giorno dopo giorno ho perso questa condizione privilegiata di audace irrazionalità fanciullesca che porta a sognare ignorando il rischio di vedere il proprio sogno infranto. Stando dall’altra parte della barricata, posso dire che non sono così sicura che ripararsi un pochino da una piccola percentuale delle delusioni che il destino ci offre per sua natura valga lo scambio. Per rimanere su Leopardi, stessa opera:                                               “Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave. “

Tempus fugit, aiuto.

Il tempo ha la fastidiosa abitudine di andare sempre e solo avanti. E’ la sua caratteristica principale, nonchè quella che lo rende degno di giacere sempre sull’asse delle ascisse nelle rappresentazioni cartesiane in fisica. Gli esseri umani in genere sono abituati a questa cosa: non ci pensano nemmeno più, limitandosi a prenderla come un dato di fatto. Che, in effetti, è un modo piuttosto sensato di vivere questa faccenda: siccome il fatto che la vita scorra in una sola direzione (e cioè avanti!) è forse una delle poche certezze che si possono avere, non c’è motivo di pensarci e strapensarci, no?
Però, io, che come dico spesso sono piuttosto sprovvista di quel senso di quieta accettazione che mi renderebbe probabilmente una persona migliore e più felice, in questo particolare periodo di vita non riesco assolutamente a darmi pace su quest’argomento. Il che, a voler essere autocritici, è un tantino stupido. Non posso accettare di non poter aggiustare i rotti che ho fatto. E non è questione di non sapersi assumere le proprie resposabilità: non credo sia corretto muovermi un’accusa di questo genere. Quando faccio una scemenza, e la faccio per mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, me ne dispiaccio, certo, ma mai e poi mai mi lamenterò delle conseguenze. A meno che non siano più o meno oggettivamente eccessive. Tutt’al più, mi piango un po’ addosso per non essere stata più furba per tempo, per non essermi goduta quello che avevo o potevo avere prima di perderlo…cose così, come è perfettamente nella norma fare.
Il problema attuale però è un tantino più spinoso: supponiamo che io abbia reiteratamente, per squilibri miei emotivo/mentali (per i quali non si può dare la colpa a me, e il Codice Penale italiano mi leggittima in questa mia affermazione….) inanellato una serie di scelte sbagliate. Serie di scelte poi relative sempre al medesimo ambito, anzi, al mix dei due ambiti che al momento concorrono per mandarmi ai matti definitivamente: scelta una facoltà universitaria che soddisfava le mie seghe mentali ma non era indicata a me (primo errore) e mantenutala anche quando l’errore è diventato a me evidente per non dare preoccupazioni a mamma e papà, e anche per non dover ammettere un fallimento del genere. In analisi l’università e il rapporto con i miei, passando per il mio rapporto con me stessa (persino nel farmi le paranoie un po’ egocentrica riesco ad esserlo…farebbe quasi ridere se non fosse vero.). Un disastro praticamente.
All’epoca della rivelazione primigenia, correva la metà del secondo anno, e mai più pensavo che la cosa sarebbe diventata così grave. Ora sono in un limbo dal quale non riesco a uscire…e dire che per uscirne dovrei solo prendere una risoluzione e mantenerla, dovrei solo recuperare un po’ di volontà e abbatere questo muro di sabbie mobili al quale temo ormai anche solo di avvicinarmi. Ma, per qualche ragione, che deve essere tutta psicologica, anche se non riesco a trovarne il bandolo, al di là delle più ovvie conclusioni che anche un caprone senza studi di psicologia alle spalle quale sono io potrebbe trarre, non ci riesco. Non so cosa mi blocchi, ma non ci riesco. E questa immobilità mi sta uccidendo. Mi guardo allo specchio e sono nauseata, vorrei strapparmi via la pelle da addosso. Come può questa situazione portarmi così vicina al crollo ma non darmi la spinta necessaria per uscirne? Io non lo so, ma non so più che pesci pigliare. La cosa mi destabilizza al punto da raccontare cose così personali a chiunque mi capiti a tiro, riempiendo le orecchie di poveri innocenti con le mie sventure, cosa che probabilmente fregherà ad una ristrettissima cerchia di persone, come è normale che sia, e che io stessa, se fossi in me, non mi sognerei mai di raccontare a chicchessia. Perso ogni amor proprio, o almeno buona parte di quello che ho avuto in dotazione alla nascita, al momento cerco continui sfoghi e appigli, nonchè, se fosse possibile, il provvidenziale “consiglio giusto”, quello che non vedevo l’ora di sentirmi dare, perché è in fondo quello che voglio io stessa, anche se per il momento non lo so. Che schifo.
Prima di perdere il filo del discorso e lanciarmi in questo panegirico, stavo parlando di tempo e di unicità della sua direzione nonchè di mia mancata capacità di accettare questo fatto. La correlazione tra il panegirico precedente e questi semplici fatti sono piuttosto evidenti: io non riesco ad accettare di essermi condannata in questo modo. Non posso tornare indietro di 4 anni e scegliere meglio la facoltà, non posso nemmeno tornare a due anni fa e cambiare quando aveva un senso che lo facessi…diamine, ora mancano due esami, ma se io non ce la faccio nemmeno a portare il culo in università cosa posso pare? Come posso smuovermi da questo blocco se non ho idea di come farlo? E intanto il tempo passa. Sto perdendo un sacco di tempo. Quest’anno ho perso davvero tanto tempo. Mi sento già un po’ troppo vecchia per i miei gusti. Non ho nemmeno 23 anni, e cascasse il mondo non li dichiarerò fino al 12 luglio ma mi sento già sul viale del tramonto.
Ora, forse un’ingannevole ombra di una soluzione la intravedo, ma avrò il coraggio di fare qualcosa di totalmente assurdo per smuovermi da una situazione altrettanto assurda, alla quale la soluzione sensata ci sarebbe se non fosse che non riesco a percorrerla? Perché, ripeto, sono assolutamente dell’idea che la cosa più logica da fare sarebbe stringere i denti per questi due esami, finire e basta…ma se non ci riesco, in quelche modo dovrò cavarne le gambe…meglio una mossa pazzesca che un’immobilità distruttiva…sì o no?
Se ora credessi fermamente in qualcosa di più spirituale del fatto che stasera mi farò una birra chiederei al mio Dio (o al facente funzione) un segno. E’ un casino non avere fede in questi casi, perché non mi fido nemmeno dei arocchi, dei ching, della lettura della mano e dulcis in fundo, di me stessa e delle persone.