Archive for June, 2015


…waiting…

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L’ultimo giorno di scuola.

Potrebbe a buon diritto entrare tra gli Arcani Maggiori dei tarocchi da tanti significati che guadagna agli occhi dello studente liceale.

L’ultimo giorno di scuola non è solo non avere più verifiche e interrogazioni: è il preludio ad un’estate adolescente di divertimenti e ricordi indelebili che rimarranno per sempre nel cuore, è l’incipit di tre mesi e più senza pensieri, nonché il contratto che scioglie lo studente da ogni obbligo e dovere fino a nuovo ordine.

Per me tutto ciò non è mai stato: lo dico più che altro perché ho visto un sacco di film in cui a questo fantomatico “ultimo giorno” vengono date tutte queste valenze quasi mistiche.

Personalmente quando smettevo di andare a scuola cominciavo a dover studiare pianoforte, quindi tutto questo brivido della libertà imminente non l’ho mai provato. Che poi, “cominciavo a dover studiare il pianoforte” non significa che necessariamente ubbidissi a questo imperativo categorico…sono sempre stata una brava allieva, ma non mi sono mai ammazzata di studio con la costanza dei veri studenti diligenti, e a meno di scadenze imminenti ho sempre tentato di tergiversare elegantemente.

Comunque, che mi recludessi o meno per suonare quando potevo smettere di dovermi recludere per studiare, la predisposizione mentale da “devo fare qualcosa che non ho tutta questa voglia di fare, ma come una spada di Damocle pende sul mio capo” c’è sempre stata. In piscina, in vacanza, al parco eccetera ci andavo come tutti, ma con il diffuso senso di colpa di non star studiando.

Ad ogni modo, l’ultimo giorno lo aspettavo con trepidazione anche io: anzi, direi addirittura che aspettavo con trepidazione l’ultima settimana intera, nell’attesa dell’apoteosi data da quell’ultimo trillo di campana che ci avrebbe salutati fino a settembre. Espletato questo rito di uscita gioiosa poi scappavo come una lippa, prima di beccare qualche gavettone vagante tra capo e collo. Non sono mai stata tanto in rapporti con i miei compagni di classe, anzi, diciamo che non sono mai stata in rapporti, né tanto né poco, quindi il rischio di essere proprio io il bersaglio della doccia era minimo, però mi è capitato più di una volta di essere centrata solo perché passavo tra il lanciatore scelto e la sua vittima.

Una volta, mi sembra che fosse al termine della terza media, il gavettone che mi ha lavata era ricolmo di coca cola. Io ero andata dal parrucchiere il giorno prima, quando ancora tentavo di farmi stirare i capelli e lottavo perché durassero lisci il più a lungo possibile, e indossavo una canottiera beige di mia mamma, la quale me l’aveva ceduta solo dopo ripetute raccomandazioni di non rovinargliela né sporcargliela né altro.

Tra la messa in piega irrimediabilmente rovinata e la maglietta in prognosi riservata, mi ricordo di aver fatto fatica a contrastare l’istinto omicida nei confronti di quel simpaticone che mi aveva lavata, anche perché all’epoca è verosimile che il gavettone zuccheroso e marroncino fosse proprio indirizzato a me: se al liceo i “non-troppo-simpatici” vengono dignitosamente ignorati alle medie sono oggetto di ogni genere di scherzo e fastidiamento.

Comunque, è bello aspettare con ansia qualcosa di bello, pieni di aspettative e speranze. Si tratti della mattina di Natale, del proprio compleanno, della partenza per il mare, del giorno in cui si rivedrà qualcuno che ci è mancato tanto o dell’ultimo giorno di scuola. E’ una sensazione che, se uno fa l’errore di razionalizzare, è fondamentalmente insensata: contare i secondi non farà passare prima il tempo che ci separa dal momento magico, e caricare un istante di tutta questa aspettativa alza immensamente il rischio di scottante delusione. Eppure, contemporaneamente, il momento più bello è proprio l’attesa, come ne “Il sabato del villaggio”…l’aspettare, magicamente, può rendere per un attimo probabili, se non addirittura vere, le nostre più strambe e inconfessate speranze. Nella quiete del nostro contare i secondi possiamo goderci quello che vorremmo un po’ come se fosse accaduto, la realtà dei fatti ancora nascosta da un velo offuscato che non ce ne fa distinguere i contorni.

E’ questa una sensazione che mi manca molto. Ho smesso di aspettare, non tanto perché abbia smesso di avere cose belle da attendere, quanto perché giorno dopo giorno ho perso questa condizione privilegiata di audace irrazionalità fanciullesca che porta a sognare ignorando il rischio di vedere il proprio sogno infranto. Stando dall’altra parte della barricata, posso dire che non sono così sicura che ripararsi un pochino da una piccola percentuale delle delusioni che il destino ci offre per sua natura valga lo scambio. Per rimanere su Leopardi, stessa opera:                                               “Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave. “

Seen at 12.48

alone

Generalmente non sono il tipo di persona che si mette a pontificare sui massimi sistemi, fermo restando che sono assolutamente convinta della totale opinabilità del mio pensiero.

Restando anche fermamente convinta della possibilità di essere io la disadattata stramboide, quasi sempre mi risulta difficile decidere se quello che a mio parere non funziona non funzioni perché in effetti difettoso o ci sia alla base un problema di percezione e reazione da parte mia, il che potrebbe sempre essere.

Spesso finisco per decidere che il problema sia mio e non della situazione o degli altri attori di questa perché insomma, ci vorrebbe veramente una grande arroganza di essere nel mucchio l’unica “giusta” mentre alla maggioranza “sbagliata” le cose stanno bene così.

Questa volta, però, penso di avere qualcosa da dire, e anche se mi trovo nella minoranza non ritengo di essere in errore.

Che qualcosa nel mondo vada spaventosamente storto non è una scoperta. Non mi riferisco alle guerre, alle malattie, alla politica, al povero controllore aggredito con un machete questa notte (ed è un’assurdità abominevole), ma alla vita di tutti i giorni, intesa ovvi rapporti persona-persona.

Secondo me fanno cagare, non tutti ma quasi.

Fanno cagare perché quello che potrebbe fare funzionare il tutto viene regolarmente frainteso o capito e sfruttato, e questo ci costringe ad essere guardinghi, sospettosi, egoisti per autoconservazione…oppure ad accettare con buona pace di prenderlo in culo più e più volte, salvando il nostro senso etico e facendoci venire le emorroidi, senza che ci sia usata la cortesia di chiederci se a noi questo tipo di pratica piaccia oppure no, e ci faccia solo un gran male.

L’affetto, che potrebbe essere un meraviglioso motore, viene spesso scambiato per bisogno, così chi lo potrebbe riceverlo si trova a scocciarsi, perché avere qualcuno che dipende da noi è faticoso e non se ne ha voglia nel novanta per cento dei casi.

La cortesia ed il riguardo, se non vengono intese come opprimenti o se non vengono sfruttate nella più totale inosservanza dei bisogni e desideri dell’altro, vengono interpretate come un “ci prova/ci sta”. Però, maremma maiala, è possibile che io non possa essere gentile con un uomo, un maschio, perché mi è in effetti simpatico, lo stimo, nutro dell’affetto (quella cosa misteriosa di cui dicevo prima) senza che questo debba necessariamente implicare che ci voglio andare a letto? Perché poi come per magia nel momento in cui in effetti si palesa il fatto che i giri di lenzuola non sono in programma divento una stronza che lo ha illuso (o una povera pirla che è perdutamente innamorata)…ed è veramente brutto che per essere gentili si debba essere scortesi per non essere fraintesi…io non credo riuscirò mai ad accettare questa cosa.

A contrapporsi a tutto questo c’è poi una tendenza a fregarsene di tutto e tutti con una totale mancanza di riguardo ed educazione nei confronti anche di chi ci è vicino…è comprensibile, perché se viviamo in una dittatura individualista ci si trova davanti alla scelta tra sopravvivere pensando a sé stessi sopra a tutti o lasciarsi sbranare dal mondo pensando che qualcuno avrà cura di noi. Qualcuno che troppo spesso non c’è, magari perché sta combattendo la stessa battaglia poco più in là, e in quel momento è intento a fare la stessa scelta.

Mi piacerebbe che nella vita non dovesse esistere (ammesso che almeno quello esista) solo l’amore da cuore rosso, quello di coppia, che viene naturalmente messo davanti  tutto, e può funzionare a meraviglia per schermare dal cattivo mondo circostante.

Sarò magari io un’illusa, che mi sento sola, e non credo che l’esserlo sia la condizione naturale degli esseri umani, e non credo nemmeno che siano tutti stronzi (almeno, non di natura….). Non avrò ancora smesso di credere ai film Disney, che comunque se sono in voga da più di sessant’anni un motivo ci sarà, e magari sotto le mentite spoglie di una favoletta per babini dicono delle cose che sono sensate…però credo che il mondo vada di merda perché ci fingiamo più cinici e disillusi di quel che siamo, mettendo a tacere per paura o fretta, o semplicemente per abitudine, quel che di più bello avremmo da dare e ricevere.

All you need is…(?)

sodi

E’ un po’ di tempo che mi rimbalza per la testa il pensiero che, accidenti!, prima o poi dovrò anche svolgere una qualche attività per cui qualcuno mi dia dei soldi, al posto di pagare io per svolgere detta attività.

Volgarmente, questa cosa si chiama “lavorare”.

Dal dizionario di italiano online:

lavoràre    [lavo’rare]: 1) dedicare le forze del corpo e della mente a un mestiere, ad una professione.

Dedicare le forze del corpo e della mente ad un mestiere, ad una professione venendo pagati per farlo, puntualizzerei io. Perché alla fine il problema sta tutto lì: se non si riceve un compenso è un hobby, e si è liberissimi di avere uno o più hobby nella propria vita, ma conditio sine qua non per il mantenimento di essi è uno stipendio, o una rendita di qualche natura che permetta di vivere al soggetto.

Io non avendo alle spalle una famiglia di miliardari che mi può mantenere vita natural durante, io appropinquandomi al compimento del mio venticinquesimo anno di età (solo il dirlo è già dolore), sì, prima o poi dovrò anche guadagnarmi da vivere.

E dire che mio padre, pover’uomo, sono mesi che me lo dice. Proprio vero che uno le cose le deve capire da sé.

Quindi, per il momento puro esercizio dialettico, mi sono presa la briga di cominciare a navigare in siti tipo indeed o cercolavoro, ipotizzando di avere terminato con un buco nell’acqua il tempo a mia disposizione per correre dietro ai miei sogni.

All’inizio mettevo le parole chiave, pensando che fosse possibile fare i sofistici e trovare un lavoro non solo decentemente retribuito, ma anche di mio gradimento.

Poi, dati i risultati non esattamente aderenti ad aspettativa, ho provato a lasciare come criterio di ricerca solamente il luogo, che non è tanto questione di essere pretenziosi, quanto di non andare in negativo dovendo pagare il trasporto sul luogo di lavoro.

Risultato delle mie ricerche: lo sconforto più totale.

Ci sono molte offerte, ma per tutte è richiesta esperienza pregressa, persino per fare il cameriere o l’addetto pulizie, attività che, pur non volendo in alcun modo sminuire, non comportano certo grandi responsabilità o difficoltà invalicabili.

Però, come per tutto il resto, come si può avere esperienza se nessuno assume chi non ha detto requisito? Un primo contratto ci va per poter dire di avere fatto qualcosa, è abbastanza ovvio, e se nessuno è disposto ad assumere un “primo pelo” costui sarà condannato a giacere per l’intera vita nella sua condizione di mancanza di esperienza.

Certo, è altrettanto ovvio che il datore di lavoro non essendo una ONLUS non abbia alcun interesse a fare un piacere allo sprovveduto “primaesperienza” potendo assumere anche gente alla quale non avrà bisogno di insegnare nulla.

Il che mi porta a domandarmi come è capitato che io sia così incapace.

Ho passato una vita a studiare questo e quell’altro, ma in concreto non so far nulla, un po’ perché saltellando di palo in frasca non ho sviscerato a fondo nessuna delle mie materie, un po’ perché mentre ero impegnata a sembrare una studentessa modello non ho fatto niente che esulasse dai miei studi.

E mi chiedo, il resto della mia generazione starà messa a mollo nella merda come me? O sarà che sono io particolarmente inabile alla vita?

disagio

Ho un amico che dice spesso che vuole fare “qualcosadidivertente”, proprio così tutto attaccato, e che vorrebbe che gli capitasse “qualcosadibelloediinspettato”, tutto attaccato anche questo.

Nemmeno lui cosa siano queste cose divertenti e belle che vuole, però le vuole con impazienza e ardore.

Inutile dire che io, quando gli chiedo cosa vuole fare e mi sento rispondere così, mi metto le mani nei capelli, perché avrei anche le migliori intenzioni di farlo contento, ma Cristo santo, come si fa a indovinare l’attività giusta al momento giusto?

E lì parte la mia filippica: ma come fai a dire che vuoi fare “qualcosadidivertente” e basta, se poi non lo sai nemmeno tu cosa ti diverte in quel momento? Prendi una posizione e si farà il possibile per accontentarti. (Sottointeso: e non sai che fortuna hai ad essere circondato da persone che fanno i salti mortali per farti star contento anche quando nemmeno tu sai cosa vuoi).

Comunque, al di là del mio amico e dei miei tentativi di accontentarlo, con relativi ansieggiamenti che mi portano a odiare le “cosedivertenti” non altrimenti specificate tanto quanto gli eventi “bellieinsapettati” che non si possono manipolare, sta di fatto che sarebbe proprio quello che vorrei io in questo momento.

Possibilmente in ordine inverso, perché prima deve capitarmi “qualcosadibello”, poi si farà “qualcosadidivertente”.

E no, nemmeno io so cosa sarebbe la “cosadivertente” che mi diverte davvero, dato che in questo periodo le cose hanno la magica proprietà di smettere di piacermi nel momento preciso in cui comincio a farle, né cosa di preciso vorrei che mi capitasse. Però, diamine, se non fosse che non porterebbe a nulla se non ad una completa perdita di dignità, batterei i piedini e farei un po’ di capricci, perché sono stufa di questo meraviglioso, poetico e patetico disagio.

Certo, sfido chiunque ad essere di buon umore quando fuori ci sono 35 gradi e ci si ritrova sudati marci, bisognosi della seconda doccia della giornata, ma con l’influenza. Influenza vera, mica balle, con tanto di naso chiuso, probabilmente qualche linea di febbre che non voglio nemmeno provare, tosse e catarro che giocondo girovaga per le alte e medie vie respiratorie. Come abbia potuto venirmi l’accidente in questo periodo dell’anno resta un mistero, comunque ce l’ho e me lo tengo, e con il senso di quieta accettazione che mi contraddistingue ad ogni colpo di tosse equivale una rotazione testicolare (metafisica, naturalmente) sull’asse delle ascisse.

A parte l’influenza fastidiante fuori stagione, sfido anche chiunque ad essere di buon umore quando ci si ritrova per cause contingenti soli come un fottuto gambo di sedano. Buono per il bagnetto e per l’insalata greca, ma misera condizione per un essere umano.

Anche il fatto che si avvicini l’estate e che io quest’anno non possa aspettare trepidante il primo Agosto per andare all’Elba, cosa che da sette anni a questa parte dava un senso alle mie afose estati piemontesi, non contribuisce in nessun modo al mio morale. In realtà, forse va bene che io non abbia il capitale umano per andare in vacanza, perché anche se avessi quello non avrei quello monetario, visto che sono mesi che spendo un sacco di soldi e ne guadagno un’inezia.

Il fatto che io sia completamente senza soldi mi porta a riflettere sul fatto che dovrò trovare un lavoro, almeno per l’estate, con l’ovvia necessità di accettare compromessi che a me, bimba viziata, fanno venire un po’ di nausea già ora. Certo, fare l’animatrice non è nemmeno lontanamente paragonabile ad un lavoro da manovale in un mattatoio a New Orleans (ho appena letto un racconto di un tizio che va a fare il manovale in un mattatoio a New Orleans appunto, ed è stato disgustoso anche solo leggerlo)…però le vacanze al mare mi apparivano più invitanti. Per carità, ancor grazie che uno straccio di lavoretto l’ho trovato, non dovrei nemmeno lamentarmi….però davvero, sarò viziatella io, ma questa prospettiva non mi sorride particolarmente.

E poi dopo l’estate comincerà un nuovo anno scolastico, e bisognerà decidere cosa fare della propria vita…senza dilungarmi in grandi spiegazioni, la conclusione è che questo aggiunge una non indifferente cucchiaiata di disagio stagionato al mix fino ad ora ottenuto.

Mix nel quale galleggio allegramente da qualche mese, e non ne posso più, ci andrebbe proprio un colpo di scena che mi rimetta in carreggiata. Solo che, anche se avessi le energie mentali di prendere in mano la situazione, e non credo di averle, dove diavolo stanno le redini?

Insomma, domani vado a ritirare le mie analisi del sangue, e spero di leggere che il mio set “ormoni+tiroide” (cioè quello che è stato analizzato) è tutto sballato: almeno, essi influendo sull’umore, potrei sentirmi clinicamente giustificata ad essere così sversa senza cause gravi che mi giustifichino ad esserlo, nell’attesa che mi capiti “qualcosadibelloeinaspettato” che riaggiusti le mie sorti.

Carne e Bukowski.

Ragazza addormentata

Si mise a letto, già madida di sudore nella calura imprevista di quella notte di inizio Giugno, i capelli raccolti in una treccia scomposta.

Non aveva rifatto il letto quella mattina, come non lo aveva rifatto nei passati tre o quattro giorni. Le lenzuola, ormai attorcigliate l’una sull’altra formavano un groviglio che odorava di sonno ed essere umano.

Odiava quella cuccia disordinata che era diventato il suo letto, ma non abbastanza da avere voglia di rassettare al mattino.

Indossava solo le mutandine ed un top.

Rannicchiata con i piedi vicini al sedere, la schiena sprofondata in due cuscini non ben sprimacciati dalla notte prima, fece cadere le ginocchia lateralmente mentre leggeva senza troppa convinzione il primo capitolo del suo nuovo libro.

Portò una mano appena sotto all’orlo degli slip e senza nemmeno rendersene conto cominciò ad accarezzarsi.

Circondata da una camera disordinata come la sua testa, in un letto che portava impresse le nottate di pensieri ubriachi ai quali aveva fatto da sfondo la ragazza si toccava, senza pretesa di arrivare da nessuna parte, senza nemmeno tentare di esplorare con quella sua mano incerta il suo stesso sesso, come aveva fatto senza aver risultati apprezzabili in passato.

Non si addentrò nel suo corpo, ma rimase in superficie, attorcigliandosi i peli tra le dita e giocando distrattamente con la pelle sotto di essi, un po’ perché era quello che desiderava, un po’ perché non sarebbe stata in grado di far altro.

Seguì di sfuggita anche il contorno del suo seno, e le piacque. Era piccolo, quasi inesistente, ma aveva una bella forma tondeggiante e i capezzoli erano rosei al punto giusto.

Chiuse il libro e lo ripose, guardando quel taglio sull’avambraccio destro, che così rosso e ancora aperto sembrava una minuscola figa sanguinante.

Pensò queste parole, così volgari e taglienti, per sé stessa, e anche questo le piacque, perché aveva appena finito di leggerne di altrettanto brutali e aspre.

Sentendosi l’ombra di uno dei personaggi disgraziati di cui leggeva si girò sul fianco e si mise a dormire, pensando che in fondo anche lo schifo può avere una sua poesia distorta.

dalì

Ci sono giorni che scorrono pigri, grevi di pensieri che rimbombano rimbalzando nella scatola cranica.

Sono giorni che serpeggiano attraverso le attività quotidiane con una sfumatura lievemente allucinata dando l’impressione alla vittima di non star vivendo affatto quello che sta facendo in favore del suo meraviglioso e opprimente microcosmo interiore.

“I paranoici dovrebbero essere una specie protetta, ne hanno tutto il diritto: la loro mente tenta quotidianamente di ucciderli.”

Verità assoluta, senza dubbio di sorta.

Mi chiedo spesso come sia possibile che alcune persone siano dotate di una mente che impazzisce e si arrovella fino a far desiderare la lobotomia e altri, che magari avrebbero anche bisogno di farsi qualche domanda in più, se la cavino senza rumori cranici in aggiunta alle attività cerebrali basilari per tenerli in vita e dotarli di un comportamento consono alla situazione.

Sarebbe un fenomeno scientificamente interessante da capire come una persona non necessariamente affetta da personalità multiple possa allo stesso tempo impersonare accusa, difesa e giudice di sé stesso, imputato chiamato a giudizio per un crimine che molto raramente ha avuto modo di concretizzarsi, e anche se lo avesse fatto difficilmente sarebbe stato percepito come tale dal mondo circostante.

Venerdì girovagavo per il centro commerciale, indecisa se andare a mangiare o balzare il pranzo in virtù della colazione abbondante fatta non più di due ore prima, e mentre camminavo per i corridoi guardando le vetrine mi rendevo conto che era come se camminassi leggermente sollevata da terra, circondata dalle mie meditazioni che fungevano da cortina offuscante su tutta la realtà attorno a me.

Sono quelli i momenti in cui, con encomiabile lucidità, mi dico “Se non smetto di pensare è la volta che vado fuori di testa davvero”.

La mia mente parte per la tangente, si involve in riflessioni magari sensate ma totalmente inutili, e mi tormenta facendomi mangiare le unghie fino all’osso, grattare sovrappensiero fino a farmi sanguinare, arrotolare i capelli attorno al dito mille volte in un minuto e cose del genere. Vista da fuori potrei essere una persona tremendamente in ansia per qualcosa, ma la verità è che i miei motivi sono stupidi.

Sono stupidi e me ne rendo conto anche da sola, quindi non oso parlare, tentare di vomitare nel mondo reale le mie meditazioni in modo da vederne tutta l’irrealtà a fronte del concreto esistente. Non ho il coraggio di sputarle fuori non abbellite da giri di parole e metafore forbite che, facendole quasi scomparire in un’alcova barocca, le renda meno stupide ai miei occhi e meno comprensibili all’ascoltatore.

Forse non mi fido abbastanza di nessuno, o forse temo solo in giudizio delle persone.

Se avessi qualcosa di grave da raccontare, eventi traumatici che a buon diritto mi tormentano, saprei da chi andare a parlare. Mi piacerebbe liberarmi l’anima e credo che lo farei.

Ma queste sciocchezze…sono insulse, insensate, me ne vergogno. Non posso dirle, perché incapperei in giudizi negativi che so essere meritati.

Le tengo per me, così drammaticamente stupide e imbarazzanti, a rimbalzare nella mia testa come palline da ping pong impazzite, non trovando la risoluzione di comunicarle nemmeno a me stessa in parole semplici, perché allora sì che mi si paleserebbe senza possibilità di ignorarla la mia idiozia, e nel frattempo dico che dovrei essere specie protetta in virtù del quotidiano tentato omicidio da parte delle mie paranoie, ben sapendo che in realtà chi è causa del suo mal pianga sé stesso e non si lamenti troppo.