Archive for December, 2015


Perduti

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Il vento i gli schizzi ballavano il loro tango infernale nella notte di tempesta, e con il loro amore e odio sferzavano il viso del Capitano.

Ritto come un fuso, la pesante palandrana nera che si muoveva attorno al suo corpo legnoso guidata dalla bufera, lui stava al timone, una mano poggiata con noncuranza su di esso, gli occhi piantati nell’orizzonte nero.

I capelli annodati, attorcigliati come una cima che ha visto troppi giri di chiglia, gli schiaffeggiavano il volto, pesanti di acqua salmastra.

Forse era freddo, lì fuori.

Nessun altro dell’equipaggio osava sfidare la furia degli elementi salendo sopra coperta.

Lui però respirava a pieni polmoni la libertà di chi non ha più nulla da perdere sul ponte bagnato, accompagnato solo dai suoi amici di sempre: il vento e il mare.

Nel nero della notte temporalesca anche un marinaio consumato come lui non aveva più idea di quale fosse la direzione nella quale stava veleggiando.

Avrebbe dovuto ammainare, se avesse avuto paura di vedere la sua bella vela strappata dall’ennesima stoccata del vento arrabbiato o il robusto albero maestro cedere sotto i colpi della millesima tempesta che si trovava a contrastare con il suo legno scuro.

Avrebbe potuto farlo con leggerezza se solo avesse voluto: non aveva scadenze da rispettare, e nessun nemico li stava inseguendo.

Compariva un sorriso sghembo sul suo viso tagliato con l’accetta quando pensava al fatto che non aveva alcun nemico alle calcagna. Non aveva bisogno di scappare, certo che no. L’unico nemico che lo braccava lo aveva già trovato tanti anni prima. Avevano combattuto per un tempo che gli sembrava inenarrabile una singolar tenzone all’ultimo sangue, e ora non aveva più paura.

Respirò con violenza quell’aria greve di acqua assaporando quella libertà malsana che si era guadagnato a costo della vita.

“Capitano, l’equipaggio è inquieto.”

Una voce ferma lo scosse dalle sue meditazioni.

Senza degnare il suo secondo di una risposta si girò impercettibilmente verso di lui, l’unico altro uomo che in una notte da lupi del genere avrebbe osato mettere il naso fuori senza aver previa tracannato un’intera bottiglia di rum scadente.

L’uomo si avvicinò assecondando con il suo passo felpato il movimento feroce della ciglia nelle onde. Aveva un mantello avvolto senza cura attorno alle spalle e un tricorno sul capo.

Non fece una piega quando uno schiaffo di vento gli fece volare il cappello oltre il parapetto, liberando una cascata di capelli biondi così chiari da sembrare quasi argentei sotto l’ombra della luna.

“Dove stiamo andando Capitano?”

“Avanti dove punta la prua.”

Il Commodoro cavò fuori dal suo involto di mantello e braccia una bottiglia e la stappò senza troppe cerimonie con i denti. Sputò il tappo sul pontile, chiaro segno del fatto che non aveva in previsione di dover chiudere in un immediato futuro quella boccia.

Deglutì un generoso sorso e senza profferire altro verbo passò la bottiglia al Capitano.

Anche quest’ultimo se la portò alla bocca e vi si attaccò come un infante alla tetta della madre, sotto gli occhi di quello che al mondo era forse il suo unico amico, a far loro da colonna sonora solo il fischio prepotente del vento e il rombo delle onde impetuose.

“Te lo domando ancora John. Fai vela nel bel mezzo della tempesta senza avere una rotta. Dove diavolo stai andando?”

“Perduti, questo siamo. Che importa se la rotta non c’è?”

Completamente fuori luogo, una risata sommessa sfuggì dalle labbra sottili del Capitano. Non avrebbe spiegato a nessuno perché stava portando all’ovvia rovina un’intero equipaggio e la sua nave oltre a sé stesso. Non lo avrebbe spiegato perché non voleva farlo, ma anche se avesse voluto non avrebbe potuto: c’era solo lui, in un oceano controvento, prua contro il nulla, e non aveva una spiegazione per quella che era la sua condanna e la sua benedizione.

“Smarriti forse. Smarriti perché non sappiamo dove sta tutto il resto. Ma perduti? Quello mai. Possiamo ritrovarci io ogni onda, in ogni scoglio, nel rumore del vento e nelle bestemmie di quel branco di disgraziati che chiami equipaggio.”

Ormai i due erano spalla a spalla, mentre quelle parole aleggiavano, forse coperte dal vento, forse inghiottite dal mare.

Nessuno parlò mentre il liquido nella bottiglia calava, diviso con silente equità tra i due uomini.

La mano del capitano stava sempre sul timone, ma non opponeva nessuna volontà ai suoi cambi di direzione dettati dalle acque che turbinavano impetuose.

Sotto le nubi nere cariche di pioggia che cominciavano a liberare il pianto del cielo, il Capitano premette le sue labbra contro quelle dell’unico che aveva sfidato la bufera e la sua rabbia, e in quella notte d’inferno non fu la prima volta che di due solitudini se ne faceva una soltanto.

A Christmas Carol

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Nella notte silenziosa della grande casa, l’immenso scalone di marmo bianco sembrava quasi brillare di luce propria a causa del riflesso delle luci bianche e azzurre che costellavano con il loro accendersi e spegnersi frenetico l’albero di Natale che, come uno Zar altero e fiero nella Sala Grande del Palazzo d’Inverno, se ne stava accanto al camino in pietra, spento ma ancora ardente di braci rossastre, proprio vicino all’ultimo gradino che allargandosi si congiungeva con il salotto.

Il corrimano d’ottone era sempre perfettamente lucido, e nel porre la sua mano su di esso Shamandalie sentì un brivido percorrerle il braccio. Era freddo. Ghiacciato. Troppo ghiacciato per appartenere alla stessa casa che fino a qualche ora prima era stata teatro di calorosi festeggiamenti.

Ora il buio sembrava aver inghiottito tutto. Con la luce anche il calore della tovaglia rossa e dei tintinnanti bicchieri di cristallo, dei doni che passavano rapidi di mano in mano sotto gli sguardi curiosi e della musica che dal signorile grammofono in fondo alla sala diffondeva le sue sinfonie sembrano essere spariti, destinati ad essere un evanescente ricordo di una cartolina.

I suoi piedi nudi lasciavano il fantasma di un’impronta sul marmo bianco della scala: era il calore che si era portata dalle coperte che stava pagando il suo obolo al gelo di quel venticinque Dicembre.

Shamandalie amava quel gigantesco albero di Natale, sovraccarico di mille palline, fiocchi di neve, stelle, ghirlande, luci e striscioni. Ogni anno, ogni anno per quindici anni lei e sua madre avevano addobbato quel colosso, riservando a quell’importante rituale un intero pomeriggio e parte della sera.

Per quindici anni avevano speso assieme il pomeriggio a rivestire di festa quell’albero, pregustando il momento in cui ai piedi dell’albero ci sarebbero stati mille regali disposti ad arte, abitanti luccicanti di quel regno di verde, rosso, dorato, blu e argento incantato.

Per quindici anni la festa della notte del ventiquattro aveva scaldato il loro inverno, sempre diversa eppure sempre uguale a sè stessa. Gli ospiti che entravano, premendo i loro nasi freddi e profumati di aria invernale contro le loro guance calde di casa, toglievano la giacca e portavano con nonchalance i loro sacchi di doni poco camuffati sotto all’albero. Madre e figlia facevano gli onori di casa con le donne, ridacchiando ed esponendo il menù di quella cena che avrebbe saziato tre eserciti di militari affamati, mentre gli uomini cominciavano il dibattito che li avrebbe portati alla selezione dei vini per la serata.

Anche l’apparecchiare il tavolo era momento importantissimo del rituale, quel rituale che un po’ per caso e un po’ per volontà era di fatto stato codificato attentamente durante tutti quegli anni: prima la tovaglia rossa, poi i sovrattovaglia dorati che sembravano capelli d’angelo intessuti, poi i centrotavola, prodotti da Shamandalie stessa durante il mattino del ventiquattro, la mente già tutta proiettata alla serata di festa. Li assemblava con quel che trovava nei vecchi scatoloni di “cosedinatale”, scritto così, tutto attaccato. Una volta si trattava di rami di pino staccati, una volta di palline che per qualche ragione erano passate in dimenticatoio…una volta, forse grazie ad una particolare ispirazione o forse per mancanza di altri oggetti idonei, aveva addirittura depredato la credenza di alcuni vasi di porcellana bianca per dipingerli all’uopo, con brillantini dorati a tutto quanto.

Ora, nello scendere quella scala che da bimba aveva sceso rischiando l’osso del collo facendo i gradini a quattro per quattro all’alba del venticinque, aveva quasi paura. Guardava speranzosa il suo albero, il suo bellissimo albero che anche quell’anno non era da meno rispetto al passato, e, scorrendo con gli occhi quel panorama familiare fatto di carte colorate, fiocchi e stelle luccicanti, cercava una traccia, una prova che quel calore che per tanto le aveva scaldato il petto non era sparito, morto tra le braccia di un vuoto dal quale era anche stanca di scappare.

Il calore di un momento, l’ombra di un sogno indefinito che con la sua indeterminazione potesse dare tutto il calore di una favola…quello cercava tra le palline e le luci allegre.

Si sedette sotto all’albero, tra i pacchetti e i dolciumi, aspettandosi di essere investita da quella rassicurante sensazione di attesa e curiosità che aveva condito le sue vigilie di Natale, prima del momento fatidico in cui si potevano aprire i regali.

Fu allora che il suo sguardo venne catturato da una pallina azzurro ghiaccio.

Le rimandava il riflesso leggermente deformato di un volto pallido, incorniciato da arruffati capelli scuri nel quale spiccavano due occhi castani nei quali stava scritto tutto e niente.

Si osservò a lungo, mettendoci qualche istante a riconoscere in quell’immagine sè stessa. “Sembro una bambola di porcellana”. Le piacque spendere un po’ di tempo a fissare quel viso che riconosceva appena nonostante le appartenesse nel riflesso della pallina, divertendosi a muovere la pallina che le faceva da specchio con la punta delle dita. Così facendo, una volta il riflesso era azzurrino, una volta rosato, a volte deformato verso la fronte a volte verso il mento. Tentò di leggersi dall’esterno, di chiedere a quella bambola pallida che vedeva riflessa quando era capitato che tutto si svuotasse così.

Poi, sulla superficie che la rifletteva venne una crepa della cui presenza non si era mai accorta. Disegnava sulla sua guancia sinistra quella frattura infinitesimale del vetro luccicante della pallina. Disegnava un segno spigoloso privo di ombre che la facevano assomigliare ancora di più ad una porcellana vittoriana.

Shamandalie osservava incantata quel gioco di luci ed ombre, realtà e riflessi, e non riusciva più a distinguere se ad essere rotta fosse la pallina di Natale, quella pallina che, relegata al primo ramo in basso, non ricordava nemmeno più di avere, o se la pallina fosse solo la magia che le permetteva di vedere chiaramente come non aveva visto da mesi.

“Una bambola rotta…questo sono”