dalì

Ci sono giorni che scorrono pigri, grevi di pensieri che rimbombano rimbalzando nella scatola cranica.

Sono giorni che serpeggiano attraverso le attività quotidiane con una sfumatura lievemente allucinata dando l’impressione alla vittima di non star vivendo affatto quello che sta facendo in favore del suo meraviglioso e opprimente microcosmo interiore.

“I paranoici dovrebbero essere una specie protetta, ne hanno tutto il diritto: la loro mente tenta quotidianamente di ucciderli.”

Verità assoluta, senza dubbio di sorta.

Mi chiedo spesso come sia possibile che alcune persone siano dotate di una mente che impazzisce e si arrovella fino a far desiderare la lobotomia e altri, che magari avrebbero anche bisogno di farsi qualche domanda in più, se la cavino senza rumori cranici in aggiunta alle attività cerebrali basilari per tenerli in vita e dotarli di un comportamento consono alla situazione.

Sarebbe un fenomeno scientificamente interessante da capire come una persona non necessariamente affetta da personalità multiple possa allo stesso tempo impersonare accusa, difesa e giudice di sé stesso, imputato chiamato a giudizio per un crimine che molto raramente ha avuto modo di concretizzarsi, e anche se lo avesse fatto difficilmente sarebbe stato percepito come tale dal mondo circostante.

Venerdì girovagavo per il centro commerciale, indecisa se andare a mangiare o balzare il pranzo in virtù della colazione abbondante fatta non più di due ore prima, e mentre camminavo per i corridoi guardando le vetrine mi rendevo conto che era come se camminassi leggermente sollevata da terra, circondata dalle mie meditazioni che fungevano da cortina offuscante su tutta la realtà attorno a me.

Sono quelli i momenti in cui, con encomiabile lucidità, mi dico “Se non smetto di pensare è la volta che vado fuori di testa davvero”.

La mia mente parte per la tangente, si involve in riflessioni magari sensate ma totalmente inutili, e mi tormenta facendomi mangiare le unghie fino all’osso, grattare sovrappensiero fino a farmi sanguinare, arrotolare i capelli attorno al dito mille volte in un minuto e cose del genere. Vista da fuori potrei essere una persona tremendamente in ansia per qualcosa, ma la verità è che i miei motivi sono stupidi.

Sono stupidi e me ne rendo conto anche da sola, quindi non oso parlare, tentare di vomitare nel mondo reale le mie meditazioni in modo da vederne tutta l’irrealtà a fronte del concreto esistente. Non ho il coraggio di sputarle fuori non abbellite da giri di parole e metafore forbite che, facendole quasi scomparire in un’alcova barocca, le renda meno stupide ai miei occhi e meno comprensibili all’ascoltatore.

Forse non mi fido abbastanza di nessuno, o forse temo solo in giudizio delle persone.

Se avessi qualcosa di grave da raccontare, eventi traumatici che a buon diritto mi tormentano, saprei da chi andare a parlare. Mi piacerebbe liberarmi l’anima e credo che lo farei.

Ma queste sciocchezze…sono insulse, insensate, me ne vergogno. Non posso dirle, perché incapperei in giudizi negativi che so essere meritati.

Le tengo per me, così drammaticamente stupide e imbarazzanti, a rimbalzare nella mia testa come palline da ping pong impazzite, non trovando la risoluzione di comunicarle nemmeno a me stessa in parole semplici, perché allora sì che mi si paleserebbe senza possibilità di ignorarla la mia idiozia, e nel frattempo dico che dovrei essere specie protetta in virtù del quotidiano tentato omicidio da parte delle mie paranoie, ben sapendo che in realtà chi è causa del suo mal pianga sé stesso e non si lamenti troppo.

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