Archive for October, 2014


Samhain Night

Oggi è il 28 ottobre. Il che significa che mancano tre giorni al 31, Halloween.

Come tutti gli anni, desidererei essere invitata o, nella folle ipotesi di aver casa libera, organizzare io stessa, una splendida, spettrale, celticheggiante e sfarzosa festa di Halloween.

Nella mia idea dovrebbe essere qualcosa che ricordi le celebrazioni celtico-pagane, che mi affascinano moltissimo e a cui, anche se non sono mai stata una vera praticante e quel poco che facevo comunque ora non lo faccio più, rimango legata, pur indulgendo in quel po’ di bambinesco e divertente luogo comune che mi permetta di decorare casa con zucche intagliate, finte ragnatele e ragni (FINTI, mi fanno troppo schifo quelli veri!), teschi, scheletri, fantasmi, calderoni da strega e tutta quella roba lì.

Adatterei anche la gamma cromatica delle camere dove si tiene la festa: tendaggi neri e arancioni, luci soffuse, possibilmente mediate dalla presenza di paralumi arancio o viola, per la stanza delle tamarrate infantili; tendaggi neri e viola, divani con coperture vellutate rosso sangue o viola, tappeti sempre rigorosamente neri per la stanza della festa “da adulti”.

Come prima parte di festa, sarebbe fondamentale il giardino: i miei invitati sarebbero convocati da me appena prima del tramonto per soddisfare anche la mia voglia di celebrazione paganeggiante, ci disporremmo in giardino dove avrei allestito un perfetto, celticissimo, altare di Samhain, siederemmo intorno al fuoco al suono dei Blackmore’s Night (in giardino? E’ un sogno, posso anche portarmi la musica fuori.) e festeggeremmo come i celti facevano (naturalmente, come io immagino che i celti facessero, rettifichiamo.)

Al termine di questa prima parte potremmo trasferirci dentro la magione e dare inizio ai festeggiamenti profani: gente vestita e truccata che pesca da un buffet portate agghindate da Halloween pure loro (le tipiche dita mozzate/wurstel e simili), musica a tema e gente che decide per una notte di impersonare ciò da cui è vestito. E foto, risate, divertimento.

Non so per quale tragica ragione mi piaccia così dannatamente tanto l’idea della festa di Halloween. Sarà che per anni quando avevo l’età per permettermi di andare di porta in porta a fare dolcetto scherzetto i miei non mi hanno lasciata andare ritenendo (lo ritengono tuttora, ma io me ne posso infischiare adesso) che si tratti di un’inutile festa commerciale americana. Cosa che, al di là di tutta la ritualità pagana a cui sono affezionata al pari dei pipistrelli in carta velina appesi al lampadario, anche se fosse non mi turberebbe: americana o europea, commerciale o profana, se è divertente divertente resta.

Comunque, purtroppo resto l’unica ventiquattrenne che si svenerebbe per una festa di Halloween a regola d’arte. Posso capire che sia un’interesse di nicchia e pure infantile, per carità, ma se qualcuno si trovasse nella mia stessa condizione e predisposizione di spirito mi faccia un fischio: siamo ancora in tempo per organizzare.

Detto ciò, siccome non oso sperare nella presenza di qualche altra anima bambina che voglia fare una bella festa, penso che farò il gesto di mano di comprare un po’ di addobbi e cose varie e montarle in camera mia. Il fatto che non possa costringere nessuno a volere quello che voglio io (non che non ci abbia provato, ma alla fine il risultato è sempre stato deludente per me che oltretutto mi sono sentita piuttosto pirla e penoso per gli altri) però non significa che non possa ripiegare su una più morigerata e personale soddisfazione della mia voglia di zucche pipistrelli e fantasmi. Alla fine, non c’è niente di cui vergognarsi, e comunque, anche se fosse, il non arredare la camera di conseguenza non significa non aver desiderato di farlo, come d’altra parte il farlo non lede nessuno. Tranne forse la signora delle pulizie che non sarà contenta del fiorire di altri soprammobili e chincaglierie in camera….

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“Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”,

vorrei dirti ora le stesse cose
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose
così per noi

l’amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po’ di tenerezza.

E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti al sole
di un aprile ormai lontano,
li rimpiangerai

ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

E sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo. ”

Questa canzone è la prime traccia del primo cd di De Andrè che io abbia mai comprato.

Non è che me la filassi molto in realtà; preferivo di gran lungo la più divertente e trucidissima “Ballata dell’amore cieco”, ch era la traccia 2.

Sono due giorni che mi gira in testa la prima frase “Ricordi, sbocciavan le viole con le nostre parole non ci lasceremo mai, mai e poi mai.”

Mi girano in testa mentre metto a posto i calzini, mentre piego le maglie, mentre rifaccio il letto, mentre carico la caffettiera.

Te lo vorrei chiedere se tu le lo ricordi come ci sentivamo i primi tempi.

Io me lo ricordo. Me lo ricordo che abbracciati sul mio letto ci stringevamo come se un uragano avesse dovuto venire a separarci a minuti. Mi ricordo che ascoltando “La canzone del vento”, unica traccia accettabile di un cd quasi abominevole io piangevo calde lacrime perché semplicemente il mio corpo non poteva contenere impunemente un’emozione così. Mi ricordo quelle panchine in piazza, ghiacciate, dove andavamo a svernare durante i nostri sabati sera di ragazzini. Mi ricordo come mi abbracciavi in piscina quando io avevo freddo e tu da brava stufetta no. Mi ricordo le buonanotti artistiche che ci mandavamo, una al giorno cascasse il mondo per un anno intero e forse anche di più.

Mi sembra impossibile che tutto questo sia svanito nel ricordo, consumato dal tempo, dall’abitudine e da chissà che.

Mi sembra impossibile che di lasciarci sia capitato anche a noi alla fine.

Eppure, erano mesi che sapevo che doveva andare così, che non c’era speranza di rianimare un sentimento morto. E allora perché deve fare così maledettamente male?

Credo che sia un po’ come perdere un’arto. Una persona che scopra di avere un tumore e per sopravvivere l’unica speranza sia quella di farsi amputare una gamba non penso che davvero sceglierebbe di morire pur di conservare l’arto che sa essere malato irrimediabilmente. Però non so quanto tempo potrebbe passare prima che la persona smettesse di piangere guardandosi allo specchio o pensando a tutte quelle cose che non avrà mai più, pur restando dell’idea di aver preso la decisione giusta.

Io mi sento come se mi fossi tagliata un pezzo. Con anestesia e supporto psicologico, per carità, ma il fatto resta

E credo fermamente di aver fatto bene, di aver liberato me e te, che ora potremo provare di nuovo un amore bruciante per qualcuno. Però mi dispiace tanto. Non hai un’idea di quanto mi dispiaccia. Mi dispiace che sia andata così, che il tempo abbia ucciso quello che era… o magari l’abbiamo ucciso noi? Chi lo sa.

Io non voglio augurarti alcun male, ma spero egoisticamente che a queste cose ci abbia pensato anche tu, almeno un po’.

Sono giorni che piango, sotto la doccia perché nessuno mi senta. Una mia amica dice che le lacrime in doccia hanno una loro dignità da Carrie di Sex and the City. Io sono un po’ perplessa e non troppo convinta a questo proposito, comunque….

Eppure so di aver fatto bene. E sono fiera di avere infine avuto le palle di farlo.

Ma chissà per quanto mi mancherai.