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Back in black.

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Sono stufa.

Stufa di essere considerata debole perché il mio modo di sentire è forse un po’ più marcato.

Stufa di essere guardata come “quella coi problemi” che da un momento all’altro potrebbe andare in frantumi.

Stufa di non essere capita.

Stufa di essere giudicata, nel bene e nel male.

Stufa di farmi l’autoanalisi, e di non concedermi nemmeno il lusso di darmi ragione da sola.

Stufa di sentirmi rispondere come se fossi una povera pirla che non sa stare al mondo.

Sono stufa di autoinfliggermi il tormento quotidiano di pensare che forse hanno ragione gli altri.

Stufa di ripetermi che se ora pure i miei amici mi guardano come se fossi un gattino ferito e abbandonato sotto sotto, e nemmeno così sotto, me la sono voluta.

Sono stufa di avere paura di non andare bene e di non essere abbastanza.

Sono stufa che il mio altruismo venga scambiato per appicicaticcio bisogno di affetto e sono stufa che le mie reali richieste di affetto vengano accolte con un lieve e non tanto celato fastidio.

Sono stufa di essere il “ti faccio sapere poi” di tutti, e stufa di farmi il mea culpa quando sono io a “far sapere poi” a qualcuno.

Non sono perfetta, e non mi viene nemmeno voglia di sostenere di essere un mostro di equilibrio psichico.

“Ho anche io i miei problemi” ma non mi nascondo dietro a questa frasetta pietosa, e pretendo, e sottolineo, pretendo, che chi ha a che fare con me non si limiti alla presa visione di questi per definirmi.

Io sono io, a prescindere da tutto il resto. Sono una persona a sé stante e non sarà l’elenco delle mie miserie a permettere al mondo di decidere che sono una poveretta tarata e malata.

Passo la vita combattuta tra il desiderio di mangiare e il desiderio di essere magra in modo assurdo.

Certe volte, senza nemmeno sapere perché, mi taglio. Qui mi piace utilizzare la frase del mio ex “Sei talmente sadica che vuoi male persino a te stessa”: non è vero, ma mi fa ridere, ed sarebbe una descrizione ganza di un personaggio stile Tarantino.

Ho un po’ di manie di persecuzione, e vivo nel terrore che non mi voglia bene nessuno.

Ci sono giorni che mi alzo talmente sversa che devo decidere se odio più me stessa, il mondo circostante, chi mi sta vicino o indiscriminatamente tutto.

Ho quasi ventisei anni, ho buttato a gambe all’aria la mia vita per “farmi regalare due anni” per inseguire un folle sogno decidendo quasi consciamente di ignorare l’evidenza che era proprio una follia. Adesso che me ne sono accorta andrei dalla me di due anni fa, mi piglierei a schiaffi, e poi mi direi di rifarlo, perché “Amo il mio sogno, seppur mi tormenta”.

Provo desideri e compio azioni che non necessariamente si possono considerare degni del paradiso. Come tutti, solo che io poi me ne rendo conto, contemplo la mia stessa meschinità e mi butterei da un ponte.

Sono di base convinta che il fine giustifichi i mezzi, ma ne ho fatte alcune che sarebbe proprio stato meglio che no, anche se a mia discolpa posso dire che quasi sempre ero se non proprio ubriaca per lo meno decisamente alticcia.

Purtroppo la macchina del tempo non l’hanno ancora inventata, e indietro non posso tornare. I miei scheletri nell’armadio più che scheletri sono zombie: puzzano di cadavere ma si possono ancora muovere e fare un sacco di danni. Non posso che convivere con la consapevolezza che siano lì, più che mai attuali nelle loro penose motivazioni. A livello karmico sto pagando. Mi chiedo solo se prima o poi mi sentirò di nuovo pulita.

Sono tormentata. Tanto. Forse a torto forse a ragione, ci sono giorni che penso proprio di essere sul punto di crollare definitivamente.

Ma, porco cazzo, non i miei tormenti né la mia vita valgono ad autorizzare chi mi conosce a valutarmi incapace di stare al mondo.

Nella mia vita ho sempre, bene o male, avuto le palle.

Doveva capitarmi di incazzarmi per bene per ricordarmelo o rendermene conto. Ma ora con meravigliosa lucidità me ne accorgo: io esisto in quanto persona, e il mio essere non si limita né si definisce nei miei problemi, nelle le mie seghe mentali o nei i miei schizzi momentanei.

Io sono me, e ho la mia forza e il mio valore. E poi mi faccio un sacco di seghe mentali, patisco, piango e ho bisogno di affetto e attenzioni, ma questo non toglie nulla a quanto detto prima.

“Fa più io dire me”…allora bene, me sono Marta, Ruby, Waspy o come cazzo mi volete chiamare, e sono qui.

 

 

 

 

 

Scars

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Tutte le cicatrici hanno una storia da raccontare.

Una caduta in bicicletta, un incidente d’auto, un coccio di vetro in spiaggia dopo un pomeriggio tra pedalò e giochi in acqua, magari mentre si sta cercando di darsela di fronte alla nuova conquista…

Storie che rimangono impresse sulla pelle, eterno memento di un momento che di per sé non significherebbe proprio nulla, ma per qualche motivo è stato prescelto dal fato per affrescare il nostro corpo.

Quando parlo con qualcuno che ha qualche segno evidente è solo con fatica non indifferente che mi trattengo dal chiedere, abbandonando ogni eleganza, cosa gli sia successo. Sono curiosa per natura. Non si tratta di farsi gli affari altrui, è solo che mi interessa sapere cosa c’è dietro.

Mi interessano le persone, quasi a livello ludico/scientifico. In concreto poi coi rapporti sociali non sono esattamente un drago, però sapere di quel microcosmo che si nasconde in ciascuno è cosa che desidero, e siccome non posso pretendere che la gente venga a raccontarmi chi è solo perché sono curiosa io, non mi resta che tirare a indovinare. Penso di indulgere spesso e volentieri nel romanzo, piacere che mi arrogo in totale scioltezza, dato che riguarda unicamente me e non l’oggetto in questione, e nel fare ciò l’osservazione delle cicatrici gioca un ruolo interessante.

Ora potrei mettermi a raccontare al mondo delle mie, di cicatrici. Di certo, questo appagherebbe in parte il mio desiderio di attenzioni. Non è escluso che prossimamente io mi lanci in un elenco puntato corredato di descrizione di eventi, personaggi e copione per ogni singolo segno che ho sul corpo, si tratti di tessuto cicatriziale o di inchiostro.

Oggi però pensavo che quello che realmente è una cicatrice è una conseguenza. La dimostrazione del fatto che indietro nel tempo non si torna: prima non c’era la ferita, poi c’è. Guarirà, perché o guarisce o si muore. Guarirà ma, diversamente dal novanta per cento dei danni che vivendo ci si procura, lascerà un segno indelebile. Non ci si potrà mai dimenticare di cosa l’abbia causata. Magari mille altre cadute sono passate, svanite nell’oblio di un’epidermide perfettamente rigenerata, e di queste ci si può tranquillamente dimenticare…ma non di quelle che, non poi così diverse dalle altre, lasciano un segno.

Uguale per le cicatrici che stanno dentro…di tutto di ci può dimenticare e la mente è bravissima a rimuovere, per sopravvivenza, i ricordi che non si desidera conservare, quelli che a guardarli da vicino ci farebbero sentire così miseri da non poterlo sopportare. Però non tutte le ferite guariscono bene. Alcune non sono state medicate a modo, e lasceranno per sempre, o magari così sembra fino a che non saranno faticosamente guarite, il loro segno, che per quanto si faccia il possibile per non guardarlo continua a saltare fuori urlando “Fai schifo!”.

Devo già averlo detto, ma il senso di accettazione non è un mio pregio. Il famoso “Ce ne faremo una ragione” lo dico solo per ridere. L’idea di dovermi assumere la responsabilità delle mie azioni mi fa andare nel panico più totale. Assolutamente poco dignitosamente, senza scusanti di sorta. Non riesco ad accettare che una volta che ho fatto una cazzata la cosa sia fatta e non ci sia modo di tornare indietro. Non ce la faccio.

Vorrei chiedere scusa, ma il fatto stesso di chiedere perdono andrebbe a braccetto con l’affrontare la conseguenza della cazzata, che andrebbe dichiarata. Vorrei dire “Perdonami, tu non sai perché ma io sì, dimmi solo che mi perdoni e fammi stare bene” ma sarebbe un po’ un mezzuccio scorretto e soprattutto privo di significato…

Non sono credente, e andare a confessarmi non aiuterebbe. Non ho ucciso nessuno, ma questo non mi fa sentire meglio.

Vorrei potermi guardare allo specchio pensando che non ho più nulla da nascondere, nessun peccato originale che macchi la mia fedina penale di persona, ma non è possibile.

Allora bevo dal mio amaro calice, sconto il fio dei miei peccati auto infliggendomi un martirio che non mi infliggono gli altri, non riuscendo ad auto concedermi il perdono perché non so se chi di dovere lo farebbe.

In questo purgatorio in terra mi sono smarrita, perché non trovo più la via di casa.

Diceva il capitano Teague al figlio, quel grande di Jack Sparrow, il quale forse ha il mio stesso problema, visto che una ne fa e cento ne pensa, e poi passa la vita inguaiato dal suo continuo tentativo di fuga dalle conseguenze delle sue azioni più abiette, “Il difficile non è vivere per sempre, ma convivere con sé stessi per l’eternità”.

 

 

L’Ospedale

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Entrò dalla porta principale, come se fosse venuta in visita per qualche congiunto. Forse a l’orario di visita era già finito, o forse doveva ancora cominciare. Non ne aveva idea: non indossava più l’orologio da anni.

Senza meta percorreva i corridoi lunghissimi, come un dedalo all’interno della struttura. Le passavano accanto persone con le braccia ingombre di fiori e dolci, omaggi di pronta guarigione per conoscenti in degenza. La gente in visita si mischiava ai dottori e agli infermieri, ministri della salute nell’officio del loro compito sacro, che come una consolidata routine prelevano sangue, emettono diagnosi e rimuovono parti di corpi non più funzionanti.

Sasha aveva per anni pensato che non avrebbe mai potuto affrontare una carriera medica, perché la impressionavano i colori fin troppo accesi dell’interno del corpo umano, l’odore del sangue la metteva a disagio e la sofferenza le si attaccava addosso oltre a quella coltre di indifferenza distaccata che non riusciva a togliersi come una impermeabile bagnato che tiene lontana l’acqua ma non la sensazione di gelida umidità.

Attualmente si era scoperta a meditare che in un’altra vita le sarebbe piaciuto provare. Forse alla fin fine avrebbe potuto essere la sua vocazione.

Per qualche motivo che non sapeva spiegarsi, gli ospedali esercitavano su di lei una sorta di perverso fascino. Temeva di vedersi comparire davanti da un momento all’altro una barella con sopra qualche vittima di qualche rovinoso incidente stradale, ridotta a brandelli di corpo nel proprio sangue, e con questo spauracchio si guardava intorno sperando che i suoi occhi fossero, nella malaugurata ipotesi l’evento temuto avesse avuto a concretizzarsi, in grado di avvertirla di distogliere lo sguardo quell’istante prima che le immagini si imprimessero sulla sua retina…eppure i corridoi bianchi, l’odore di disinfettante, quell’odore caratteristico che fa venire in mente qualcosa di verde spento, i cartelli per i reparti che da dermatologia portano in chirurgia d’emergenza senza nemmeno passare per una grave malattia, le piacevano.

Si trovò a sogghignare tra sé e sé: forse aveva un debole per tutti i posti con i corridoi. Tra supermercati e ospedali non sapeva nemmeno lei cosa fosse più comico.

Ad ogni modo, qui non era venuta per leggere affascinata delle indicazioni per reparti dei quali avrebbe dovuto cercare il nome su un dizionario per capire cosa succedesse lì dentro.

Era andata in ospedale perché le era sembrato il posto giusto in cui portarsi date le stanti condizioni.

Quando uno sta male generalmente è in ospedale che va, dove qualcuno che sa come fare potrà prendersi cura di lui, senza doversi spaventare, impressionare, scocciare o cose del genere.

I dottori e gli infermieri hanno studiato per capire quale osso è rotto, quale organo non funziona, cosa si è incasinato all’interno della macchina più che complessa che è l’essere umano. Inoltre, vengono pagati per accudire chi ne ha bisogno: è il loro lavoro, e alcuni addirittura dicono che sia una sorta di vocazione, al pari della chiamata religiosa. In teoria dottori e infermieri non provano fastidio ad avere a che fare con persone che stanno male. E’ un po’ come firmare un contratto: “se io sono qui è perché sono malato, è mio diritto farmi accudire e tuo dovere cercare di farmi stare meglio”.

Sasha sapeva di essere ben lungi dall’essere in condizione di scagliare la prima pietra: a meno di momenti di allineamento astrale favorevole, in cui si sentiva ispirata e riusciva a prendersi cura di chi in quel momento ne aveva bisogno in maniera che lei stessa avrebbe definito soddisfacente, non era brava con gli infermi lamentosi. La irritavano, svegliando quella bestia selvaggia che se ne stava assopita nel suo petto, ma che negli ultimi tempi si presentava un po’ troppo spesso a farle produrre pensieri e provare sensazioni che avrebbe largamente preferito non provare, non essendo in grado di giustificarle in alcun modo.

Si dice che la capacità di guardare dentro sé stessi e di fare autocritica sia una benedizione, ma lei aveva i suoi seri dubbi in merito: fissare il suo piccolo sporco abisso personale non le dava gli strumenti per sanarlo, ma solo il dolore di averlo dovuto scrutare. Volendo proprio trovare un lato positivo, per lo meno l’accusa perentoria che pendeva sul capo della sua bestia le impediva di lasciarla emergere liberamente, il che l’avrebbe resa largamente più socialmente e moralmente inaccettabile di quanto già non fosse.

Si sentiva esausta. Era stanca di combattere una battaglia dove non c’è nessun esercito schierato…stanca di involversi in pensieri che non la portavano da nessuna parte. Stanca di sentirsi male, accusa e difesa di crimini mai commessi e torture mai subite.

Troppo lucida per abbandonarsi, si opponeva strenuamente al tifone che la sbatteva di qua e di là; troppo poco lucida per salvarsi non aveva una reale volontà di aggrapparsi a nulla che avrebbe potuto trattenerla in questo vortice di pensieri sconclusionati.

Aveva l’impressione che da un momento all’altro si sarebbe strappata dall’interno sul serio. Avrebbe fatto il rumore che fa il velcro quando viene aperto e l’interno del suo corpo, quegli organi così eccessivamente colorati, si sarebbero sparsi in giro come in un brutto film splatter. Oppure avrebbe fatto come capita alle torte se si apre il forno prima che abbiano finito di lievitare. Plaf, e si sgonfiano miserevolmente, come se qualcuno le avesse bucate da sotto alla teglia.

Non sapeva da quanto tempo esattamente stava camminando, girando casualmente tra un corridoio e una scala, previa aver preso vari ascensori. Di certo era salita, perché per qualche buffa ragione il salire nei piani di un edificio la faceva sentire più “dentro”.

A perdersi in ospedale era sempre stata bravissima: a memoria d’uomo non era mai riuscita ad andare a trovare qualcuno senza aver bisogno di essere salvata dall’infermiera di turno o dall’addetto alla mensa che la ritrovava a vagolare con il naso per aria nella zona montacarichi o nell’anticamera di radiologia.

Questa volta però era diverso: non doveva trovare un reparto o una persona. Non c’era un posto che fosse adatto ai suoi scopi, quindi nemmeno ce n’era uno che fosse particolarmente poco indicato. Di conseguenza, come insegna lo Stregatto con i suoi schiaccianti sillogismi, poco importava che sapesse dove si trovava.

Guardò dentro alla camera che stava per superare: era vuota, a meno di una serie di macchinari strani e dall’aria poco rassicurante e vagamente cyberpunk che stavano tra il letto e la finestra. Le sembrò che il verde pallido delle pareti facesse al caso suo e così pure l’odore di amuchina che ammantava tutto come se fosse stato appena sparso ovunque il gel per lavarsi le mani senza acqua che piaceva tanto ad alcune sue conoscenze.

Si tolse le scarpe e si svestì. Si infilò nel letto con la massima attenzione a disfarlo il meno possibile e poi chiuse gli occhi.

SUPERMERCATO

Sasha alzò lo sguardo.

Il reparto sottaceti di quel supermercato non era niente male. Era gigantesco, il corridoio sembrava non finire mai, e gli scaffali, così alti che c’era da chiedersi come facesse una donna di statura media a raggiungere la merce esposta sull’ultimo ripiano, ricordavano dei binari stracolmi di cibo.

C’erano esposte almeno cinque marche diverse di cetrioli in salamoia, varie tipologie di pomodorini secchi, da quelli alla siciliana prodotti in serie in chissà quale industria a quelli confezionati come se fossero marmellate della nonna homemade, e un numero impressionante di vari misti di funghi, carciofini, melanzane, carote, cipolline e chi più ne ha più ne metta.

Sasha registrò mentalmente prezzi e calorie dello scatolame esposto. Nutriva per i funghi porcini una passione piuttosto prepotente, eppure continuava a sembrarle assurdo pagare tipo 18 euro per un barattolo che sarebbe durato probabilmente non più di un giorno e mezzo e avrebbe, come legge biologica impone, fatto una fine decisamente poco incoraggiante.

Fu mentre osservava interessata una lattina di trippa e fagioli che si rese conto che a ben pensarci, anche se quel supermercato le piaceva e il reparto sottaceti regalava soddisfazioni, non sapeva in quale supermercato si trovasse nè dove avesse abbandonato la macchina.

Ci sono momenti in cui diventa necessario per la propria sopravvivenza non prendersi troppo sul serio, e lei negli ultimi mesi era diventata ormai maestra in quest’arte. Pensò che la sua condizione, se per qualche motivo qualcuno dall’esterno avesse potuto indovinarla, sarebbe risultata piuttosto comica. Comica come una storia di ordinaria follia, comica come un corsivo diabolico per una tragedia evitabile. Comica di quella comicità amara che sa sempre strappare un sorriso ai volutamente disillusi.

Certo, la gente che passava, indaffarata a seguire un preciso elenco della spesa incastrando quel rituale moderno in una vita produttiva e quadrata, tra un lavoro ed una famiglia, non poteva certo immaginarsi che quella ragazza che vagava con sguardo assente tra una scatoletta e uno yogurt si trovasse in un supermercato a caso senza avere memoria precisa di esserci andata, con il nemmeno tanto nascosto scopo di far quadrare dei rigidi calcoli di calorie, sigarette, ore di sonno e minimo sindacale di accettabilità sociale che imponeva di non potersi sempre accollare a qualche anima pia passate le 18.30 di ogni giorno.

Come in trance, si rese conto di colpo che non ne poteva più di analizzare lattine di tonno e di fagioli cannellini, pornografica sostituzione di un pasto che desiderava e al tempo stesso rifuggiva. Ora sentiva l’esigenza di una boccata d’aria, meglio ancora se per una fortunata ragione fosse stata profumata di fiori…quei bei fiori rosa che nei giardini in questo periodo dell’anno si stagliano contro il cielo azzurro e fanno sembrare che la realtà sia davvero come una foto ben riuscita in cui una mano capace, con l’aiuto di un obbiettivo professionale e di un buon programma di editing fotografico, cattura un attimo che, sfiorando la realtà per un istante emergendo dal suo mondo di sogno, sembra ammiccare direttamente a quello che gli occhi vorrebbero vedere per appagare un desiderio estetico del momento.

Fuori dal supermercato però non c’erano fiori rosa, e nemmeno il vento tiepido in cui Sasha aveva sperato. C’erano invece nuvole scure che coprivano il cielo, foriere di un temporale primaverile come solo Aprile sa portare. L’aria era più fredda di quando era entrata ed era greve di umidità. L’odore di umidità quel giorno non le dispiaceva. A volte, il temporale imminente non le dava fastidio, e quello era uno di quei giorni.

Sasha pensò che forse avrebbe potuto aspettare la pioggia per non piangere da sola. Di colpo, le persone che vedeva passare le facevano paura. Le facevano paura e la facevano arrabbiare. Guardava con sdegno le signore con le scarpe basse, schifata dalla lentezza e dalla debolezza con cui si muovevano. Avrebbe voluto avvicinarle e urlare loro nelle orecchie di muovere quegli orrendi culi molli che si ritrovavano. Osservava un capanello di ragazzini e ragazzine che ridacchiando uscivano dal supermercato con le braccia cariche di patatine fritte e si aprivano in un tripudio di schizzi una bottiglia di coca cola. Anche loro avrebbe voluto prenderli a sberle, perché le loro risate sguaiate e la loro ingiustificata volgarità la infastidivano.

Avrebbe voluto andare da qualche parte e urlare fino a non avere più fiato in corpo, sfogando quella rabbia ingiustificata che le puzzava tanto di una specie di xenofobia atipica, dove ogni persona che, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, si trovasse ad essere diversa da lei e a non condividere, per sua grande fortuna, quelle anche lei riconosceva essere tare mentali, la irritava.

Le girava leggermente la testa, come sempre quando permetteva alla sua accusa e alla sua difesa interiore di iniziare una querelle.

Una bolla di sapone. Si sentiva una bolla di sapone. Fragile e non compresa. Ingiustamente accusata e giudicata, ma fondamentalmente effimera e non giustificata nelle sue sensazioni e nei suoi desideri.

Una bolla di sapone che, sapendo che il suo destino è quello di scoppiare, è combattuta tra il desiderio di farlo il prima possibile e la rabbia per essere stata condannata senza un peccato originale da espiare ad un’esistenza di sfumature di colori irreali, perché tutti sanno che in realtà le bolle di sapone sono perfettamente trasparenti, e devono il loro bell’aspetto alla rifrazione della luce.

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Io mi chiedo talvolta quale sia lo scopo di tutto questo.

Dove stia il senso, l’equilibrio e la giustizia.

Non accetterò mai che non ci siano.

Scusatemi, disillusi e cinici abitanti di questo strambo globo terraqueo, io non ci sto.

Non credo in Dio, e quasi quasi nemmeno più negli esseri umani intesi come categoria generica.

Però, porco di un cane, ad essere una fredda cinica bastarda, indurita dal mondo e dalle cicatrici che si porta addosso non ci riesco. Leggo Bukowski e Nietzsche, mi riempio la bocca di frasi tipo “Dio, se esiste, deve qualche bella spiegazione”, e non simulo il mio prepotente disappunto verso il mondo, però non ci sto a non credere in niente. Mi scusino i miei autori, ma io a bere l’ennesima rossa spessa come un minestrone, sola, depressa e incattivita nel mio tavolo fisso al pub non ci vado.

Giro la sera alla ricerca di compagnia, rifuggo il mio nido casalingo per chissà quale ragione subconscia, come una randagia per i pub,e randagia mi sento, fino al midollo.

Smarrita dentro e fuori in una realtà con la quale non riesco ad andare d’accordo…eppure il passo, quello che mi farebbe saltare nell’abisso con il quale ci scambiamo per ora lunghe occhiate manco fossimo due innamorati, non lo faccio.

Non posso credere che tutto si riduca a questo.

Voglio un segno. Un misero, fottuto segno che qualcosa per cui valga la pena sbattersi ci sia. Un sorriso, una carezza, una grazie, un qualcosa che porco di un cazzo va nel verso giusto.

Moderna e sfigata Don Chisciotte, combatto mulini a vento e ancora cerco la mia Dulcinea e il mio Sancho Panza. Mi starebbe bene combattere i mulini, lo giuro…ma almeno datemi una principessa da salvare, senza che io debba accorgermi che fa la prostituta in una locanda ad ore, e uno scudiero ad assistermi che non mi osservi come una poveretta con dei problemi che va aiutata.

In nome dell’umanità, come direbbe Wile E. Coyote, Genius.

 

Era una giornata di fine primavera.
O forse era inizio estate.
Magari invece non era nè fine primavera nè inizio estate: quell’anno le condizioni atmosferiche avevano fatto le pazze, ed era difficile capire in che stagione ci si trovasse.
Però il clima era mite e il vento delicato, quindi se non era fine primavera o inizio estate ci somigliava.
Il vento, che accarezzava i profili delle siepi e degli alberi del parco illuminato da un sole tanto soffice quanto presente, avrebbe avuto odore di fiori, se solo ci fossero stati dei fiorni in quella zona.
Invece i fiorni non c’erano, e la brezza doveva accontentarsi di profumare di aria pulita.
Alcuni di quelli che abitavano da quelle parti avrebbero giurato di sentirci odore di mare e di ulivi in quel venticello.
Altri avrebbero potuto scommetersi la pensione che quel retrogusto che lasciava nelle narici fosse dovuto ai pascoli e alle montagne su cui le dita di Zefiro passavano limpide.
Interrogando i bambini, si otteneva generalmente una risposta univoca per genere per quanto differentemente declinata a livello di sfumature: nell’aria c’era odore di torta alle mele e cannela appena sfornata, piuttosto che di zucchero a velo alla fragola di quello che danno alle giostre o di crostata con abbondanti riccioli di panna montata a sovrastarla come graziosi capitelli ionici. I più coraggiosi azzardavano timidamente di aver riconosciuto talvolta il sospetto di una fragranza di croccante e cioccolato, ma non erano così sicuri da affermare definitamente questa loro ipotesi.
Taluni degli abitanti poi affermavano che non ci fosse nessun vento, e che anzi l’aria fosse talmente immota da risultare quasi opprimente. Questi ultimi, nelle rare occasioni in cui si prendevano il fastidio di aprire la bocca, lo facevano evidentemente solo per dar aria ai denti, perché nessuno aveva tempo da perdere dietro al loro così poco stimolante punto di vista.
Sta di fatto che, inizio estate o fine primavera che fosse, il vento profumato passasse con la delicatezza di una farfalla sulle siepi e sugli alberi.
Si sarebbe potuto pensare alle carezze di un amante affettuoso sul viso dell’amata sentendosi sfiorare da quella brezza leggiadra.
Non carezze pregne di presupposti e allusioni, sia chiaro. Piuttosto, avrebbero potuto essere le carezze di una domenica mattina in cucina passata a cucinare plum cake assieme, in un mirabile quattro mani di ricette sbagliate e farina svolazzante.
Il sole poi era indeciso se tramontare anche quel giorno oppure no.
Con i suoi raggi arancio-rosati illuminava il parco, e le ombre si allungavano secondo dopo secondo…però non andava giù quel pomeriggio: si limitava a lambire con quel poco di malizia tutto il mondo, come se sapesse che dalla sua corsa quotidiana dipendeva il naturale svolgersi di ogni cosa, e si divertisse a ricordarlo di tanto in tanto a tutti, attardandosi unicamente perché quel giorno gli andava a genio di far così. Niente di eccessivamente sconvolgente comunque: come si diceva poc’anzi, quell’anno il tempo era stato piuttosto matto, e nessuna si stupiva più per bizzarie innocue come quella.
In quel tramonto di lunghezza indefinita, un bambino camminava lungo il sentiero del parco.
Dico bambino, perché a giudicare dal passo saltellante si sarebbe potuto intuirlo tale, ma era controsole, e non potendolo vedere in faccia mi risulta difficile dargli un’età.
Voi direte, non c’è assolutamente nulla si strano o notevole in un bambino che cammina saltellando in un parco al tramonto di una bella e soleggiata giornata di fine primavera o inizio estate.
In effetti non ci sarebbe stato proprio niente di che, se non fosse stato per la sua ombra che, forse per colpa del sole che rifiutandosi di tramontare era ormai costretto a proiettare i contorni di tutto innaturalmente lunghi e distesi a terra, sembrava coricata, legata ai piedi del proprietario da chissà quali fili invisibili e robustissimi, e completamente contraria a seguirne i movimenti.
Certo, non potendo uscire dalla sua condizione di ombra, ovviamente dipendente in tutto e per tutto dalla figura concreta che la genera, non avrebbe mai potuto permettersi si smettere di emulare i movimenti del suo padrone. Quindi, proprio come avrebbe fatto ogni brava ombra, li seguiva… Ma li seguiva malvolentieri, pigramente come ci si muove al mattino quando la sveglia suona troppo presto, come se mentre il ragazzo saltellava nell’aria tiepida e profumata di pane appena sfornato (perché per lui l’aria profumava di pane appena sformato), lei fosse stata costretta a trascinarsi faticosamente, prostrata su un terreno irregolare e accidentato, ferita dalle asperità del suolo e trattenuta dalla melassa poco ospitale nella quale era invischiata.
L’ombra forse avrebbe voluto fermarsi a riprendere fiato un attimo.
Avrebbe voluto provare a tirarsi in piedi anche lei, e smettere finalmente di essere un’ombra, che, notoriamente, è un lavoraccio, e va a finire che si passa tutta la vita a stare sotto i piedi di qualcuno.
Il bambino però, totalmente ignaro delle fatiche della poveretta, continuava a saltellarsela in giro, come se il mondo circostante non lo riguardasse nemmeno per sbaglio, pago del suo profumo di pane appena sfornato nell’aria e della sua mente libera, riempita solo dai ricordi del gioco del pomeriggio appena trascorso e dell’attesa della sera che sarebbe venuta di lì a poco, sempre che il sole avesse deciso di tramontare definitivamente, prima o poi.
Fu all’ennesima buca, all’ennesimo albero contro cui aveva dovuto sbattere, o forse fu solo perché ad un certo punto si era stufata di fare la brava, che d’un tratto, mentre il bambino, con il naso per aria, osservava incuriosito un palloncino che svolazzava nell’aria sempre più su verso le nuvole, l’ombra distese il suo braccio reso lunghissimo dal tramonto che ormai era durato decisamente troppo, e chiuse le sue dita immateriali attorno alla corda del palloncino che danzando disegnava spirali irregolari nel vento, che evidentemente c’era, checché ne dicessero i cinici.
Non è molto il peso che un palloncino gonfiato con l’elio può sopportare, ma un’ombra è poca roba: se si stacca dal proprietario nemmeno ha un corpo a cui fare capo, e può tranquillamente decollare insieme ad un palloncino rosso che va verso le nuvole cullato da una dolce brezza di inizio estate o fine primavera che sia.
Così, in quel giorno che era difficile definire tanto metereologicamente quando a livello orario, l’ombra del bambino decollò, sperimentando la leggerezza dell’aria dopo anni di vita relegata a terra.
Al bambino, naso rigorosamente verso il cielo come si confà ad un bravo infante, parve di vedere per un attimo qualcosa librarsi in cielo assieme al palloncino rosso.
Poi, mano a mano che questo prendeva quota e si allontanava, i contorni indistinti di quel qualcosa sembravano sciogliersi nel bacio degli ultimi raggi di quel sole bislacco, come una goccia di acquerello in troppa acqua.
Quando, con un ultimo lampo rosato il sole scomparve dietro al profilo della collina, il palloncino non era che un puntino rosso in lontananza, seguito a ruota dal cordino che, come la coda di un animale selvatico e giocoso, si attorcigliava e contorceva nell’aria profumata e tiepida di quella giornata di fine primavera o inizio estate.

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My Third World War

 

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Una ragazza che conosco ( si fa per dire, l’ho incrociata per un anno a danza, e non si può dire di conoscere qualcuno se le modalità di incontro sono state queste) parlando di anoressia definì questa “cosa” come la sua Terza Guerra Mondiale.

Non potrei immaginare una definizione migliore.

Ora, io ho sempre avuto una tendenza a non sviscerare studi e quant’altro fino in fondo, il che faceva andare in bestia mia mamma quando andavo a scuola e più che imparare veramente la lezione ne mettevo a mente quattro capisaldi e poi supercazzolavo, cosa che generalmente funzionava, data la parlantina sciolta e la faccia tosta. Col senno di poi posso dire che aveva assolutamente ragione a dirmi di tutto, perché ora che ho concluso tutti i cicli di studi che potevo affrontare devo ammettere di avere una bella infarinatura generale di nozioni e di non conoscere approfonditamente nessuna materia.

Come negli studi, in tutto ho un “talento provvidenziale” a non andare fino in fondo nelle cose che faccio. Parlo di provvidenziale talento perché è una cosa che di per sé fa schifo, ma se io non fossi fatta così ora sarei in condizioni peggiori.

Sono mesi che i miei amici mi accusano di essere anoressica. I miei genitori non osano dire la parola ma ho il ben fondato sospetto che lo temano, nella migliore delle ipotesi, a meno che non diano già la cosa per scontata.

Se per anoressica intendiamo la classica ragazzina scheletrica che si vede grassa, e salta pasti su pasti andando avanti a 50 calorie al giorno vedendo pesi sempre più leggeri e non fermandosi, no, le accuse non sono fondate.

Le accuse non sono fondate perché, ripeto, io ho un provvidenziale talento nel non andare fino in fondo.

Però, so come ci si sente. Non sono ridotta così male, ma sono ridotta male a sufficienza da capire la definizione “Terza Guerra Mondiale”.

E’ così, anche io mi sento così.

E’ proprio una guerra mondiale, perché ci sono così tante potenze in ballo che non si riesce nemmeno più a capire chi sta con chi, quale sia l’asse RoBerTo e chi siano gli Alleati…che poi magari è capace che ci sia anche qualche stronzo che fa il doppio gioco.

Solo che accade tutto comodamente all’interno della persona stessa, la quale potrebbe anche detonare senza apparenti cause esterne da un momento all’altro.

Ci sono giorni che mi sveglio, mi peso, la prima temuta e attesa pesata del giorno, e vedo che sono qualche etto in meno del giorno prima. Razionalmente ho deciso che meno di tot non devo essere, che essere troppo sottopeso non va bene, che se continuo a perdere peso il ciclo non mi tornerà mai, e il ciclo devo riuscire a farmelo tornare, almeno quello. Razionalmente sono già contenta del risultato. Mi vedo allo specchio e non mi vedo grassa. Mi vedo più o meno come vorrei vedermi. Quindi, razionalmente, non c’è una ragione al mondo per cui io debba voler perdere ulteriormente peso. Eppure, nel momento in cui la bilancia mi dà un risultato inatteso, più basso di quelli precedenti, il nuovo standard da mantenere diventa quello. Se non ci riesco, il peso che prima mi andava bene ora mi suona come un “SONO INGRASSATA”.

Sono ingrassata, e cioè sono un passo più vicina a tornare come ero prima. Prima, quando mi vedevo grassa, pingue e molliccia. Una schifezza insomma. Io, che ho sempre adorato il magro scheletrico, sventuratamente non sono scheletrica di natura. Da bambina ero grassottella. I miei ricordi falsati danno mia madre e mia nonna che mi ingozzano siccome oca da fois gras, in realtà, poracce loro, assecondavano solo la gola di bambina golosa.

Da bambina ero grassotella e questo non passava certo inosservato. Erano prese in giro su prese in giro (perché oltre che grassotella ero anche antipatica, ben inteso.)

C’era una nota showgirl (che non è abbastanza nota perché io mi ricordi il suo nome con sicurezza, ma azzarderei un Anna Maria Barbera) che in un’intervista ha affermato che “Chi è grasso da bambino lo rimane per tutta la vita.”

Ha una ragione fottuta. Non importa quanto pesi poi da adulto, quanto sei magro. Nella tua testa resti sempre il bambino salsicciotto.

A 16 anni ero la bellezza di 53 kg . Da allora ho cominciato la mia dieta. Già a 12 anni mi ero messa a dieta, ma era durata solo un’idilliaca settimana di digiuno perché ero via di casa. Ritornata dai manicaretti di mamma ogni intento di dimagrimento è morto tra le braccia di un mostacciolo al pesto e un pezzo di grana di quello balordo .

Sostanzialmente, io sono a dieta da quando ho 16 anni. Sempre. Ora di anni ne ho 25, ed è la prima volta che riesco ad arrivare dove voglio. Capirete bene che ho a buon diritto paura di perdere il risultato così faticosamente ottenuto.

Contemporaneamente però nemmeno voglio ammazzarmi. Non voglio distruggere del tutto il mio corpo, perché mi serve mi serve per fare cose da persona normale, e deve essere decentemente forte per andare a danza e non fare uno schifo a lezione, altrimenti tanto vale che io abbia incasinato tutta la mia vita per ballare se poi sono così debole da non riuscire a stare in releve. Inoltre, non voglio far spaventare troppo chi mi sta vicino. Non sono particolarmente affezionata a me stessa, ma se volessi uccidermi lo farei in soluzione unica, non a rate etto dopo etto. Se non mi ammazzo in un colpo solo avrò le mie ragioni per non farlo, ma visto che rimango viva nemmeno voglio vivere stando male, quindi la soluzione drastica di 50 calorie al giorno non è percorribile per me, anche se mi assicurerebbe di non ingrassare nemmeno di un grammo.

Mi è stato detto che non mangio per attirare l’attenzione. Cosa di preciso ci sia nel mio inconscio io non lo so: non per niente è inconscio. Essendo io una professionista dell’autoanalisi, per dirla in maniera pomposamente stilosa, quando la definizione corretta sarebbe “gran segaiola mentale”, posso dire che la ricerca di attenzioni è uno dei leit motif della mia esistenza, ma non credo che nello specifico il mio mangiare o non mangiare abbia questo non dichiarato fine. Ce l’avevano i tagli e altre cazzate ben poco dignitose che ho fatto, ma per me il non mangiare rimane una questione estetica.

Una questione estetica che però mi condiziona la vita in una maniera assurda per essere solo questione di aspetto. Ci deve essere dell’altro sotto, perché spero di non essere così demente da vivere così solo per entrare nel 32 di Tally Weijl (e nemmeno di tutti i modelli), ma quell’altro che c’è, sempre che ci sia, è relegato in un punto di me che nemmeno la mia impietosa autoanalisi riesce a stanare.

La mia giornata ruota attorno a cosa mangerò e quando. Io ho un bonus di circa 1200 calorie al giorno, purchè quello che deglutisco non sia troppo grosso a livello volumetrico, perché altrimenti alla pesata successiva il peso cambia io essendo, contrariamente al solito, “a pieno”, e la cosa mi irrita. Posso mangiare a colazione più o meno soddisfacentemente, anche se poi quando mangio più noci del previsto spiluccando mentre aspetto il caffè mi sento in colpa e tutto il piano alimentare giornaliero subisce delle scomode compensazioni, poi a metà mattinata per essere in forze per la lezione, ed è ormai una sorta di rituale questo, a pranzo, sempre e rigorosamente dopo 14.30 sul treno mentre torno, non prima in sala d’attesa, poca roba e possibilmente proteica, di una massa che non superi i 180 g, a merenda prima dell’altra lezione di nuovo cose proteiche che ricarichino i miei poveri muscoli e mi tengano su. A cena non si mangia. Mai. Vietatissimo. Bevo una birra, magari assaggio qualcosa dal piatto di chi è con me, o mangio le patatine che portano assieme alla birra, ma non ordino mai. Se sono costretta a farlo è panico totale. Come è panico totale se per qualche motivo il mio pranzo o la mia colazione sforano le calorie e i grammi previsti.

Non mangio 50 calorie al giorno e non peso 30 kg, ma la mia giornata si organizza attorno a quello che mangerò e quando, conto pure le calorie del caffè per star sicura di non andare fuori dal limite. Se per caso cedo alla tentazione e non riesco a rimediare in giornata con altre privazioni (e non sempre il digiuno redentore è possibile, perché magari devo ancora fare delle lezioni, o esco con qualcuno che si panicherebbe, o semplicemente ho una fame da morire e cedo senza onore all’assaggio di qualcosa che mi viene offerto) mi sento in colpa, e ne va decisamente del mio morale: posso essere completamente sfasata per ore e ore se ho mangiato più del previsto, se poi la cosa è stata dovuta ad un peccato di gola puramente autonomo non ne parliamo, passo addirittura giorni a sentirmi male. Tra l’altro, onde evitare il rischio altissimo di cedere a tentazioni quando basta aprire un’anta e pescare robe dietetiche e gratis, cerco di non sedermi mai a tavola coi miei: è capitato più di una volta che io me ne vada in giro come una gatta randagia solo per non mettere a dura prova la mia volontà, visto che spesso e volentieri in questi frangenti cede. Cede perché di mio, come dicevo, amo mangiare, e oltretutto ho fame. Ho un sacco fame, anche se non la sento. Ho le voglie, come le donne incinte, e si sono messe a piacermi anche cose che non mi sono mai piaciute, tipo la carne rossa o la marmellata. Penso che questo significhi che il mio corpo mi sta inviando un segnale molto chiaro: “Dammi da mangiare”.

E io gliene do: 1200 e qualcosa calorie al giorno, sperando che lui con questo sia d’accordo a non rompersi e mollarmi a piedi da un momento all’altro.

Sono andata da una nutrizionista e le ho espresso le mie necessità concrete omettendo ovviamente le seghe mentali ad esse legate. Lei sostiene che riequilibrando l’alimentazione sia possibile che io viva bene non ingrassando, perché sono parecchio sottopeso, ma la mia costituzione è molto minuta di base (infatti, quando peso come le tabelle mi vorrebbero sono praticamente rotonda). Se mi va bene potrei riuscire anche a farmi tornare il ciclo. Voglio sperare che abbia ragione, e proverò seriamente a seguire il piano nutrizionale che mi a fornito; fino ad ora, che non l’ho proprio seguito alla lettera, ma ho fatto abbastanza quello che diceva, mi sembra di sentirmi meglio.

Se dovessi, come mi era sembrato poco tempo fa, trovarmi davanti alla scelta tra sopravvivere ingrassando o rimanere così e stare male, ma male tanto…ecco, una cosa che sembra una scelta ovvia e banale per me sarebbe una crisi totale.

Ho scritto tutto ciò non perché voglia attenzioni o roba del genere ma per dire a tutti e specialmente a chi mi dice, o pensa “Non ci provi nemmeno”, che non è vero, ci provo. Eccome. Ma è difficile. Sto cercando compromessi, ed è faticosissimo. E’ il meglio che posso fare al momento. Inoltre, se qualcuno, leggendo, si ritroverà in quel che dico (mi spiace per lei/lui)…non sarà molto, ma forza, ci sono altri che pensano così e si sentono così.

L’anoressia, quella vera, è roba ben peggiore. Ho visto foto su internet che sono impressionanti. Questa “cosa” di cui io parlo, non saprei nemmeno come definirla. Pur restando senza nome, non è granché. Perché, ripeto, non mi ammazzerà, non mi ridurrà ad uno scheletro che cammina, e mi sento quasi in difetto a far tante storie per una cosa che non è nemmeno tanto grave, ma nel suo piccolo mi condiziona la vita, e non ho la più pallida idea di come uscire almeno dalla parte più emotivamente destabilizzante della cosa. Tenerci a vedersi bene, essere attenti alla linea, è normale. Che giornata e umore ruotino in buona parte attorno a questo no. E fa schifo.

La Masquerade

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Alla grande festa c’erano tutti.

Imbelettate le donne, agghindati gli uomini, entravano come in trance nella sala del Gran Ballo.

Scendendo dallo scalone di marmo, come se volassero e nemmeno i loro piedi toccassero i gradini tirati a lucido per l’occasione e ricoperti di velluto rosso facevano il loro maestoso ingresso nel salone immenso, illuminato da mille e più candele poste su candelabri in ferro battuto, ottone, oro e argento; e i lampadari, così grossi e pesanti da far domandare come fosse possibile che una semplice catena potesse sostenerli in tutta la loro mole…sembravano stallattiti luminose che con il loro giallo soffuso  ammantavano la casa di un’atmosfera di irrealtà dove i contorni delle cose si perdevano nella carta da parati barocca e nei tendaggi spessi che adornavano ogni finestra della villa.

Alla grande festa c’erano tutti, pronti ad abbandonarsi ad un folle walzer. Chi per sempre, chi per una notte soltanto, entrando nella villa illuminata dalle sole candele e dalla figura di esse riflessa e moltiplicata dagli innumerevoli ori e dalle superfici perfettamente lucide del ricco arredamento in legno del salotto, lasciavano fuori dalla porta ogni discernimento ed ogni desiderio di ragione e comprensione.

Tutto poteva accadere in quella notte, nulla era vietato e nulla era richiesto. Tutto era lecito, tutti avevano occhi per vedere ma nessuno ne avrebbe conservato ricordo distinto…solo il fumoso retrogusto di un sogno sarebbe rimasto nella bocca degli invitati, un velo di oblio sui loro occhi.

C’era un’unica regola a cui tutti dovevano attenersi per prendere parte alla grande festa: maschere veneziane coprivano il volto delle donne e degli uomini, maschere che non sarebbero state sollevate dal tramonto all’alba.

In quel salotto sembravano milioni le persone che calate fuori dal tempo e fuori dallo spazio cominciavano a danzare sulle note di quel walzer spettrale. Nonostante le gonne lunghe di broccato e i bustini con stecche di balena ad esaltarne le forme, le donne si muovevano fluide come se fluttuassero sul pavimento lucidissimo. I cavalieri le accompagnavano nella loro danza, le mani ora sugli avambracci guantati, ora sui fianchi. I ballerini si muovevano in raffinate coreografie circolari, dando luogo ad un intreccio di figure in cui le dame venivano passate di uomo in uomo con maestria, ora sollevate, ora abbandonate a cerchi interni tutti femminili secondo uno schema che nemmeno loro sapevano di conoscere.

Nessuno avrebbe saputo dire se era la musica o la magia della villa a portarli ed ispirarli a quel ballo di abbandono ed effimera apparenza.

 

Uomini o donne che fossero avevano un’unico modo di superare la maschera: cercare di arrivare al nocciolo di realtà che forse anche in quel salotto era rimasto attraverso lingue intrecciate, mani che fugaci sfioravano il sesso e si insinuavano con prepotenza nei capelli.

Non so che ore sono, non so quanto tempo sia passato da quando ho cominciato a muovermi. Non so nemmeno chi mi stia accompagnando in questo passo a due. Sento delle mani che mi guidano, mi accarezzano, mi tengono. Non so a chi appartengano queste mani, ma non mi importa. Mi piace sentirmi stretta al petto del mio cavaliere, ho l’impressione che non verrò risucchiata nel nulla. 

C’è un violino che suona, ed è una musica che alle mie orecchie sembra tremendamente triste. Gli altri invitati…nemmeno li vedo, anche se percepisco il loro muoversi. Io mi muovo con loro. Non so che magia ci tenga tutti e ci faccia danzare questa coreografia mai studiata come se la conoscessimo perfettamente. La mia coscienza oggi a malincuore vuole cedere il passo all’estasi. Così non è per gli altri: lascio vagare lo sguardo intorno e vedo non più persone ma simulacri che hanno perso la consapevolezza di star reggendo una maschera. Vorrei abbandonarmi anche io, sento che sono ad un passo dal farlo…eppure qualcosa non mi lascia scappare.

Il mio cavaliere mi offre un bicchiere colmo di un liquido rosso rubino. Lo prendo. Forse il vino potrà essere il giusto canale. Non ci fermiamo: il mio uomo mi regge saldamente, non mi farà cadere né rovesciare il bicchiere.

Non so chi sia l’uomo che mi sta facendo danzare con tanta maestria. Forse pianterà un coltello tra i miei seni, o forse vorrà prendermi, uomo o donna che sia, carpire la mia essenza oltre le maschere mischiando il suo respiro con il mio. Non importa se vorrà amarmi per una notte o uccidermi: il mio corpo riconosce nelle sue braccia forti e nelle sue mani che mi guidano sicure un compagno che per il tempo del nostro ballo sarà per me l’unica cosa sicura.

“Un bacio, uno soltanto.”

Stacco le labbra dal calice e appoggio la guancia al petto del mio cavaliere. Ha un odore buono. Non rispondo, ma alzo leggermente il mento, tacito assenso. Senza smettere di roteare e danzare appoggia la sua bocca sulla mia, e come se stesse assaporando una mela matura coglie la mia rosa con il suo alito tiepido e il suo abbraccio rassicurante, per un secondo o per sempre. 

Mi abbandono.

 

 

Perduti

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Il vento i gli schizzi ballavano il loro tango infernale nella notte di tempesta, e con il loro amore e odio sferzavano il viso del Capitano.

Ritto come un fuso, la pesante palandrana nera che si muoveva attorno al suo corpo legnoso guidata dalla bufera, lui stava al timone, una mano poggiata con noncuranza su di esso, gli occhi piantati nell’orizzonte nero.

I capelli annodati, attorcigliati come una cima che ha visto troppi giri di chiglia, gli schiaffeggiavano il volto, pesanti di acqua salmastra.

Forse era freddo, lì fuori.

Nessun altro dell’equipaggio osava sfidare la furia degli elementi salendo sopra coperta.

Lui però respirava a pieni polmoni la libertà di chi non ha più nulla da perdere sul ponte bagnato, accompagnato solo dai suoi amici di sempre: il vento e il mare.

Nel nero della notte temporalesca anche un marinaio consumato come lui non aveva più idea di quale fosse la direzione nella quale stava veleggiando.

Avrebbe dovuto ammainare, se avesse avuto paura di vedere la sua bella vela strappata dall’ennesima stoccata del vento arrabbiato o il robusto albero maestro cedere sotto i colpi della millesima tempesta che si trovava a contrastare con il suo legno scuro.

Avrebbe potuto farlo con leggerezza se solo avesse voluto: non aveva scadenze da rispettare, e nessun nemico li stava inseguendo.

Compariva un sorriso sghembo sul suo viso tagliato con l’accetta quando pensava al fatto che non aveva alcun nemico alle calcagna. Non aveva bisogno di scappare, certo che no. L’unico nemico che lo braccava lo aveva già trovato tanti anni prima. Avevano combattuto per un tempo che gli sembrava inenarrabile una singolar tenzone all’ultimo sangue, e ora non aveva più paura.

Respirò con violenza quell’aria greve di acqua assaporando quella libertà malsana che si era guadagnato a costo della vita.

“Capitano, l’equipaggio è inquieto.”

Una voce ferma lo scosse dalle sue meditazioni.

Senza degnare il suo secondo di una risposta si girò impercettibilmente verso di lui, l’unico altro uomo che in una notte da lupi del genere avrebbe osato mettere il naso fuori senza aver previa tracannato un’intera bottiglia di rum scadente.

L’uomo si avvicinò assecondando con il suo passo felpato il movimento feroce della ciglia nelle onde. Aveva un mantello avvolto senza cura attorno alle spalle e un tricorno sul capo.

Non fece una piega quando uno schiaffo di vento gli fece volare il cappello oltre il parapetto, liberando una cascata di capelli biondi così chiari da sembrare quasi argentei sotto l’ombra della luna.

“Dove stiamo andando Capitano?”

“Avanti dove punta la prua.”

Il Commodoro cavò fuori dal suo involto di mantello e braccia una bottiglia e la stappò senza troppe cerimonie con i denti. Sputò il tappo sul pontile, chiaro segno del fatto che non aveva in previsione di dover chiudere in un immediato futuro quella boccia.

Deglutì un generoso sorso e senza profferire altro verbo passò la bottiglia al Capitano.

Anche quest’ultimo se la portò alla bocca e vi si attaccò come un infante alla tetta della madre, sotto gli occhi di quello che al mondo era forse il suo unico amico, a far loro da colonna sonora solo il fischio prepotente del vento e il rombo delle onde impetuose.

“Te lo domando ancora John. Fai vela nel bel mezzo della tempesta senza avere una rotta. Dove diavolo stai andando?”

“Perduti, questo siamo. Che importa se la rotta non c’è?”

Completamente fuori luogo, una risata sommessa sfuggì dalle labbra sottili del Capitano. Non avrebbe spiegato a nessuno perché stava portando all’ovvia rovina un’intero equipaggio e la sua nave oltre a sé stesso. Non lo avrebbe spiegato perché non voleva farlo, ma anche se avesse voluto non avrebbe potuto: c’era solo lui, in un oceano controvento, prua contro il nulla, e non aveva una spiegazione per quella che era la sua condanna e la sua benedizione.

“Smarriti forse. Smarriti perché non sappiamo dove sta tutto il resto. Ma perduti? Quello mai. Possiamo ritrovarci io ogni onda, in ogni scoglio, nel rumore del vento e nelle bestemmie di quel branco di disgraziati che chiami equipaggio.”

Ormai i due erano spalla a spalla, mentre quelle parole aleggiavano, forse coperte dal vento, forse inghiottite dal mare.

Nessuno parlò mentre il liquido nella bottiglia calava, diviso con silente equità tra i due uomini.

La mano del capitano stava sempre sul timone, ma non opponeva nessuna volontà ai suoi cambi di direzione dettati dalle acque che turbinavano impetuose.

Sotto le nubi nere cariche di pioggia che cominciavano a liberare il pianto del cielo, il Capitano premette le sue labbra contro quelle dell’unico che aveva sfidato la bufera e la sua rabbia, e in quella notte d’inferno non fu la prima volta che di due solitudini se ne faceva una soltanto.

A Christmas Carol

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Nella notte silenziosa della grande casa, l’immenso scalone di marmo bianco sembrava quasi brillare di luce propria a causa del riflesso delle luci bianche e azzurre che costellavano con il loro accendersi e spegnersi frenetico l’albero di Natale che, come uno Zar altero e fiero nella Sala Grande del Palazzo d’Inverno, se ne stava accanto al camino in pietra, spento ma ancora ardente di braci rossastre, proprio vicino all’ultimo gradino che allargandosi si congiungeva con il salotto.

Il corrimano d’ottone era sempre perfettamente lucido, e nel porre la sua mano su di esso Shamandalie sentì un brivido percorrerle il braccio. Era freddo. Ghiacciato. Troppo ghiacciato per appartenere alla stessa casa che fino a qualche ora prima era stata teatro di calorosi festeggiamenti.

Ora il buio sembrava aver inghiottito tutto. Con la luce anche il calore della tovaglia rossa e dei tintinnanti bicchieri di cristallo, dei doni che passavano rapidi di mano in mano sotto gli sguardi curiosi e della musica che dal signorile grammofono in fondo alla sala diffondeva le sue sinfonie sembrano essere spariti, destinati ad essere un evanescente ricordo di una cartolina.

I suoi piedi nudi lasciavano il fantasma di un’impronta sul marmo bianco della scala: era il calore che si era portata dalle coperte che stava pagando il suo obolo al gelo di quel venticinque Dicembre.

Shamandalie amava quel gigantesco albero di Natale, sovraccarico di mille palline, fiocchi di neve, stelle, ghirlande, luci e striscioni. Ogni anno, ogni anno per quindici anni lei e sua madre avevano addobbato quel colosso, riservando a quell’importante rituale un intero pomeriggio e parte della sera.

Per quindici anni avevano speso assieme il pomeriggio a rivestire di festa quell’albero, pregustando il momento in cui ai piedi dell’albero ci sarebbero stati mille regali disposti ad arte, abitanti luccicanti di quel regno di verde, rosso, dorato, blu e argento incantato.

Per quindici anni la festa della notte del ventiquattro aveva scaldato il loro inverno, sempre diversa eppure sempre uguale a sè stessa. Gli ospiti che entravano, premendo i loro nasi freddi e profumati di aria invernale contro le loro guance calde di casa, toglievano la giacca e portavano con nonchalance i loro sacchi di doni poco camuffati sotto all’albero. Madre e figlia facevano gli onori di casa con le donne, ridacchiando ed esponendo il menù di quella cena che avrebbe saziato tre eserciti di militari affamati, mentre gli uomini cominciavano il dibattito che li avrebbe portati alla selezione dei vini per la serata.

Anche l’apparecchiare il tavolo era momento importantissimo del rituale, quel rituale che un po’ per caso e un po’ per volontà era di fatto stato codificato attentamente durante tutti quegli anni: prima la tovaglia rossa, poi i sovrattovaglia dorati che sembravano capelli d’angelo intessuti, poi i centrotavola, prodotti da Shamandalie stessa durante il mattino del ventiquattro, la mente già tutta proiettata alla serata di festa. Li assemblava con quel che trovava nei vecchi scatoloni di “cosedinatale”, scritto così, tutto attaccato. Una volta si trattava di rami di pino staccati, una volta di palline che per qualche ragione erano passate in dimenticatoio…una volta, forse grazie ad una particolare ispirazione o forse per mancanza di altri oggetti idonei, aveva addirittura depredato la credenza di alcuni vasi di porcellana bianca per dipingerli all’uopo, con brillantini dorati a tutto quanto.

Ora, nello scendere quella scala che da bimba aveva sceso rischiando l’osso del collo facendo i gradini a quattro per quattro all’alba del venticinque, aveva quasi paura. Guardava speranzosa il suo albero, il suo bellissimo albero che anche quell’anno non era da meno rispetto al passato, e, scorrendo con gli occhi quel panorama familiare fatto di carte colorate, fiocchi e stelle luccicanti, cercava una traccia, una prova che quel calore che per tanto le aveva scaldato il petto non era sparito, morto tra le braccia di un vuoto dal quale era anche stanca di scappare.

Il calore di un momento, l’ombra di un sogno indefinito che con la sua indeterminazione potesse dare tutto il calore di una favola…quello cercava tra le palline e le luci allegre.

Si sedette sotto all’albero, tra i pacchetti e i dolciumi, aspettandosi di essere investita da quella rassicurante sensazione di attesa e curiosità che aveva condito le sue vigilie di Natale, prima del momento fatidico in cui si potevano aprire i regali.

Fu allora che il suo sguardo venne catturato da una pallina azzurro ghiaccio.

Le rimandava il riflesso leggermente deformato di un volto pallido, incorniciato da arruffati capelli scuri nel quale spiccavano due occhi castani nei quali stava scritto tutto e niente.

Si osservò a lungo, mettendoci qualche istante a riconoscere in quell’immagine sè stessa. “Sembro una bambola di porcellana”. Le piacque spendere un po’ di tempo a fissare quel viso che riconosceva appena nonostante le appartenesse nel riflesso della pallina, divertendosi a muovere la pallina che le faceva da specchio con la punta delle dita. Così facendo, una volta il riflesso era azzurrino, una volta rosato, a volte deformato verso la fronte a volte verso il mento. Tentò di leggersi dall’esterno, di chiedere a quella bambola pallida che vedeva riflessa quando era capitato che tutto si svuotasse così.

Poi, sulla superficie che la rifletteva venne una crepa della cui presenza non si era mai accorta. Disegnava sulla sua guancia sinistra quella frattura infinitesimale del vetro luccicante della pallina. Disegnava un segno spigoloso privo di ombre che la facevano assomigliare ancora di più ad una porcellana vittoriana.

Shamandalie osservava incantata quel gioco di luci ed ombre, realtà e riflessi, e non riusciva più a distinguere se ad essere rotta fosse la pallina di Natale, quella pallina che, relegata al primo ramo in basso, non ricordava nemmeno più di avere, o se la pallina fosse solo la magia che le permetteva di vedere chiaramente come non aveva visto da mesi.

“Una bambola rotta…questo sono”