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Suona il gong, scocca la mezzanotte, e come le maschere del Carnaval che ricoverano nel salone delle feste ho un anno in più.

Anno che, ben inteso, ho compiuto giorno dopo giorno, non certo di colpo in un secondo, quello che dalle 23.59.59 porta alle 00.00.00.

Mi piace la locuzione “compiere un anno”: implica che non si tratti di un istante di distrazione in cui ti ritrovi di colpo un po’ più vecchio ma di una lunga serie di attimi che, per convenzione, ti portano al riconoscimento del fatto che non solo hai attraversato 365 giorni e qualche ora, volendo pedantemente tener conto del significato reale dell’anno bisestile, ma anche che a quei 365 giorni e qualcosa sei sopravvissuto.

Mi ricordo che, con una certa preveggenza, alla tenera età di tre anni e mezzo, specchiandomi nello specchio nel corridoi della casa vecchia candidamente domandavo a mio padre “Cosa mi regali perché ho compiuto il mezzo?” elevando a successo degno di un regalo non solo il compimento di un anno ma anche della sua metà. La mia era, bei tempi, innocenza infantile, ma ora capisco che anche per sei merdosi mesi può valer la pena di congratularsi per una riuscita sopravvivenza.

Sì, perché se io dovessi trovarmi a fare un bilancio dell’ultimo anno la prima cosa che direi è “sono sopravvissuta”. Per l’esattezza, e mi si perdoni il francesismo, mi metterei in piedi su un bella boccia sparti traffico, come tante volte ho fatto per fare la scema e poi, a gran voce, tirando fuori le mie doti liriche, proclamerei che “vaffanculo, in barba a tutto e tutti io sono ancora qui!”.

Non che sia un merito particolare, ne sono consapevole. Tutti i ventiseienni di questo mondo ce l’hanno fatta. Eppure, così è, e non è così scontato.

Non è così scontato per me che, nel mio piccolo, ho dovuto guardare dentro al vaso di Pandora e provare orrore, per le mie stesse miserie e per le miserie di altri.

Mi sono dovuta rendere conto che quando Tolkien scriveva “Non tutto è oro quel che luccica” porco cane se aveva ragione.

Mi sono dovuta rendere conto che ho fatto tante di quelle cazzate che andrei volentieri a nascondermi in un ripostiglio e butterei la chiave, se solo non fosse che senza la mia presenza atta a supercazzolare nel tentativo di sbrogliare i miei stessi medesimi casini la mia immagine residua se la passerebbe molto, ma molto assai peggio.

Mi sono dovuta rendere conto che alla fine queste tanto discusse, tormentate e analizzate cazzate che ho fatto, se non proprio a fin di bene le ho fatte in buona fede, ma non potrò mai sostenere questa tesi con nessuno, e dovrò sempre scontare la condanna di bere dal mio amaro calice di vederle come spade di Damocle pronte e trafiggermi.

Mi sono resa conto che alla fin fine ognuno ha le sue, e chi sono io per giudicare.

Mi trovo attualmente a pensare che quando si dice “Il mondo è bello perché è AVARIATO” in fondo in fondo un po’ è vero: se così non fosse non esisterei io, e nemmeno i miei migliori amici. Siamo un po’ avariati, ma anche il gorgonzola è ammuffito, eppure è stra buono.

Ci sono giornate grige in cui vedo solo le miserie, principalmente quelle in cui sono carnefice e non vittima, e vorrei solo tagliarmi le vene e smettere di esistere e di pensare. Poi penso che tutto sommato mi piace prendere il caffè con mia mamma, farmi una birra con i miei amici, bermi il mio San Simone serale corredato di sigaretta di coda, sentire la pelle nuda che si scalda sotto il sole e respirare l’odore della pece sotto la luce, e allora lascio perdere, in attesa che mi passi il momento di consapevolezza depressiva mistica.

Mi piaceva la passeggiata dalla stazione di Milano Lambrate al M.A.S.

Non la farò mai più, non con questa testa…ma se ci ripenso mi ricordo che i primi tempi che andavo a lezione da sola avevo una paura tremenda, odiavo quei 2,9 km ma non osavo prendere il bus per paura di non scendere alla fermata giusta e quell’ora e mezza prima della classe mi sembrava interminabile. Poi è diventata un rito, e l’ultimo giorno che sono tornata persino la stazione mi sembrava l’Eden a cui mi accingevo a dar l’addio.

C’è del bello in tutto. Basta saperlo vedere. Io attualmente non lo vedo. Ma mi piace ripetermi che lo vedrò. Magari non domani, ma prima o poi lo vedrò, perché so che c’è. Chiamatemi sognatrice, scema o illusa, ma io ci voglio credere che prima o poi riuscirò a cogliere non un barlume fugace di questo bello ma una vera e appagante immagine.

E’ allora ci ripenso, e decido che di finirla non ne vale la pena, perché anche ci fosse solo la speranza e qualche attimo di graziosa routine sarebbe pur sempre meglio che niente.

Ed è faticoso, perché desidero e sogno, e sono consapevole di quel che non ho…ne sono  consapevole in modo doloroso e capriccioso. Eppure, come dicevo qualche parola fa, “Sono ancora qui”.

Tanti, io credo, mi vedono come un esserino in difficoltà, debole e bisognoso di cure. Forse è così, almeno sotto certi aspetti, ma sotto altri no, perché la mia consapevolezza dell’anno compiuto è che no, non mi arrenderò alla tempesta.

Un mio caro amico recentemente mise come immagine di WhatsApp questa frase “Un giorno il diavolo mi sussurrò all’orecchio -Tu non sei forte abbastanza per affrontare la tempesta.- Oggi io ho sussurrato al diavolo-Io sono la tempesta-“.

Ecco, io non potrei mai sussurrare al Diavolo che sono la tempesta, perché non lo sono, e mentire al Diavolo non è mai un buon affare: è uno che se ne intende lui. Però quello che posso dirgli è che farò il possibile per sopportarla, la tempesta, e anche se dovrò vomitare l’anima per i cavalloni inferociti quando sarà finita, perché ogni tempesta prima o poi deve finire, io mi sciacquerò la faccia per riprendermi un po’ e, ancora pallida e sconvolta, cercherò di fare una bella risatina ad effetto e gli dirò che tutto sommato l’ultima sbronza che ho preso mi ha fatta stare peggio.

Perduti

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Il vento i gli schizzi ballavano il loro tango infernale nella notte di tempesta, e con il loro amore e odio sferzavano il viso del Capitano.

Ritto come un fuso, la pesante palandrana nera che si muoveva attorno al suo corpo legnoso guidata dalla bufera, lui stava al timone, una mano poggiata con noncuranza su di esso, gli occhi piantati nell’orizzonte nero.

I capelli annodati, attorcigliati come una cima che ha visto troppi giri di chiglia, gli schiaffeggiavano il volto, pesanti di acqua salmastra.

Forse era freddo, lì fuori.

Nessun altro dell’equipaggio osava sfidare la furia degli elementi salendo sopra coperta.

Lui però respirava a pieni polmoni la libertà di chi non ha più nulla da perdere sul ponte bagnato, accompagnato solo dai suoi amici di sempre: il vento e il mare.

Nel nero della notte temporalesca anche un marinaio consumato come lui non aveva più idea di quale fosse la direzione nella quale stava veleggiando.

Avrebbe dovuto ammainare, se avesse avuto paura di vedere la sua bella vela strappata dall’ennesima stoccata del vento arrabbiato o il robusto albero maestro cedere sotto i colpi della millesima tempesta che si trovava a contrastare con il suo legno scuro.

Avrebbe potuto farlo con leggerezza se solo avesse voluto: non aveva scadenze da rispettare, e nessun nemico li stava inseguendo.

Compariva un sorriso sghembo sul suo viso tagliato con l’accetta quando pensava al fatto che non aveva alcun nemico alle calcagna. Non aveva bisogno di scappare, certo che no. L’unico nemico che lo braccava lo aveva già trovato tanti anni prima. Avevano combattuto per un tempo che gli sembrava inenarrabile una singolar tenzone all’ultimo sangue, e ora non aveva più paura.

Respirò con violenza quell’aria greve di acqua assaporando quella libertà malsana che si era guadagnato a costo della vita.

“Capitano, l’equipaggio è inquieto.”

Una voce ferma lo scosse dalle sue meditazioni.

Senza degnare il suo secondo di una risposta si girò impercettibilmente verso di lui, l’unico altro uomo che in una notte da lupi del genere avrebbe osato mettere il naso fuori senza aver previa tracannato un’intera bottiglia di rum scadente.

L’uomo si avvicinò assecondando con il suo passo felpato il movimento feroce della ciglia nelle onde. Aveva un mantello avvolto senza cura attorno alle spalle e un tricorno sul capo.

Non fece una piega quando uno schiaffo di vento gli fece volare il cappello oltre il parapetto, liberando una cascata di capelli biondi così chiari da sembrare quasi argentei sotto l’ombra della luna.

“Dove stiamo andando Capitano?”

“Avanti dove punta la prua.”

Il Commodoro cavò fuori dal suo involto di mantello e braccia una bottiglia e la stappò senza troppe cerimonie con i denti. Sputò il tappo sul pontile, chiaro segno del fatto che non aveva in previsione di dover chiudere in un immediato futuro quella boccia.

Deglutì un generoso sorso e senza profferire altro verbo passò la bottiglia al Capitano.

Anche quest’ultimo se la portò alla bocca e vi si attaccò come un infante alla tetta della madre, sotto gli occhi di quello che al mondo era forse il suo unico amico, a far loro da colonna sonora solo il fischio prepotente del vento e il rombo delle onde impetuose.

“Te lo domando ancora John. Fai vela nel bel mezzo della tempesta senza avere una rotta. Dove diavolo stai andando?”

“Perduti, questo siamo. Che importa se la rotta non c’è?”

Completamente fuori luogo, una risata sommessa sfuggì dalle labbra sottili del Capitano. Non avrebbe spiegato a nessuno perché stava portando all’ovvia rovina un’intero equipaggio e la sua nave oltre a sé stesso. Non lo avrebbe spiegato perché non voleva farlo, ma anche se avesse voluto non avrebbe potuto: c’era solo lui, in un oceano controvento, prua contro il nulla, e non aveva una spiegazione per quella che era la sua condanna e la sua benedizione.

“Smarriti forse. Smarriti perché non sappiamo dove sta tutto il resto. Ma perduti? Quello mai. Possiamo ritrovarci io ogni onda, in ogni scoglio, nel rumore del vento e nelle bestemmie di quel branco di disgraziati che chiami equipaggio.”

Ormai i due erano spalla a spalla, mentre quelle parole aleggiavano, forse coperte dal vento, forse inghiottite dal mare.

Nessuno parlò mentre il liquido nella bottiglia calava, diviso con silente equità tra i due uomini.

La mano del capitano stava sempre sul timone, ma non opponeva nessuna volontà ai suoi cambi di direzione dettati dalle acque che turbinavano impetuose.

Sotto le nubi nere cariche di pioggia che cominciavano a liberare il pianto del cielo, il Capitano premette le sue labbra contro quelle dell’unico che aveva sfidato la bufera e la sua rabbia, e in quella notte d’inferno non fu la prima volta che di due solitudini se ne faceva una soltanto.

Op 25 n 11

Un piede davanti all’altro, furiosamente, disperatamente.

Il fiato spezzato, l’aria fredda che gli trapassava il petto come una lama pronta a fare scempio dei suoi polmoni e del suo cuore, l’uomo continuava a correre.

Aveva lo sguardo annebbiato dalla fatica e dal sudore.

Il sangue gli pulsava nelle tempie e dietro agli occhi, aveva l’impressione che da un momento all’altro il suo corpo sarebbe esploso.

L’impatto dei suoi piedi sulla pietra sottostante era attutito dalla coltre bianca che ricopriva il mondo rendendolo un quadro ovattato.

La neve continuava a cadere, gli andava nel collo, negli occhi e in bocca. Quei fiocchi continuavano la loro discesa inconsapevoli della corsa dell’uomo.

Lui stava correndo per salvarsi.

Non poteva fermarsi. Sapeva che se si fosse fermato un solo istante per riprendere fiato sarebbe stata la fine.

Non sarebbe più stato in grado di riprendere la sua folle fuga.

Stava cominciando a perdere l’equilibrio, il suo corpo sfinito non era più in grado di sorreggersi.

I polmoni non riuscivano più a riempirsi d’aria, bruciavano accartocciandosi su loro stessi come bottiglie di vetro gettate nel fuoco e poi schiacciate sotto ad un piede incurante della loro delicata bellezza.

Le vene nei suoi occhi erano prossime ad esplodere, minacciando di colorare tutto di rosso.

In quel chiarore silenzioso così bello e innaturale, lui continuava a correre, sapendo che non sarebbe riuscito a continuare ancora a lungo.

“Ti posso vedere….”

Nella sua testa rimbombava la voce, la dannata voce metallica e derisoria.

Correva, non avendo il coraggio di voltarsi.

Correva, sapendo che anche la forza della disperazione lo stava abbandonando.

“Posso annusare la tua paura….”

Un piede davanti all’altro, un poco ancora. Forza.

La tormenta impazzava, incurante. Soffiava un vento gelido che si insinuava con cattiveria nelle orecchie pulsanti dell’uomo.

I fiocchi ghiacciati cadevano sempre più fitti, danzando con l’aria un valzer mortale.

Il cielo, plumbeo, risultava graffiato da colpi d’artiglio bianchi e luminosi contro la luce delle lanterne.

“Posso sentire i tuoi pensieri rimbombare. Non ce la fai più”

Si chiudeva con una risata maligna l’ultima frase, e contemporaneamente il bianco e il blu della neve e del cielo si confondevano in un turbine insensato con il rosso ed il nero dentro agli occhi dell’uomo, il sangue e lo sfinimento che alla fine anche in una lotta per la vita avevano l’ovvio sopravvento.

Mentre il mondo perdeva i suoi contorni lui stramazzava a terra, sfinito, incapace di muoversi e di respirare, il buio davanti agli occhi e il rumore assordante del battito del suo stesso cuore nelle orecchie che faceva da sottofondo a quella risata metallica nella sua testa.

Sentì ancora un alito ghiacciato sulla nuca, e se fosse il vento del Nord o la creatura non avrebbe saputo dirlo. Poi più nulla.

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Ode al Mare

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Ho sempre avuto un debole per il mare.

Non sono nata sulla costa, ma probabilmente ho ereditato da mia madre, genovese, il cromosoma marino.

Non è semplice descrivere cosa del mare mi piaccia, perché  gli aspetti singoli non bastano a descrivere il tutto.

Mi piace fare il bagno, ma se l’acqua e torbida non ci rimango volentieri in infusione. Se è troppo fredda, io che metto la felpa anche d’estate devo nuotare avanti e indietro mille volte per evitare l’assideramento. Il sale negli occhi e sulle labbra brucia, e sui miei capelli mossi gli effetti della salsedine sono prevedibili e non eccezionali. Nuoto, ma per il mare aperto nutro un ambivalente sentimento di attrazione e inquietudine. Ho l’impressione che si tratti di un mondo alieno, specialmente quando il fondale è roccioso e abitato da alghe e pesci. Spesso vado alla boa, da sola, ma per qualche irrazionale motivo sono tesa e guardinga, come se stessi invadendo un santuario marziano.

Amo follemente la sabbia, quella chiara e farinosa, ma quando comincio a trovarmi ovunque fini granelli del delizioso, chiaro e farinoso arenile, proprio quello che piace a me così tanto fino a che se ne sta in riva al mare, questo mio smisurato amore per essi decresce con velocità esponenziale.

Mi piace starmene appollaiata sugli scogli, ma se potessi evitare di trovarmi ogni superficie corporea che è rimasta a contatto con lo scoglio più di un minuto traforata sarebbe anche meglio.

Il sole, meravigliosa divinità foriera di luce che rende l’acqua turchese e viva, scotta in fretta la mia pelle eburnea, costringendomi a rintanarmi in ombre naturali e artificiali come un vampiro troppo mattiniero, o a cospargermi di protezione solare spessa come vernice con cadenza oraria onde evitare ustioni ed eritemi.

Fino a questo punto mi si potrebbe consigliare di andare a fare una bella escursione in montagna insomma.

Eppure, il mare io me lo sento dentro. Ne ho bisogno, non posso farne a meno.

Amo stare ad osservare le onde infrangersi sugli scogli fino a perdere la cognizione del tempo, respirando quell’aria carica di sale che sa di una vita ancestrale e selvaggia. Assistere alla mareggiata, il cielo plumbeo e i contorni dell’orizzonte stranamente nitidi e irreali, colorati come su una tela romantica, con il viso sferzato dal Maestrale e la pelle bagnata dagli schizzi dell’onda che si gonfia è un’esperienza magica. Non mi sono mai sentita così in comunione con il mondo e la Natura come quando mi sono fermata sugli scogli della pineta ad osservare ipnotizzata la tempesta sul mare.

Sincronizzare il proprio cuore ed il proprio respiro sulla ninna nanna cantata dalla risacca è un toccasana per lo spirito, una delle poche cose che veramente mi tranquillizzano al punto da farmi sentire “qui e ora” anziché come sempre è per me, in movimento affannato verso una meta che muta ogni secondo e che ho l’impressione di non dover raggiungere mai.

Il riflesso del sole sull’acqua al tramonto disegna colori che non esistono in altra circostanza, ed è impossibile rendere giustizia allo spettacolo con una fotografia.

Nella calura estiva è meraviglioso l’odore di roccia, sale, pini marittimi e sole che si respira in prossimità della costa, e nel freddo invernale il grigio del cielo che si mescola con il verde petrolio del mare e l’ocra carico della sabbia bagnata ha una sua poeticità estetica.

Se è vero che ogni individuo ha un suo elemento io, da buon Cancro qual sono, trovo il mio nell’acqua degli oceani.