Tag Archive: rituale


folkstone

C’è un che di liberatorio nel gettarsi come un kamikaze nel pogo di un concerto metal.

Liberatorio e ancestralmente necessario, anche se si pesa circa la metà del cliente medio di questo tipo di attività.

Necessario anche se è ovviamente una cattiva idea buttarsi in mezzo a una dozzina di vichinghi semi ubriachi e sudati che si pigliano reciprocamente a spallate che manco gli Uruk Hai per penetrare il fosso  di Helm.

Necessario anche se illo tempore, quando pischella insistevo per ottenere il permesso di andare a sentirmi gli Haggard o i Sonata Arctica il babbo, reduce e ancora non del tutto ristabilito dall’esperienza della rissa punk dei concerti anni ’70, mi metteva in guardia circa il rischio al quale mi esponevo andandomi a cacciare in un simile ambiente subumano di pura violenza e depravazione bestiale.

Ridevo io, quasi offesa dall’idea che si potesse pensare che sarei stata così poco avveduta dal buttarmici veramente, se mai questo buffo rituale si fosse innescato.

Sono passati otto anni da allora, dalla prima volta che chiesi al babbo di lasciarmi andare ad un concerto. Ora posso dirlo: aveva ragione, è un’idea del cazzo, e il pogo sotto palco è una realtà molto poco onirica ed estremamente concreta.

Puzzolente, bagnata di birra e secrezioni corporee varie, dal banale sudore al naso, perché quando parte il riff vuoi mica pulirti la canappia anche se hai appena starnutito, e decisamente dolorosa.

Non mi era mai capitato di fare parte di questo rito divino che vuole noi miseri animali ingentiliti tirare fuori quella bestiaccia che sotto sotto siamo e tirarsi botte da orbi sotto ad un palco non per ottenere una medaglia, un titolo, un posto più vicino agli alluci del cornamusista o cazzate affini ma solo perché è divertente farlo.

Divertente poi…non direi, ma catartico senza dubbio.

Almeno, magari per gli altri è solo un passatempo da sbronza, ma io in quel pogo mi ci sono buttata nel totale spregio della mia integrità strutturale, rischiando di rimettercela veramente, perché puttana la miseria sono mesi che mi salgono carogne su carogne e che bene o male me le faccio andare giù, ma ogni tanto avrei voglia di correre in mezzo ad un campo, urlare fortissimo o spaccare tutto, e prendere a spallate bestioni da 90 kg l’uno, totalmente legittimata dalla circostanza quasi orgiastica ha avuto il suo porco perché.

Ciò detto, è finta e show, un contratto non firmato che ci vuole impegnati a spintonarci come gorilla imbizzarriti, ma solo fino ad un certo punto: forse sarà il fatto che vedere uno scricciolino come me buttarsi ha fatto dubitare gli altri interpreti della mia sanità mentale e della mia reale volontà di trovarmi lì, ma le non poche volte che sono finita con culo in terra, rischiando davvero di farmi tanto male perché pestata da gente e colpita da bottiglie di birra scaraventate a terra, sono sempre stata rimessa in piedi in un batter d’occhio da perfetti sconosciuti, spolverata e messa in salvo non al centro del ring.

Facendo il netto della serata, ho una maglietta pagata profumatamente 20 euro che attesta che “io ho tornato il concerto dei Folkstone”, un ginocchio spelato e livido che se pretendo di farci le scale sopra apriti o cielo, la chiara consapevolezza di aver preso varie gomitate nelle mascelle, qualche graffio da coccio di vetro esploso in slow motion a pochi centimetri dalla mia persona, un mal di schiena che al confronto le serate reggaeton sono salutari, la determinazione a far passare minimo qualche rivoluzione dell’orbe terraqueo prima di ripetere la performance, ma ho emesso sotto forma di sudore buona parte del male di vivere che ieri più che gli altri giorni mi stava attaccata.

 

Advertisements

A Christmas Carol

christmas_family_room_hdr_by_dreamingindigital-d2g4o5x.jpg

Nella notte silenziosa della grande casa, l’immenso scalone di marmo bianco sembrava quasi brillare di luce propria a causa del riflesso delle luci bianche e azzurre che costellavano con il loro accendersi e spegnersi frenetico l’albero di Natale che, come uno Zar altero e fiero nella Sala Grande del Palazzo d’Inverno, se ne stava accanto al camino in pietra, spento ma ancora ardente di braci rossastre, proprio vicino all’ultimo gradino che allargandosi si congiungeva con il salotto.

Il corrimano d’ottone era sempre perfettamente lucido, e nel porre la sua mano su di esso Shamandalie sentì un brivido percorrerle il braccio. Era freddo. Ghiacciato. Troppo ghiacciato per appartenere alla stessa casa che fino a qualche ora prima era stata teatro di calorosi festeggiamenti.

Ora il buio sembrava aver inghiottito tutto. Con la luce anche il calore della tovaglia rossa e dei tintinnanti bicchieri di cristallo, dei doni che passavano rapidi di mano in mano sotto gli sguardi curiosi e della musica che dal signorile grammofono in fondo alla sala diffondeva le sue sinfonie sembrano essere spariti, destinati ad essere un evanescente ricordo di una cartolina.

I suoi piedi nudi lasciavano il fantasma di un’impronta sul marmo bianco della scala: era il calore che si era portata dalle coperte che stava pagando il suo obolo al gelo di quel venticinque Dicembre.

Shamandalie amava quel gigantesco albero di Natale, sovraccarico di mille palline, fiocchi di neve, stelle, ghirlande, luci e striscioni. Ogni anno, ogni anno per quindici anni lei e sua madre avevano addobbato quel colosso, riservando a quell’importante rituale un intero pomeriggio e parte della sera.

Per quindici anni avevano speso assieme il pomeriggio a rivestire di festa quell’albero, pregustando il momento in cui ai piedi dell’albero ci sarebbero stati mille regali disposti ad arte, abitanti luccicanti di quel regno di verde, rosso, dorato, blu e argento incantato.

Per quindici anni la festa della notte del ventiquattro aveva scaldato il loro inverno, sempre diversa eppure sempre uguale a sè stessa. Gli ospiti che entravano, premendo i loro nasi freddi e profumati di aria invernale contro le loro guance calde di casa, toglievano la giacca e portavano con nonchalance i loro sacchi di doni poco camuffati sotto all’albero. Madre e figlia facevano gli onori di casa con le donne, ridacchiando ed esponendo il menù di quella cena che avrebbe saziato tre eserciti di militari affamati, mentre gli uomini cominciavano il dibattito che li avrebbe portati alla selezione dei vini per la serata.

Anche l’apparecchiare il tavolo era momento importantissimo del rituale, quel rituale che un po’ per caso e un po’ per volontà era di fatto stato codificato attentamente durante tutti quegli anni: prima la tovaglia rossa, poi i sovrattovaglia dorati che sembravano capelli d’angelo intessuti, poi i centrotavola, prodotti da Shamandalie stessa durante il mattino del ventiquattro, la mente già tutta proiettata alla serata di festa. Li assemblava con quel che trovava nei vecchi scatoloni di “cosedinatale”, scritto così, tutto attaccato. Una volta si trattava di rami di pino staccati, una volta di palline che per qualche ragione erano passate in dimenticatoio…una volta, forse grazie ad una particolare ispirazione o forse per mancanza di altri oggetti idonei, aveva addirittura depredato la credenza di alcuni vasi di porcellana bianca per dipingerli all’uopo, con brillantini dorati a tutto quanto.

Ora, nello scendere quella scala che da bimba aveva sceso rischiando l’osso del collo facendo i gradini a quattro per quattro all’alba del venticinque, aveva quasi paura. Guardava speranzosa il suo albero, il suo bellissimo albero che anche quell’anno non era da meno rispetto al passato, e, scorrendo con gli occhi quel panorama familiare fatto di carte colorate, fiocchi e stelle luccicanti, cercava una traccia, una prova che quel calore che per tanto le aveva scaldato il petto non era sparito, morto tra le braccia di un vuoto dal quale era anche stanca di scappare.

Il calore di un momento, l’ombra di un sogno indefinito che con la sua indeterminazione potesse dare tutto il calore di una favola…quello cercava tra le palline e le luci allegre.

Si sedette sotto all’albero, tra i pacchetti e i dolciumi, aspettandosi di essere investita da quella rassicurante sensazione di attesa e curiosità che aveva condito le sue vigilie di Natale, prima del momento fatidico in cui si potevano aprire i regali.

Fu allora che il suo sguardo venne catturato da una pallina azzurro ghiaccio.

Le rimandava il riflesso leggermente deformato di un volto pallido, incorniciato da arruffati capelli scuri nel quale spiccavano due occhi castani nei quali stava scritto tutto e niente.

Si osservò a lungo, mettendoci qualche istante a riconoscere in quell’immagine sè stessa. “Sembro una bambola di porcellana”. Le piacque spendere un po’ di tempo a fissare quel viso che riconosceva appena nonostante le appartenesse nel riflesso della pallina, divertendosi a muovere la pallina che le faceva da specchio con la punta delle dita. Così facendo, una volta il riflesso era azzurrino, una volta rosato, a volte deformato verso la fronte a volte verso il mento. Tentò di leggersi dall’esterno, di chiedere a quella bambola pallida che vedeva riflessa quando era capitato che tutto si svuotasse così.

Poi, sulla superficie che la rifletteva venne una crepa della cui presenza non si era mai accorta. Disegnava sulla sua guancia sinistra quella frattura infinitesimale del vetro luccicante della pallina. Disegnava un segno spigoloso privo di ombre che la facevano assomigliare ancora di più ad una porcellana vittoriana.

Shamandalie osservava incantata quel gioco di luci ed ombre, realtà e riflessi, e non riusciva più a distinguere se ad essere rotta fosse la pallina di Natale, quella pallina che, relegata al primo ramo in basso, non ricordava nemmeno più di avere, o se la pallina fosse solo la magia che le permetteva di vedere chiaramente come non aveva visto da mesi.

“Una bambola rotta…questo sono”