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In name of Humanity

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Non sono una politologa né una storica, e non sono nemmeno un bravo essere umano del mio tempo, perché il giornale lo leggo di sfuggita ogni tanto e il telegiornale lo guardo solo quando per caso al pub in tv passano quello anziché la partita (la quale non degnerei nemmeno di uno sguardo, in tutta onestà).

Quanto detto sopra non mi fa onore, è un’ammissione di colpa che mi impegno a migliorare nel prossimo futuro. Eppure lo dico, pur vergognandomene perché è una premessa necessaria.

Persino io, che vivo per accidia avulsa da realtà mondiale, non riesco a non accorgermi che qualcosa di grosso e brutto sta corrodendo la nostra umanità da dentro.

Era il 22 Marzo 2017 quando Khalid Masood si lanciava a bordo di un’auto noleggiata sugli avventori del Ponte di Westminster per poi scendere dalla sua “bomba a motore” armato di coltellacci.

Era il 3 Aprile 2017 quando un’ordigno a bordo della linea blu della metro mieteva le sue vittime in un punto imprecisato tra le fermate Teknologhiceskij Institut e Sennaya Ploshad a San Pietroburgo.

Era il 4 Aprile 2017 quando a Khan Shaykhun in Siria, durante la guerra civile, un attacco aereo e il rilascio di gas causano l’avvelenamento e la morte di vari civili tra cui dei bambini.

Era il 7 Aprile 2017 quando a Stoccolma un camion impazzito si lanciava sulla folla in un centro commerciale.

E ora, 20 Aprile 2017, spari di kalashnikov terrorizzano gli Champs-Élysées. L’Isis rivendica l’attacco, a tre giorni dalle elezioni.

Ora, io non so niente, sono un po’ come Jon Snow. Però ho paura. Paura che possa capitare a me, perché con una serie a frequenza esponenziale del genere è impensabile che non debba mai capitare in casa propria. Paura di andare a Milano in Piazza del Duomo, perché sai mai, è andarsela a cercare…paura.

Paura, e il fatto che io che sono come Jon Snow ne abbia significa purtroppo che i terrorismo ha vinto. Non perché abbia rivoltato un governo o distrutto l’America ma perché ha indotto una persona come tante, nemmeno tanto informata, a temere e condizionare la sua vita per non rischiare più del necessario.

Questo Natale mia mamma ed io non siamo andate alla “Fiera dell’Artigianato”, Milano Fiera, perché sai mai, così è cercarsela. Una piccolezza, ma significativa.

Nel momento in cui su una passeggiata mare l’ipotesi di un pazzo in camion non è più fantascienza (14 Luglio 2016 a Nizza) non ci sono certezze e non ci sono sicurezze.

Morire al fronte fa parte del gioco, è un calcolo che il soldato fa. E grazie al cielo c’è ancora qualcuno disposto a morire per il paese in quest’epoca in cui non esiste un paese se non uno da criticare…ma morire andando a passeggio, da disinteressato e dimesso “uno-a-caso” per i mercatini di Natale (Berlino, 19 Dicembre 2016)…no. Così no.

La cieca randomizzazione della vittima e dell’obbiettivo, mero mezzo per dimostrare che nessuno è al sicuro, è quello che più di tutto spaventa.

Prima dell’11 Settembre, quel famosissimo 11 Settembre, io non sapevo nemmeno che esistesse questa cosa chiamata “terrorismo”. Pensavo che gli equilibri politici del mondo si giocassero sui campi di battaglia dove, lì sì, “gli eroi son tutti giovani e belli”…Avevo 11 anni ed ero all’Outlet con mia mamma. Nemmeno per un istante ho pensato “Grazie al cielo non è capitato alla mia famiglia, alla mia città o alla mia nazione”. Ora, sedici anni e tante brutture dopo, pregherei, se solo avesse il dono della fede, che i miei familiari, i miei amici ed io non diventiamo mai quelli che fanno numero su “La Stampa”: “6 morti, 15 feriti”.

Ora, sedici anni e troppe brutture dopo, io ho paura. Il terrore ha vinto.

Se avessi fede pregherei l’umanità di aver pietà di sè stessa.

Op 25 n 11

Un piede davanti all’altro, furiosamente, disperatamente.

Il fiato spezzato, l’aria fredda che gli trapassava il petto come una lama pronta a fare scempio dei suoi polmoni e del suo cuore, l’uomo continuava a correre.

Aveva lo sguardo annebbiato dalla fatica e dal sudore.

Il sangue gli pulsava nelle tempie e dietro agli occhi, aveva l’impressione che da un momento all’altro il suo corpo sarebbe esploso.

L’impatto dei suoi piedi sulla pietra sottostante era attutito dalla coltre bianca che ricopriva il mondo rendendolo un quadro ovattato.

La neve continuava a cadere, gli andava nel collo, negli occhi e in bocca. Quei fiocchi continuavano la loro discesa inconsapevoli della corsa dell’uomo.

Lui stava correndo per salvarsi.

Non poteva fermarsi. Sapeva che se si fosse fermato un solo istante per riprendere fiato sarebbe stata la fine.

Non sarebbe più stato in grado di riprendere la sua folle fuga.

Stava cominciando a perdere l’equilibrio, il suo corpo sfinito non era più in grado di sorreggersi.

I polmoni non riuscivano più a riempirsi d’aria, bruciavano accartocciandosi su loro stessi come bottiglie di vetro gettate nel fuoco e poi schiacciate sotto ad un piede incurante della loro delicata bellezza.

Le vene nei suoi occhi erano prossime ad esplodere, minacciando di colorare tutto di rosso.

In quel chiarore silenzioso così bello e innaturale, lui continuava a correre, sapendo che non sarebbe riuscito a continuare ancora a lungo.

“Ti posso vedere….”

Nella sua testa rimbombava la voce, la dannata voce metallica e derisoria.

Correva, non avendo il coraggio di voltarsi.

Correva, sapendo che anche la forza della disperazione lo stava abbandonando.

“Posso annusare la tua paura….”

Un piede davanti all’altro, un poco ancora. Forza.

La tormenta impazzava, incurante. Soffiava un vento gelido che si insinuava con cattiveria nelle orecchie pulsanti dell’uomo.

I fiocchi ghiacciati cadevano sempre più fitti, danzando con l’aria un valzer mortale.

Il cielo, plumbeo, risultava graffiato da colpi d’artiglio bianchi e luminosi contro la luce delle lanterne.

“Posso sentire i tuoi pensieri rimbombare. Non ce la fai più”

Si chiudeva con una risata maligna l’ultima frase, e contemporaneamente il bianco e il blu della neve e del cielo si confondevano in un turbine insensato con il rosso ed il nero dentro agli occhi dell’uomo, il sangue e lo sfinimento che alla fine anche in una lotta per la vita avevano l’ovvio sopravvento.

Mentre il mondo perdeva i suoi contorni lui stramazzava a terra, sfinito, incapace di muoversi e di respirare, il buio davanti agli occhi e il rumore assordante del battito del suo stesso cuore nelle orecchie che faceva da sottofondo a quella risata metallica nella sua testa.

Sentì ancora un alito ghiacciato sulla nuca, e se fosse il vento del Nord o la creatura non avrebbe saputo dirlo. Poi più nulla.

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Ho avuto quello che volevo. I miei hanno detto che nei limiti delle possibilità economiche mi sosterranno nel mio folle sogno. Mio padre, dopo un’iniziale shock, ha richiesto un piano monetario per l’anno corrente. Quanto avrò bisogno e per cosa? E io ho fatto il conto: abbonamento al treno, mensile del corso a Milano, pranzi fuori, palestra ad Alessandria, lezioni private. Ha guardato il risultato a quattro cifre e non ha battuto ciglio.

Il mio sogno sembra che almeno nelle intenzioni diventi realtà.

Per cui ora posso cominciare a farmela molto concretamente sotto. E’ vero che le persone con cui mi sono consigliata non mi hanno detto che è impossibile…però non mi hanno detto nemmeno che è probabile. E soprattutto, potrebbe essere fattibile se io riuscissi a studiare in una maniera sensata nel minor tempo possibile. E qui casca l’asino. Il corso a Milano che i miei mi finanzieranno è difficilissimo. A me servirebbe un corso di formazione, non un corso per professionisti. Grazie tante. Solo che al mattino non c’è altro. E io al pomeriggio ce l’ho il mio corso di formazione, e non avrebbe alcun senso per me non poter più andare lì per andare altrove. Loro qui sono il meglio sulla piazza, nonché quelli con cui ho trovato un’amore così per la danza. Sono ormai affezionata all’ambiente. Non me ne voglio andare. Però, non ho risorse da perdere. Sì, vado a fare il corso per professionisti…a qualcosa servirà, nessun dubbio. Ma non servirà certo al 100%. Resta comunque il meglio che posso fare al momento. Spero solo che il meglio che posso fare in questo momento sia abbastanza. Non saprei a chi vendermi l’anima per potermi imbucare ad alcuni corsi dell’Accademia senza fare l’Accademia tutta. La retta dell’Accademia è assurdamente alta, e dura tre anni obbligatoriamente, mentre io spererei di cavarmela prima…

Ora che ci sto provando davvero, non so come fare a tentare di farcela davvero. Sto consapevolmente andando incontro ad un rischio di fallimento altissimo. Lo sto facendo perché se ci riesco vinco tutto, e anche se non ci dovessi riuscire, mi sarei tolta la soddisfazione di pensare per un anno a me stessa come alla persona che sta facendo quello che sarebbe il mio sogno.

Sto chiedendo ai miei un sacco di soldi per un sogno assurdo, in cui io stessa ho paura a credere davvero. Sto buttando un futuro stabile per una passione.

Ho una paura nera ora che vedo il rovescio della medaglia di qualcosa che fino ad adesso era solo una bella idea.

Però, per una volta nella mia vita, ho trovato una cosa per cui davvero mi ammazzerei, mi ammazzerò a questo punto, volentieri. Deve valerne la pena anche se va male e non riesco a realizzare nulla. Non so come potrei vivere se non ci provo nemmeno, ora che ho avuto il benestare e l’appoggio dei miei genitori. Per me ne varrà la pena sempre e comunque. Solo che mi sento una merda a chiedere loro di finanziarmi in questo data l’alta probabilità di fallimento.

L’unica cosa che posso fare è metterci l’anima come non ho fatto prima d’ora per nulla, e senza dubbio lo farò.

Non so se merito davvero quello che i miei si stanno accingendo a fare per me. Mi sento atrocemente in colpa per le volte che li ho accusati di tarparmi le ali. Forse l’unica colpevole sono stata io, che solo ora ho avuto il coraggio di dichiararmi non identica a come loro mi avrebbero voluta. Contemporaneamente, ho paura di essere una bimba capricciosa che vuole solo vivere per un po’ in un sogno che sa essere solo possibile in una dimensione onirica.

D’altra parte, non saprei come fugare le mie paure…è ovvio che sto facendo una follia, ed è altrettanto vero che “If something burns your soul with purpose and desire youhave the moral duty to be reduced to ashes by it.” Speriamo che la frase valga non solo per i ballerini fatti e finiti che devono solo non risparmiarsi mentre vivono la loro passione, ma anche per i poveri stronzi come la sottoscritta che sono ancora lì che non sanno fare i fouttes italienne (e nemmeno tanti altri passi più facili) e vanno in giro sembrando impalati perché mentre guardano i libri controllano la posizione delle scapole maledicendo la destra che è sempre un po’ troppo sporgente e non c’è verso di metterla dentro.

Con questo chiudo queste paure nell’armadio, e tiro fuori la bicicletta che mi hanno appena comprato. Come si dice…pedalare cazzi miei. Spero solo di pedalare abbastanza forte e velocemente.

La bussola che non punta a Nord

Dal 16 Dicembre scorso ad oggi ho fatto tutte le cose grandi che dovevo fare nella mia vita fino ad ora. E’ assurdo pensare che in meno di un anno tutti i grandi cambiamenti che erano in attesa, sopiti, più o meno frementi, siano andati.

Dovevo laurearmi, il parto che la laurea è stata, e mi sono laureata. Non ci credevo nemmeno io che alla fine ce l’avrei fatta davvero a mettere la testa su quei dannati libri, che al mio relatore sarebbe andata bene anche una tesi senza eseguibile, che avrei trovato un’anima pia disposta ad aiutarmi per il megagalattico progetto di reti II…eppure, il 16/12/2013 è venuto e passato, e io da quella che rischiava una crisi di panico ogni volta che pensava seriamente all’università sono diventata una dei mille che si è laureata. Il voto è irrilevante, visto che non penso di aver meritato nè il 110 nè la lode, se non per la ferrea volontà di non piantarla a metà.

Dovevo diplomarmi in Conservatorio. Naturalmente, siccome fare le cose in maniera lineare a me non è mai riuscito, è stato un parto pure questo, anche se quando dovevo tornare in università dopo l’ottavo mi sembrava che suonare fosse l’unica cosa che mi andava di fare e che mi riusciva bene. Ma un anno e passa di inattività mi hanno resa una deludente ciofeca al punto da rischiare l’attacco di panico anche per entrare in conservatorio. Non studiavo, mi comportava scoramento il sedermi sullo sgabello, vedere che nemmeno quel giorno avevo la concentrazione necessaria per leggere il pezzo nuovo. E non avevo pezzi vecchi con cui giocare e innamorarmi di nuovo dello strumento. Depressione completa, considerato anche che tutti si aspettavano che sarei stata brava come prima immediatamente, e non trovandomi corrispondente all’aspettativa non evitavano certo di farmi presente la loro delusione. Ho pensato seriamente di non riuscire a diplomarmi nella maniera che tutti, me stessa compresa, si aspettavano. La mia insegnate mi ha ridotta alle lacrime più di una volta e più io piangevo più urlava. Sono andata lo stesso in vacanza perché in quel momento non ho voluto/potuto farne a meno, ma mi sono portata una tastiera elettrica pesata, naturalmente pagata da me, perché secondo i miei dovevo starmene a casa come fanno i bravi bambini che non finiscono i compiti in tempo per andare al parco, e mi sono alzata tutti i giorni tra le 6.30 e le 7 per studiare almeno tre ore e non perdermi troppo mare. La vacanza è stata una schifezza in realtà, ero stanca morta e mi sono goduta forse due giorni su sedici. Però, tra cambi di sonate, Brahms-Paganini al fulmicotone, concerti non riusciti e concerti riusciti, anche il 15/10/2014, il D-Day è venuto e passato, e nel giro di un’ora mi sono ritrovata diplomata miracolosamente con il mio 10 e lode. E qui il voto è meritato, perché negli ultimi mesi il mazzo me lo sono fatto eccome.

Dovevo trovare il coraggio di lasciare il mio ragazzo, il mio unico punto stabile, la parte rassicurante di una routine ansiolitica. Dopo più di un anno di meditazioni, di prendere tempo, di ignorare tutto quel che non andava, non che fossero due bischerate, un bel giorno, nell’arco di una notte insonne passata a mettere in fila pensieri sconnessi, non ho più potuto non farlo. E così l’ho fatto. L’ho lasciato davvero, dopo otto anni di vita, cioè circa metà della mia vita senziente visto che ne ho ventiquattro e i primi otto direi che non contano molto a livello sentimentale. Mi aspettavo che sarebbe stato difficile e brutto. Avevo ragione: mi sento ancora persa, sola e sempre alla ricerca di uno scopo. Piuma al vento come mai prima d’ora, rimpiango la mia routine rassicurante, ma la decisione non vacilla. Lui, beh, diciamo solo che gli ho fatto un gran regalo, e mi chiedo perché non abbia preso in mano la situazione prima se era quello che voleva…mi ha lasciato l’incomodo di fare tutto io, come spesso è stato nella nostra relazione, e così io ho fatto. E alla fine l’ho lasciato davvero. Mi sembra così strano, dopo tutto quel tempo, pensarmi come single o pensare a lui come al mio ex…

Dovevo, dopo non so davvero quanto tempo, visto che non ho avuto il tempo di rifletterci con lucidità a suo tempo, dichiarare che la mia strada non è il Conservatorio ma la danza. E lo sto facendo. Ho visto gli occhi di mia madre riempirsi di lacrime mentre mi ascoltava, e non sono scappata. Ho pianto tanto chiedendole scusa. Però gliel’ho detto senza tornare indietro. Devo ancora affrontare mio padre, l’osso duro della faccenda, e andare a dirlo ai miei insegnati in Conservatorio, visto che al biennio non mi vedranno più. La danza, il mio sogno assurdo…e sarà difficilissimo, ammesso che io riesca a trovare la quadra per farlo. Forse è davvero una follia. Ma dopo anni di sogno, sto facendo davvero anche questo.

In meno di un anno la mia vita vecchia è da cestinare. Se poi non so più chi sono non mi si può dare torto del tutto….