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“Il Folle”

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Buio. Umido. Caldo.

Troppo caldo, e un odore acre di quelli che trapanano le narici facendosi strada a mazzate fino alle meningi.

Un giaciglio di paglia ispida intrisa di  sudore e piscio era l’unico arredamento della cella, una finestrella almeno tre metri più in alto l’unico punto luce.

Qualunque movimento facesse, rigirandosi nei deliri di un sonno drogato, gli procurava fitte di dolore di mille piccoli aghi piantati nella carne di tutto il corpo. Aveva l’impressione di essere stato passato in una fresatrice senza nemmeno il bene dei vestiti addosso.

Se la ricordava bene quella sensazione Il Folle. Era il suo primo ricordo.

O meglio, il primo ricordo dopo che qualcuno gli aveva fottuto tutti gli altri.

Erano passati ormai molti anni da quando si era svegliato in quella topaia, nudo come un verme e senza sapere più chi fosse, ma ancora non aveva avuto risposte.

Nessuna.

Ogni volta che un minuscolo, infinitesimale tassello di quel puzzle diabolico sembrava incastrarsi sforzando un po’ i bordi, tutti gli altri se ne andavano a ramengo, mandando in rovina tutto il castello di fango che era stato costruito fino a quel momento.

Per un certo periodo Il Folle si era tormentato, spremendosi quel poco di cervello bacato che gli era rimasto, cercando disperatamente se non proprio una risposta almeno una parvenza di ipotesi.

 

Senza ricordare nemmeno il suo nome si ritrovava, chissà perché e chissà come, stampate a inchiostro e fuoco sul corpo formule matematiche e citazioni di filosofi e religiosi che forse, a leggerle nel corretto ordine, avrebbero potuto spiegare il significato dell’universo, ma non aveva idea di quale fosse la prima carta da interpretare in quel gioco di tarocchi: era capace di analizzare ed esprimere in termini scientifici il quadro che era diventata la sua pelle, ma incapace di vedere il filo che legava tra loro quel groviglio di inchiostro e ustioni.

Quel giorno ormai annegato nella notte dei tempi si era svegliato con la testa piena di parole in lingue che inconsciamente sapeva non appartenergli ma senza sapere quale fosse la sua. Aveva fame, una fame bestiale, ma non riusciva a ricordare quale fosse il suo piatto preferito.

Quando aveva riaperto gli occhi al mondo, la finestrella, apparentemente unica via di comunicazione tra la cella ed il mondo, era aperta, un’invito ad andarsene. E lui se n’era andato, anche se avrebbe preferito incrociare il suo aguzzino e potergli chiedere perché.

Per anni aveva cercato in lungo e in largo: aveva visitato paesi e città, parlato con mercanti, mendicanti, saggi e stregoni, ma non era arrivato a niente.

Poi, dopo troppo tempo, aveva deciso che alla fin fine nel gran numero delle cose a cui poteva imparare a rinunciare pure quella ci poteva stare…e aveva smesso, semplicemente. Aveva smesso di cercare, smesso di appigliarsi con tutte le sue forze all’idea di una sobrietà che forse gli era appartenuta nella sua vita passata, smesso di guardare il suo corpo ricoperto di tatuaggi e non sentirlo proprio.

Lui, quadro vivente della conoscenza inintelligibile, si era trasformato da ombra alla ricerca di risposte a giullare e saggio del villaggio.

Accompagnato da un bastone ricurvo così massiccio da poter essere scambiato per un intero tronco e da un cinghiale ispido che stupefacentemente non era ancora stato trasformato in stufato, si aggirava di osteria in osteria, recitando ora sommi poeti ora barzellette sconce, per il generale ludibrio dei presenti che innaffiavano la sua pazzia con vino e birra.

Nei fumi dell’alcool dormiva per le strade, nei fienili o sotto agli alberi, sperando nella benedizione di una notte senza sogni, o almeno con un sogno diverso da quell’unico costante tormento.

Solo una frase era rimasta, anch’essa impressa a fuoco su suo corpo.

La meno significativa forse, ma al tempo stesso l’unica che a lungo andare gli aveva fatto capire che forse la sua condanna sarebbe stata l’accettare che un vero senso in tutto ciò non ci fosse…

Una semplice frase, e l’immagine che questa portava on sé; l’unico ricordo che, cosciente o delirante aveva conservato: il volto sfregiato di un uomo così anziano da non potergli dare età che, ammorbandolo con il suo fiato fetido gli soffiava sul volto quelle parole che, uniche, continuavano a tormentare i suoi sonni e le sue veglie “Ora vedi come va a finire”.

 

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La magia è un affare molto molto serio. Chi dice che non è reale sbaglia tutto. E’ una faccenda reale e serissima. Più seria che nei giochi di ruolo, dove se non hai il caster sei fottuto.

Tutti sanno che il mago è determinante per la buona riuscita di ogni impresa. Che sia il vecchio con il cappello modello Gandalf o il ragazzo dalle chiome spettinate (mi viene in mente il Sennar delle Cronache del Mondo Emerso, che ho amato anche alla tenera età di 22 anni), la sua presenza e le sue azioni sono spesso quelle che danno la svolta positiva all’avventura. Se non fosse stato per Gandalf che l’ha fatta praticamente da motore immobile (oddio, immobile nemmeno tanto…) l’anello se lo sarebbe tenuto Bilbo e ciao ciao Signore degli Anelli. Non fosse stato per Sennar che ha amato Nihal e l’ha salvata più di una volta da disparate calamità, prime fra tutte i suoi non indifferenti demoni interiori, le Cronache sarebbero state parecchio più povere.

Quindi, dicevamo, tutti sanno che i maghi sono importantissimi, e che la magia, di cui i maghi sono gli unici sacerdoti è cosa seria e risolutiva.

Quello a cui non pensiamo è che anche nel nostro mondo la magia esiste. Solo che i maghi non sono vecchi con cappello e bastone luminescente, e nemmeno ragazzi con cicatrici portatrici di una storia che vale la pena di essere raccontata. Non parlo di magia Wiccan, premesso che su questa sospendo il giudizio (può darsi anche che credendoci davvero funzioni, ma personalmente non ho il dono della fede nemmeno in questo caso). Parlo della magia delle cose di tutti i giorni, della magia che fa il bambino, il folle, vivendo in una dimensione diversa, pur stando in questo mondo così poco fantasy. Parlo della magia dell’attore che vive mille vite diverse su quel palco, credendo e divertendosi con il suo personaggio. Parlo della magia dell’acrobata che piega il suo corpo e trova l’equilibrio perfetto a dieci metri d’altezza in un tendone colorato e pieno di soggetti inquietanti con nasi sproporzionati e scarpe di fattura opinabile.

La magia è una cosa difficile da fare. Ogni volta che ci si accorge che non esiste smette di esistere davvero. Per farla bisogna non sapere di starla facendo. E’ un gioco in cui riescono solo pochi eletti. I bambini, i folli, gli attori, i circensi, i ballerini (chissà?). Saranno loro i superuomini di Nietzsche? Lui dava il compito al funambolo, forse aveva pensato alla stessa cosa…

Parlo di persone senza maturità razionale, pazzi, personaggi che probabilmente vivono ai margini della società. Ma sono eletti, perchè insomma…la magia rende tutto più bello. E chi non se ne accorge, certo, forse vive bene nel suo mondo reale, grigio e monotono, ma ha perso per sempre la possibilità di essere accecato da mille colori e sbattuto a destra e sinistra da emozioni insensate che solo un mago può provare senza averne troppa paura.

Io sto crescendo, anno dopo anno sono come tutti più adulta, più matura, più forte forse. Ma mai smetterò di cercare la magia di una vita che valga la pena di essere vissuta fino all’ultimo sorso, a costo di essere un Peter Pan in bilico tra questo mondo e l’Isola che non c’è.