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Quando facevo teatro, per spiegare in che modo le rappresentazioni fossero incisive per il pubblico, il ragazzo che teneva il corso spiegò a noi pischelli che per la prima volta approcciavamo la pratica il meccanismo umano sul quale basa il funzionamento il porno.

Niente di più semplice: i neuroni specchio dei nostri piccoli cervellini ci portano a provare un’ombra, un pallido riflesso, di quello che vediamo, o meglio scegliamo consciamente tramite una momentanea sospensione della realtà (termine tecnico, da Stanislavskij) di credere essere autentico.

Più la performance è convincente, più i cervellini pubblico saranno disposti a sospendere la realtà e lasciarsi condizionare, emozionandosi di conseguenza. E’ poi questa, anche, la base della commozione, che, da etimologia, vuole precisamente dire “muoversi assieme” (dal latino cum + movere, cioè, figurativamente parlando, muoversi con, muoversi assieme).

Ora, nel porno secondo me si tratta sì di neuroni specchio, ma anche, e forse in gran parte, (perché dai, non venitemi a dire che sono recitati bene o che banalmente mettono in scena situazioni almeno vagamente verosimili), di soddisfare un basso istinto voyeristico che alberga un po’ in tutti noi. Guardare, anche senza necessariamente immedesimarsi emotivamente, è un’attività che all’essere umano garba assai. Fin troppo direi, pur io ammettendo di non esserne in prima persona esente.

Come tutti o quasi sono su facebook. Come tutti o quasi meccanicamente apro la mia comoda app e scrollo la bacheca.

Oggi ho la nausea.

La nostra pornografia voyeristica sta a mio parere trascendendo.

Perché dobbiamo continuare a infierire, morbosamente, creando deliziosi video strappalacrime di bambini che sembrano statue di creta estratti come bambole rotte dalle macerie di Aleppo?

Perché dobbiamo berci avidamente le interviste al padre di Fabrizia, riconosciuta in un cadavere dopo essere stata data per dispersa nell’attentato di Berlino?

Perché dobbiamo andare a scavare nelle vite di altri alla ricerca dei loro demoni, dei loro peccati e dei loro dolori?

Cagnolini massacrati, ragazzine morte suicide, interventi estetici finiti in disastro, cisti estratte che esplodono in lapilli di pus…

Ma davvero siamo solo curiosi?

Curiosi lo siamo, senza dubbio, anche io.

Ma così mi sembra troppo.

Questa è a tutti gli effetti non solo pornografia del dolore ma anche accanimento, compiacimento morboso, dolendi voluptas senza scopo.

Il nostro mondo è ferito, malato, dolorante. Noi non potendolo curare divarichiamo i bordi dei suoi tagli sanguinanti e ci guardiamo dentro, alla ricerca del bianco del tendine nel rosso della carne.

Non per sanare il suo strazio, ma solo per aver visto cosa c’è dentro, provando quel misto di schifo e attrazione magnetica che solo un horror coi controcazzi sa regalare.

Questa non è informazione o cultura, non è avere la forza di guardare tutta questa bruttura, perché non si può mica mettere la testa sotto la sabbia, siamo mica struzzi, bimbi belli…no: è solo essere morbosamente affascinati dagli orrori che ci circondano, che siano su scala personale o su scala mondiale.

E’ veleno, è malsano. Come il pus della cisti estratta dalla schiena della tizia sul video di fanpage.

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L’Ospedale

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Entrò dalla porta principale, come se fosse venuta in visita per qualche congiunto. Forse a l’orario di visita era già finito, o forse doveva ancora cominciare. Non ne aveva idea: non indossava più l’orologio da anni.

Senza meta percorreva i corridoi lunghissimi, come un dedalo all’interno della struttura. Le passavano accanto persone con le braccia ingombre di fiori e dolci, omaggi di pronta guarigione per conoscenti in degenza. La gente in visita si mischiava ai dottori e agli infermieri, ministri della salute nell’officio del loro compito sacro, che come una consolidata routine prelevano sangue, emettono diagnosi e rimuovono parti di corpi non più funzionanti.

Sasha aveva per anni pensato che non avrebbe mai potuto affrontare una carriera medica, perché la impressionavano i colori fin troppo accesi dell’interno del corpo umano, l’odore del sangue la metteva a disagio e la sofferenza le si attaccava addosso oltre a quella coltre di indifferenza distaccata che non riusciva a togliersi come una impermeabile bagnato che tiene lontana l’acqua ma non la sensazione di gelida umidità.

Attualmente si era scoperta a meditare che in un’altra vita le sarebbe piaciuto provare. Forse alla fin fine avrebbe potuto essere la sua vocazione.

Per qualche motivo che non sapeva spiegarsi, gli ospedali esercitavano su di lei una sorta di perverso fascino. Temeva di vedersi comparire davanti da un momento all’altro una barella con sopra qualche vittima di qualche rovinoso incidente stradale, ridotta a brandelli di corpo nel proprio sangue, e con questo spauracchio si guardava intorno sperando che i suoi occhi fossero, nella malaugurata ipotesi l’evento temuto avesse avuto a concretizzarsi, in grado di avvertirla di distogliere lo sguardo quell’istante prima che le immagini si imprimessero sulla sua retina…eppure i corridoi bianchi, l’odore di disinfettante, quell’odore caratteristico che fa venire in mente qualcosa di verde spento, i cartelli per i reparti che da dermatologia portano in chirurgia d’emergenza senza nemmeno passare per una grave malattia, le piacevano.

Si trovò a sogghignare tra sé e sé: forse aveva un debole per tutti i posti con i corridoi. Tra supermercati e ospedali non sapeva nemmeno lei cosa fosse più comico.

Ad ogni modo, qui non era venuta per leggere affascinata delle indicazioni per reparti dei quali avrebbe dovuto cercare il nome su un dizionario per capire cosa succedesse lì dentro.

Era andata in ospedale perché le era sembrato il posto giusto in cui portarsi date le stanti condizioni.

Quando uno sta male generalmente è in ospedale che va, dove qualcuno che sa come fare potrà prendersi cura di lui, senza doversi spaventare, impressionare, scocciare o cose del genere.

I dottori e gli infermieri hanno studiato per capire quale osso è rotto, quale organo non funziona, cosa si è incasinato all’interno della macchina più che complessa che è l’essere umano. Inoltre, vengono pagati per accudire chi ne ha bisogno: è il loro lavoro, e alcuni addirittura dicono che sia una sorta di vocazione, al pari della chiamata religiosa. In teoria dottori e infermieri non provano fastidio ad avere a che fare con persone che stanno male. E’ un po’ come firmare un contratto: “se io sono qui è perché sono malato, è mio diritto farmi accudire e tuo dovere cercare di farmi stare meglio”.

Sasha sapeva di essere ben lungi dall’essere in condizione di scagliare la prima pietra: a meno di momenti di allineamento astrale favorevole, in cui si sentiva ispirata e riusciva a prendersi cura di chi in quel momento ne aveva bisogno in maniera che lei stessa avrebbe definito soddisfacente, non era brava con gli infermi lamentosi. La irritavano, svegliando quella bestia selvaggia che se ne stava assopita nel suo petto, ma che negli ultimi tempi si presentava un po’ troppo spesso a farle produrre pensieri e provare sensazioni che avrebbe largamente preferito non provare, non essendo in grado di giustificarle in alcun modo.

Si dice che la capacità di guardare dentro sé stessi e di fare autocritica sia una benedizione, ma lei aveva i suoi seri dubbi in merito: fissare il suo piccolo sporco abisso personale non le dava gli strumenti per sanarlo, ma solo il dolore di averlo dovuto scrutare. Volendo proprio trovare un lato positivo, per lo meno l’accusa perentoria che pendeva sul capo della sua bestia le impediva di lasciarla emergere liberamente, il che l’avrebbe resa largamente più socialmente e moralmente inaccettabile di quanto già non fosse.

Si sentiva esausta. Era stanca di combattere una battaglia dove non c’è nessun esercito schierato…stanca di involversi in pensieri che non la portavano da nessuna parte. Stanca di sentirsi male, accusa e difesa di crimini mai commessi e torture mai subite.

Troppo lucida per abbandonarsi, si opponeva strenuamente al tifone che la sbatteva di qua e di là; troppo poco lucida per salvarsi non aveva una reale volontà di aggrapparsi a nulla che avrebbe potuto trattenerla in questo vortice di pensieri sconclusionati.

Aveva l’impressione che da un momento all’altro si sarebbe strappata dall’interno sul serio. Avrebbe fatto il rumore che fa il velcro quando viene aperto e l’interno del suo corpo, quegli organi così eccessivamente colorati, si sarebbero sparsi in giro come in un brutto film splatter. Oppure avrebbe fatto come capita alle torte se si apre il forno prima che abbiano finito di lievitare. Plaf, e si sgonfiano miserevolmente, come se qualcuno le avesse bucate da sotto alla teglia.

Non sapeva da quanto tempo esattamente stava camminando, girando casualmente tra un corridoio e una scala, previa aver preso vari ascensori. Di certo era salita, perché per qualche buffa ragione il salire nei piani di un edificio la faceva sentire più “dentro”.

A perdersi in ospedale era sempre stata bravissima: a memoria d’uomo non era mai riuscita ad andare a trovare qualcuno senza aver bisogno di essere salvata dall’infermiera di turno o dall’addetto alla mensa che la ritrovava a vagolare con il naso per aria nella zona montacarichi o nell’anticamera di radiologia.

Questa volta però era diverso: non doveva trovare un reparto o una persona. Non c’era un posto che fosse adatto ai suoi scopi, quindi nemmeno ce n’era uno che fosse particolarmente poco indicato. Di conseguenza, come insegna lo Stregatto con i suoi schiaccianti sillogismi, poco importava che sapesse dove si trovava.

Guardò dentro alla camera che stava per superare: era vuota, a meno di una serie di macchinari strani e dall’aria poco rassicurante e vagamente cyberpunk che stavano tra il letto e la finestra. Le sembrò che il verde pallido delle pareti facesse al caso suo e così pure l’odore di amuchina che ammantava tutto come se fosse stato appena sparso ovunque il gel per lavarsi le mani senza acqua che piaceva tanto ad alcune sue conoscenze.

Si tolse le scarpe e si svestì. Si infilò nel letto con la massima attenzione a disfarlo il meno possibile e poi chiuse gli occhi.

Da questo amaro calice

C’è un momento nel quale le persone secondo me perdono il loro diritto all’autoconservazione.
Un momento nel quale non ha più senso cercare di scappare, di non soffrire, non provare un dolore che ci fa paura.
C’è un momento in cui non ha più senso evitare l’inevitabile, non ci si riesce nemmeno tentandoci, e sarebbe comunque sbagliato non accettare di star male.
Fa parte della vita. La vita va avanti, è vero. Però, dall’amaro calice bisogna bere, non si può voltargli le spalle e basta. Non ha senso fare finta di niente, distrarsi, fingere che sia tutto ok. Negare qualcosa che fa male non lo cancella. Alcune cose non possono essere cancellate nemmeno volendo, e anche se fosse possibile eliminarle prima che possano nuocere, non sarebe giusto farlo.
Il dolore, di qualunque natura, ci fa paura, ed è legittimo. Quello che non è legittimo però è pretendere di negarne l’esistenza. Che ognuno rivendichi il suo sacrosanto diritto a soffrire, che ognuno abbia il coraggio del suo dolore. Non ha senso dire che va tutto bene se tutto bene non va. Perché salvare le apparenze, fingere qualcosa che non è? E’ quasi un’affronto nei confronti della realtà.
E’ giusto, terapeutico, accogliere la propria sofferenza, tenersela dentro fino a che non si addolcisce. Sarebbe un insulto non farlo. Ma per farlo bisogna andare contro alla naturale tendenza a preservarsi. Non è facile, per niente, ma credo che sia l’unica cosa sensata da farsi.