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Avevo tempo fa scritto una pagina di diario sul mio difficile rapporto con il cibo. Nel tempo intercorso la vicenda non è migliorata. E nemmeno peggiorata.

Rimango schiava della mia piccola ossessione, piccola perché non trascende livelli umanamente accettabili portandomi  a ridurmi ad uno scheletrino che cammina, e ossessione perché dal mio pasto e dal mio ottemperare o meno ai dictat dietetici autoimposti dipende il mio umore della giornata e buona parte delle mie energie mentali sono allocate a rimuginare su cosa mangiare, come, quando, perché, perché no, calorie, volume, gusto, macronutrienti, tempo necessario a terminare il pasto, gente che mi vede e gente che non mi vede.

Mi masturbo le sinapsi leggendo miliardi di ricette, provando quel dolce dolore che è il desiderio verso qualcosa di così proibito e inavvicinabile che nemmeno rischia di tentarmi da tanto che è fuori dalla mia portata.

Se di fronte a una piccola ciotola di arachidi posso avere seri cedimenti, che per una che sarà mai- penso con pia illusione- e poi me le mangio tutte,( perché ragazzi, breve storia triste, ho una fame d’accidente, se non sempre quasi sempre) con un danno calorico peggiore che se mi fossi mangiata una bistecca e dei sensi di colpa che levati, di fronte ad una fetta gigantesca di saint honore non c’è storia, è decisamente troppo per un crollo di volontà, semplicemente non prendo nemmeno in considerazione l’idea di mangiarla, nemmeno se ne assaggio una cucchiata, gesto che di solito è un rischio gigantesco.

Girovago in rete leggendo articoli su articoli su diete varie e me la rido tragicomicamente: dimagrire mangiando….e giù un elenco di pasti a base di verdurine scondite che grazie tanto, così lo sapevo anche da sola; dimagrire accelerando il metabolismo, e via la frasona che vince tutto: bisogna mangiare non meno calorie del prooprio metabolismo basale, altrimenti si sputtana tutto e dopo un po’ ti ritrovi con le funzioni vitali di un bradipo ( meglio, di un organismo costretto a vivere con 800 kcal quando va di lusso, di cui circa 200 di birretta sociale); dimagrire camminando, e vado a comprare un contapassi elettronico, tanto per avere un’ossessione in più, che ora se non mi sparo anche 25000 passi al giorno non son contenta; dimagrire con la palestra, etc etc etc

Non so nemmeno io perché leggo pagine su pagine di diete e trucchetti dimagranti…forse per soddisfare la mia metafisica brama di magrezza, forse perché sotto sotto spero nella rivelazione provvidenziale che mi suggerirà uno stile alimentare che si confaccia ai miei desideri  nel calderone primordiale di idee, banalità e assurdità che vengono proposte coe soluzioni definitive contro l’incalzante pinguetudine.

Unico comune denominatore: per dimagrire così, e per così intendo dalla dieta del finocchio scondito a quella della passeggiata postprandiana, bisognerebbe essere in sovrappeso, o perlomeno tendenti ad esserlo:  io ho un indice di massa corporea  di nemmeno 17, e a questo punto il metabolismo basale di una sardina sotto sale…nemmeno la più intelligente dieta da giornale potrà mai dare risultati su di me.

Madre e amici che additandomi sussurrano: è evidente che la bestia nera, l’anoressia, mi tende la mano ammiccante. Sono preoccupante. Torno a casa nel week end e la prima cosa che mi viene chiesta è quanto peso, e se quei jeans sono sempre stati così larghi sul culo che non ho.

Fossi dimagrita veramente tutte le volte che mi è stata mossa l’accusa, ora trasparente lo sarei veramente.

E poi, ovviamente, leggo pagine su pagine sui disturbi alimentari (rimando chi legge ad un blog che mi piace particolarmente: eccolo) un po’ perché alla fin fine il dubbio viene, un po’ perché se io stessa parlo di ossessione un motivo ci sarà, e di fatto le cose he riguardano l’alimentazione sono uno dei miei argomenti preferiti…e un po’, ahimè,  ho l’inconscio desiderio di fare la finta anoressica meglio di così, scongiurando definitivamente il rischio di ingrassare. Cazzata, lo so. Ma nell’inconscio mio medesimo non so metter mano.

Sta di fatto, che girovagando nel blog di cui dicevo, ho trovato un articolo su un gruppo di ragazze (e penso anche ragazzi, ma non ne ho ancora individuati) che chiamano sè stesse #edwarriors e pubblicano sostanzialmente foto su foto di cibi carini e corpi un po’ meno scheletrici giorno dopo giorno, incoraggiandosi l’un l’altra nel loro percorso di #recovery.

Sono andata su instagram e ho cercato l’hashtag. Mi sono masturbata con foto di torte, insalate, pollo in crosta e pastasciutte. Ho visto un sacco di coppie di foto di leiprima e leidopo.  Ossa che di martedì in martedì vengono riassorbite dalla carne e jeans che vengono riempiti mano a mano un po’ di più. E ho avuto una rivelazione.

Una di queste #edwarrior ha pubblicato una foto di lei prima e lei dopo….ora, diciamo che lei non è una di quelle magreimpressionantiassurde e non lo era nemmeno al momento della foto prima e cui mi riferisco…confermiamo il fatto che oltre un certo limite il troppo magro non piace nemmeno a me, e generalmente le foto da anoressia sono eramente impressionanti anche per me. Ora, io vedendo quella foto, quella del prima, ho pensato “Che carina”. Ho pensato che stava bene anche così, e che non trovo sembrasse particolarmente malata.

Sono indegna nel dire questo, mi sembra anche di mancare di rispetto alla fanciulla in questione dicendolo, eppure non saprei che altro dire. Ho visto una foto di una che pubblica detta foto per dire “ora mi sto riprendendo!” e della foto del prima penso che sia carina. Mi rendo conto di ripetermi, ma sono rimasta basita io stessa.  Alla luce di ciò si spiegano molte cose.

Io non sono anoressica, e nemmeno a rischio: ho solo dei gusti estetici di merda secondo i più, e malauguratamente ben poco salubri anche secondo me (che ammetto che non avere il ciclo da secoli non sia proprio il massimo).

Come sono ora mi piace. Non mi vedo grassa. solo che non voglio nemmeno per sbaglio ingrassare, ragion per cui se mi scappa di perdere ancora un kg o due non mi lamento, trattandosi di una sorta di assicurazione sulla vita…

Poi, lungi da me sostenere che ciò sia esattamente normale…però, se non altro, rende l’analisi della cosa un tantino più lineare.

SUPERMERCATO

Sasha alzò lo sguardo.

Il reparto sottaceti di quel supermercato non era niente male. Era gigantesco, il corridoio sembrava non finire mai, e gli scaffali, così alti che c’era da chiedersi come facesse una donna di statura media a raggiungere la merce esposta sull’ultimo ripiano, ricordavano dei binari stracolmi di cibo.

C’erano esposte almeno cinque marche diverse di cetrioli in salamoia, varie tipologie di pomodorini secchi, da quelli alla siciliana prodotti in serie in chissà quale industria a quelli confezionati come se fossero marmellate della nonna homemade, e un numero impressionante di vari misti di funghi, carciofini, melanzane, carote, cipolline e chi più ne ha più ne metta.

Sasha registrò mentalmente prezzi e calorie dello scatolame esposto. Nutriva per i funghi porcini una passione piuttosto prepotente, eppure continuava a sembrarle assurdo pagare tipo 18 euro per un barattolo che sarebbe durato probabilmente non più di un giorno e mezzo e avrebbe, come legge biologica impone, fatto una fine decisamente poco incoraggiante.

Fu mentre osservava interessata una lattina di trippa e fagioli che si rese conto che a ben pensarci, anche se quel supermercato le piaceva e il reparto sottaceti regalava soddisfazioni, non sapeva in quale supermercato si trovasse nè dove avesse abbandonato la macchina.

Ci sono momenti in cui diventa necessario per la propria sopravvivenza non prendersi troppo sul serio, e lei negli ultimi mesi era diventata ormai maestra in quest’arte. Pensò che la sua condizione, se per qualche motivo qualcuno dall’esterno avesse potuto indovinarla, sarebbe risultata piuttosto comica. Comica come una storia di ordinaria follia, comica come un corsivo diabolico per una tragedia evitabile. Comica di quella comicità amara che sa sempre strappare un sorriso ai volutamente disillusi.

Certo, la gente che passava, indaffarata a seguire un preciso elenco della spesa incastrando quel rituale moderno in una vita produttiva e quadrata, tra un lavoro ed una famiglia, non poteva certo immaginarsi che quella ragazza che vagava con sguardo assente tra una scatoletta e uno yogurt si trovasse in un supermercato a caso senza avere memoria precisa di esserci andata, con il nemmeno tanto nascosto scopo di far quadrare dei rigidi calcoli di calorie, sigarette, ore di sonno e minimo sindacale di accettabilità sociale che imponeva di non potersi sempre accollare a qualche anima pia passate le 18.30 di ogni giorno.

Come in trance, si rese conto di colpo che non ne poteva più di analizzare lattine di tonno e di fagioli cannellini, pornografica sostituzione di un pasto che desiderava e al tempo stesso rifuggiva. Ora sentiva l’esigenza di una boccata d’aria, meglio ancora se per una fortunata ragione fosse stata profumata di fiori…quei bei fiori rosa che nei giardini in questo periodo dell’anno si stagliano contro il cielo azzurro e fanno sembrare che la realtà sia davvero come una foto ben riuscita in cui una mano capace, con l’aiuto di un obbiettivo professionale e di un buon programma di editing fotografico, cattura un attimo che, sfiorando la realtà per un istante emergendo dal suo mondo di sogno, sembra ammiccare direttamente a quello che gli occhi vorrebbero vedere per appagare un desiderio estetico del momento.

Fuori dal supermercato però non c’erano fiori rosa, e nemmeno il vento tiepido in cui Sasha aveva sperato. C’erano invece nuvole scure che coprivano il cielo, foriere di un temporale primaverile come solo Aprile sa portare. L’aria era più fredda di quando era entrata ed era greve di umidità. L’odore di umidità quel giorno non le dispiaceva. A volte, il temporale imminente non le dava fastidio, e quello era uno di quei giorni.

Sasha pensò che forse avrebbe potuto aspettare la pioggia per non piangere da sola. Di colpo, le persone che vedeva passare le facevano paura. Le facevano paura e la facevano arrabbiare. Guardava con sdegno le signore con le scarpe basse, schifata dalla lentezza e dalla debolezza con cui si muovevano. Avrebbe voluto avvicinarle e urlare loro nelle orecchie di muovere quegli orrendi culi molli che si ritrovavano. Osservava un capanello di ragazzini e ragazzine che ridacchiando uscivano dal supermercato con le braccia cariche di patatine fritte e si aprivano in un tripudio di schizzi una bottiglia di coca cola. Anche loro avrebbe voluto prenderli a sberle, perché le loro risate sguaiate e la loro ingiustificata volgarità la infastidivano.

Avrebbe voluto andare da qualche parte e urlare fino a non avere più fiato in corpo, sfogando quella rabbia ingiustificata che le puzzava tanto di una specie di xenofobia atipica, dove ogni persona che, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, si trovasse ad essere diversa da lei e a non condividere, per sua grande fortuna, quelle anche lei riconosceva essere tare mentali, la irritava.

Le girava leggermente la testa, come sempre quando permetteva alla sua accusa e alla sua difesa interiore di iniziare una querelle.

Una bolla di sapone. Si sentiva una bolla di sapone. Fragile e non compresa. Ingiustamente accusata e giudicata, ma fondamentalmente effimera e non giustificata nelle sue sensazioni e nei suoi desideri.

Una bolla di sapone che, sapendo che il suo destino è quello di scoppiare, è combattuta tra il desiderio di farlo il prima possibile e la rabbia per essere stata condannata senza un peccato originale da espiare ad un’esistenza di sfumature di colori irreali, perché tutti sanno che in realtà le bolle di sapone sono perfettamente trasparenti, e devono il loro bell’aspetto alla rifrazione della luce.

My Third World War

 

dontsee

Una ragazza che conosco ( si fa per dire, l’ho incrociata per un anno a danza, e non si può dire di conoscere qualcuno se le modalità di incontro sono state queste) parlando di anoressia definì questa “cosa” come la sua Terza Guerra Mondiale.

Non potrei immaginare una definizione migliore.

Ora, io ho sempre avuto una tendenza a non sviscerare studi e quant’altro fino in fondo, il che faceva andare in bestia mia mamma quando andavo a scuola e più che imparare veramente la lezione ne mettevo a mente quattro capisaldi e poi supercazzolavo, cosa che generalmente funzionava, data la parlantina sciolta e la faccia tosta. Col senno di poi posso dire che aveva assolutamente ragione a dirmi di tutto, perché ora che ho concluso tutti i cicli di studi che potevo affrontare devo ammettere di avere una bella infarinatura generale di nozioni e di non conoscere approfonditamente nessuna materia.

Come negli studi, in tutto ho un “talento provvidenziale” a non andare fino in fondo nelle cose che faccio. Parlo di provvidenziale talento perché è una cosa che di per sé fa schifo, ma se io non fossi fatta così ora sarei in condizioni peggiori.

Sono mesi che i miei amici mi accusano di essere anoressica. I miei genitori non osano dire la parola ma ho il ben fondato sospetto che lo temano, nella migliore delle ipotesi, a meno che non diano già la cosa per scontata.

Se per anoressica intendiamo la classica ragazzina scheletrica che si vede grassa, e salta pasti su pasti andando avanti a 50 calorie al giorno vedendo pesi sempre più leggeri e non fermandosi, no, le accuse non sono fondate.

Le accuse non sono fondate perché, ripeto, io ho un provvidenziale talento nel non andare fino in fondo.

Però, so come ci si sente. Non sono ridotta così male, ma sono ridotta male a sufficienza da capire la definizione “Terza Guerra Mondiale”.

E’ così, anche io mi sento così.

E’ proprio una guerra mondiale, perché ci sono così tante potenze in ballo che non si riesce nemmeno più a capire chi sta con chi, quale sia l’asse RoBerTo e chi siano gli Alleati…che poi magari è capace che ci sia anche qualche stronzo che fa il doppio gioco.

Solo che accade tutto comodamente all’interno della persona stessa, la quale potrebbe anche detonare senza apparenti cause esterne da un momento all’altro.

Ci sono giorni che mi sveglio, mi peso, la prima temuta e attesa pesata del giorno, e vedo che sono qualche etto in meno del giorno prima. Razionalmente ho deciso che meno di tot non devo essere, che essere troppo sottopeso non va bene, che se continuo a perdere peso il ciclo non mi tornerà mai, e il ciclo devo riuscire a farmelo tornare, almeno quello. Razionalmente sono già contenta del risultato. Mi vedo allo specchio e non mi vedo grassa. Mi vedo più o meno come vorrei vedermi. Quindi, razionalmente, non c’è una ragione al mondo per cui io debba voler perdere ulteriormente peso. Eppure, nel momento in cui la bilancia mi dà un risultato inatteso, più basso di quelli precedenti, il nuovo standard da mantenere diventa quello. Se non ci riesco, il peso che prima mi andava bene ora mi suona come un “SONO INGRASSATA”.

Sono ingrassata, e cioè sono un passo più vicina a tornare come ero prima. Prima, quando mi vedevo grassa, pingue e molliccia. Una schifezza insomma. Io, che ho sempre adorato il magro scheletrico, sventuratamente non sono scheletrica di natura. Da bambina ero grassottella. I miei ricordi falsati danno mia madre e mia nonna che mi ingozzano siccome oca da fois gras, in realtà, poracce loro, assecondavano solo la gola di bambina golosa.

Da bambina ero grassotella e questo non passava certo inosservato. Erano prese in giro su prese in giro (perché oltre che grassotella ero anche antipatica, ben inteso.)

C’era una nota showgirl (che non è abbastanza nota perché io mi ricordi il suo nome con sicurezza, ma azzarderei un Anna Maria Barbera) che in un’intervista ha affermato che “Chi è grasso da bambino lo rimane per tutta la vita.”

Ha una ragione fottuta. Non importa quanto pesi poi da adulto, quanto sei magro. Nella tua testa resti sempre il bambino salsicciotto.

A 16 anni ero la bellezza di 53 kg . Da allora ho cominciato la mia dieta. Già a 12 anni mi ero messa a dieta, ma era durata solo un’idilliaca settimana di digiuno perché ero via di casa. Ritornata dai manicaretti di mamma ogni intento di dimagrimento è morto tra le braccia di un mostacciolo al pesto e un pezzo di grana di quello balordo .

Sostanzialmente, io sono a dieta da quando ho 16 anni. Sempre. Ora di anni ne ho 25, ed è la prima volta che riesco ad arrivare dove voglio. Capirete bene che ho a buon diritto paura di perdere il risultato così faticosamente ottenuto.

Contemporaneamente però nemmeno voglio ammazzarmi. Non voglio distruggere del tutto il mio corpo, perché mi serve mi serve per fare cose da persona normale, e deve essere decentemente forte per andare a danza e non fare uno schifo a lezione, altrimenti tanto vale che io abbia incasinato tutta la mia vita per ballare se poi sono così debole da non riuscire a stare in releve. Inoltre, non voglio far spaventare troppo chi mi sta vicino. Non sono particolarmente affezionata a me stessa, ma se volessi uccidermi lo farei in soluzione unica, non a rate etto dopo etto. Se non mi ammazzo in un colpo solo avrò le mie ragioni per non farlo, ma visto che rimango viva nemmeno voglio vivere stando male, quindi la soluzione drastica di 50 calorie al giorno non è percorribile per me, anche se mi assicurerebbe di non ingrassare nemmeno di un grammo.

Mi è stato detto che non mangio per attirare l’attenzione. Cosa di preciso ci sia nel mio inconscio io non lo so: non per niente è inconscio. Essendo io una professionista dell’autoanalisi, per dirla in maniera pomposamente stilosa, quando la definizione corretta sarebbe “gran segaiola mentale”, posso dire che la ricerca di attenzioni è uno dei leit motif della mia esistenza, ma non credo che nello specifico il mio mangiare o non mangiare abbia questo non dichiarato fine. Ce l’avevano i tagli e altre cazzate ben poco dignitose che ho fatto, ma per me il non mangiare rimane una questione estetica.

Una questione estetica che però mi condiziona la vita in una maniera assurda per essere solo questione di aspetto. Ci deve essere dell’altro sotto, perché spero di non essere così demente da vivere così solo per entrare nel 32 di Tally Weijl (e nemmeno di tutti i modelli), ma quell’altro che c’è, sempre che ci sia, è relegato in un punto di me che nemmeno la mia impietosa autoanalisi riesce a stanare.

La mia giornata ruota attorno a cosa mangerò e quando. Io ho un bonus di circa 1200 calorie al giorno, purchè quello che deglutisco non sia troppo grosso a livello volumetrico, perché altrimenti alla pesata successiva il peso cambia io essendo, contrariamente al solito, “a pieno”, e la cosa mi irrita. Posso mangiare a colazione più o meno soddisfacentemente, anche se poi quando mangio più noci del previsto spiluccando mentre aspetto il caffè mi sento in colpa e tutto il piano alimentare giornaliero subisce delle scomode compensazioni, poi a metà mattinata per essere in forze per la lezione, ed è ormai una sorta di rituale questo, a pranzo, sempre e rigorosamente dopo 14.30 sul treno mentre torno, non prima in sala d’attesa, poca roba e possibilmente proteica, di una massa che non superi i 180 g, a merenda prima dell’altra lezione di nuovo cose proteiche che ricarichino i miei poveri muscoli e mi tengano su. A cena non si mangia. Mai. Vietatissimo. Bevo una birra, magari assaggio qualcosa dal piatto di chi è con me, o mangio le patatine che portano assieme alla birra, ma non ordino mai. Se sono costretta a farlo è panico totale. Come è panico totale se per qualche motivo il mio pranzo o la mia colazione sforano le calorie e i grammi previsti.

Non mangio 50 calorie al giorno e non peso 30 kg, ma la mia giornata si organizza attorno a quello che mangerò e quando, conto pure le calorie del caffè per star sicura di non andare fuori dal limite. Se per caso cedo alla tentazione e non riesco a rimediare in giornata con altre privazioni (e non sempre il digiuno redentore è possibile, perché magari devo ancora fare delle lezioni, o esco con qualcuno che si panicherebbe, o semplicemente ho una fame da morire e cedo senza onore all’assaggio di qualcosa che mi viene offerto) mi sento in colpa, e ne va decisamente del mio morale: posso essere completamente sfasata per ore e ore se ho mangiato più del previsto, se poi la cosa è stata dovuta ad un peccato di gola puramente autonomo non ne parliamo, passo addirittura giorni a sentirmi male. Tra l’altro, onde evitare il rischio altissimo di cedere a tentazioni quando basta aprire un’anta e pescare robe dietetiche e gratis, cerco di non sedermi mai a tavola coi miei: è capitato più di una volta che io me ne vada in giro come una gatta randagia solo per non mettere a dura prova la mia volontà, visto che spesso e volentieri in questi frangenti cede. Cede perché di mio, come dicevo, amo mangiare, e oltretutto ho fame. Ho un sacco fame, anche se non la sento. Ho le voglie, come le donne incinte, e si sono messe a piacermi anche cose che non mi sono mai piaciute, tipo la carne rossa o la marmellata. Penso che questo significhi che il mio corpo mi sta inviando un segnale molto chiaro: “Dammi da mangiare”.

E io gliene do: 1200 e qualcosa calorie al giorno, sperando che lui con questo sia d’accordo a non rompersi e mollarmi a piedi da un momento all’altro.

Sono andata da una nutrizionista e le ho espresso le mie necessità concrete omettendo ovviamente le seghe mentali ad esse legate. Lei sostiene che riequilibrando l’alimentazione sia possibile che io viva bene non ingrassando, perché sono parecchio sottopeso, ma la mia costituzione è molto minuta di base (infatti, quando peso come le tabelle mi vorrebbero sono praticamente rotonda). Se mi va bene potrei riuscire anche a farmi tornare il ciclo. Voglio sperare che abbia ragione, e proverò seriamente a seguire il piano nutrizionale che mi a fornito; fino ad ora, che non l’ho proprio seguito alla lettera, ma ho fatto abbastanza quello che diceva, mi sembra di sentirmi meglio.

Se dovessi, come mi era sembrato poco tempo fa, trovarmi davanti alla scelta tra sopravvivere ingrassando o rimanere così e stare male, ma male tanto…ecco, una cosa che sembra una scelta ovvia e banale per me sarebbe una crisi totale.

Ho scritto tutto ciò non perché voglia attenzioni o roba del genere ma per dire a tutti e specialmente a chi mi dice, o pensa “Non ci provi nemmeno”, che non è vero, ci provo. Eccome. Ma è difficile. Sto cercando compromessi, ed è faticosissimo. E’ il meglio che posso fare al momento. Inoltre, se qualcuno, leggendo, si ritroverà in quel che dico (mi spiace per lei/lui)…non sarà molto, ma forza, ci sono altri che pensano così e si sentono così.

L’anoressia, quella vera, è roba ben peggiore. Ho visto foto su internet che sono impressionanti. Questa “cosa” di cui io parlo, non saprei nemmeno come definirla. Pur restando senza nome, non è granché. Perché, ripeto, non mi ammazzerà, non mi ridurrà ad uno scheletro che cammina, e mi sento quasi in difetto a far tante storie per una cosa che non è nemmeno tanto grave, ma nel suo piccolo mi condiziona la vita, e non ho la più pallida idea di come uscire almeno dalla parte più emotivamente destabilizzante della cosa. Tenerci a vedersi bene, essere attenti alla linea, è normale. Che giornata e umore ruotino in buona parte attorno a questo no. E fa schifo.

Riflessioni gastronomiche.

Vanille Patisserie from Chicago, Illinois © 2011 Tina Wong; The Wandering Eater. All Rights Reserved.

Che il mondo sia ingiusto si evince, senza meditazioni sociologico-religiose-moraleggianti di sorta, dal fatto che ci siano persone che mangiano come maialetti e non riescono a mettere su un etto e persone che, se mangiano un grammo in più, prendono immediatamente detto grammo e tutti i di lui amichetti.

Naturalmente io appartengo alla seconda categoria, e vedere persone magre come stecchi che mangiano come bufali mi irrita tremendamente.

Quotidianamente parto con l’idea di stare attenta a quello che mangio, poi periodicamente vengo presa da fastidio acuto, mangio soddisfacentemente, perché sì, purtroppo mangiare è una cosa che mi piace fare,e ingrasso istantaneamente; seguono mesi di patimenti per dimagrire, tra mancanza di volontà di sopravvivere a verdurine scondite e mancanza di risultati apprezzabili. Oscillo tra i 45 e i 50 kg, estremo positivo ed estremo negativo, quindi in realtà vengo regolarmente mandata a fanculo da coloro le quali sono grassottelle davvero, ma il fatto che io di fatto non abbia bisogno di nessuna dieta (se ne potrebbe parlare in realtà: ho le ossa molto leggere, e quando mi avvicino ai 50 comincio ad avere un’aspetto decisamente più tondeggiante delle aspettative) non toglie il fatto che la mia vita sia un continuo guardare il cibo con un misto di desiderio e odio, con sforzi quotidiani per piacersi, visto che non sono stata benedetta con un supermetabolismo che brucia kerosene per tenermi in vita.

E poi ci sono persone che se ne sbattono allegramente e sono magre di natura, e persone che vorrebbero fortemente ingrassare ma non ce la fanno nonostante si sparino due cassate al giorno. Queste ultime sono in realtà nella stessa situazione di noi non “supermagridinatura” anche se al contrario. Personalmente non capisco cosa abbiano da lamentarsi, ma non tutti i gusti sono alla menta, si sa, quindi li affranco al 50% dalle mie ire funeste.

Ci sono anche, e prenderei quasi più a testate loro di tutti gli altri, quelli che sono schifiltosi, e quando hanno un piatto davanti fanno un’opera certosina per rimuovere ogni forma di sugo dai fusilli, avanzano le patatine fritte e prendono due cucchiaiate di tiramisù e poi rinunciano all’impresa perché non è fatto esattamente come nonnina loro li ha abituati. Loro li detesto da profondo. Io se ho fame mangio quello che ho davanti, a meno che non mi faccia proprio schifo, e a farmi schifo di solito sono cose che non fanno ingrassare. Mai che non mi piaccia un bel piatto che trasuda carboidrati e trigliceridi, figurarsi. E’ facile essere magri apprezzando sopra ogni cosa le carote bollite e scondite. Non capisco perché non sia nata così anche io.

Ecco perché dico, e lo sto dicendo quasi seriamente, che da questo semplice fatto, senza andare a toccare malattie incurabili, famiglie disagiate, catastrofi personali o abomini sociali, si può evincere l’intrinseca scorrettezza del destino.

Go, Marta, go go go!

Oggi sono andata a correre. Piena di buona volontà, stamattina sono partita, ipod nelle orecchie, running ai piedi e tuta da ginnastica. Una visione celestiale insomma. Dopo i primi 3 minuti avevo già il fiatone, dopo i primi 5 cominciavo a sudare copiosamente, dopo i primi 15 ho cominciato ad avere male alla milza (o a un organo interno suo parente stretto.)
Da lì è stata tutta una salita impervia. Avevo preventivato di correre un’ora, dopo 20 minuti volevo morire. Ma, come diceva Shwarzenegger: “Il corpo dice no, la mente dice sì”. Dal punto di vista del demolirmi fisicamente non ho nulla da invidiare al più tarato masochista: tutta la volontà che attualmente non ho per mettermi sui libri ce l’ho per correre rischiando l’attacco di cuore durante l’esercizio.
E così, ho corso, e ancora corso, mentre ogni fibra del mio corpo mi pregava di smettere.
Mi sono sentita un po’ come Gimli ne “Il Signore degli Anelli-Le due torri” quando con Aragorn, ramingo gran camminatore, e Legolas, elfo, e come tale quasi privo di peso specifico, insegue il gruppo di Uruk-Hai che ha rapito Merry e Pipino. Ci sono sti due figaccioni, fustacci fisicuti, che corrono aggraziati tra steppe e colline, con passo elegante e felpato, manco un po’ di fiato corto. E poi lui, il povero nano delle caverne, che ruzzola e si trascina, parecchio indietro rispetto a loro, sulle sue gambette tozze, senza un minimo di stile.
Ecco, io mi sono vista riflessa nel finestrino di una macchina mentre arrancavo lungo il viale, minuto venticinquesimo del mio suicidio mattutino, e ho avuto la prova che ahimè se fossi nata nella Terra di Mezzo non sarei stata nè un elfo nè un ramingo, ma piuttosto un nano. Dura verità da digerire, anche se non abbastanza da convincermi a saltare il pranzo.
Sì, perché ieri ho avuto la conferma che sarebbe il caso di mettersi a dieta.
Erano almeno 7 anni che nessuno mi diceva che sono grassa, poi alla fine qualcuno meno educato del solito lo ha detto.
Io mi lamento continuamente del mio fisico. Non lo faccio per farmi dire che non devo, che sto bene così, eccetera eccetera. Davvero non sono soddisfatta, non mi piaccio quasi mai, e non so che tipo di regime alimentare dovrei seguire per piacermi. Però, fatto sta che di norma tutti mi rispondono di non farmi paranoie, che se dimagrisco scompaio e cose del genere. Il che significa che, alla lunga, ciclicamente mi chiedo se per caso non sono io ad avere una visione fallata del mio aspetto.
Però, se anche uno solo mi conferma che dovrei dimagrire, almeno sulle gambe (colpita e affondata: la genetica congiura impietosa, e il ragazzo non spara a caso: mira con attenzione e capacità), significa che non sono io ad avere delle fisime.
Se poi lo stesso soggetto afferma che la mia autostima è un po’ troppo alta…diciamo che la portaerei (dato che di stazza abbondante si parlava, misera me), fino a questo punto con due punti su tre colpiti, cola definitivamente a picco.
Premessa necessaria: a fare questi commenti è un fanciullo che io non conosco particolarmente, e sul cui conto non ho ancora un’idea precisa, ma chi sia lui è del tutto irrilevante: io so che ha ragione, anche se fosse lo stronzo incompetente più stronzo incompetente della galassia e di quelle limitrofe, perché le stesse cose le penso io stessa ogni giorno.
Quello che mi ha colpita non è stato tanto il non essere incensata e adulata (checchè ne pensino alcuni, non ho affatto la pretesa di sentirmi dire che sono bella e brava in ogni situazione. Mi piace ricevere complimenti, certo, a chi no poi??, però sono ben lungi dall’aspettarmi e pretendere un tale trattamento.) quanto il totale centro che costui ha fatto. Quella dell’autostima è stata proprio una perla. In accoppiata alla linea poi…wow. Non avrei saputo far di meglio per farmi rimanere male, e io so bene quali sono i miei punti deboli. Tanta stima al ragazzo.
Evidentemente, il binomio Marta/non-sentirsi-un-cesso è sbagliato alla base, ed è meglio che eviti io per prima di convincermene.
Però, sono un po’ in un vicolo cieco: se mi sento uno schifo faccio ancora più schifo che se almeno provassi a tenermi, e se cerco di sentirmi bene e aggiustarmi mi sento dire (o la gente pensa talmente intensamente che mi pare di sentirmi bersagliata da onde recanti tale messaggio) che ho l’autostima troppo alta (ovvero che me la tiro, che voglio ma non posso). Il che è terribile. Io non voglio certo essere una che se la tira anche se non potrebbe.
Se non altro sono rimasta abbastanza mae da avere un buon incentivo a darmi una regolata, in tutti i sensi. Però, sarà dura, durissima.
Vado a correre, e nel correre sembro Gimli. Poi, arrivo all’ora di pranzo con uno sbrano colossale, e la sola idea di mangiare un sedano crudo e scondito mi fa venir da piangere, così ingurgito probabilmente più delle calorie che ho consumato correndo, e ne ho tanto come prima.
Vorrà dire che telefonerò quotidianamente al fanciullo che la pensa come me e gli chiederò di ripetermi quanto grassa sono: può darsi che funzioni e che io riesca a saltare pasti su pasti, con notevole aumento della mia stima in me stessa.