58084-We-All-Have-Scars

Tutte le cicatrici hanno una storia da raccontare.

Una caduta in bicicletta, un incidente d’auto, un coccio di vetro in spiaggia dopo un pomeriggio tra pedalò e giochi in acqua, magari mentre si sta cercando di darsela di fronte alla nuova conquista…

Storie che rimangono impresse sulla pelle, eterno memento di un momento che di per sé non significherebbe proprio nulla, ma per qualche motivo è stato prescelto dal fato per affrescare il nostro corpo.

Quando parlo con qualcuno che ha qualche segno evidente è solo con fatica non indifferente che mi trattengo dal chiedere, abbandonando ogni eleganza, cosa gli sia successo. Sono curiosa per natura. Non si tratta di farsi gli affari altrui, è solo che mi interessa sapere cosa c’è dietro.

Mi interessano le persone, quasi a livello ludico/scientifico. In concreto poi coi rapporti sociali non sono esattamente un drago, però sapere di quel microcosmo che si nasconde in ciascuno è cosa che desidero, e siccome non posso pretendere che la gente venga a raccontarmi chi è solo perché sono curiosa io, non mi resta che tirare a indovinare. Penso di indulgere spesso e volentieri nel romanzo, piacere che mi arrogo in totale scioltezza, dato che riguarda unicamente me e non l’oggetto in questione, e nel fare ciò l’osservazione delle cicatrici gioca un ruolo interessante.

Ora potrei mettermi a raccontare al mondo delle mie, di cicatrici. Di certo, questo appagherebbe in parte il mio desiderio di attenzioni. Non è escluso che prossimamente io mi lanci in un elenco puntato corredato di descrizione di eventi, personaggi e copione per ogni singolo segno che ho sul corpo, si tratti di tessuto cicatriziale o di inchiostro.

Oggi però pensavo che quello che realmente è una cicatrice è una conseguenza. La dimostrazione del fatto che indietro nel tempo non si torna: prima non c’era la ferita, poi c’è. Guarirà, perché o guarisce o si muore. Guarirà ma, diversamente dal novanta per cento dei danni che vivendo ci si procura, lascerà un segno indelebile. Non ci si potrà mai dimenticare di cosa l’abbia causata. Magari mille altre cadute sono passate, svanite nell’oblio di un’epidermide perfettamente rigenerata, e di queste ci si può tranquillamente dimenticare…ma non di quelle che, non poi così diverse dalle altre, lasciano un segno.

Uguale per le cicatrici che stanno dentro…di tutto di ci può dimenticare e la mente è bravissima a rimuovere, per sopravvivenza, i ricordi che non si desidera conservare, quelli che a guardarli da vicino ci farebbero sentire così miseri da non poterlo sopportare. Però non tutte le ferite guariscono bene. Alcune non sono state medicate a modo, e lasceranno per sempre, o magari così sembra fino a che non saranno faticosamente guarite, il loro segno, che per quanto si faccia il possibile per non guardarlo continua a saltare fuori urlando “Fai schifo!”.

Devo già averlo detto, ma il senso di accettazione non è un mio pregio. Il famoso “Ce ne faremo una ragione” lo dico solo per ridere. L’idea di dovermi assumere la responsabilità delle mie azioni mi fa andare nel panico più totale. Assolutamente poco dignitosamente, senza scusanti di sorta. Non riesco ad accettare che una volta che ho fatto una cazzata la cosa sia fatta e non ci sia modo di tornare indietro. Non ce la faccio.

Vorrei chiedere scusa, ma il fatto stesso di chiedere perdono andrebbe a braccetto con l’affrontare la conseguenza della cazzata, che andrebbe dichiarata. Vorrei dire “Perdonami, tu non sai perché ma io sì, dimmi solo che mi perdoni e fammi stare bene” ma sarebbe un po’ un mezzuccio scorretto e soprattutto privo di significato…

Non sono credente, e andare a confessarmi non aiuterebbe. Non ho ucciso nessuno, ma questo non mi fa sentire meglio.

Vorrei potermi guardare allo specchio pensando che non ho più nulla da nascondere, nessun peccato originale che macchi la mia fedina penale di persona, ma non è possibile.

Allora bevo dal mio amaro calice, sconto il fio dei miei peccati auto infliggendomi un martirio che non mi infliggono gli altri, non riuscendo ad auto concedermi il perdono perché non so se chi di dovere lo farebbe.

In questo purgatorio in terra mi sono smarrita, perché non trovo più la via di casa.

Diceva il capitano Teague al figlio, quel grande di Jack Sparrow, il quale forse ha il mio stesso problema, visto che una ne fa e cento ne pensa, e poi passa la vita inguaiato dal suo continuo tentativo di fuga dalle conseguenze delle sue azioni più abiette, “Il difficile non è vivere per sempre, ma convivere con sé stessi per l’eternità”.

 

 

Advertisements