SUPERMERCATO

Sasha alzò lo sguardo.

Il reparto sottaceti di quel supermercato non era niente male. Era gigantesco, il corridoio sembrava non finire mai, e gli scaffali, così alti che c’era da chiedersi come facesse una donna di statura media a raggiungere la merce esposta sull’ultimo ripiano, ricordavano dei binari stracolmi di cibo.

C’erano esposte almeno cinque marche diverse di cetrioli in salamoia, varie tipologie di pomodorini secchi, da quelli alla siciliana prodotti in serie in chissà quale industria a quelli confezionati come se fossero marmellate della nonna homemade, e un numero impressionante di vari misti di funghi, carciofini, melanzane, carote, cipolline e chi più ne ha più ne metta.

Sasha registrò mentalmente prezzi e calorie dello scatolame esposto. Nutriva per i funghi porcini una passione piuttosto prepotente, eppure continuava a sembrarle assurdo pagare tipo 18 euro per un barattolo che sarebbe durato probabilmente non più di un giorno e mezzo e avrebbe, come legge biologica impone, fatto una fine decisamente poco incoraggiante.

Fu mentre osservava interessata una lattina di trippa e fagioli che si rese conto che a ben pensarci, anche se quel supermercato le piaceva e il reparto sottaceti regalava soddisfazioni, non sapeva in quale supermercato si trovasse nè dove avesse abbandonato la macchina.

Ci sono momenti in cui diventa necessario per la propria sopravvivenza non prendersi troppo sul serio, e lei negli ultimi mesi era diventata ormai maestra in quest’arte. Pensò che la sua condizione, se per qualche motivo qualcuno dall’esterno avesse potuto indovinarla, sarebbe risultata piuttosto comica. Comica come una storia di ordinaria follia, comica come un corsivo diabolico per una tragedia evitabile. Comica di quella comicità amara che sa sempre strappare un sorriso ai volutamente disillusi.

Certo, la gente che passava, indaffarata a seguire un preciso elenco della spesa incastrando quel rituale moderno in una vita produttiva e quadrata, tra un lavoro ed una famiglia, non poteva certo immaginarsi che quella ragazza che vagava con sguardo assente tra una scatoletta e uno yogurt si trovasse in un supermercato a caso senza avere memoria precisa di esserci andata, con il nemmeno tanto nascosto scopo di far quadrare dei rigidi calcoli di calorie, sigarette, ore di sonno e minimo sindacale di accettabilità sociale che imponeva di non potersi sempre accollare a qualche anima pia passate le 18.30 di ogni giorno.

Come in trance, si rese conto di colpo che non ne poteva più di analizzare lattine di tonno e di fagioli cannellini, pornografica sostituzione di un pasto che desiderava e al tempo stesso rifuggiva. Ora sentiva l’esigenza di una boccata d’aria, meglio ancora se per una fortunata ragione fosse stata profumata di fiori…quei bei fiori rosa che nei giardini in questo periodo dell’anno si stagliano contro il cielo azzurro e fanno sembrare che la realtà sia davvero come una foto ben riuscita in cui una mano capace, con l’aiuto di un obbiettivo professionale e di un buon programma di editing fotografico, cattura un attimo che, sfiorando la realtà per un istante emergendo dal suo mondo di sogno, sembra ammiccare direttamente a quello che gli occhi vorrebbero vedere per appagare un desiderio estetico del momento.

Fuori dal supermercato però non c’erano fiori rosa, e nemmeno il vento tiepido in cui Sasha aveva sperato. C’erano invece nuvole scure che coprivano il cielo, foriere di un temporale primaverile come solo Aprile sa portare. L’aria era più fredda di quando era entrata ed era greve di umidità. L’odore di umidità quel giorno non le dispiaceva. A volte, il temporale imminente non le dava fastidio, e quello era uno di quei giorni.

Sasha pensò che forse avrebbe potuto aspettare la pioggia per non piangere da sola. Di colpo, le persone che vedeva passare le facevano paura. Le facevano paura e la facevano arrabbiare. Guardava con sdegno le signore con le scarpe basse, schifata dalla lentezza e dalla debolezza con cui si muovevano. Avrebbe voluto avvicinarle e urlare loro nelle orecchie di muovere quegli orrendi culi molli che si ritrovavano. Osservava un capanello di ragazzini e ragazzine che ridacchiando uscivano dal supermercato con le braccia cariche di patatine fritte e si aprivano in un tripudio di schizzi una bottiglia di coca cola. Anche loro avrebbe voluto prenderli a sberle, perché le loro risate sguaiate e la loro ingiustificata volgarità la infastidivano.

Avrebbe voluto andare da qualche parte e urlare fino a non avere più fiato in corpo, sfogando quella rabbia ingiustificata che le puzzava tanto di una specie di xenofobia atipica, dove ogni persona che, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, si trovasse ad essere diversa da lei e a non condividere, per sua grande fortuna, quelle anche lei riconosceva essere tare mentali, la irritava.

Le girava leggermente la testa, come sempre quando permetteva alla sua accusa e alla sua difesa interiore di iniziare una querelle.

Una bolla di sapone. Si sentiva una bolla di sapone. Fragile e non compresa. Ingiustamente accusata e giudicata, ma fondamentalmente effimera e non giustificata nelle sue sensazioni e nei suoi desideri.

Una bolla di sapone che, sapendo che il suo destino è quello di scoppiare, è combattuta tra il desiderio di farlo il prima possibile e la rabbia per essere stata condannata senza un peccato originale da espiare ad un’esistenza di sfumature di colori irreali, perché tutti sanno che in realtà le bolle di sapone sono perfettamente trasparenti, e devono il loro bell’aspetto alla rifrazione della luce.

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