Era una giornata di fine primavera.
O forse era inizio estate.
Magari invece non era nè fine primavera nè inizio estate: quell’anno le condizioni atmosferiche avevano fatto le pazze, ed era difficile capire in che stagione ci si trovasse.
Però il clima era mite e il vento delicato, quindi se non era fine primavera o inizio estate ci somigliava.
Il vento, che accarezzava i profili delle siepi e degli alberi del parco illuminato da un sole tanto soffice quanto presente, avrebbe avuto odore di fiori, se solo ci fossero stati dei fiorni in quella zona.
Invece i fiorni non c’erano, e la brezza doveva accontentarsi di profumare di aria pulita.
Alcuni di quelli che abitavano da quelle parti avrebbero giurato di sentirci odore di mare e di ulivi in quel venticello.
Altri avrebbero potuto scommetersi la pensione che quel retrogusto che lasciava nelle narici fosse dovuto ai pascoli e alle montagne su cui le dita di Zefiro passavano limpide.
Interrogando i bambini, si otteneva generalmente una risposta univoca per genere per quanto differentemente declinata a livello di sfumature: nell’aria c’era odore di torta alle mele e cannela appena sfornata, piuttosto che di zucchero a velo alla fragola di quello che danno alle giostre o di crostata con abbondanti riccioli di panna montata a sovrastarla come graziosi capitelli ionici. I più coraggiosi azzardavano timidamente di aver riconosciuto talvolta il sospetto di una fragranza di croccante e cioccolato, ma non erano così sicuri da affermare definitamente questa loro ipotesi.
Taluni degli abitanti poi affermavano che non ci fosse nessun vento, e che anzi l’aria fosse talmente immota da risultare quasi opprimente. Questi ultimi, nelle rare occasioni in cui si prendevano il fastidio di aprire la bocca, lo facevano evidentemente solo per dar aria ai denti, perché nessuno aveva tempo da perdere dietro al loro così poco stimolante punto di vista.
Sta di fatto che, inizio estate o fine primavera che fosse, il vento profumato passasse con la delicatezza di una farfalla sulle siepi e sugli alberi.
Si sarebbe potuto pensare alle carezze di un amante affettuoso sul viso dell’amata sentendosi sfiorare da quella brezza leggiadra.
Non carezze pregne di presupposti e allusioni, sia chiaro. Piuttosto, avrebbero potuto essere le carezze di una domenica mattina in cucina passata a cucinare plum cake assieme, in un mirabile quattro mani di ricette sbagliate e farina svolazzante.
Il sole poi era indeciso se tramontare anche quel giorno oppure no.
Con i suoi raggi arancio-rosati illuminava il parco, e le ombre si allungavano secondo dopo secondo…però non andava giù quel pomeriggio: si limitava a lambire con quel poco di malizia tutto il mondo, come se sapesse che dalla sua corsa quotidiana dipendeva il naturale svolgersi di ogni cosa, e si divertisse a ricordarlo di tanto in tanto a tutti, attardandosi unicamente perché quel giorno gli andava a genio di far così. Niente di eccessivamente sconvolgente comunque: come si diceva poc’anzi, quell’anno il tempo era stato piuttosto matto, e nessuna si stupiva più per bizzarie innocue come quella.
In quel tramonto di lunghezza indefinita, un bambino camminava lungo il sentiero del parco.
Dico bambino, perché a giudicare dal passo saltellante si sarebbe potuto intuirlo tale, ma era controsole, e non potendolo vedere in faccia mi risulta difficile dargli un’età.
Voi direte, non c’è assolutamente nulla si strano o notevole in un bambino che cammina saltellando in un parco al tramonto di una bella e soleggiata giornata di fine primavera o inizio estate.
In effetti non ci sarebbe stato proprio niente di che, se non fosse stato per la sua ombra che, forse per colpa del sole che rifiutandosi di tramontare era ormai costretto a proiettare i contorni di tutto innaturalmente lunghi e distesi a terra, sembrava coricata, legata ai piedi del proprietario da chissà quali fili invisibili e robustissimi, e completamente contraria a seguirne i movimenti.
Certo, non potendo uscire dalla sua condizione di ombra, ovviamente dipendente in tutto e per tutto dalla figura concreta che la genera, non avrebbe mai potuto permettersi si smettere di emulare i movimenti del suo padrone. Quindi, proprio come avrebbe fatto ogni brava ombra, li seguiva… Ma li seguiva malvolentieri, pigramente come ci si muove al mattino quando la sveglia suona troppo presto, come se mentre il ragazzo saltellava nell’aria tiepida e profumata di pane appena sfornato (perché per lui l’aria profumava di pane appena sformato), lei fosse stata costretta a trascinarsi faticosamente, prostrata su un terreno irregolare e accidentato, ferita dalle asperità del suolo e trattenuta dalla melassa poco ospitale nella quale era invischiata.
L’ombra forse avrebbe voluto fermarsi a riprendere fiato un attimo.
Avrebbe voluto provare a tirarsi in piedi anche lei, e smettere finalmente di essere un’ombra, che, notoriamente, è un lavoraccio, e va a finire che si passa tutta la vita a stare sotto i piedi di qualcuno.
Il bambino però, totalmente ignaro delle fatiche della poveretta, continuava a saltellarsela in giro, come se il mondo circostante non lo riguardasse nemmeno per sbaglio, pago del suo profumo di pane appena sfornato nell’aria e della sua mente libera, riempita solo dai ricordi del gioco del pomeriggio appena trascorso e dell’attesa della sera che sarebbe venuta di lì a poco, sempre che il sole avesse deciso di tramontare definitivamente, prima o poi.
Fu all’ennesima buca, all’ennesimo albero contro cui aveva dovuto sbattere, o forse fu solo perché ad un certo punto si era stufata di fare la brava, che d’un tratto, mentre il bambino, con il naso per aria, osservava incuriosito un palloncino che svolazzava nell’aria sempre più su verso le nuvole, l’ombra distese il suo braccio reso lunghissimo dal tramonto che ormai era durato decisamente troppo, e chiuse le sue dita immateriali attorno alla corda del palloncino che danzando disegnava spirali irregolari nel vento, che evidentemente c’era, checché ne dicessero i cinici.
Non è molto il peso che un palloncino gonfiato con l’elio può sopportare, ma un’ombra è poca roba: se si stacca dal proprietario nemmeno ha un corpo a cui fare capo, e può tranquillamente decollare insieme ad un palloncino rosso che va verso le nuvole cullato da una dolce brezza di inizio estate o fine primavera che sia.
Così, in quel giorno che era difficile definire tanto metereologicamente quando a livello orario, l’ombra del bambino decollò, sperimentando la leggerezza dell’aria dopo anni di vita relegata a terra.
Al bambino, naso rigorosamente verso il cielo come si confà ad un bravo infante, parve di vedere per un attimo qualcosa librarsi in cielo assieme al palloncino rosso.
Poi, mano a mano che questo prendeva quota e si allontanava, i contorni indistinti di quel qualcosa sembravano sciogliersi nel bacio degli ultimi raggi di quel sole bislacco, come una goccia di acquerello in troppa acqua.
Quando, con un ultimo lampo rosato il sole scomparve dietro al profilo della collina, il palloncino non era che un puntino rosso in lontananza, seguito a ruota dal cordino che, come la coda di un animale selvatico e giocoso, si attorcigliava e contorceva nell’aria profumata e tiepida di quella giornata di fine primavera o inizio estate.

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