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Alla grande festa c’erano tutti.

Imbelettate le donne, agghindati gli uomini, entravano come in trance nella sala del Gran Ballo.

Scendendo dallo scalone di marmo, come se volassero e nemmeno i loro piedi toccassero i gradini tirati a lucido per l’occasione e ricoperti di velluto rosso facevano il loro maestoso ingresso nel salone immenso, illuminato da mille e più candele poste su candelabri in ferro battuto, ottone, oro e argento; e i lampadari, così grossi e pesanti da far domandare come fosse possibile che una semplice catena potesse sostenerli in tutta la loro mole…sembravano stallattiti luminose che con il loro giallo soffuso  ammantavano la casa di un’atmosfera di irrealtà dove i contorni delle cose si perdevano nella carta da parati barocca e nei tendaggi spessi che adornavano ogni finestra della villa.

Alla grande festa c’erano tutti, pronti ad abbandonarsi ad un folle walzer. Chi per sempre, chi per una notte soltanto, entrando nella villa illuminata dalle sole candele e dalla figura di esse riflessa e moltiplicata dagli innumerevoli ori e dalle superfici perfettamente lucide del ricco arredamento in legno del salotto, lasciavano fuori dalla porta ogni discernimento ed ogni desiderio di ragione e comprensione.

Tutto poteva accadere in quella notte, nulla era vietato e nulla era richiesto. Tutto era lecito, tutti avevano occhi per vedere ma nessuno ne avrebbe conservato ricordo distinto…solo il fumoso retrogusto di un sogno sarebbe rimasto nella bocca degli invitati, un velo di oblio sui loro occhi.

C’era un’unica regola a cui tutti dovevano attenersi per prendere parte alla grande festa: maschere veneziane coprivano il volto delle donne e degli uomini, maschere che non sarebbero state sollevate dal tramonto all’alba.

In quel salotto sembravano milioni le persone che calate fuori dal tempo e fuori dallo spazio cominciavano a danzare sulle note di quel walzer spettrale. Nonostante le gonne lunghe di broccato e i bustini con stecche di balena ad esaltarne le forme, le donne si muovevano fluide come se fluttuassero sul pavimento lucidissimo. I cavalieri le accompagnavano nella loro danza, le mani ora sugli avambracci guantati, ora sui fianchi. I ballerini si muovevano in raffinate coreografie circolari, dando luogo ad un intreccio di figure in cui le dame venivano passate di uomo in uomo con maestria, ora sollevate, ora abbandonate a cerchi interni tutti femminili secondo uno schema che nemmeno loro sapevano di conoscere.

Nessuno avrebbe saputo dire se era la musica o la magia della villa a portarli ed ispirarli a quel ballo di abbandono ed effimera apparenza.

 

Uomini o donne che fossero avevano un’unico modo di superare la maschera: cercare di arrivare al nocciolo di realtà che forse anche in quel salotto era rimasto attraverso lingue intrecciate, mani che fugaci sfioravano il sesso e si insinuavano con prepotenza nei capelli.

Non so che ore sono, non so quanto tempo sia passato da quando ho cominciato a muovermi. Non so nemmeno chi mi stia accompagnando in questo passo a due. Sento delle mani che mi guidano, mi accarezzano, mi tengono. Non so a chi appartengano queste mani, ma non mi importa. Mi piace sentirmi stretta al petto del mio cavaliere, ho l’impressione che non verrò risucchiata nel nulla. 

C’è un violino che suona, ed è una musica che alle mie orecchie sembra tremendamente triste. Gli altri invitati…nemmeno li vedo, anche se percepisco il loro muoversi. Io mi muovo con loro. Non so che magia ci tenga tutti e ci faccia danzare questa coreografia mai studiata come se la conoscessimo perfettamente. La mia coscienza oggi a malincuore vuole cedere il passo all’estasi. Così non è per gli altri: lascio vagare lo sguardo intorno e vedo non più persone ma simulacri che hanno perso la consapevolezza di star reggendo una maschera. Vorrei abbandonarmi anche io, sento che sono ad un passo dal farlo…eppure qualcosa non mi lascia scappare.

Il mio cavaliere mi offre un bicchiere colmo di un liquido rosso rubino. Lo prendo. Forse il vino potrà essere il giusto canale. Non ci fermiamo: il mio uomo mi regge saldamente, non mi farà cadere né rovesciare il bicchiere.

Non so chi sia l’uomo che mi sta facendo danzare con tanta maestria. Forse pianterà un coltello tra i miei seni, o forse vorrà prendermi, uomo o donna che sia, carpire la mia essenza oltre le maschere mischiando il suo respiro con il mio. Non importa se vorrà amarmi per una notte o uccidermi: il mio corpo riconosce nelle sue braccia forti e nelle sue mani che mi guidano sicure un compagno che per il tempo del nostro ballo sarà per me l’unica cosa sicura.

“Un bacio, uno soltanto.”

Stacco le labbra dal calice e appoggio la guancia al petto del mio cavaliere. Ha un odore buono. Non rispondo, ma alzo leggermente il mento, tacito assenso. Senza smettere di roteare e danzare appoggia la sua bocca sulla mia, e come se stesse assaporando una mela matura coglie la mia rosa con il suo alito tiepido e il suo abbraccio rassicurante, per un secondo o per sempre. 

Mi abbandono.

 

 

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