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Il vento i gli schizzi ballavano il loro tango infernale nella notte di tempesta, e con il loro amore e odio sferzavano il viso del Capitano.

Ritto come un fuso, la pesante palandrana nera che si muoveva attorno al suo corpo legnoso guidata dalla bufera, lui stava al timone, una mano poggiata con noncuranza su di esso, gli occhi piantati nell’orizzonte nero.

I capelli annodati, attorcigliati come una cima che ha visto troppi giri di chiglia, gli schiaffeggiavano il volto, pesanti di acqua salmastra.

Forse era freddo, lì fuori.

Nessun altro dell’equipaggio osava sfidare la furia degli elementi salendo sopra coperta.

Lui però respirava a pieni polmoni la libertà di chi non ha più nulla da perdere sul ponte bagnato, accompagnato solo dai suoi amici di sempre: il vento e il mare.

Nel nero della notte temporalesca anche un marinaio consumato come lui non aveva più idea di quale fosse la direzione nella quale stava veleggiando.

Avrebbe dovuto ammainare, se avesse avuto paura di vedere la sua bella vela strappata dall’ennesima stoccata del vento arrabbiato o il robusto albero maestro cedere sotto i colpi della millesima tempesta che si trovava a contrastare con il suo legno scuro.

Avrebbe potuto farlo con leggerezza se solo avesse voluto: non aveva scadenze da rispettare, e nessun nemico li stava inseguendo.

Compariva un sorriso sghembo sul suo viso tagliato con l’accetta quando pensava al fatto che non aveva alcun nemico alle calcagna. Non aveva bisogno di scappare, certo che no. L’unico nemico che lo braccava lo aveva già trovato tanti anni prima. Avevano combattuto per un tempo che gli sembrava inenarrabile una singolar tenzone all’ultimo sangue, e ora non aveva più paura.

Respirò con violenza quell’aria greve di acqua assaporando quella libertà malsana che si era guadagnato a costo della vita.

“Capitano, l’equipaggio è inquieto.”

Una voce ferma lo scosse dalle sue meditazioni.

Senza degnare il suo secondo di una risposta si girò impercettibilmente verso di lui, l’unico altro uomo che in una notte da lupi del genere avrebbe osato mettere il naso fuori senza aver previa tracannato un’intera bottiglia di rum scadente.

L’uomo si avvicinò assecondando con il suo passo felpato il movimento feroce della ciglia nelle onde. Aveva un mantello avvolto senza cura attorno alle spalle e un tricorno sul capo.

Non fece una piega quando uno schiaffo di vento gli fece volare il cappello oltre il parapetto, liberando una cascata di capelli biondi così chiari da sembrare quasi argentei sotto l’ombra della luna.

“Dove stiamo andando Capitano?”

“Avanti dove punta la prua.”

Il Commodoro cavò fuori dal suo involto di mantello e braccia una bottiglia e la stappò senza troppe cerimonie con i denti. Sputò il tappo sul pontile, chiaro segno del fatto che non aveva in previsione di dover chiudere in un immediato futuro quella boccia.

Deglutì un generoso sorso e senza profferire altro verbo passò la bottiglia al Capitano.

Anche quest’ultimo se la portò alla bocca e vi si attaccò come un infante alla tetta della madre, sotto gli occhi di quello che al mondo era forse il suo unico amico, a far loro da colonna sonora solo il fischio prepotente del vento e il rombo delle onde impetuose.

“Te lo domando ancora John. Fai vela nel bel mezzo della tempesta senza avere una rotta. Dove diavolo stai andando?”

“Perduti, questo siamo. Che importa se la rotta non c’è?”

Completamente fuori luogo, una risata sommessa sfuggì dalle labbra sottili del Capitano. Non avrebbe spiegato a nessuno perché stava portando all’ovvia rovina un’intero equipaggio e la sua nave oltre a sé stesso. Non lo avrebbe spiegato perché non voleva farlo, ma anche se avesse voluto non avrebbe potuto: c’era solo lui, in un oceano controvento, prua contro il nulla, e non aveva una spiegazione per quella che era la sua condanna e la sua benedizione.

“Smarriti forse. Smarriti perché non sappiamo dove sta tutto il resto. Ma perduti? Quello mai. Possiamo ritrovarci io ogni onda, in ogni scoglio, nel rumore del vento e nelle bestemmie di quel branco di disgraziati che chiami equipaggio.”

Ormai i due erano spalla a spalla, mentre quelle parole aleggiavano, forse coperte dal vento, forse inghiottite dal mare.

Nessuno parlò mentre il liquido nella bottiglia calava, diviso con silente equità tra i due uomini.

La mano del capitano stava sempre sul timone, ma non opponeva nessuna volontà ai suoi cambi di direzione dettati dalle acque che turbinavano impetuose.

Sotto le nubi nere cariche di pioggia che cominciavano a liberare il pianto del cielo, il Capitano premette le sue labbra contro quelle dell’unico che aveva sfidato la bufera e la sua rabbia, e in quella notte d’inferno non fu la prima volta che di due solitudini se ne faceva una soltanto.

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