strega

Cadono le prime gocce di pioggia nell’aria grigiastra di quel giorno di inizio Settembre.

Al passo con le prime gocce esce la ragazza, inspirando profondamente l’umidità che sale dalla terra al cielo.

“Dove vai?”

“Prendo la pioggia. Tanta gente prende il sole, io vado a prendere la pioggia”

Non si volta nemmeno più indietro. Continua a passo svelto verso il limitare del paese e poi avanti, per i campi e nel bosco.

Respira, riempiendosi i polmoni di quella sensazione fresca e gocciolante.

E’ stata una lunga estate, fin troppo lunga. Ora quel preludio di autunno viene accolto come benedizione, respiro di vita a lungo negato e ora ritrovato.

Le gocce di pioggia ora sono più fitte, bagnano la ragazza che cammina, le bagnano il viso ed i capelli; le bagnano la pelli, le mani, gli occhi.

Attraversa le vigne, e nelle sue narici entra l’odore terroso e leggermente aspro dell’uva che matura. Sopra ad un filare è posato un corvo. Incrocia per un attimo lo sguardo della ragazza e la lascia passare: amano la stessa terra e lo stesso cielo.

Poco lontano qualcuno sta bruciando le sterpaglie: alla pioggia si mischia l’odore della legna che brucia, scoppiettante e vivo. Lei inspira avidamente.

Gli alberi si stagliano oscillanti e cupi, con il loro verde scuro non più baciato dal sole, contro il cielo plumbeo; ringraziano l’acqua, nutrimento divino, che ora li bagna a profusione.

La ragazza si spoglia, getta i vestiti a terra senza riguardo, toglie scarpe e poggia i piedi nudi sulla terra bagnata. Assapora la sensazione delle prime foglie cadute che si mischiano all’erba e al terriccio sotto alla pianta e tra le dita dei piedi. E’ bagnato e freddo, e odora di bosco.

Tra il vischio e la quercia si inginocchia a terra, affonda le mani nel ventre della terra e la accarezza. Poi si cosparge le braccia, il viso e la pancia di terriccio bagnato: quell’odore umido e ferroso le penetra nelle narici e nei pori, facendola sentire piena.

L’acqua cade torrenziale, infradicia i capelli lunghi della ragazza facendoli appiccicare alla sua schiena, al suo collo, alle sue spalle.

Lei si rialza, sporca, benedetta dal bosco.

Scuote il capo, alza gli occhi al cielo perché anche loro vengano riempiti dal primo temporale della stagione; porta le mani davanti al volto e le osserva, come incuriosita. Sono le sue mani, ma in questo momento le sembra di non riconoscerle.

Comincia a muoversi, batte i piedi al ritmo incalzante della pioggia schizzandosi di fanghiglia fino alle cosce. Sotto il diluvio, la ragazza danza al ritmo di una musica condivisa da lei e dal mondo.

“guardala guardala scioglie i capelli sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le forme la proporzione sembra venuta per tentazione
guardala guardala scioglie i capellisono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le mani guardale il viso sembra venuta dal Paradiso
guardale gli occhi guarda i capelli guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo viso guarda i capelli del Paradiso
guarda la carne guardale il collo sembra venuta dal suo sorriso
guardale gli occhi guarda la neve guarda la carne del Paradiso”

Danza con gli Dei la ragazza, fa l’amore col bosco e con la pioggia, batte i piedi sempre più forte, lasciando che il suo intero corpo diventi albero, terra, cielo, pioggia, fuoco e aria.

Gira su sé stessa, le mani al cielo,  le lacrime che si confondono con la pioggia.

Gira fino a perdere la percezione del sopra e del sotto, il respiro affannoso, il volto alto verso le nuvole, guarda le gocce caderle negli occhi e gli alberi formare un cerchio sopra alla sua testa.

Con un urlo, quell’urlo a lungo taciuto, imprigionato sul fondo del petto, si lascia cadere, e lì resta, coperta di foglie, erba e terriccio.

Aderisce con il corpo nudo alla terra sottostante, il respiro affannoso e le mani formicolanti, e per un attimo, per uno soltanto, sente.

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