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Sono nata in una catapecchia sul fiume.
La prima cosa che ricordo della mia vecchia vita è l’odore. Quell’odore penetrante e fastidioso di terra bagnata e vegetazione putrescente.
E l’umidità, compagna inseparabile dei miei primi anni di vita. Come un velo sottile ti si appiccica addosso e non ti abbandona mai, penetrando fino ai più profondi meandri di te, facendoti rabbrividire e portandoti a dimenticare giorno dopo giorno cosa sia il calore.
Mi sentivo sporca. Sempre. E lo odiavo. Ma non potevo farci nulla, o almeno, così ho pensato molto tempo.
Nella casa, sempre che quelle quattro travi sghembe e traballanti possano essere definite così, vivevamo io e mia madre, e con noi altre donne, ragazze in realtà, giovani non meno di mia madre.
Non c’erano uomini adulti nel nostro regno fatto di fanciulle perdute, solo un bambino, figlio di una delle ragazze che viveva con noi.
Jonah era nato lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno in cui ero nata io. Eravamo gemelli io e lui, solo che avevamo una madre diversa. Il padre era lo stesso invece: sia mia madre che la sua parlavano dell’uomo che le aveva messe incinte come dello “Stronzo Bastardo”. Per i primi anni della nostra vita Jonah ed io abbiamo pensato che si trattasse di nome e cognome dell’individuo dai cui lombi eravamo stati generati. Poi abbiamo capito che non era così, ma ormai avevamo deciso di essere gemelli, e quello non è mai cambiato.
Avevamo dei rituali precisi in quella casupola: ricordo che di sera, dopo cena, mia madre si vestiva e si truccava. Mi piaceva guardarla trasformarsi in una splendida principessa, bellissima in quel minuscolo abitino brillante, con quelle scarpe altissime che tuttavia non rendevano meno grazioso il suo passo leggero, e i capelli biondi, così chiari da sembrare quasi argentei, lunghissimi, sciolti ad accarezzare con la loro seta i suoi fanchi esili. Quando era pronta si chinava su di me per baciarmi, avvolgendomi con il suo profumo dolce.
“Sono bella?”
Tutte le notti la stessa domanda. Non avrei mai smesso di riperglielo, ma lei non ci credeva mai.
“Sei la più bella del mondo.”
Allora mi guardava strana, come se si rattristasse, mi passava una mano tra i capelli e mi salutava.
“Dormi tesoro, ci vediamo domattina.”
Mi dava la buonanotte lanciandomi ancora un bacio dalla porta, e poi spariva insieme alle sue compagne di avventura, lucciole nella tetra e gelida notte di Novgorod.
Per anni il rito è stato immutabile. Mamma tornava al mattino, un po’ più stanca e tirata di giorno in giorno, il trucco sbavato che le conferiva quella bellezza da vecchio dipinto ad olio, e andava a dormire. Io la vedevo entrare nel letto così come era, ancora vestita e truccata, e poi uscivo, andavo in città con il mio compagno di avventure, andavo a scuola e poi girovagavo nei quartieri alti e mi divertivo a fantasticare. Ci piaceva andare in stazione e osservare le persone, leggere i tabelloni delle partenze e magari fingere di star aspettando un treno che ci avrebbe portati chissà dove.
“Sai Jonah, un giorno io sarò così…credi a me, un giorno io me ne andrò di qua…”
E intanto indicavo le signore belle e curate che si potevano permettere di fermarsi al bar per mangiare una pasta dolce anche se avevano già fatto colazione aspettando ch venisse l’ora di imbarcarsi sul vagone prima classe.
Lui mi guardava alzando un sopracciglio, e aveva la delicatezza di non parlare. In quanto a sensibilità, Jonah ha sempre avuto una marcia in più rispetto al resto del mondo: sapevamo entrambi che no, non sarei mai stata come quelle ragazze imbellettate che aspettavano di lanciarsi con il passo sferragliante di un treno verso una nuova vita…non avrei mai abbandonato la casupola sul fiume, non avrei mai detto addio a quella ragazza poco più vecchia di me che chiamavo “mamma”. Lo sapevamo entrambi, ma io facevo il possibile per non ammetterlo, e lui rispettava il mio desiderio, aiutandomi a fare la lista delle cose indispensabili da mettere in quella valigia che non avrei preparato mai.

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