paesaggi_bellissimi_mare_mosso

Ho sempre avuto un debole per il mare.

Non sono nata sulla costa, ma probabilmente ho ereditato da mia madre, genovese, il cromosoma marino.

Non è semplice descrivere cosa del mare mi piaccia, perché  gli aspetti singoli non bastano a descrivere il tutto.

Mi piace fare il bagno, ma se l’acqua e torbida non ci rimango volentieri in infusione. Se è troppo fredda, io che metto la felpa anche d’estate devo nuotare avanti e indietro mille volte per evitare l’assideramento. Il sale negli occhi e sulle labbra brucia, e sui miei capelli mossi gli effetti della salsedine sono prevedibili e non eccezionali. Nuoto, ma per il mare aperto nutro un ambivalente sentimento di attrazione e inquietudine. Ho l’impressione che si tratti di un mondo alieno, specialmente quando il fondale è roccioso e abitato da alghe e pesci. Spesso vado alla boa, da sola, ma per qualche irrazionale motivo sono tesa e guardinga, come se stessi invadendo un santuario marziano.

Amo follemente la sabbia, quella chiara e farinosa, ma quando comincio a trovarmi ovunque fini granelli del delizioso, chiaro e farinoso arenile, proprio quello che piace a me così tanto fino a che se ne sta in riva al mare, questo mio smisurato amore per essi decresce con velocità esponenziale.

Mi piace starmene appollaiata sugli scogli, ma se potessi evitare di trovarmi ogni superficie corporea che è rimasta a contatto con lo scoglio più di un minuto traforata sarebbe anche meglio.

Il sole, meravigliosa divinità foriera di luce che rende l’acqua turchese e viva, scotta in fretta la mia pelle eburnea, costringendomi a rintanarmi in ombre naturali e artificiali come un vampiro troppo mattiniero, o a cospargermi di protezione solare spessa come vernice con cadenza oraria onde evitare ustioni ed eritemi.

Fino a questo punto mi si potrebbe consigliare di andare a fare una bella escursione in montagna insomma.

Eppure, il mare io me lo sento dentro. Ne ho bisogno, non posso farne a meno.

Amo stare ad osservare le onde infrangersi sugli scogli fino a perdere la cognizione del tempo, respirando quell’aria carica di sale che sa di una vita ancestrale e selvaggia. Assistere alla mareggiata, il cielo plumbeo e i contorni dell’orizzonte stranamente nitidi e irreali, colorati come su una tela romantica, con il viso sferzato dal Maestrale e la pelle bagnata dagli schizzi dell’onda che si gonfia è un’esperienza magica. Non mi sono mai sentita così in comunione con il mondo e la Natura come quando mi sono fermata sugli scogli della pineta ad osservare ipnotizzata la tempesta sul mare.

Sincronizzare il proprio cuore ed il proprio respiro sulla ninna nanna cantata dalla risacca è un toccasana per lo spirito, una delle poche cose che veramente mi tranquillizzano al punto da farmi sentire “qui e ora” anziché come sempre è per me, in movimento affannato verso una meta che muta ogni secondo e che ho l’impressione di non dover raggiungere mai.

Il riflesso del sole sull’acqua al tramonto disegna colori che non esistono in altra circostanza, ed è impossibile rendere giustizia allo spettacolo con una fotografia.

Nella calura estiva è meraviglioso l’odore di roccia, sale, pini marittimi e sole che si respira in prossimità della costa, e nel freddo invernale il grigio del cielo che si mescola con il verde petrolio del mare e l’ocra carico della sabbia bagnata ha una sua poeticità estetica.

Se è vero che ogni individuo ha un suo elemento io, da buon Cancro qual sono, trovo il mio nell’acqua degli oceani.

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