tumblr_nke7bojgJN1unc2swo1_500

Minacciava temporale quando la ragazza uscì di corsa sbattendo la porta.

Con il cuore in gola e gli occhi che bruciavano si fermò accanto ad un grosso abete tra i cui rami filtravano gli ultimi raggi di quel sole malato che prelude alla tempesta e che rende tutto il mondo come una pittura ad olio dai contrasti audaci.

Il vento odoroso di pioggia muoveva i capelli lunghi di Shamandalie attorno al suo viso e al suo collo in una matassa aggrovigliata di fili castano ramati.

A piedi nudi nel prato, il fiato corto e il corpo scosso da un fremito invisibile, la ragazza stava valutando con una freddezza illogica se oltrepassare “la sottile linea rossa” o se ancora una volta fare come le persone normali, prendere un bel respiro e fare un passo indietro.

Sapeva che sarebbe stato logico agire razionalmente e tornare indietro, ma non ne aveva voglia. Non di nuovo. Eppure, l’idea del salto la spaventava, memore delle volte precedenti che aveva saltato.

“Dammi uno schiaffo.”

La sua voce uscì quasi metallica quando, dopo un tempo che poteva essere un secondo come un’ora, sentì la presenza di Dan alle sue spalle, e nel momento in cui parlò seppe di aver fatto il salto e di non poter più tornare indietro per questa volta.

“Perché?”

“Perché voglio sentire se uno schiaffo vero fa bruciare la pelle.”

“Io non voglio darti uno schiaffo.” Dan rispose con una noncuranza quasi annoiata. Conosceva bene i picchi di stranezza dell’amica e ne era solo vagamente infastidito, ben sapendo che raramente portavano a qualcosa di peggiore di discussioni surreali alle quali avrebbe in realtà volentieri fatto a meno.

“Te lo sto chiedendo io. Fallo e basta.”

“No.”

“Perché no?” Ora la ragazza stava urlando contro il suo interlocutore, la osservava stranito.

“Sei impazzita?”

“Ti ho detto di picchiarmi. Fammi male. Voglio un cazzo di schiaffo. Cosa c’è di così difficile da capire??” lacrime calde cominciavano a scendere dagli occhi castani della ragazza.

“Lasciami stare! Ti ho detto di darmi uno schiaffo, non di abbracciarmi! Non voglio essere abbracciata! Non toccarmi.”

“Calmati.”

“Lasciami!! Porca troia, lasciami andare!”

Shamandalie ora stava urlando a pieni polmoni, abbandonata ogni forma di controllo. Si divincolò dalla stretta di Dan, e quando lui non la lasciò andare lei lo colpì. Lei che voleva essere presa a schiaffi schiaffeggiò lui che non voleva colpirla con tutta la forza che aveva nel braccio, e poi lo prese a calci e a gomitate. Lui, offeso, ferito, dolorante, la mollò di colpo, più per riflesso incondizionato che per volontà.

La ragazza, improvvisamente libera, cadde a terra per effetto dell’ultimo strattone che aveva dato per divincolarsi. Ancora una volta cercò di colpire il suo amico, tirando calci e pugni al vuoto, con una furia cieca che non aveva nessun senso. Se avesse avuto un coltello sotto mano, o una spranga di metallo, avrebbe potuto fare qualunque cosa.

Nella sua rabbia, non riuscendo più a raggiungere Dan con i suo colpi scomposti, Shamandalie colpì la terra bagnata del giardino con il pugno, e nel momento in cui si storse il polso urlò per il male e per la rabbia.

Ma nel momento in cui il dolore attraversò il suo braccio come una scossa elettrica di colpo si rese conto di cosa stava facendo. Rivide la scena di cui un istante prima era stata protagonista e provò orrore per sè stessa e paura per la reazione di lui, che ancora la stava osservando con gli occhi sgranati.

Fece per dare un altro pugno a terra, ma quando arrivò l’impatto il polso già dolorante la riportò del tutto alla realtà, impedendole di colpire veramente con tutta la forza di cui disponeva.

Rimase rannicchiata a terra, il corpo esile scosso dai singhiozzi, con il braccio sinistro attraversato da scosse di dolore sordo che andava a mescolarsi con il dolore bruciante che provava dentro.

“Oddio. Scusami.”

Dan rimase impietrito ad osservarla. Arrabbiato con lei, ma al tempo stesso preoccupato. Non trovò nulla di valido da risondere.

“Perdonami, ti prego.”

Shamandalie parlava con un filo di voce che si confondeva con i singhiozzi.

L’amico non rispondeva. Cosa avrebbe potuto aspettarsi d’altra parte? Che gli andasse bene così? L?aveva preso a calci e pugni, e ora avrebbe voluto che lui si chinasse su di lei per dirle che non c’erano problemi. Era assurdo. L’assurdità della sua richiesta la fece sentire ancora più patetica, e si detestò con tutto il cuore e con tutto il cervello, essi essendosi per una volta messi d’accordo.

Rimase a terra, svuotata di ogni forma di volontà e di forza. In posizione fetale sull’erba, con la pioggia che cominciava a farsi più battente che la infradiciava era ormai incapace di qualunque cosa, tranne che ripetere in un sussurro quasi impercettibile “Scusami”, un mantra che non aveva più il coraggio nemmeno di dire al diretto interessato.

Ancora una volta, il tempo perse la sua dimensione, dilatandosi, fermandosi, poi accelerando.

Ricominciò a scorrere quando Dan raccolse da terra l’amica, la sollevò tra le sue braccia e si avviò verso la porta di casa.

Lei si strinse nell’abbraccio che prima aveva detestato e che ora sembrava l’unica cosa che avrebbe potuto salvarle a vita. I singhiozzi continuavano a farla sobbalzare, e le lacrime andarono a disegnare sulla maglia del ragazzo righe nere di mascara.

Shamandalie ridacchiò sollevata tra i singhiozzi quando lui proferì finalmente verbo “Certo che sei proprio scema”

Advertisements