RaiseTheMetalFist-1600x1200

Correva il Settembre del 2009 o del 2008. Penso fosse il 2009 perché era l’anno in cui è poi mancata mia nonna.

Ad ogni modo, era Settembre, e io ero nel mio periodo magico in cui ad ogni uscita corrispondeva qualcosa da dimenticare.

Erano i primi tempi che stavo con Tommaso, ma già era evidente che lui non aveva nessun desiderio di sbattersi fino a Milano per un concerto degli Haggard.

Io invece ci volevo andare, e con sforzo enorme ero riuscita a convincere lui a venire e i miei a lasciarmi andare.

Convincere mamma e papà è sempre stato un lavoraccio per tutto, ma per i concerti in particolar modo.

Mio padre è rimasto agli anni ’70, e immagina ancora il pogo selvaggio degli Slayer nel quale la sua esile figlioletta potrebbe finire ammazzata. Io nel pogo selvaggio in effetti mi ci lancerei anche, solo che i gruppi che mi piacciono raramente fanno pogo. Ovviamente questo a lui non lo potevo dire, e anche se glielo avessi detto non ci avrebbe creduto. Inoltre, va considerato che lui è un tipo estremamente salutista, e per uno così legato all’idea del corpo come tempio deve essere veramente una faccenda beduina avere a che fare con me, specie se sono sua figlia.

Ad ogni modo, avevo convinto tutti: mamma, che era già partita ansieggiata all’idea dalla settimana prima, papà, che aveva accettato con disapprovazione pesante e sbattuta sul mio muso ad ogni piè sospinto, e fidanzato, che minacciava da settimane di essere intrattabile se anche la minima cosa fosse andata storta.

Ma io al concerto ci volevo andare, avevo in mente che chissà che figata atomica sarebbe stata. Non ero mai andata a nessun concerto metal (nè rock, nè pop: il massimo erano state le musiche irlandesi nel parcheggio della Micarella l’estate precedente, con mamma e nonna al seguito, e non mi sento di dire che tanto potesse contare come soddisfacente), ed erano giorni per non dire settimane che aspettavo il gran giorno.

Siamo partiti in quattro: io, Tommaso, Elisa e Sara. Là, all’allora esistente Rolling Stones di Milano, avremmo incontrato Alessandro e Nicolò, il ragazzo di Sara di quel tempo, e probabilmente un amico loro, tal Truffo, il cui vero nome non sapevo allora e continuo a non sapere ora.

Guidava Sara, perché Tommaso all’epoca aveva una paura bestiale della macchina e noi altre due non avevamo ancora la patente.

Siamo arrivati in loco alle 18 e qualcosa, parcheggiando miracolosamente praticamente davanti al locale, e abbiamo subito trovato i ragazzi.

Mi sono cambiata in macchina, agghindandomi da brava piccola metallara: avevo una minuscola gonna di quel tessuto lucido tipo uniforme star treckiana, un top cortissimo e gli immancabili anfibi punk da 1.7 kg l’uno (davvero: un giorno li ho pesati e quello è il peso. Pazzesco).

Prima del concerto ci siamo fermati in un locale lì accanto, aveva un nome tipo “Inferno”, “Divina Commedia”, o comunque qualcosa di dantesco. Gli altri hanno mangiato. Io ovviamente no, però mi sono scolata una birra rossa. Non ne faccio un vanto: è un semplice dato di fatto che mi sembrasse estremamente figo essere quella trasgressiva della compagnia.

Fatto sta che quando siamo entrati al Rolling Stones già non ero del tutto sobria, anzi, ero piuttosto stonata.

Del concerto non ho molti ricordi, solo flash confusi.

Ricordo di essermi fatta offrire un buon numero di cose da bere da sconosciuti al bancone (perché Tommaso, mica scemo, si rifiutava di pagarmene, e io i soldi naturalmente li avevo dati a lui non avendo un posto in cui tenerli.), ricordo di essere stata presa in braccio da qualcuno durante “Awaking the Centuries”, di essermi girata verso di lui e di avergli chiesto un po’ stupita chi fosse. Si trattava in effetti di niente popò di meno che Truffo, che io ovviamente non avevo più riconosciuto. Ricordo di aver urlato alla cantante, tal Suzanne, che me la sarei portata a letto ben volentieri. Ricordo di avere abbracciato e sbaciucchiato Elisa per il gaudio e ludibrio generale, e ricordo di essere andata col sedere per terra qualche volta.

Poi credo di ricordare qualcuno che mi portava in giro quasi di peso dicendomi di contare, o almeno di parlare, e ricordo me che tentavo di dire che non mi sentivo molto bene.

Ricordo gente che mi guardava e mi toccava, ma io non riuscivo più nemmeno a dire “bah”, perché mi sentivo proprio male. Avrei voluto svenire, e in effetti probabilmente è quello che ho fatto, perché nella time line ho un bel buco di un’ora.

Poi ricordo, e questo lo ricordo proprio bene, un’ambulanza che è arrivata e mi ha caricata, e io di colpo ho recuperato una lucidità perfetta.

Il pensiero, uno sopra tutti, che mi ha trapassato il cranio urlando a squarciagola: MAMMA.

Ovviamente, Tommaso aveva chiamato a casa mia dicendo che mi stavano portando al Policlinico perché stavo male. Aveva avuto la creanza di non dire che ero ubriaca come una merda, ma che ero un po’ svestita, e quindi probabilmente avevo avuto una congestione.

Mi ricordo bene che dall’alto della mia lucidità ho messaggiato con mia madre per tutto il tragitto verso l’ospedale, tentando di convincerla che, appunto, ero perfettamente lucida.

Poi, ovviamente, siccome in effetti non ero così lucida, mi sono addormentata.

Al risveglio mi sono trovata su una barella, con una fisiologica nel braccio, nel corridoio del Pronto Soccorso del Policlinico, con addosso dei vestiti non miei (e tutt’ora non so cosa sia stato dei vestiti che avevo addosso prima) e mamma e papà seduti in attesa a non più di tre metri.

Non è descrivibile il colpo che mi è venuto. Comunque, dall’alto della mia presunta lucidità ricordo di aver rassicurato mia madre circa la mia condizione: “Non sono nè ubriaca né fatta: ho solo bevuto una coca cola ghiacciata!”.

Solo che anziché questo pare io abbia detto “Ho messo addosso una coca cola azzurra e ho preso freddo”. Risultato: mi hanno fatto il tossicologico, aspettandosi di trovarmi chissà cosa in circolo. E invece no, perfettamente negativo, ad di là delle più rosee speranze.

Sulla mia cartella clinica è ancora scritto “Congestione”, e per quel che ne so, anche se con qualche ragionevole dubbio mamma potrebbe anche averci creduto. Papà forse no, perché per portarmi a casa ha dovuto portarmi in braccio fino alla macchina (essendo le mie scarpe smarrite insieme al resto dei vestiti), e non può non aver sentito quanto dovevo puzzare di alcool. Sta di fatto che nessuno mi ha mai detto più nulla di questa faccenda.

Che poi, se ho dei genitori iper apprensivi e il mio moroso non voleva mai andare a fare niente, forse tra tutti avevano capito giusto.

Ora, a distanza di sei anni, la racconto e rido, ma per anni ha tormentato le mie notti sotto forma di incubo.

Chi dice, con fine ed elegante eufemismo, che sono “un po’ scemina” non ha proprio tutti i torti.

Advertisements