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Pioviggina. E’ una serata di novembre inoltrato, o forse è già Dicembre o Gennaio, non ricordo.

Ho teatro alle nove, ma non voglio tornare a casa a cena, un po’ perché non ho voglia di fare un viaggio di mezz’ora tra andare e tornare per un totale di un’ora e qualcosa da passare, un po’ perché non voglio mangiare, e l’unico modo per non mangiare è non tornare a casa.

Ho speso circa 40 minuti snobbando il mio ragazzo in camera sua dedicando le mie energie alla ricerca di qualcuno con cui passare quell’ora e mezza. So ben io chi avrei voluto, ma in mancanza della prima scelta diventava quasi un obbligo morale per me trovare qualcun altro, per potermi illudere che uno valesse l’altro.

Fatto sta che all’alba delle otto la situazione è rimasta stagnante: nessuno che abbia risposto ai miei messaggi.

E quindi la decisione è obbligata: birra solitaria.

Cammino verso l’Irish Pub in centro, cappuccio della felpa alzato, iPod nelle orecchie.

Mi sento un personaggio delle mie storie underground.

Mani affondate nelle tasche della tuta, sguardo cupo di chi si sente solo come un cane, già mi vedo stravaccata contro alla parete di legno del pub con la mia grassa mezza pinta di rossa davanti, sola, depressa, ma determinata a non elemosinare più la compagnia di nessuno, con un allure bohemienne che manco Boudeleire nei suoi momenti migliori.

Con Bruce Springsteen che canta “Thunder road” in sottofondo, e ricordi di un’amicizia che è bruciata come una stella cadente mi avvio verso la mia birra.

Una macchina frena di colpo per non centrarmi, dato che ho attraversato senza guardare. Un po’ il rumore dell’inchiodata, un po’ lo spostamento d’aria mi fanno perdere l’equilibrio.

Rischio di cadere, barcollo. Il conducente mette fuori la testa dal finestrino e mi dice qualcosa che io non capisco, non avendo fatto nemmeno la grazia di levare le cuffie dalle orecchie. Supponendo che mi abbia chiesto se è tutto ok gli faccio un cenno e, leggermente imbarazzata dalla performance, continuo il mio cammino senza girarmi.

Camminando fantastico: cosa sarebbe successo se il tizio non avesse frenato in tempo? Chi si sarebbe preoccupato per me? A qualcuno sarebbe dispiaciuto? Soprattutto, sarebbe dispiaciuto alle persone giuste? Chissà mia mamma e mio papà come ci sarebbero rimasti male. Tutto sommato, è andata bene così. Preferisco che il tizio abbia frenato in tempo.

Nel frattempo arrivo davanti al pub che, mannaggia a lui, è chiuso.

Inverto la rotta, sentendomi ancora più underground. La pioggia si intensifica leggermente, naturalmente quando mi trovo nel punto più lontano dal posto dove facciamo teatro, figurarsi.

Cambio colonna sonora: non ricordo esattamente chi ho ascoltato, ma penso fossero i Gothminister.

Penso che ora dovrei essere veramente di cattivo umore: non solo chi volevo non si è degnato di accompagnarmi, non solo nessun altro si è degnato di accompagnarmi, ma ho pure trovato chiuso il locale dove avevo deciso di andare a fare la depressa bohemienne.

Invece, assurdamente, l’idea di essere in questo momento simile ai miei personaggi mi piace, e non sono affatto di cattivo umore.

Meravigliose assurdità di della psiche umana.

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