Come tutti sanno oggi (a questo punto, ore 00.25, ieri) è San Valentino.

Anche se per caso qualcuno lo avesse ignorato, probabilmente ci avrebbe pensato la home di facebook a ricordarglielo, piena com’è di post sdolcinati contrapposti a post cinici sull’argomento.

Io, data la mia nuova condizione di single mi sono sentita per tutto il giorno quasi obbligata a dire qualcosa in proposito: è la prima volta in otto anni che mi trovo a passare questa specie di festa commerciale ormai assorta a tipica del folklore, in cui tutti si sentono in obbligo di amare fortemente o stronzeggiare altrettanto fortemente, senza nessuno da amare.

In origine avrei voluto scrivere qualcosa di divertente e sarcastico…niente di triste, per carità: se sono triste, e non so se lo sono, non è a causa della mia relazione non sussistente. Ovviamente la mia condizione attuale non mi permette nemmeno di dire niente di tenero, e nemmeno mi sento invogliata a farlo.

Ho pensato seriamente di postare di nuovo qualcosa del genere

sheldon love

poi però ho deciso di lasciar perdere.

In realtà, anche se al momento le coppiette innamorate e felici che si danno al limone duro in mezzo alla strada mi urtano non poco (e mi urtavano anche prima se devo essere sincera), non sono davvero convinta che l’ammmmmmore, anche quello stupido da bimbominchia quindicenne, vada allontanato a colpi di Bygon.

Sono anzi una grande sostenitrice dell’Amore, non tanto quello inteso come uomo-donna, che a ben vedere nemmeno conosco veramente, quanto quella meravigliosa forza motrice dell’universo che porta una persona ad avere una spinta affettiva irrazionale verso un’altra, che si tratti di un parente, di un amico,o anche di uno sconosciuto che per un attimo attraversa la propria strada.

Penso che quando Freud parlava di Eros e Thanatos ci prendesse: in realtà la nostra esistenza di esseri umani, animali educati ad un mondo civilizzato che noi stessi abbiamo montato a suon di infrastrutture, si basa ancora su quelle che sono le pulsioni animali che continuano a vivere nel nostro subconscio. Poi possiamo fare il possibile per tradurle in termini razionali, giustificarle, spiegarle, annullarle, mitigarle, ma tali restano, e non potremo mai fare niente per non provare determinate sensazioni.

Quando io ho a che fare con una persona tre sono le possibilità semplici: o voglio il suo bene, o voglio il suo male, o non me ne frega assolutamente nulla; poi ci sono le situazioni composite: posso volere il suo bene a scapito del mio, il suo male per il mio bene, il suo male anche se darà dei grattacapi anche a me o, optimus totale, il suo bene che farà del bene anche a me (e qui si potrebbe aprire un lungo dibattito sul presunto altruismo che potrebbe essere niente di più che egoismo camuffato).

Ora, una puntuale disamina dei vari casi esula dalle mie capacità, visto che non poche volte mi ritrovo invischiata in seghe mentali che nemmeno capisco del tutto. Però, quello che da segaiola mentale qual sono posso affermare con certezza è che quello che muove gli animi nella maniera più costruttiva e indolore è di sicuro volere il bene di qualcuno, senza stare tanto a domandarsi il perché o il percome. La scoperta dell’acqua calda, certo, ma io che ora dico questo non sono Madre Teresa e nemmeno Gandhi: sono una persona normale, nemmeno particolarmente buona, quindi un qualche valore dovrebbe anche averlo questa mia affermazione.

Ci sono state volte in cui sono stata a contatto con manifestazioni d’amore che davvero mi hanno toccata, anche nella loro semplicità. Penso all’altro giorno per esempio, una sera come tante che uscivo da danza, sudata e con una certa fretta. Sulle strisce pedonali un signore con il suo cane, un pastore tedesco, probabilmente vecchio, in condizioni simili a quelle della prima delle mie cagnotte. Il cane, scendendo il gradino ha rischiato di cadere: gli sono cedute le zampe posteriori. Ma il padrone è stato pronto a reggerlo, fargli una carezza dietro alle orecchie e dargli una pacchetta sui fianchi, una sorta di “Dai che ce la fai”. E niente, è stata una cosa che mi ha quasi commossa, sarò io che sono un salame, una donnicciola che si sconvolge per nulla. Però anche questo, nella sua semplicità quasi scontata, è un gesto bello, e i gesti belli sono belli a prescindere, sono quelli che fanno del mondo un posto in cui nonostante tutto può valere la pena di vivere.

A volte quando ho una giornata particolarmente storta avrei solo voglia di mandare a fanculo il primo che passa, e non è escluso che mi capiti di indulgere in questa tentazione; spesso ho una paura dannata ad affezionarmi e volere bene, perché spesso mi è capitato di rimanere scornata e restarci male e sentirmi derisa, perché come dicevo non sono Madre Teresa, e il bene degli altri a spese mie non è sempre, e nemmeno spesso, un’opzione gradita.

Eppure continuo a vivere nel mondo delle favole, e a credere che il motore del mondo sia non l’odio che spinge a fare grandi cose che parrebbero altrimenti impossibili, ma l’amore, che forse non sarà bruciante come un fuoco nero, ma tiepido come una bella doccia dopo una giornata di allenamento, e proprio per questo più gradevole.

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