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Chissà se gli astronauti, da bambini, alla fatidica domanda “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevano “L’astronauta!”

Chissà se i medici di Emergency, quelli che mettono le mani dentro corpi straziati da mine anti-uomo rischiando loro stessi la pellaccia per prestare soccorso in territorio di guerra rispondevano “Voglio salvare vite, costi quel che costi”.

Chissà se i grandi scienziati, quelli che hanno scoperto qualcosa di grosso, da piccoli passavano le ore a smontare radio per analizzarne i componenti, o facevano scadere lo yogurt apposta per studiare i batteri.

Magari la risposta dell’astronauta è stata “Voglio fare il veterinario”. Magari soffriva anche la macchina e andare in montagna con tutti i tornanti del caso era un dramma.

Mille bambini, quando viene loro domandato cosa vogliono diventare, sarebbero pronti a salire sullo Shuttle e scoprire nuove forme di vita intelligente e possibilmente amichevole con un entusiasmo e una grinta che solo chi non ha mai visto Alien può avere, e magari quello che davvero diventato uomo lo farà aveva in mente tutt’altro.

Poi può benissimo essere che dei mille bambini che volevano andare sulla Luna uno sia l’astronauta che scopre Alien, misero lui, o, ottimisticamente, che incrocia l’Enterprise con tanto di capitano Kirk e puntigliosità vulcaniana di Spock, però credo che la maggioranza di noi si trovi ad avere cose che gli altri vorrebbero e a non averne e desiderarne strenuamente altre che hanno gli altri.

E’ un po’ come se l’Alto Fattore, le Parche, l’Ermete Trismegisto del nostro destino avesse fatto una bella boccia con le persone, una bella boccia con i sogni relativi disposti in ordine alfabetico sulle persone, e poi avesse dato una rimescolata potente per poi abbinare più o meno a caso i due bigliettini. Un po’ come quando si fa quel gioco in cui la persona A scrive il nome di un oggetto o di una persona su un foglietto, poi lo piega e senza farglielo vedere lo passa alla persona B, la quale dovrà ora scrivere un predicato verbale, e dopo aver piegato anche quello alla persona C toccherà un altro pezzo di frase, e così via fino a quando la tavolata è finita. Vengono fuori delle composizioni futuriste non da poco: “Mio zio cucina il cane al mare con un fiorista dipinto di blu”, che oltretutto è un’immagine abbastanza macabra, povero cane.

E’ un pensiero che, superata la parte che fa venire voglia di andare dalle Parche o chi per loro e riempirle di mani tese sul muso, è abbastanza rassicurante a mio parere.

Primo, perché mi fa pensare che ogni invidia e acredine sia di fatto inutile: siamo tutti o quasi nella stessa barca.

Secondo,perché anche quei privilegiati che hanno avuto subito i bigliettini abbinati correttamente potrebbero stare meglio: di certo non proveranno mai il “level up” personale di strisciare fuori dalla merda per buttarsi in una piscina limpida, e, non che io abbia ancora provato quest’emozione, dev’essere una delle cose più belle del mondo.

Terzo, perché porco cane “Suae quisque fortunae faber est”.

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