Dal 16 Dicembre scorso ad oggi ho fatto tutte le cose grandi che dovevo fare nella mia vita fino ad ora. E’ assurdo pensare che in meno di un anno tutti i grandi cambiamenti che erano in attesa, sopiti, più o meno frementi, siano andati.

Dovevo laurearmi, il parto che la laurea è stata, e mi sono laureata. Non ci credevo nemmeno io che alla fine ce l’avrei fatta davvero a mettere la testa su quei dannati libri, che al mio relatore sarebbe andata bene anche una tesi senza eseguibile, che avrei trovato un’anima pia disposta ad aiutarmi per il megagalattico progetto di reti II…eppure, il 16/12/2013 è venuto e passato, e io da quella che rischiava una crisi di panico ogni volta che pensava seriamente all’università sono diventata una dei mille che si è laureata. Il voto è irrilevante, visto che non penso di aver meritato nè il 110 nè la lode, se non per la ferrea volontà di non piantarla a metà.

Dovevo diplomarmi in Conservatorio. Naturalmente, siccome fare le cose in maniera lineare a me non è mai riuscito, è stato un parto pure questo, anche se quando dovevo tornare in università dopo l’ottavo mi sembrava che suonare fosse l’unica cosa che mi andava di fare e che mi riusciva bene. Ma un anno e passa di inattività mi hanno resa una deludente ciofeca al punto da rischiare l’attacco di panico anche per entrare in conservatorio. Non studiavo, mi comportava scoramento il sedermi sullo sgabello, vedere che nemmeno quel giorno avevo la concentrazione necessaria per leggere il pezzo nuovo. E non avevo pezzi vecchi con cui giocare e innamorarmi di nuovo dello strumento. Depressione completa, considerato anche che tutti si aspettavano che sarei stata brava come prima immediatamente, e non trovandomi corrispondente all’aspettativa non evitavano certo di farmi presente la loro delusione. Ho pensato seriamente di non riuscire a diplomarmi nella maniera che tutti, me stessa compresa, si aspettavano. La mia insegnate mi ha ridotta alle lacrime più di una volta e più io piangevo più urlava. Sono andata lo stesso in vacanza perché in quel momento non ho voluto/potuto farne a meno, ma mi sono portata una tastiera elettrica pesata, naturalmente pagata da me, perché secondo i miei dovevo starmene a casa come fanno i bravi bambini che non finiscono i compiti in tempo per andare al parco, e mi sono alzata tutti i giorni tra le 6.30 e le 7 per studiare almeno tre ore e non perdermi troppo mare. La vacanza è stata una schifezza in realtà, ero stanca morta e mi sono goduta forse due giorni su sedici. Però, tra cambi di sonate, Brahms-Paganini al fulmicotone, concerti non riusciti e concerti riusciti, anche il 15/10/2014, il D-Day è venuto e passato, e nel giro di un’ora mi sono ritrovata diplomata miracolosamente con il mio 10 e lode. E qui il voto è meritato, perché negli ultimi mesi il mazzo me lo sono fatto eccome.

Dovevo trovare il coraggio di lasciare il mio ragazzo, il mio unico punto stabile, la parte rassicurante di una routine ansiolitica. Dopo più di un anno di meditazioni, di prendere tempo, di ignorare tutto quel che non andava, non che fossero due bischerate, un bel giorno, nell’arco di una notte insonne passata a mettere in fila pensieri sconnessi, non ho più potuto non farlo. E così l’ho fatto. L’ho lasciato davvero, dopo otto anni di vita, cioè circa metà della mia vita senziente visto che ne ho ventiquattro e i primi otto direi che non contano molto a livello sentimentale. Mi aspettavo che sarebbe stato difficile e brutto. Avevo ragione: mi sento ancora persa, sola e sempre alla ricerca di uno scopo. Piuma al vento come mai prima d’ora, rimpiango la mia routine rassicurante, ma la decisione non vacilla. Lui, beh, diciamo solo che gli ho fatto un gran regalo, e mi chiedo perché non abbia preso in mano la situazione prima se era quello che voleva…mi ha lasciato l’incomodo di fare tutto io, come spesso è stato nella nostra relazione, e così io ho fatto. E alla fine l’ho lasciato davvero. Mi sembra così strano, dopo tutto quel tempo, pensarmi come single o pensare a lui come al mio ex…

Dovevo, dopo non so davvero quanto tempo, visto che non ho avuto il tempo di rifletterci con lucidità a suo tempo, dichiarare che la mia strada non è il Conservatorio ma la danza. E lo sto facendo. Ho visto gli occhi di mia madre riempirsi di lacrime mentre mi ascoltava, e non sono scappata. Ho pianto tanto chiedendole scusa. Però gliel’ho detto senza tornare indietro. Devo ancora affrontare mio padre, l’osso duro della faccenda, e andare a dirlo ai miei insegnati in Conservatorio, visto che al biennio non mi vedranno più. La danza, il mio sogno assurdo…e sarà difficilissimo, ammesso che io riesca a trovare la quadra per farlo. Forse è davvero una follia. Ma dopo anni di sogno, sto facendo davvero anche questo.

In meno di un anno la mia vita vecchia è da cestinare. Se poi non so più chi sono non mi si può dare torto del tutto….

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