C’è un locale dove vado abitualmente che ha dato come nome ad ogni piatto una frase fatta.

E’ discretamente comico ordinare un “Non c’è più rispetto per i vecchi” (dicasi toast classicissimo) o, meglio ancora un “Se non la dai non vai da nessuna parte” (panino con dentro non so più cosa)…per i più estrosi, possibilmente di sesso femminile, c’è anche il “Sean Connery è più bello ora che da giovane”.

Ora, a parte l’indignazione per aver ordinato un “Non c’è più rispetto per i vecchi” avendo letto negli ingredienti cotto e fontina e averci trovato dentro del banalissimo scadente formaggio Edamer da risparmio, il che mi porterebbe a suggerire la modifica del nome del panino in “Non c’è più rispetto per i clienti”, quello che intendo fare è aggiungere a questa nutrito elenco di frasi un mio apporto. Strano ma vero, il panino “Al giorno d’oggi si deve pagare per qualunque cosa” non c’è, ed è una mancanza gravissima, perché è proprio una bella frase fatta da pensionato in coppola in tweed, ed è malauguratamente scandalosamente vera.

Forse mi sto “pensionatizzando” in largo anticipo (sarà per consolarmi del fatto che presumibilmente la mia generazione ed io in particolare, visto che non lavoro e a breve non lavorerò, andrà quasi prima nella tomba che in pensione?) ma ci pensavo con ribollimento proprio ieri.

Dopo la bellezza di 10 mesi ho deciso che era tempo di ritirare la mia inutile (e chi lo sa, in fondo…forse, se continuo su questa strada rischierò di doverla usare) laurea in Informatica.

Giunta in università, spavalda mi presento in segreteria richiedendo il bel papiro, e mi sento rispondere che senza marca da bollo da euro sedici non mi possono consegnare proprio niente.

Ora, facciamo due conti….quattro anni di università a retta piena (a onor del vero, potevo non andare fuori corso, togliamo un anno, quindi tre anni di università) perché per avere delle riduzioni bisogna praticamente vivere sotto ad un ponte, più varie penali per ritardi nei pagamenti, a volte mea maxima culpa, certo, ma a volte riuscita insidia burocratica per non far sapere agli studenti entro quanto devono pagare, libri di testo, non obbligatori, ma senza i quali gli esami non si passano, la benzina per arrivare in loco tutti i giorni da fuori città (abito poco fuori città, ma il servizio corriera è talmente scadente da non essere nemmeno considerato), i pranzi fuori…

“L’istruzione superiore è un lusso!”. Va bene. “Se non hai soldi da spendere non vai a fare l’università ma vai a lavorare!” Va bene. Vero. Ammettiamo che fino a qui sia tutto normale. Arriviamo ora al momento, anelato, in cui si va a discutere le tesi. Primo: stampare le copie per la commissione a spese proprie, non certo in copertina normale, nossignore, ma in copertina idonea decisa dall’ateneo. Venticinque euro a copertina, più la stampa in pagina lucida e a colori. Tesi da settanta e spingi pagine, e viene già una discreta cifretta.

Poi, varie marche da bollo per la domanda di laurea.

Eventuale, da me non pagata, marca da bollo da sedici euro per riavere il libretto universitario a cose concluse. Riavere. Follia pura. Pagare sedici euro per riavere il mio cazzo di libretto. Se lo sono tenuti, non so se lo abbiano dato alle fiamme o incorniciato, anche se la cosa più probabile è che sia finito in qualche scatolone a marcire con i mille altri libretti di gente che si è rifiutata di pagare per portarselo a casa.

Abiti per la discussione, perché presentarsi in jeans e camicia non è idoneo (per i professori che formano la commissione, a parte pochi, invece sì, è più che idoneo). Eliminiamo questa voce dalla nota spese per la sottoscritta che, facendo abitualmente concerti, era già dotata di abiti eleganti.

E ora, alla fine di tutto, sedici euro per ritirare la mia pergamena.

Ripeto, forse mi sto pensionatizzando in largo anticipo, ma mi sembra, non bastassero tutte le cose prima della laurea, ma per lo meno quest’ultima, un discreto atto di cagare fuori dal vaso, mi si perdoni il francesismo.

Capisco che per avere/fare cose sia necessario pagare; non so molto di politica ed economia, ma quel poco che so basta ad informarmi del fatto che non ci si può aspettare che lo Stato, nonostante le ragguardevoli tasse, ci fornisca tutto quanto vogliamo e facciamo. Però diamine, dover proprio tirare fuori dei soldi per ogni dannata cosa, comprese quelle che sono già state ampiamente pagate nel momento dell’azione, mi sconforta notevolmente.

Sconforto di principio acuito dal concreto fatto che, per citare una frase che scrisse una volta un mio amico e che mi piacque molto “Ho l’animo del poeta…e il conto in banca abbinato.”

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