Tre mondi così vicini, eppure così stramaledettamente diversi e separati. Musica, teatro e danza…e mi sembra che i miei sogni capricciosi si prendano gioco di me: i miei già vacillanti e poco definiti punti fissi si fanno ancor più sfocati… e senza nemmeno un doppio rum.

Vado in Conservatorio dopo mesi che non ci metto piede, e mi viene la pelle d’oca e un groppo in gola. Eppure, credevo di aver archiviato questo sogno. Credevo di aver deciso di innamorarmi di altro. La storia si ripete, e come due anni fa, l’idea di suonare, di toccare il pianoforte, mi fa vibrare fino all’ultima corda di anima. Non so se il pubblico si emozioni sentendomi suonare, ma di certo io mi emoziono. Ad Aprile ho fatto un concerto, ed era parecchio che non ne facevo: alla fine ho fatto fatica a non sciogliermi in lacrime. Lacrime buone, come quelle che scendono dopo aver fatto l’amore.

Vado in scena, e mentre recito con l’odore del palco nel naso e tutta l’energia di quall’angolo di mondo separato addosso e attorno, mi sento in paradiso. Non lo guardo il pubblico, non mi piace. Non ammicco, non ci gioco. Che la gente mi guardi è quasi irrilevante. Non so se qualcuno mi crederà mai quando lo dico, ma per me non conta chi mi guarda. E’ quasi una questione privata. A me piace il palco, le luci, il caldo dei riflettori, l’odore di gomma legno e pece, il poter fare tutto quello che si vuole, purchè funzioni, perché sul palco tutto è concesso…è una sensazione incredibile, spaventosamente bella.

Sento una musica che mi piace e desidero ardentemente danzarci sopra. E’ uno sforzo quasi fisico il non farlo quando le circostanze non lo permettono. Il movimento è la mia primaria espressione, l’unica cosa che manca alla meraviglia del produrre in prima persona la musica che si ama. La danza è splendida…così elegante, pulita. Non è vero che i ballerini sono schiavi di una vuota tecnica che soffoca i sentimenti. Piuttosto, la tecnica, dura e implacabile, è necessaria per poter esprimere ciò che si desidera. E io vorrei avere in corpo il potenziale espressivo dei miei amori circensi, con il mio fisico refrattario mi sento solo un brutto anatroccolo che vorrebe urlare ma non ha voce.

Non voglio fare a meno di nessuna di queste cose.
Sono incostante e capricciosa, e come me i miei sogni e le mie idee: se per un po’ mi disamoro e non frequento dimentico quasi il vecchio amore, quasi morto tra le braccia di uno nuovo. Ma prima o poi torno indietro: evidentemente, come nelle relazioni, svanito l’innamoramento, quello strepitoso delle corse sotto la pioggia mano nella mano, delle risate folli, e delle lacrime dolcissime, resta l’amore, quello vero e rassicurante.
Spero solo che per me sia possibile vivere una relazione a quattro, perchè non saprei come fare a scegliere.

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